Notizie | Progetto Continenti - Part 2

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Addio a padre Ernesto Cardenal

Padre Ernesto Cardenal è morto a Managua il 1 marzo 2020. Ne ha dato notizia la poetessa Gioconda Belli.
“Ti scrivo per avvertirti che Ernesto Cardenal, il nostro grande poeta, è appena morto all’età di 95 anni, dopo una vita di dedizione alla poesia e alla lotta per la libertà e la giustizia”. Gioconda ha aggiunto che il poeta sarà sepolto a Solentiname il prossimo giovedì o venerdì e ha invitato il popolo nicaraguense a una messa nella Cattedrale di Managua, lunedì 2 marzo.

Il poeta nicaraguense era nato a Granada nel 1925 e divenne noto con l’opera “Il corno piumato” ed anche per il suo ruolo nella rivoluzione sandinista e nel successivo governo. Il 4 marzo 1983, Papa Giovanni Paolo II lo aveva censurato per aver fatto parte del primo governo Ortega.

Esattamente un anno fa però Papa Francesco aveva annullato quelle ingiuste sanzioni canoniche concedendo con benevolenza lo scioglimento di tutte le censure dopo 35 anni durante i quali era stato sospeso dall’esercizio del ministero a causa della sua militanza politica. Papa Bergoglio ha accolto la richiesta, presentata dall’interessato, di essere riammesso all’esercizio del ministero sacerdotale. “Rivendico di essere stato sacerdote, poeta e rivoluzionario”, ha affermato Cardenal in una delle sue ultime uscite pubbliche.

Ernesto Cardenal è stato ministro della Cultura e della Pubblica istruzione negli anni Ottanta, subito dopo la rivoluzione sandinista, in occasione della prima presidenza di Daniel Ortega. In quella veste accolse Giovanni Paolo II all’aeroporto di Managua e venne dal Papa pubblicamente rimproverato e invitato a mettersi in regola con le norme canoniche che proibiscono l’impegno politico ai sacerdoti.

Tuttavia la scelta di Ernesto Cardenal appare più che giustificata nelle circostanze drammatiche di un paese che cercava di imboccare la via della giustizia sociale dopo una dittatura come quella di Somoza che aveva acuito la distanza tra ricchi e poveri, consolidando il ruolo dell’oligarchia che in Nicaragua (come praticamente in tutta l’America Latina con la sola eccezione di Cuba) continua a detenere le chiavi dell’economia e che ancora oggi esprime e controlla i vescovi locali.

Una situazione per molti versi simile a quella che sta attraversando il Venezuela, paese che Ernesto Cardenal ha conosciuto molto bene e sul quale ha scritto pagine da rileggere.

L’analisi del padre Ernesto Cardenal sull’educazione in Venezuela

“Fuori non si sa che in Venezuela si sta completando una campagna d’alfabetizzazione e che presto l’analfabetismo sarà a tasso zero. L’ educazione ora si fa anche in lingue indigene, che sono 38, e si fanno pubblicazioni in queste lingue. La lingua ufficiale ormai non è solo lo spagnolo, ma lo sono anche le lingue indigene. Ci sono tre indigeni/e nell’assemblea nazionale (parlamento) e fino a poco fa un’indigena era ministra dell’Ambiente e Risorse Naturali”, ha scritto il grande poeta e teologo (della Liberazione)

In effetti in Venezuela l’educazione è diventata di massa. “L’educazione – sono ancora le parole di padre Cardenal – ha reintegrato milioni di persone che prima ne erano escluse. I programmi di educazione cominciano dai bambini di un anno”. Le scuole bolivariane, in cui non si paga nulla, sono per i bambini che prima non potevano pagare l’iscrizione a una scuola. Si tratta di scuole di educazione integrale, con pranzo e merenda, e con cultura e sport oltre agli insegnamenti dell’educazione di base. E soprattutto non si tratta di scuole separate dalla comunità”.

Fonte: Faro di Roma

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Il “giorno del ricordo” etiope

l 19-20 e 21 febbraio 1937, furono massacrati più di 30.000 cittadini etiopi, quasi tutti civili, anziani, donne, bambini e mendicanti.

La data del 19 febbraio per il  popolo, quello etiopico il “Giorno della Memoria” per ricordare le atrocità terribili  commesse  durante il periodo dell’aggressione e poi dell’occupazione – fra il 1935 ed il 1941 – da parte dell’Italia fascista. Una giornata che è stata assunta a simbolo di tutti quegli anni in cui gli etiopi dovettero subire sofferenze, sacrifici e lutti indimenticabili.

30 mila almeno furono le vittime in soli tre giorni come rappresaglia per l’attentato compiuto contro il viceré Rodolfo Graziani ed altri gerarchi del suo seguito nella città di Addis Abeba.

Una giornata dunque tragica, che oltre ad essere ricordata in Etiopia, viene celebrata nelle maggiori città del mondo dove sono presenti e vivono numerosi cittadini della diaspora etiopica.

