Notizie | Progetto Continenti - Part 4

0

Manovra 2019: AOI preoccupata per i tagli alla cooperazione e alle agenzie ONU

La manovra finanziaria non convince le Ong e associazioni di AOI.

Nonostante le promesse di aumento, rispetto all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) è la prima volta dal 2012 che si penalizza la cooperazione internazionale verso i Paesi poveri e ci si deresponsabilizza nei confronti delle aree di crisi umanitaria, con un taglio alle Agenzie delle Nazioni Unite (UNICEF, UNHCR, eccetera) di 32 milioni di euro e un blocco rispetto all’impegno garantito di 40 milioni di risorse per il settore.

Le rassicurazioni di parte del governo sulla pronta revisione correttiva alla riapertura delle Camere rispetto al raddoppio dell’IRES previsto dalla Legge di Bilancio in approvazione in queste ore, che colpisce molta parte del volontariato sociale, anche organizzazioni socie di AOI, non eliminano il clima di sfiducia e preoccupazione per le misure della manovra da parte del mondo non profit.

Non vi è consapevolezza negli esponenti di questo governo del valore della sussidiarietà che ha garantito nel nostro Paese coesione sociale e attivazione di virtuosi modelli di welfare apprezzati in Europa e nel mondo” dichiara Silvia Stilli, portavoce di AOI. “Rilevo una linea di continuità tra gli attacchi al lavoro umanitario delle Ong e dei giovani volontari come Silvia Costanza Romano e le dichiarazioni di vice ministri e ministri di questo governo che, parlando di utili civilistici del non profit, alimentano un clima di sospetto ingiustificato. Ormai da tempo le organizzazioni del Terzo Settore si stanno dotando di strumenti e metodologie di gestione, valutazione e verifica del proprio operato e impatto sociale basati sulla trasparenza e sulla corretta comunicazione interna ed esterna. Le Ong impegnate nella cooperazione e solidarietà internazionale sono state tra le prime ad adottare misure in tal senso. Bisognerebbe renderlo pubblico con più determinazione ed efficacia“.

Nelle ultime ore il quadro complessivo della manovra finanziaria ci presenta un Paese meno solidale e attento alle sfide dell’Agenda 2030 per sconfiggere la povertà e l’ingiustizia sociale a livello locale prima ancora che globale: è un dato di fatto, come affermano opinionisti ed economisti esperti. L’Italia che uscirà dal voto parlamentare su questa Legge di Bilancio sarà meno autorevole non soltanto in Europa, ma anche nello scenario internazionale.

Quale sarà la voce nel budget destinato alla cooperazione allo sviluppo dell’Italia che vedrà il taglio dei 40 milioni di euro?

Il Consiglio Nazionale della Cooperazione allo Sviluppo, dove sono rappresentati tutti gli attori pubblici e privati, non viene convocato da quando è in carica il Ministro Moavero. L’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) da molti mesi è senza un direttore formalmente nominato. In questa situazione di incertezza e ridotta operatività, non è facile capire quali siano gli indirizzi prioritari che si intendono dare al prossimo triennio per la cooperazione internazionale e come allocare le risorse destinate“. Queste le preoccupazioni espresse dalla Portavoce di AOI.

Nonostante le dichiarazioni e l’impegno della Vice Ministra alla cooperazione internazionale Emanuela Del Re per rafforzare la presenza italiana nel quadro dell’APS mondiale, i tagli della manovra finanziaria mettono in pericolo gli obiettivi raggiunti e la possibilità di continuare a svolgere un ruolo importante più complessivamente per la politica estera del nostro Paese.

Fonte: Ong.it

1

I latinoamericani hanno perso la fiducia nelle democrazie

La democrazia in America Latina è in difficoltà. È questo il messaggio del sondaggio d’opinione effettuato quest’anno in 18 paesi da Latinobarometro, una società di sondaggi con sede a Santiago del Cile. La proporzione di persone insoddisfatte del modo in cui funziona la democrazia è salita dal 51 per cento del 2009 al 71 per cento. La quota di persone soddisfatte è scesa dal 44 al 24 per cento, il livello più basso da quando è stato effettuato il primo sondaggio del genere, più di vent’anni fa.

Questo non significa che i latinoamericani siano pronti a rinunciare alla democrazia, diventata la norma nel continente solo negli anni ottanta. Più della metà sostiene che essa sia migliore di qualsiasi altro sistema, anche se la percentuale di quanti lo sostengono è scesa del 13 per cento negli ultimi otto anni. I democratici disillusi tendono verso l’indifferenza. La quota di persone neutrali è salita dal 16 per cento del 2010 al 28 per cento odierno, mentre il sostegno ai governi autoritari è stabile al 15 per cento circa. “Le persone non amano la democrazia in cui stanno vivendo”, sostiene Marta Lagos, direttrice di Latinobarómetro.