GABRIELLA GHERMANDI è una musicista e scrittrice di origine etiope

Fonte: articolo e foto di Controradio del 19/02/2020

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Padova capitale europea del volontariato

Padova eletta Capitale europea del volontariato 2020

L’annuncio è arrivato proprio il 5 dicembre. È la prima città italiana ad ottenere questo riconoscimento. Il presidente del Csv Emanuele Alecci: “C’è un’Italia che vince, ed è l’Italia del volontariato”

“Padova mostra esempi specifici e multipli di come sostenere e incoraggiare i volontari di diversi gruppi e settori, – si legge nelle motivazioni della scelta – oltre ad un’ampia varietà di organizzazioni di volontariato. Ha un’attenzione particolare – si legge ancora – a come contribuire all’inclusione sociale e al benessere delle persone vulnerabili attraverso il volontariato”. Tra le ragioni che hanno colpito la giuria è stata anche citata la possibilità data ai richiedenti asilo di fare volontariato, in base ad uno specifico accordo che comprende anche la formazione, nonché il grande sostegno organizzativo al Corpo europeo di solidarietà attraverso l’ufficio Progetto giovani. La giuria ha poi sottolineato il ruolo chiave svolto dal Csv locale nell’attuazione di progetti di volontariato e nel supporto ai volontari sotto vari punti di vista.

Dopo Barcellona, Lisbona, Londra e Sligo, Aarhus e Kosice (scelta per il 2019) Padova è anche la prima città italiana ad ottenere questo riconoscimento; una candidatura sostenuta dall’amministrazione comunale, ma proposta e preparata dal Centro di servizio per il volontariato provinciale, il cui presidente Emanuele Alecci, ha detto: “C’è una Italia che vince, ed è l’Italia del volontariato. Il percorso che abbiamo fatto da marzo ad oggi è stato molto intenso e bello per le relazioni che sono nate o si sono rinforzate. Da qui prosegue il “laboratorio” Padova e sono sicuro che sarà un entusiasmante cammino verso il 2020, con un’apertura a livello veneto, italiano ed europeo”.

Oltre alle già note iniziative di impegno civile nate qui e diventate patrimonio nazionale, quali Civitas, Banca Etica, Fondazione Zancan, Beati costruttori di Pace, oggi, con 6.400 realtà del terzo settore censite e 280mila volontari, Padova è ancora punta di diamante del volontariato italiano, una realtà che saprà ben governare il ruolo di Capitale europea nel 2020.

“Che si vinca o che si perda Padova e il suo volontariato sono cambiati. Viviamo questa opportunità come strumento per rinnovarci” aveva detto lo stesso Alecci a Vita il 16 novembre scorso. Ora ci sono tutte le carte in regola per affrontare questa sfida.

Il concorso per la Capitale europea del volontariato è stato lanciato dal Cev nel 2013, con l’obiettivo di celebrare e promuovere il volontariato e l’impatto dei volontari a livello locale, dando riconoscimento alle municipalità che lo sostengono e lo rafforzano, favorendo le collaborazioni fra i Centri di servizio europei e le stesse organizzazioni.

Quella che ha decretato Padova come vincitrice del concorso è una giuria internazionale di personalità chiave legate al volontariato, che rappresentano la società civile, il settore privato, profit, nonché le istituzioni dell’UE. Questi i componenti: Cristina Rigman, Presidente Cev; Cristian Pîrvulescu, Comitato economico e sociale europeo; Jacob Bundsgaard, sindaco di Aarhus, capitale europea del volontariato 2018; Kieran McCarthy, Comitato delle regioni; Mary Ann Hennessey, Consiglio d’Europa; Michaela Sojdrova, Parlamento europeo; Paula Guimarães, Banca Montepio, Rete europea del volontariato dei dipendenti (EVEN); Szilvia Kalman, Commissione europea.

Fonte: CSV net

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Abbandono e immobilità della cooperazione allo sviluppo in Italia

Le rappresentanze delle reti di organizzazioni non governative e della società civile CINI, AOI e LINK 2007 lanciano l’allarme rispetto allo stato di abbandono e immobilità politiche in cui versa il settore

Nella settimana in cui il Governo discute l’elenco delle priorità per il seguito della Legislatura, le rappresentanze delle reti di organizzazioni non governative e della società civile CINIAOI e LINK 2007 lanciano l’allarme rispetto allo stato di abbandono e immobilità in cui versa il settore della cooperazione allo sviluppo.

«Ci auguriamo che il Governo colga questa occasione per dare nuovo impulso e significato politico ad un settore chiave per l’articolazione delle relazioni e dei partenariati internazionali del nostro Paese: un settore che ha urgentissimo bisogno di strategia, orizzonti, risorse e progettualità», affermano Raffaele Salinari, Paola Crestani, Silvia Stilli a nome delle tre reti.

A cinque anni dall’approvazione della Legge n. 125 del 2014, che si impegnava a rilanciare la cooperazione allo sviluppo italiana con un sistema moderno, al passo con i tempi e con le tante sfide presenti e future, tanti impegni restano solo sulla carta.

Manca innanzitutto un interlocutore politico, dal momento che la delega alla Cooperazione internazionale, dopo mesi di attese, non è ancora stata assegnata ad un Viceministro, come prescrive la legge 125, presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Manca anche una programmazione triennale che delinei la visione strategica, gli obiettivi di azione e i criteri di intervento della cooperazione italiana: il documento approntato per il triennio 2019-21, infatti, non è mai divenuto operativo, non avendo mai acquisito il parere del Parlamento, né l’approvazione dal Comitato interministeriale per la cooperazione allo sviluppo e del Consiglio dei Ministri, così come previsto dalla legge.