Nei due più grandi paesi latinoamericani, il Brasile e il Messico, questo sentimento ha portato nel 2018 all’elezione di due presidenti che fino a poco tempo fa sarebbero stati generalmente considerati troppo radicali per guidare i loro paesi. Se la disillusione si rafforzerà ancora, le future elezioni potrebbero portare al potere presidenti che metteranno a dura prova le norme democratiche della regione.

Dallo scorso novembre nove paesi hanno scelto nuovi presidenti o rieletto quelli in carica. Queste elezioni per la maggior parte sono state libere e regolari ma ci sono state importanti eccezioni. Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, a maggio ha ottenuto la riconferma del mandato grazie a un voto truccato. La rielezione di Juan Orlando Hernández in Honduras, nel novembre 2017, è stata considerata da molti come irregolare. Cuba ha semplicemente trasferito il potere da un dittatore a un altro in aprile. La maggior parte dei latinoamericani, tuttavia, vive in paesi dove i loro voti vengono conteggiati regolarmente. Questo non significa che siano felici, come emerge chiaramente dalle ventimila interviste condotte da Latinobarómetro tra metà giugno e inizio agosto di quest’anno.

Le ragioni dello scontento
Gli elettori hanno molte ragioni per lamentarsi. La crescita del pil pro capite è decisamente scesa dopo la crisi finanziaria globale del 2009. L’economia del Venezuela è implosa, mentre tra il 2014 e il 2016 il Brasile ha vissuto la sua peggiore recessione di sempre. La percezione che il reddito sia distribuito in maniera equa è scesa dal 25 per cento del 2013 al 16 per cento odierno. Questa convinzione potrebbe essere sbagliata. Il coefficiente di Gini, che misura la disuguaglianza, è sceso nei paesi più grandi. Ma, al livello individuale, la percezione di diseguaglianza di una persona è tra i principali indizi della sua insoddisfazione nei confronti della democrazia.

Le incertezze economiche sono in cima alle preoccupazioni dei cittadini nella maggior parte dei paesi. In Venezuela più della metà delle persone sostiene di non avere abbastanza da mangiare. La media regionale, tuttavia, è ancora un impressionante 27 per cento. La criminalità è la seconda principale preoccupazione, ed è in cima alla lista anche in paesi relativamente sicuri, come Cile e Uruguay.

Solo le forze armate e la chiesa, già potenti prima dell’avvento della democrazia, continuano a suscitare un grande rispetto

La corruzione è un’altra grande fonte di lamentele. Diciotto ex presidenti e vicepresidenti sono stati coinvolti in scandali di corruzione, in paesi come l’Argentina, il Brasile, l’Ecuador e il Perù.

I latinoamericani che pensano che il proprio paese stia andando nella direzione sbagliata sono l’8 per cento in più di quelli che pensano che stia progredendo, il divario negativo più alto dal 1995 a oggi.

Tutto questo ha indebolito la credibilità delle istituzioni. Solo le forze armate e la chiesa, già potenti prima dell’avvento della democrazia, continuano a suscitare un grande rispetto. Metà dei latinoamericani ritiene che tutti o quasi tutti i presidenti e parlamentari siano coinvolti in attività di corruzione. In nessun paese la quota di persone che ritiene che le élite governino per i propri interessi è inferiore al 60 per cento e negli ultimi anni è aumentata costantemente. Sempre più spesso gli elettori si allontanano dalla politica. Per il terzo anno consecutivo, il numero di chi dice che si asterrà è superiore a quello di chi afferma che andrà a votare.

I poveri si allontanano dalla politica più dei ricchi o della classe media. Per quanto riguarda il livello di sostegno alla democrazia, quello delle persone in difficoltà è del 10 per cento inferiore a quello delle persone senza problemi economici. I giovani sono più scettici degli anziani, il che non promette nulla di buono per il futuro della democrazia.

Le vulnerabilità
Circa duecento milioni di latinoamericani dotati di livelli d’istruzione più bassi, quasi il 30 per cento della popolazione totale, sono gli elettori più propensi ad abbandonare politici e leader tradizionali e a scegliere leader che promettono di risolvere i problemi con una “bacchetta magica”, scrive Latinobarómetro. Il sondaggio, che ha un margine d’errore del 3 per cento, è pubblicato in esclusiva da The Economist.

In Brasile, dove la soddisfazione nei confronti della democrazia è la più bassa tra i 18 paesi, la disillusione ha spianato la strada a Jair Bolsonaro, un ex paracadutista che ha esaltato la dittatura degli anni tra il 1964 e il 1985 per vincere la presidenza a ottobre, ottenuta grazie anche a un forte sostegno di elettori istruiti.

Nei paesi dove i leader stanno smantellando la democrazia, i cittadini l’apprezzano di più

A luglio il Messico ha eletto Andrés Manuel López Obrador, un populista di sinistra il cui partito, Morena, ha partecipato per la prima volta a un’elezione nel 2015. Senza essere un sostenitore della dittatura, propone di cambiare il funzionamento della democrazia delegando un maggior numero di decisioni agli elettori tramite referendum.

Marta Lagos, la direttrice di Latinobarómetro, teme che la democrazia in Argentina sia vulnerabile. La sua economia si avvia verso la recessione e la percentuale delle persone che si definiscono di classe media è scesa del 14 per centro dal 2013 al 2018, il principale calo in questa categoria tra tutti i paesi della regione.

Nei paesi dove i leader stanno smantellando la democrazia, i cittadini l’apprezzano di più. Anche se solo il 12 per cento dei venezuelani sono felici del modo in cui la loro “democrazia” funziona, il 75 per cento preferisce la democrazia a qualsiasi altro sistema. In Nicaragua, dove il regime sempre più dittatoriale di Daniel Ortega sta reprimendo le proteste da aprile, la soddisfazione nei confronti della democrazia è scesa dal 52 per cento dello scorso anno al 20 per cento, ma più della metà della popolazione continua a sostenere questo tipo di sistema. In maniera incoraggiante, anche il buon governo alimenta il sostegno alla democrazia. Paesi prosperi come l’Uruguay, la Costa Rica e il Cile, dove lo stato di diritto è relativamente ben consolidato, sono i paesi più soddisfatti del modo in cui funziona la democrazia.

Il miglior modo per aiutarla sta nei dirigenti politici che non pretendono di avere la bacchetta magica. Molti di loro sono appena saliti al potere. Tra questi ci sono Lenin Moreno in Ecuador e Martín Vizcarra in Perù, che hanno lanciato delle campagne contro la corruzione. Sebastián Piñera, il presidente di centrodestra del Cile da marzo, sta cercando di riformare l’economia e i programmi sociali. Il presidente di centrosinistra della Costa Rica, Carlos Alvarado, ha sconfitto un fondamentalista cristiano e sta cercando di riformare il sistema fiscale. Iván Duque, il presidente conservatore colombiano, ha appena cominciato il suo mandato. Se questi leader avranno successo rafforzeranno i tassi d’approvazione della democrazia, oltre che i loro personali tassi di gradimento.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale britannico The Economist.

Fonte: Internazionale, 3/12/2018

2

Programma Junior Professional Officer delle Nazioni Unite

Il Programma Giovani Funzionari delle Organizzazioni Internazionali, noto anche come Programma JPO, è un’iniziativa finanziata dal Governo Italiano attraverso la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e curata dal Dipartimento degli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite (UN/DESA).

Il Programma permette a giovani qualificati di avere un’esperienza formativa e professionale nelle organizzazioni internazionali per un periodo di due anni.

Lo scopo del Programma è duplice. Da una parte favorisce le attività di cooperazione delle organizzazioni internazionali associando giovani funzionari ad iniziative di sviluppo; dall’altra consente a giovani interessati alle carriere internazionali di compiere esperienze rilevanti che nel futuro ne potrebbero favorire il reclutamento da parte delle organizzazioni stesse o in ambito internazionale.

I requisiti necessari per poter accedere alla pre-selezione sono:

  • Essere nati il o dopo il 1 gennaio 1988 (1 gennaio 1985 se laureati in medicina)
  • Possedere la nazionalità italiana
  • Avere un’ottima conoscenza della lingua inglese e italiana
  • Avere ottenuto uno dei seguenti titoli accademici prima della scadenza per la presentazione delle candidature:
    • laurea specialistica/magistrale
    • laurea magistrale a ciclo unico
    • laurea/laurea triennale accompagnata da un titolo di Master universitario
    • Bachelor’s degree accompagnato da un titolo di Master universitario.

Nell’ambito dell’edizione 2018/2019 del Programma JPO si prevede l’assegnazione di un numero limitato di posizioni a candidati provenienti da alcuni paesi in via di sviluppo (“Least Developed Countries” e paesi prioritari per la cooperazione allo sviluppo italiana). La lista di tali paesi è disponibile sul sito http://www.undesa.it/.