Da due anni non viene nemmeno riconvocato il Consiglio Nazionale della Cooperazione allo sviluppo, strumento permanente di partecipazione, consultazione e proposta, indispensabile per la produzione dei pareri del mondo non governativo. Il modello “multistakeholder” di cui lo scorso anno il Governo si è fatto vanto a Parigi, nel corso dell’esame periodico a cui viene sottoposta la cooperazione italiana da parte dell’OCSE-DAC, nonostante sia previsto dalla legge, rimane sostanzialmente inattuato.

Ancora, e non certamente secondarie, le risorse: a seguito dei deludenti risultati portati dal Disegno di Legge di Bilancio 2020-2022, il rapporto fra Aiuto Pubblico allo Sviluppo e ricchezza nazionale, secondo i dati OCSE-DAC, regredisce dallo 0,30% del 2017 allo 0,25% del 2018, ad anni luce di distanza dall’obiettivo dello 0,70% del PIL da raggiungere entro il 2030.

Anche l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo non versa in buone condizioni: innovazione introdotta dalla L.125/2014, l’Agenzia rimane oggi – dopo quattro anni di operatività – ancora priva delle risorse finanziarie ed umane sufficienti a farla funzionare a regime, anche a causa del mancato avvio degli indispensabili concorsi pubblici.

Inoltre, non ci sono date certe per l’indizione del bando per progetti di cooperazione delle organizzazioni della società civile, già saltato nel 2019.

Infine, alla luce dell’integrazione delle competenze del commercio estero all’interno del MAECI, manca un confronto serio per l’implementazione di un meccanismo efficace di verifica e di attuazione della coerenza delle politiche, tra i pilastri più cruciali dell’Agenda 2030.

AOI, CINI e LINK2007 ricordano che la cooperazione internazionale è “parte integrante e qualificante della politica estera dell’Italia” (art. 1 della L.125/2014), nonché uno strumento ineludibile per affrontare le sfide del nostro tempo, dai cambiamenti climatici alla tutela dei diritti, dalle migrazioni alle diseguaglianze crescenti, dalla stabilità alla pace.

«Ci appelliamo al Governo perché utilizzi l’occasione della definizione dell’Agenda 2023 per dare un forte segnale di discontinuità rispetto alla grave situazione di stallo e di disimpegno istituzionale nel settore», concludono Raffaele Salinari (portavoce del CINI), Silvia Stilli (portavoce di AOI) e Paola Crestani (presidente di Link 2007).

Fonte: Articolo di Vita.it del 12/02/2020
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Quando una società è civile? Se solidale e…

Una società è civile se solidale e compassionevole

«Una società merita la qualifica di “civile” se sviluppa gli anticorpi contro la cultura dello scarto; se riconosce il valore intangibile della vita umana; se la solidarietà è fattivamente praticata e salvaguardata come fondamento della convivenza». Lo ha detto il 30 gennaio papa Francesco ai partecipanti all’assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, riunita per riflettere sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita. Il Pontefice ha spiegato che la dottrina cristiana non è un sistema rigido e chiuso in sé, è una realtà dinamica che, rimanendo fedele al suo fondamento, si rinnova di generazione in generazione e si compendia in un volto, in un corpo e in un nome: Gesù Cristo Risorto. In questo contesto – ha sottolineato – «la fede ci spalanca al prossimo e ai suoi bisogni, da quelli più piccoli fino ai più grandi». «La trasmissione della fede – ha aggiunto – esige che si tenga conto del suo destinatario, che lo si conosca e lo si ami fattivamente». Un amore ed una attenzione al malato in cui la compassione scrive la “grammatica” del farsi carico e del prendersi cura della persona sofferente. L’esempio del Buon Samaritano – ha detto il Papa – insegna che è necessario convertire lo sguardo del cuore, con compassione: «Senza la compassione chi guarda non rimane implicato in ciò che osserva e passa oltre; invece chi ha il cuore compassionevole viene toccato e coinvolto, si ferma e se ne prende cura». Il Pontefice ha invitato a creare attorno al malato una vera e propria piattaforma umana di relazioni che, mentre favoriscono la cura medica, aprano alla speranza, specialmente in quelle situazioni-limite in cui il male fisico si accompagna allo sconforto emotivo e all’angoscia spirituale. A tale proposito ha ribadito che «l’approccio relazionale − e non meramente clinico − con il malato, considerato nella unicità e integralità della sua persona, impone il dovere di non abbandonare mai nessuno in presenza di mali inguaribili». «La vita umana – ha affermato – conserva tutto il suo valore e tutta la sua dignità in qualsiasi condizione, anche di precarietà e fragilità, e come tale è sempre degna della massima considerazione». Un esempio di come comportarsi di fronte a malati inguaribili è Santa Teresa di Calcutta, che ha vissuto lo stile della prossimità e della condivisione, preservando, fino alla fine, il riconoscimento e il rispetto della dignità umana, e rendendo più umano il morire. Ha scritto Madre Teresa: «Chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno, non è vissuto invano». A tale riguardo, il Papa ha indicato il tanto bene che fanno gli hospice per le cure palliative, dove i malati terminali vengono accompagnati con un qualificato sostegno medico, psicologico e spirituale, perché possano vivere con dignità la fase finale della loro vita terrena, confortati dalla vicinanza delle persone care. Ed ha auspicato che tali centri continuino ad essere «luoghi nei quali si pratichi con impegno la “terapia della dignità”, alimentando così l’amore e il rispetto per la vita». Papa Francesco ha concluso congratulandosi per la recente pubblicazione del documento elaborato dalla Pontificia Commissione Biblica circa i temi fondamentali dell’antropologia biblica. «Con esso – ha sostenuto – si approfondisce una visione globale del progetto divino, iniziato con la creazione e che trova il suo compimento in Cristo, l’Uomo nuovo, il quale costituisce la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana».