I candidati provenienti da paesi in via di sviluppo dovranno soddisfare i seguenti requisiti per accedere alla preselezione:

  • Essere nati il o dopo il 1 gennaio 1988 (1 gennaio 1985 se laureati in medicina)
  • Avere un’ottima conoscenza della lingua inglese (la conoscenza della lingua italiana sarà considerata favorevolmente in sede di valutazione)
  • Avere ottenuto uno dei seguenti titoli accademici prima della scadenza per la presentazione delle candidature:
    • laurea specialistica/magistrale
    • laurea magistrale a ciclo unico
    • laurea/laurea triennale accompagnata da un titolo di Master universitario
    • Bachelor’s degree accompagnato da un titolo di Master universitario.

Data la natura altamente competitiva del Programma JPO e le crescenti competenze richieste dalle organizzazioni internazionali, le seguenti qualificazioni aggiuntive sono spesso considerate asset importanti in fase di valutazione:

  • Conoscenza di altre lingue ufficiali delle Nazioni Unite o lingue parlate nei paesi in via di sviluppo
  • Possesso di ulteriori titoli accademici e/o corsi di formazione rilevanti
  • Aver maturato una solida esperienza professionale, della durata di almeno un anno
  • Possesso di alcune capacità/competenze quali orientamento al cliente, lavoro di squadra, comunicazione, responsabilità, pianificazione e organizzazione del lavoro.

I candidati dovranno essere motivati e disposti ad adattarsi a diversi ambienti di lavoro. Inoltre, dovranno dimostrare impegno nei confronti dei valori fondamentali delle Nazioni Unite, cioè integrità, professionalità e rispetto della diversità.

La scadenza per l’invio online delle candidature è il 14 dicembre 2018 alle ore 15:00 (ora italiana). Si invita a consultare attentamente la pagina web How to Apply prima di iniziare la compilazione del formulario elettronico relativo al Programma JPO 2018/2019.

Le domande di partecipazione dovranno essere inviate online attraverso il sistema di “Online Web Application” (OWA) dell’ufficio UN/DESA di Roma raggiungibile dal sito www.undesa.it. Non verranno accettate domande pervenute per posta, email, fax o consegnate a mano. A causa dell’elevato numero di candidature previste verranno contattati esclusivamente i candidati preselezionati per le interviste. Per ulteriori informazioni consultare www.undesa.it o scrivere a JPOinfo@undesa.it.

Fonte: AOI

2

La prima donna presidente dell’Etiopia (e unica in tutta l’Africa)

Come ultima tappa della virtuosa rivoluzione politica che da mesi scuote l’Etiopia, questa mattina è stata nominata una donna ai vertici del Paese. Sahle-Work Zewde è infatti diventata presidente della Repubblica, la prima nella storia etiope e, oggi, la sola in tutta l’Africa.

Diplomatica di lungo corso, la Zewde ha promesso che lavorerà strenuamente per la parità di genere. La neopresidente ha anche esortato il suo popolo a consolidare la pace con l’Eritrea e di farlo «nel nome della madri perché sono loro che negli ultimi anni hanno sofferto maggiormente».

La sua nomina avviene una settimana dopo la formazione del governo del primo ministro Abiy Ahmed composto per metà da ministri donne, tra cui Aisha Mohammed, ministro della Difesa e Muferiat Kamil, alla testa del nuovo ministero della Pace, che controlla anche polizia e servizi di intelligence. Ora, Abiy Ahmed è lo stesso premier che, eletto lo scorso aprile, ha avviato un coraggioso programma di riforme, liberato migliaia di oppositori politici e messo in moto il processo di pace con la vicina Eritrea. «Se a portare avanti l’attuale cambiamento ci saranno sia gli uomini sia le donne, allora il risultato sarà la nascita di un’Etiopia senza più discriminazioni religiose, etniche e di genere», ha poi aggiunto Sahle-Work Zewde, che ricopriva fino a ieri la carica di rappresentante del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres presso l’Unione africana.

La sua nomina è stata approvata all’unanimità da entrambe le camere del parlamento di Addis Abeba. E Sahle-Work Zewde sostituirà Mulatu Teshome, che per motivi ancora oscuri s’è appena dimesso sei anni prima la fine del suo mandato. Sebbene la Costituzione etiope conferisca i massimi poteri al primo ministro, al presidente riserva tuttavia un ruolo rappresentativo di grande importanza.