Fonte: Articolo di Antonio Gaspari, Orbisphera

Foto: vatican news

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ONG trasparenti – anche PC tra le 120 in lista

Sfiora il miliardo di euro il valore economico delle ONG italiane attive nell’aiuto umanitario. Lo si apprende da Info-Cooperazione, punto di riferimento della comunità degli operatori nella Cooperazione Internazionale. Per la precisione, la somma dei bilanci delle entrate inseriti volontariamente nel portale opendata Open Cooperazione dalle 120 più importanti organizzazioni italiane si attesta sopra i 943 milioni, ma si tratta di un dato ancora parziale, destinato a superare abbondantemente il miliardo di euro.

Una crescita d’impegno oltre il 28,7%, tra 2015 e 2018. Il dato economico del settore non governativo è in costante crescita negli ultimi cinque anni nonostante la riduzione dei fondi pubblici destinati all’aiuto allo sviluppo e la pressione mediatica che ha visto le ONG sotto attacco negli ultimi 3 anni per le vicende legate alle attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale. Più 7,5% è l’aumento registrato tra 2017 e 2018, più 28,7% la crescita tra 2015 e 2018. Stabile invece la composizione delle entrate, per le ONG il rapporto tra fra fondi pubblici e fondi privati si attesta anche nel 2018 rispettivamente a quota 60% e 40%.

Da dove provengono i fondi. I fondi pubblici alle ONG arrivano dai cosiddetti finanziatori istituzionali:
– quasi il 35% dall’Agenzia italiana per la Cooperazione (AICS) e dal MAECI (Ministero degli Esteri)
– un altro 35% dall’Unione Europea (UE+Echo)
– quasi il 20% dagli enti territoriali attraverso la Cooperazione decentrata
– il restante 10% da agenzie delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali.
– I fondi privati, oltre a quelli derivanti dalle donazioni liberali individuali, arrivano attraverso il canale fiscale del 5×1000 (36,8%), da donazioni o partnership con le aziende (30,8%), dalla filantropia delle Fondazioni (24,9%) e dalle chiese (7,5%).

Le ONG “pioniere della trasparenza”. Aumenta la propensione alla divulgazione dei dati, le ONG – stando al rapporto di Info-Cooperazione – si confermano apripista in materia di reponsabilità e trasparenza. Anche grazie a Open Cooperazione, sempre più organizzazioni del settore rendono pubbliche informazioni economiche e gestionali come nessun altro attore della società civile. Nel 2018 ben 49 organizzazioni hanno raggiunto un rank di trasparenza superiore al 95%, nel 2015 erano meno della metà. Negli ultimi quattro anni è cresciuto del 10% il numero di organizzazioni che sottopongono il loro bilancio economico ad una certificazione esterna operata da auditor di revisione indipendente. Oggi, il 90% delle ONG con bilancio superiore a 1 milione di euro ha un bilancio certificato. Una tendenza molto positiva che va ben oltre i dettami di legge e anticipa lo spirito della riforma del Terzo Settore che prevede a partire dal prossimo anno obblighi di trasparenza per tutti gli enti del terzo settore.

“La smentita clamorosa delle campagne diffamatorie”. “Credo che questo impegno di trasparenza delle ONG – secondo Elias Gerovasi, ideatore e curatore del progetto Open Cooperazione – continuerà a porterà i suoi benefici anche sul lungo periodo e smentisce clamorosamente la campagna diffamatoria che alcune forze politiche continuano ad operare a danno delle Organizzazioni Non Governative. Sono proprio quelle forze politiche che in materia di trasparenza hanno invece macroscopici problemi e in alcuni casi sono già state condannate a risarcire lo stato (ad esempio i 49 milioni della Lega) o in altri casi gestiscono in modo opaco le finanze della politica attraverso fondazioni e associazioni che dovrebbero prendere esempio dalle ONG per rendere conto in modo trasparente ed efficace dei fondi pubblici e privati che percepiscono”.

Le risorse umane: in Italia e all’estero oltre 22 mila persone. A crescere però non è soltanto il valore economico, aumentano le risorse umane impiegate nel settore in Italia e all’estero superando quota 22 mila. Sono 3.114 gli operatori impiegati in Italia e 19.234 all’estero, 53% uomini e 47% donne. Per gli operatori in Italia resta alta la fetta di contratti a tempo indeterminato (oltre il 45%), poco più del 10% ha contratti a tempo determinato, il 29% è contrattato a progetto e il 15% attraverso consulenze a partita IVA. A questa community si aggiunge poi il preziosissimo contributo del lavoro volontario. In crescita anche le risorse umane mobilitate dalle ONG nel volontariato. I volontari attivi e volontari in Servizio Civile che hanno operato per le ONG nel 2018 raggiungono quota 21.460, in crescita di quasi mille unità.

La geografia della cooperazione Si stabilizza la carta geografica della cooperazione internazionale delle ONG italiane. In vetta si confermano gli stati africani: Kenya, Mozambico, Etiopia, Senegal, Burkina e Congo si consolidano come i paesi più frequentati e aiutati dalle ONG. Unici paesi non africani nella top 10 sono Brasile, Palestine, Bolivia, India e Peru. Educazione e istruzione restano il temi predominanti dei progetti delle ONG (83%), 73% si occupa di sviluppo delle capacità e formazione e 71% di salute e sanità. A seguire il supporto allo sviluppo rurale e l’aiuto umanitario (67%).