Durante la sua lunga carriera diplomatica, la Zewde, 68 anni, è stata ambasciatrice dell’Etiopia in numerosi Paesi, tra i quali la Francia, Djibouti e il Senegal. Nata ad Addis Abeba e cresciuta in Francia, il nuovo Capo dello Stato etiope parla correntemente il francese, l’inglese e l’amarico, lingua locale.

«Governo e opposizioni devono capire che vivono sotto lo stesso tetto, e devono perciò concentrarsi su ciò che li unisce e non su ciò che li divide, per creare un Paese di cui essere fieri», ha aggiunto la presidente al termine della cerimonia d’investitura.

Appena giunta notizia della sua nomina al Consiglio di Sicurezza dell’Onu a New York, tra i diplomatici riuniti in un dibattito sulle “Donne, pace e sicurezza” sono scoppiati fragorosi applausi.

Fonte: Repubblica

0

Nicaragua: il numero dei morti del regime Ortega sale a 455

MANAGUA – Uno Sciopero Nazionale chiede la liberazione di centinaia di manifestanti. Lo sciopero nazionale del 7 settembre scorso in Nicaragua ha cercato di mettere pressione al governo di Daniel Ortega, chiedendo la liberazione di centinaia di persone imprigionate per aver partecipato alle manifestazioni che da aprile esigono che l’ex guerrigliero sandinista lasci il potere. Uno sciopero generale coordinato da Alianza Civica, un’organizzazione nata sotto la mediazione della Chiesa, che riunisce imprenditori, studenti, sindacalisti, dirigenti contadini e accademici al fine di negoziare con il governo una via d’uscita dall’attuale crisi politica, a cui si unirono il “grande commercio”, le aziende internazionali e le banche, congelando la capitale di Managua. Sulle prime, Alianza Civica doveva essere un organismo propulsore del dialogo nazionale, ma davanti alle derive violente del governo ha cominciato ad attivare forme di pressione sempre più incisive. Lo sciopero è stato un grido davanti al deterioramento dell’economia dopo ormai quasi cinque mesi di crisi.

Manifestanti accusati di terrorismo. I nicaraguensi si svegliano ogni giorno con notizie di nuovi arresti. Leader del movimento studentesco, medici, professori, attivisti o chiunque abbia partecipato o anche solo appoggiato indirettamente le manifestazioni contro il regime viene accusato di terrorismo e possibilmente arrestato. Il fenomeno del paramilitarismo, riconosciuto da numerose organizzazioni per i diritti umani, e che invece Ortega definisce “polizia volontaria”, detiene e trasferisce nelle celle del carcere popolarmente conosciuto come El Chipote e segnalato come centro di tortura da Human Right Watch. Il Centro per i diritti umani del Nicaragua (CENIDH) stima che oltre 400 persone siano state imprigionate a causa delle proteste.

I morti sono ormai 455. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU denuncia gli abusi del governo Ortega. Secondo l’ultimo rapporto del CENIDH i morti sono saliti a quota 455. Davanti a questi numeri il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito per discutere la crisi del paese centroamericano. L’incontro, convocato dagli Stati Uniti, che detiene la presidenza di turno del Consiglio, ha denunciato la violazione dei diritti umani e la brutale repressione scatenata da parte dello stato contro le manifestazioni pacifiche che chiedevano la fine del regime di Ortega, che dal 2007 governa con un pugno di ferro.

Ortega non ascolta e respinge le accuse. Il governo di Ortega sordo davanti alle accuse della comunità internazionale. L’ambasciatore Usa Nikki Haley ha avvertito che il Consiglio “non può essere un osservatore passivo “mentre il Nicaragua rischia di diventare uno” stato fallito “e” dittatoriale”, la replica del ministro degli Esteri del Nicaragua, Denis Moncada Colindres, non ha tardato descrivendo come “interferenza nella sovranità del paese” le accuse del Consiglio. Un atteggiamento che non stupisce e che era stato già confermato daI governo che alla fine del mese di agosto ha ordinato al rappresentante dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) e al suo gruppo di lavoro di lasciare il paese. Dopo l’espulsione di Guillermo Fernández Maldonado e della sua squadra le Nazioni Unite hanno denunciato le autorità di commettere abusi di forza e violazioni dei diritti umani contro i manifestanti. Ortega ha respinto le accuse, che ha descritto come “eccessive, parziali e soggettive”.