Importante però precisare che… Le classifiche e i valori sopra citati si riferiscono ai dati inseriti nel database di Open Cooperazione relativamente all’anno 2018. I dati si aggiornano in tempo reale sulla base di quanto viene progressivamente inserito e pubblicato dalle organizzazioni in maniera autonoma e volontaria. I dati relativi alle tendenze pluriennali si riferiscono a un campione omogeneo di organizzazioni che hanno inserito i dati negli ultimi 4 anni (2015-2016-2017-2018). Tutti i dati citati si riferiscono ai valori presenti sul portale Open Cooperazione in data 15 gennaio 2020.

Fonte: foto ed estratto dell’articolo di La Repubblica, 20/01/2020

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L’ETIOPIA SOGNA UNA FLOTTA MILITARE

L’Etiopia è lo stato più popolato al mondo a non avere una flotta navale, dismessa negli anni Novanta. Ad aprile 2018, il premier Abiy Ahmed annuncia di voler dar vita a una nuova marina etiope, generando rumors e indiscrezioni. Le ultime arrivano da un settimanale locale, The Capital, e riportano un’ipotetica strutturazione di questa nuova branca delle forze armate etiopi, su cui ha già messo gli occhi la Francia di Emmanuel Macron. Il processo di creazione di una vera e propria Marina richiederebbe risorse finanziarie e umane ingenti e costanti nel tempo, ma avrebbe delle implicazioni geopolitiche molto rilevanti.

Imperial Ethiopian Navy

Nel 1950, In seguito alla Seconda guerra Mondiale, le Nazioni Unite decidono di federare l’Eritrea, ex colonia italiana, con la monarchia etiope. L’Eritrea diviene così il naturale, e unico, sbocco marittimo per l’Etiopia, grazie ai suoi porti, in particolare Assab e Massawa. È proprio qui che nel 1955, per volontà dell’ultimo imperatore etiope Hailé Selassié, è fondata La Marina Imperiale Etiope, che entrerà effettivamente in azione come servizio indipendente, e non come branca delle forze armate, nel 1958. In questi tre anni i futuri membri della Marina, seguono diverse tipologie di addestramenti intensivi.

Grazie alle capacità diplomatiche di Hailé Selassié, l’Etiopia può avvalersi del supporto di trainer della Royal Navy britannica, della Marina norvegese e di quella italiana. Sono create tre basi navali (Massawa, Assab, Isole Dahalak) e un centro di reclutamento e addestramento ad Asmara. I primi mezzi sono forniti, invece, dagli Stati Uniti d’America, con cui l’Etiopia è schierata durante la guerra fredda. Nel 1974 l’imperatore Hailé Selassié è brutalmente ucciso ed è instaurata una dittatura genocidiaria nota come Derg. Alla guida di questo regime c’è Menghistu Hailé Mariàm, il quale impone un cambio di sponda nell’ambito delle relazioni politiche, orientando l’Etiopia, ed anche le operazioni navali, in funzione filo sovietica. La guerra civile porrà fine al Derg nel 1991 e, contestualmente, alla Marina etiope, per impossibilità di operare a causa della nuova indipendenza raggiunta dall’Eritrea – che diverrà ufficiale solamente nel 1993. Da questo momento in poi l’Etiopia è uno stato landlocked, senza uno sbocco sul mare, senza una flotta navale e senza una marina.

Stando a quanto riporta il settimanale etiope, il premier Abiy Ahmed, in un incontro svoltosi in ottobre con il presidente gibutino Ismail Omar Guelleh, avrebbe avviato le trattative per la creazione di una base navale a Djibouti. I rapporti tra i due Stati sono ottimi: dalle due strade asfaltate e dalla linea ferroviaria che collegano l’Etiopia a Djibouti, passa il 95% dell’import/export etiope. L’Etiopia negli ultimi anni ha accelerato il processo di espansione economica nel Corno d’Africa, anche grazie all’acquisizione di diversi stalli in porti somali e sudanesi, ma non ha una flotta in grado di proteggere le proprie navi. Di contro, stati come Kenya e Somalia hanno vasti territori costieri, ma non la potenza per creare una forza navale in grado di render indipendente il Corno d’Africa dalla massiccia presenza straniera.

Sembra si sia già inserita in questo progetto la Francia. Nel corso di una visita nello scorso marzo, Emmanuel Macron ha espresso il notevole interesse francese per la cooperazione con l’Etiopia in questo senso e le prime indiscrezioni parlano di un aiuto di circa 100 milioni di euro. Un’abile mossa, conveniente soprattutto alla Francia, già presente nell’area con una base militare a Djibouti e interessata a contrastare l’espansione economica e militare della Cina nella regione. È probabile che altre potenze coinvolte, come gli Emirati Arabi Uniti, la stessa Cina e gli Stati Uniti non se ne staranno a guardare, con l’Italia che continua a essere un grande punto interrogativo.

Creare da zero una Marina militare, con la sua flotta e i suoi apparati non è impresa semplice, soprattutto per uno Stato che non ha un naturale sbocco sul mare ed è soggetto a una forte instabilità politica. Garantire il costante afflusso di risorse e uomini per rifondare la Marina etiope potrebbe essere la più importante riforma, ed anche forma di propaganda, di Abiy Ahmed. Intanto a Mexico Square, ad Addis Abeba, sembra aver aperto un ufficio temporaneo per i primi arruolamenti. Dopo oltre un quarto di secolo l’Etiopia tenta il ritorno in mare.