“L’ossessione per il potere” della coppia Ortega-Murillo. Il ministro degli esteri del Nicaragua Denis Moncada, in una lettera inviata al rappresentante regionale dell’Officina dell’Alto Commissionato della ONU, OACNUDH, ha affermato che la missione dell’ONU non era più necessaria. Contemporaneamente, lo scorso 10 settembre nel suo primo discorso come nuova commissaria davanti al Consiglio dei diritti umani dell’ONU, l’ex presidente cileno Michelle Bachelet ha parlato soprattutto della questione migratoria ed ha esplicitato la sua preoccupazione nei confronti della situazione in Nicaragua. Per il momento, la mobilitazione della comunità internazionale non è stata sufficiente per combattere quella che viene definita  “la fissazione per il potere” della coppia formata da Ortega e da sua moglie, la vicepresidente Rosario Murillo. Insomma, il dramma storico del Nicaragua, a quanto pare, non è ancora arrivato al suo ultimo atto.

Fonte: Repubblica, 21 settembre 2018
0

Ancora proteste in Nicaragua. OSA condanna la violenza

L’Organizzazione degli Stati americani (Osa) ha chiesto al Presidente nicaraguense Daniel Ortega di riprendere il dialogo nazionale, sospeso due mesi fa, e di collaborare nuovamente con la missione Onu per i diritti umani, che è stata espulsa dal Paese. Ieri marcia di protesta con migliaia di oppositori al regime.

Il Consiglio Permanente dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) ha approvato ieri una risoluzione sugli “eventi recenti in Nicaragua” in cui esprime la sua “forte condanna degli atti di violenza, repressione e violazioni dei diritti umani e degli abusi” commessi contro la popolazione del Nicaragua, come documentato dalla Commissione Interamericana per i Diritti Umani e dall’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.

Il sostegno alla risoluzione di 19 Paesi

La nuova risoluzione sul Nicaragua ha ottenuto il sostegno di 19 Paesi, 4 voti contrari, 9 astensioni e 2 assenti. Venezuela, Bolivia, Saint Vincent e Grenadine e Nicaragua hanno votato contro l’iniziativa. Dal canto suo il rappresentante di Managua, Luis Exequiel Alvarado Ramírez, ha ribadito che il suo governo “non riconosce” la risoluzione dell’Osa, che considera parte delle politiche “imperialistiche ed espansionistiche” di Washington. La risoluzione ha superato la soglia dei 18 voti necessari per essere approvata e ha avuto il sostegno di 19 Paesi, tra cui Cile, Colombia, Messico, Argentina, Perù e Stati Uniti.

Ripresa del dialogo nazionale

Il documento esorta il governo nicaraguense a rispettare l’impegno di fornire l’assistenza necessaria al meccanismo speciale di follow-up per il Nicaragua (Meseni) e al gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (Giei), “dando loro accesso e fornendo loro le informazioni necessarie per la corretta esecuzione del loro mandato”. Chiede inoltre che siano create le condizioni per ristabilire un dialogo serio tra le parti per redigere un calendario elettorale concordato congiuntamente nel contesto del processo di dialogo nazionale.

Ieri marcia dell’opposizione

“Vogliamo un Nicaragua libero, libertà per i prigionieri politici”: migliaia di persone hanno manifestato ieri nella capitale Managua per chiedere le dimissioni del presidente Daniel Ortega. Il Presidente, al potere da undici anni, è accusato dai suoi oppositori di aver instaurato una dittatura segnata dalla corruzione e dal nepotismo con la moglie e il vice-Presidente Rosario Murillo. La marcia, chiamata “Vamos ganando! (Stiamo vincendo!), è stata organizzata dall’Alleanza civica per la giustizia e la democrazia e da altri movimenti sociali di opposizione. Gli oppositori hanno anche chiesto il rilascio di più di 300 nicaraguensi imprigionati per essersi opposti al governo, così come elezioni anticipate nel 2019, due anni prima della scadenza ufficiale. La polizia antisommossa ha seguito la marcia senza intervenire e non sono stati segnalati incidenti.

Fonte: Vatican news, 14 settembre 2018

0

Guatemala: revocato il mandato alla Commissione ONU contro l’impunità

CITTA’ DEL GUATEMALA –  Le ultime nuove del governo di Jimmy Morales sono niente di meno che la revoca del mandato della Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala. Davanti a questa notizia, che scuote la già traballante situazione odierna del centroamerica, Erika Guevara Rosas, direttore di Amnesty International America, ha dichiarato: “La decisione del governo di non rinnovare il mandato della Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala, proprio quando il Congresso deve analizzare l’udienza preliminare contro il presidente Jimmy Morales, è una chiara manovra per indebolire la lotta contro l’impunità nel Paese”.