Fonte: Foto e articolo di Inside over, 4/12/2019

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Restare umani – Trentennale di Progetto Continenti a Bitonto

Sedetevi un attimo, chiudete gli occhi e provate a riportare le lancette del tempo indietro di trent’anni. Era il 1989. Giulio Andreotti si avvicendava a Ciriaco De Mita, come presidente del consiglio, e a capo della repubblica era inseditato Francesco Cossiga. In radio spopolavano Madonna, Tina Turner, i Depeche Mode, Raf e Zucchero.

Che l’abbiate vissuto o che non foste ancora nati; che sia stato un anno di svolta nella vostra vita personale oppure uno grigio, uguale a tanti altri; che vi sembri siano passati tre giorni anziché tre decenni oppure che lo avvertiate come un tempo remoto, è innegabile che il 1989 abbia stravolto l’assetto del mondo: trent’anni fa, infatti, cadeva il muro di Berlino e, con esso, sembrava concludersi una stagione di divisioni e conflitti.

Ironia della sorte, nello stesso periodo si costituiva – e questo è un primato tutto italiano – la Lega Nord, il movimento politico che nella sua “gloriosa” storia tanto ha contribuito in maniera diretta e indiretta all’erezione di nuovi muri (stavolta mentali), primo dei quali, in ordine cronologico, quello che oppone il nord “ricco e laborioso” al sud “fannullone”.

Tra questi due estremi, è possibile collocare nel 1989 un ulteriore avvenimento: la nascita dell’associazione Progetto Continenti. Organizzazione non governativa di ispirazione cristiana, opera nei campi della solidarietà e della cooperazione internazionale ed è presente in diversi paesi in via di sviluppo (principalmente in Centro America, Sud-est Asiatico e Corno d’Africa) dove, in collaborazione con le realtà locali, ha implementato oltre 160 progetti rivolti a bambini, giovani e donne in condizioni di essoluta povertà e fragilità socio-politica.

Per fare un bilancio dei primi trent’anni di attività, oltre che per discutere dei principali cambiamenti avvenuti nel mondo proprio in questi anni, la sezione bitontina di Progetto Continenti ha organizzato una tavola rotonda, col coordinamento di Marco Tribuzio, presso il Traetta, dal titolo Popoli senza frontiere: #restiamo umani. Il confronto – a cui è seguito un bel momento musicale animato dai Time 2Quartet e dagli Otherwise live duo – ha avuto come principali interlocutori Giuseppe Florio, fondatore, presidente dell’associazione e biblista, e don Matteo Moretti, docente universitario di Diritto del commercio internazionale ed Etica economica, ma anche teologo e sacerdote dell’arcidiocesi ecuadoriana di Portoviejo.

Definiti ultras della solidarietà, i due relatori hanno dibattuto principalmente sulla crisi della democrazia e sull’avanzata in Europa e nel mondo dei populismi, talmente efficaci nel cavalcare l’onda della rabbia, inculcando violenza e paura del diverso, da rendere necessaria l’organizzazione di una sorta di contropropaganda che ci ricordi costantemente la necessità di rimanere umani. Ma cosa vuol dire esattamente? “Restare umani non è un senso di pietà generico -spiega Giuseppe Florio, con parole che sono pietre- e non è neanche indignarsi ed essere in disaccordo, perché, uno, soprattutto se cristiano, lo sa già che deve schierarsi dalla parte delle vittime. Essere umani vuol dire agire e riportare al centro l’uomo; e per farlo bisogna cominciare a parlare di superamento delle logiche neoliberiste, di lavoro e di redistribuzione della ricchezza”.

Otherwise live duo

Restare umani vuol dire non farsi soggiogare dalla logica della frontiera che regola attualmente le relazioni internazionali -prosegue don Matteo Moretti o, meglio, Matteo come preferisce essere chiamato. “Essa porta antagonismo e paura reciproca. Al contrario, dobbiamo recuperare il concetto di confine che, a differenza di quello che si potrebbe pensare, ha un significato bellissimo perché presuppone sì la delimitazione degli stati, ma contiene nella sua etimologia anche un senso di comunità dato dal cum che presuppone rapporti di buon vicinato e creazione di un diritto internazionale che faccia gli interessi di tutti”, ha spiegato.

Tanti i punti toccati nel corso delle quasi due ore dell’incontro: globalizzazione, crisi di rappresentanza politica, fake news, diritti e doveri dei cittadini in democrazia e, soprattutto, il ruolo della chiesa nel mondo odierno: una chiesa che, in linea con il pensiero di papa Francesco, opera in accordo con il vangelo e dalla parte dei più deboli.

Da sin. Marco Tribuzio, Giuseppe Florio e don Matteo Moretti

La forza dei populismi sta nel portare avanti continuamente una critica tanto violenta quanto superficiale nei confronti di non ben precisate élite –conclude Matteo- e invece noi dobbiamo fare autocritica, perché solo così si cresce. Il problema, infatti, non sono solo i Salvini del mondo ma anche i cristiani che li votano. E noi, come chiesa, abbiamo il dovere di chiederci cosa stiamo sbagliando. Ma questo vale per chiunque e in qualunque campo”.