L’ombra di un colpo di stato. L’ultimo venerdì di agosto, il presidente Jimmy Morales ha lanciato il sasso, informando della volontà di violare l’accordo con le Nazioni Unite, stipulato dieci anni fa, in cui si istituiva la Commissione Internazionale contro l’impunità nel paese centroamericano (CICIG). Il CICIG è un organismo internazionale indipendente, il cui scopo è sostenere le istituzioni statali nelle indagini sui crimini commessi da membri delle forze di sicurezza illegali, cercando di smantellare questi gruppi clandestini, spesso collusi con lo stato. Oggi Morales non vuole rispettare gli ordini che la Corte costituzionale ha emesso, definendo le loro decisioni “illegali”. Durante l’annuncio del Presidente, era presente un insolito spiegamento di forze di sicurezza, proprio di fronte alla Commissione, un messaggio intimidatorio diretto a chi lavora per la giustizia e i diritti umani. Molti politici, diplomatici, giornalisti e attivisti si dichiarano preoccupati e sospettano che il governo stia per dare un colpo di stato.

Il timore di azioni violente. Ma andiamo per ordine, nel quartier generale della CICIG non sono mancati i momenti di tensione. Infatti già si temeva che le autorità entrassero per rimuovere con la forza il commissario, Iván Velásquez, il procuratore colombiano che dal 2013 ha dato una nuova direzione alle indagini concentrandosi sulle strutture di corruzione che collegano i grandi gruppi imprenditoriali, criminali e dei media con politici, funzionari e giudici. Un anno fa Morales ci aveva già provato, dopo che suo figlio e suo fratello erano stati accusati di corruzione, proprio dallo stesso Velasquez, che venne dichiarato persona no grata: una decisione annullata dalla Corte costituzionale.

Una minaccia per la stabilità del Paese. L’allontanamento coatto del Commissario Velasquez. L’allontanamento coatto è riuscito lo scorso martedì, approfittando di un viaggio di Velasquez a Washington Morales lo ha dichiarato una minaccia per la sicurezza e la stabilità del paese, vietandone il ritorno in Guatemala e chiedendo la sostituzione con Guterres, il quale si è negato esplicitando i suoi dubbi sulla legalità della decisione e affermando che il commissario continuerà a guidare le indagini dall’estero. La legge sull’immunità crea scontento nella società civile. Nel frattempo, una parte del Congresso ha lavorato duramente per riformare la legge di antecedenza, chiamata Pretrial, e per cercare di proteggere i funzionari statali dall’essere investigati. L’intenzione di un folto gruppo di deputati è quello di smantellare gli sforzi anti-corruzione avviate nel 2015 e decidere a piacimento sull’immunità di alcune figure politiche.

Una rescissione prematura e unilaterale. Inoltre, come ricorda il giurista Alexander Aizenstadt, i giudici stessi valuteranno se la riforma è compatibile con la Costituzione. Infatti, su molti di questi deputati e dei loro partiti pesa l’ombra della corruzione. Il giurista ritiene che la decisione di Morales “si scontri direttamente” con l’accordo con le Nazioni Unite: “Il suo effetto è di rescindere l’accordo prematuramente e unilateralmente”, dice, “qualcosa che non consente né la legge internazionale né quella guatemalteca”. Università, associazioni studentesche, organizzazioni sociali e gran parte della comunità internazionale si sono opposte alla tesi secondo cui la vera intenzione è distruggere le istituzioni repubblicane e porre fine alla lotta alla corruzione.

Articolo e foto: Repubblica 17 settembre 2018

0

Partecipa al Servizio Civile Universale presso Progetto Continenti

Da oggi puoi inviare la tua candidatura per il progetto Animare territori solidali coi minori” del Servizio Civile Universale presso Progetto Continenti!

Il bando del Servizio Civile Universale puoi scaricarlo al seguente link: http://www.serviziocivile.gov.it/media/756728/bando-nazionale.pdf

mentre quello del progetto specifico a questo link:

http://cipsi.it/wp-content/uploads/2018/08/sintesi-PROG_Animare-territori-solidali-coi-minori-rev.pdf

La domanda di partecipazione alla selezione e la relativa documentazione devono essere presentati al Cipsi, che è l’ente che realizza il progetto scelto con varie associazioni partner tra cui Progetto Continenti.

Qui troverai tutti gli allegati per la presentazione della domanda:

http://cipsi.it/invia-la-tua-candidatura-servizio-civile-universale-due-progetti-del-cipsi-in-italia-minori-e-diritto-allacqua/

Puoi inviare la domanda via PEC, con raccomandata a/r oppure presentarla a mano.

La data di scadenza è il 28 settembre 2018 (in caso di consegna a mano entro le ore 18:00).