Fare autocritica, dunque, per mettere a nudo i nostri difetti e per riconoscersi, nella propria infinita fallibilità, umani come le decine di centinaia di migliaia di altri esseri umani che popolano questo nostro pianeta, al di là dei muri, dei limiti e delle barricate. Che tanto, prima o poi, sono destinati a cadere.

Nella foto in alto, l’incontro al teatro Traetta di Bitonto

Fonte: Articolo di Giada Schiavino, 13/11/2019 primopiano.info

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Grazie ad Eugenio Melandri

Eugenio Melandri, era un amico, da tantissimo tempo. E resta un amico. Scrivo queste righe così, di getto, con imbarazzo e con tanti pensieri e ricordi che si accavallano. Non sono certo nelle condizioni di fare un ricordo ‘bello’ e ‘completo’ di Eugenio. Ci sarà tempo, con più calma. Anche se la vedo dura ricordare Eugenio in modo completo. Proprio una settimana fa, domenica 20 pomeriggio, eravamo con lui, a gioire con le lacrime agli occhi perché, dopo 30 anni, tornava a presiedere l’Eucarestia. Grazie a papa Francesco, al vescovo Matteo Zuppi di Bologna, alla sua ‘famiglia’ Saveriana, con il vescovo Giorgio Biguzzi, gli altri fratelli, con  Albino Bizzotto, Tonio Dell’Olio e tante amiche e amici, ‘compagni’ di viaggio. Sì, perché quello di Eugenio è stato un viaggio nella vita molto intenso. E la vita l’ha voluta vivere tutta, intensamente, fino all’ultimo, dicendo sempre Gracias a la vida, come titolava ogni suo post su Facebook. Missionario saveriano, per alcuni anni giovane direttore della rivista Missione Oggi (gli ho cambiato anche il nome, ci diceva domenica). E con quella rivista ha seminato umanità, passione, documentazione. Ha promosso campagne, ha fatto entrare nelle case e nel cuore di tante persone scritti con parole vere. Non posso dimenticare la bellissima riflessione sulle Beatitudini intitolata: “Sinfonia dei folli”. Poi la campagna contro i mercanti di morte. Il lavoro intenso che ha portato alla legge 185/90 sul commercio delle armi. Me lo avevi raccontato qualche mese fa per una intervista pubblicata su Mosaico di pace. E in questa lotta al tuo fianco c’è stato sempre il tuo grande amico, don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e Presidente Nazionale di Pax Christi. Piangevi di gioia quando insieme, a Molfetta, aspettavamo papa Francesco il 20 aprile 2018: erano 25 anni dalla morte di don Tonino. E volevi andare a celebrare la tua Messa proprio ad Alessano, da don Tonino. Con lui avevamo condiviso la marcia a Sarajevo nel dicembre 1992, con altri 500 ritenuti ‘folli’. Mi sembra che ti arrivassero telefonate. Eravamo sullo stesso pulmann, per convincerci a non metterci in quell’impresa. Ci sono delle belle foto con te a Sarajevo. A credere che è possibile un mondo di pace, anche, e forse ancora di più, quando c’è una guerraCon noi c’era anche il vescovo Bettazzi. Tu eri parlamentare, eletto nelle liste di Democrazia Proletaria. Hai fatto quella scelta sofferta, ma convinta. Sapevi che ti sarebbe costata, ma era un tuo modo di essere ‘missionario’. In fondo Eugenio hai sempre avuto una faccia sola. Il tuo amore per il Vangelo tradotto nell’amore per i poveri era sempre lo stesso. Missione Oggi, Chiama l’Africa, SenzaConfine, Solidarietà Internazionale… Quanta passione ci hai messo. E quando qualche mese fa hai incontrato papa Francesco e gli hai parlato delle tue scelte, dell’impegno nella politica, lui ti ha abbracciato e ti ha detto “hai fatto bene”. Eri l’uomo più felice del mondo. Un bambino nel senso più bello del termine, che piangeva di gioia dopo quell’incontro. Lo hai raccontato benissimo su FB, come sai fare tu. Sì, perché Eugenio – (e ora mi sono accorto che ero passato al tu diretto, forse giornalisticamente non è corretto, ma è così, con Eugenio si parla col cuore) –  sapeva scrivere davvero bene! Sapeva raccontare di ogni cosa con passione. Delle sue avventure con la malattia, dei suoi momenti di fatica, di dolore e di paura… E mentre leggi cadono le lacrime sulla tastiera, come ha scritto un amico. Sì, Eugenio ci ha insegnato anche a piangere, a non avere vergogna della propria debolezza. Ce lo diceva domenica scorsa parlandoci da seduto: di solito sono le persone importanti che fanno i discorsi da seduti, io invece sto seduto perché non ce la faccio a stare in piedi, e non mi vergogno della mia debolezza.

Eugenio è morto la domenica mattina, giorno della resurrezione. La Parola di Dio nella liturgia faceva risuonare “Il povero grida e il Signore lo ascolta”. E San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.” Tu ci hai insegnato a vivere con passione ma, come ci dicevi parlando della tua mamma, ci hai  anche insegnato come si muore. Con la gioia dentro, come qualcuno mi diceva oggi.