Il Cipsi offre ai giovani l’opportunità di vivere, per 12 mesi, una significativa esperienza formativa e di crescita personale attraverso cui contribuire, a livello nazionale, a processi di coesione sociale e di impegno civile.

Grazie per il tuo interesse ed in bocca al lupo per la selezione!

0

«Vade retro Salvini», la Chiesa reagisce a certi toni sprezzanti

La Conferenza episcopale italiana. I singoli vescovi. Le iniziative di sacerdoti, religiosi, suore e laici impegnati. A vari livelli e in vario modo le comunità ecclesiali replicano a certe prese di posizioni del titolare del Viminale. Nulla di personale o di ideologico. Si tratta del Vangelo. L’ampia inchiesta di Famiglia Cristiana sul numero 30 in edicola da giovedì 26 luglio.

Dopo l’ennesima tragedia di migranti morti in mare (le vittime sono già 1.490, dal primo gennaio al 18 luglio), Famiglia Cristiana fa il punto sull’impegno della Chiesa italiana . Il giornale apre l’inchiesta con le riflessioni della presidenza della Conferenza episcopale italiana (Cei): «Come pastori non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto».

Famiglia Cristiana riprende inoltre le frasi più significative di numerosi vescovi come Mario Delpini (Milano, «Vorremmo che nessuno rimanga indifferenteche nessuno dorma tranquilloche nessuno si sottragga a una preghiera»), Matteo Zuppi (Bologna, «Le Ong non sono complici degli scafisti, se stanno lì vuol dire che c’è un problema»), Corrado Lorefice (Palermo, «Siamo noi i predoni dell’Africa! Siamo noi i ladri che, affamando e distruggendo la vita di milioni di poveri, li costringiamo a partire per non morire: bambini senza genitori, padri e madri senza figli»), Cesare Nosiglia (Torino, «Fa parte del problema anche l’esplodere di polemiche, l’aver trasformato certo dibattito pubblico in un’arena in cui chi vince non è questo o quel gladiatore, ma sempre il “padrone del circo”, il controllore dei canali mediatici, il manipolatore delle opinioni e dei sentimenti»), Antonio Staglianò (Noto, delegato per le migrazioni della Conferenza episcopale siciliana: «Salvini sbaglia a dire: “Prima i poveri italiani e poi quelli africani”. Noi non dovremmo neppure averne. Gli stranieri hanno sempre il diritto umano di essere accolti»), Gualtiero Bassetti (Perugia, presidente della Cei, «Non si può chiudere il porto quando arriva una nave che è piena di disgraziati che sono dei crocifissi, o per un motivo o per un altro; che nessuno sia lasciato morire in mare, lo chiedo con il cuore»).

Famiglia Cristiana ribadisce e fa sue le parole pronunciate dal cardinale Bassetti l’11 luglio, san Benedetto, nell’Abbazia di San Miniato al Monte, in Firenze:  non è una questione ideologica o di schieramento politico, si tratta di riaffermare «il pensiero della Chiesa», che «è quello della parabola del Buon samaritano. La logica del cristianesimo è quella di prendersi cura».

Nell’inchiesta sull’emergenza migranti Famiglia Cristiana pubblica anche testimonianze e storie di inserimento, nonché due editoriali. Il primo è firmato dal cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente nazionale della Caritas italiana, che invita a scegliere come bussola le parole del Papa. E circa i migranti, aggiunge: «Non accoglierli, chiudendo loro soprattutto il cuore, significa non riconoscere Dio presente in loro, e perciò rifiutarLo. Mi chiedo, rifiutare Dio non è un atto di ateismo? Dobbiamo dunque sporcarci le mani e non trincerarci dietro un silenzio talvolta complice». Il secondo editoriale è di don Antonio Mazzi: «Noi di Exodus abbiamo aperto in Calabria cinque strutture  per accogliere i minori.  Insegniamo la lingua italiana, li aiutiamo a recuperare quel poco di scuola che hanno fatto nei loro Paesi ma, soprattutto, ascoltiamo i loro dolori e le loro paure, curiamo la loro salute e tentiamo, con fatica, di far capire che in Italia ci sono anche persone che li amano e che fanno di tutto perché nel loro mondo e nel nostro torni un po’ di pace».

Fonte: famigliacristiana.it

Seleziona la tua donazione

  • 1 Backer

    Finanzia l'alimentazione di un bambino dell'asilo per un mese

  • Backers

    Sostieni il fornimento di un servizio di supporto psico-sociale a una donna

  • 1 Backer

    Sostieni tutte le spese per le attività della clinica per una settimana