Sì, sono convinto, e non lo penso solo io, che sia un disegno della Provvidenza dietro alla Parabola della vita di Eugenio. Un uomo sempre in ricerca, un disobbediente, un innamorato della vita, dei poveri. “Compagno è una bellissima parola, – ci dicevi domenica – E’ impegnativa! Significa spezzare il pane. Compagno vuole dire che io non posso vivere se non faccio vivere gli altri insieme con me.”    E anche le parole di Francesco all’Angelus, pochi minuti dopo la tua morte, sono un segno, credo, della Provvidenza.  “Per il cammino che verrà, invochiamo la Vergine Maria, venerata e amata come Regina dell’Amazzonia. Lo è diventata non conquistando, ma “inculturandosi”: col coraggio umile della madre è divenuta la protettrice dei suoi piccoli, la difesa degli oppressi. “

Ciao Eugenio. Grazie!

d. Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi

Fonte: Famiglia Cristiana, 27/10/2019 Foto: farodiroma.it

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Nobel per la pace al primo ministro etiopico

ADDIS ABEBA – Abiy Ahmed Ali, il quarantaduenne nuovo primo ministro dell’Etiopia, da bambino era soprannominato Abiyot, che vuol dire ‘rivoluzione’. Nel 1976, suo anno di nascita, era un nome e un soprannome abbastanza comune, dal momento che si inseriva nella scia della retorica e delle aspettative etiopiche successive all’insediamento del Derg (1974). Quel soprannome, che al nuovo premier etiopico è rimasto appiccicato nel tempo, è tornato prepotentemente in superficie con la sua nomina alla guida del Paese delle scorse settimane.

Le aspettative che porta con sé. La nomina di Abiyot, infatti, sta portando con sé molte aspettative, la prima delle quali è proprio quella di ‘rivoluzionare’ l’ambiente politico etiopico: vuoi per i suoi 42 anni – è il più giovane capo di governo nella lunghissima storia dell’Etiopia – vuoi soprattutto per la sua appartenenza di nascita alla comunità Oromo, la comunità che negli ultimi anni ha guidato l’opposizione reale (fatta di manifestazioni, scontri, morti e migliaia di prigionieri) al governo che oggi Abiyot è chiamato a rappresentare. Aspettative che il giovane premier ha alimentato durante il discorso di insediamento trasmesso in diretta televisiva quando ha dichiarato di voler lavorare a uno sviluppo inclusivo e promuovere un processo di riconciliazione nazionale coinvolgendo l’opposizione, nonché di voler costruire relazioni diplomatiche pacifiche con la vicina Eritrea. I

In Etiopia le parole non sono mai casuali. Piuttosto si preferisce tacere. Sorridere e tacere. “A tutti gli etiopi, quelli che vivono all’estero e in patria, dico che occorre perdonare”, ha invece detto il premier nel suo primo discorso, senza tuttavia specificare se e quando abbia intenzione di revocare lo stato d’emergenza in atto nel Paese dalle dimissioni di Hailemariam Desalegn. E tali parole paiono collegarsi alla storia personale di Abiyot, che sembra riportare il ritratto di un uomo di dialogo, di confronto, di lavoro sotterraneo, più che di una figura di rottura, dirompente e rivoluzionaria. O forse proprio per questo, in un Paese orgoglioso e in cui troppo spesso si tende ad arroccarsi inutilmente sulle proprie posizioni in maniera testarda, la figura di Abiy Ahmed potrebbe diventare davvero rivoluzionaria.

La sua biografia. Nato in una famiglia musulmana, Abiyot è cresciuto con i nonni oromo musulmani e cristiani. A 14 anni ha combattuto contro il regime socialista del Derg, entrando in una piccola formazione Oromo coordinata dai ribelli tigrini, occasione che gli ha consentito di imparare il tigrino. Entrato giovane nell’esercito ha studiato informatica e crittografia. Dopo la caduta del Derg ha proseguito la carriera militare affiancando studi sul dialogo, sulle strategie di de-escalation dei confronti violenti e studi sulle comunicazioni e l’informatica. Durante la carriera militare ha lavorato nelle comunicazioni e nell’intelligence. È stato inviato nel Rwanda post-genocidio nell’ambito della missione Onu e al confine tra Etiopia ed Eritrea tra il 1998 e il 2000 per lavorare nella raccolta informazione.

Tra i fondatori dei nuovi servizi segreti. Successivamente venne inviato nella sua città natale in qualità di ufficiale dell’esercito per mettere fine ai gravi e violenti scontri interreligiosi che contrapponevano cristiani e musulmani. Riuscì ad appianare tensioni e violenze, ritagliandosi un ruolo di mediatore interreligioso che sarà chiamato a giocare ancora negli anni successivi. Nel 2007 il vero salto, che vede Abiy diventare uno dei cofondatori dei nuovi servizi segreti etiopici, l’Ethiopian Information Network Security Agency (Insa), di cui fu sin da subito vicedirettore, per poi ricoprire dal 2008 al 2010 il ruolo di direttore. Tra i più strenui oppositori oromo al governo, il nome di Abiy Ahmed era stato criticato quando era cominciato a circolare ancor prima della nomina perché ritenuto troppo legato all’establishment politico-militare che ha gestito il Paese dopo la caduta del Gerd chiudendo tutti gli spazi per altre forze. Eppure da quando Abiyot è diventato premier, anche le voci più critiche si sono spente. Probabilmente anche queste sono in attesa di vedere quale dialogo riuscirà a costruire la ‘rivoluzione’ di un uomo delle istituzioni.

Fonte: Articolo di Massimo Zaurrini 11/10/2019, La Repubblica

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