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Nicaraguensi in esilio per la grave situazione socio-politica nel paese

A un anno dall’inizio della crisi politica e sociale che ha colpito il Nicaragua, sarebbero 62.000 le persone fuggite nei Paesi confinanti, e la stragrande maggioranza di queste, circa 55.500 persone, cerca rifugio in Costa Rica. Molti – in un flusso che perlopiù è costituito da rifugiati – hanno dovuto attraversare le frontiere irregolarmente per evitare di essere scoperti, spesso camminando per ore lungo terreni accidentati ed esposti alla forte calura, all’umidità e al rischio di contrarre la malaria. Inizialmente il flusso era costituito principalmente da adulti, ma ora fuggono oltre confine anche famiglie, a volte con figli piccoli.

Secondo l’Autorità per le Migrazioni della Costa Rica, a marzo 2019 erano circa 29.500 i nicaraguensi che avevano formalmente presentato domanda d’asilo. Ma con le strutture di accoglienza messe a dura prova, ve ne sono altri 26.000 in attesa di vedere le proprie domande formalizzate. Fra i richiedenti asilo vi sono studenti, ex funzionari pubblici, esponenti politici di opposizione, giornalisti, medici, attivisti per i diritti umani e agricoltori. In numeri significativi necessitano di cure mediche, supporto psicosociale, alloggio e assistenza alimentare. Sia l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) sia la Commissione Interamericana dei Diritti Umani (IACHR) hanno espresso preoccupazione per l’aggravarsi della situazione in Nicaragua a partire da aprile 2018, denunciando gravi violazioni dei diritti umani perpetrate nei confronti di quanti hanno preso parte alle proteste contro il governo e di quanti li hanno sostenuti.

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sottolinea gli sforzi compiuti dalla Costa Rica per facilitare alle persone in fuga l’ingresso sul proprio territorio e l’accesso alla procedura d’asilo. “Sforzi che sono ancora più ammirevoli considerata la pressione notevole a cui sono soggetti il sistema d’asilo e le comunità locali”, si legge in un documento diffuso dall’UNHCR, che sta sostenendo il governo al fine di rafforzare le capacità di accoglienza e di ridurre i tempi necessari per prendere in carico i casi dei nuovi arrivati. Sono stati messi a disposizione 30 ulteriori esperti per la determinazione dello status di rifugiato (case adjudicators), nonché uffici, corsi di formazione e attrezzature per incrementare la capacità dell’Unità Rifugiati del governo, sia nella capitale San José sia nella sede di Upala, vicino al confine, aperta a dicembre 2018.

L’UNHCR ha inoltre sostenuto il dispiegamento del personale dei suoi partner lungo il confine e a San José per facilitare l’implementazione di una risposta efficace e coordinata con le autorità statali. L’accesso all’istruzione primaria è garantito a tutti i bambini in Costa Rica, indipendentemente dal loro status giuridico: l’UNHCR ha sostenuto le scuole primarie situate lungo il confine settentrionale che hanno accolto alunni nicaraguensi, mettendo a disposizione banchi, sedie e articoli di cancelleria. Senza una soluzione politica alla crisi in Nicaragua, è probabile che le persone continueranno a fuggire.

È necessario raccogliere fondi con urgenza per rafforzare la risposta umanitaria dell’UNHCR volta a consentire ai richiedenti asilo che ne hanno estremo bisogno di accedere agli aiuti, invece di dover ricorrere a lavori informali per pagarsi affitto e alimenti a prezzi fuori dalla loro portata. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, insieme ad altre agenzie delle Nazioni Unite, sta sviluppando un piano di risposta umanitaria inter-agenzie al fine di sostenere il governo nel soddisfare le esigenze immediate di richiedenti asilo e comunità di accoglienza in condizioni di crescente vulnerabilità.

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Il calo dell’aiuto della cooperazione italiana allo sviluppo

Calano gli aiuti internazionali verso i paesi in via di sviluppo. Gli ultimi dati OCSE mostrano come la spesa complessiva da parte dei 30 paesi membri nel 2018 sia scesa del 2,7% rispetto al 2017; una riduzione che solo in parte si giustifica con il taglio della spesa per l’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo e che colpisce i paesi più poveri. Uno scenario triste in cui l’anno scorso i paesi ricchi hanno destinato in media solo lo 0,31% del proprio reddito nazionale lordo agli aiuti allo sviluppo, ossia quanto stanziato già nel 2017, ma ben al di sotto dell’obiettivo dello 0,7% fissato ormai 50 anni fa e raggiunto a oggi solo da Svezia, Norvegia, Regno Unito, Lussemburgo e Danimarca.

Risorse per gli aiuti pari alle fortune di Bezos. “L’aiuto allo sviluppo proveniente dai paesi ricchi è solo di poco superiore alle fortune di Jeff Bezos, l’uomo più facoltoso del mondo – ha detto Francesco Petrelli, consulente sui temi della finanza per lo sviluppo di Oxfam Italia. Un dato semplice che descrive quanto l’attuale sistema economico funzioni bene solo per l’1% e male per il restante 99%. Il drastico calo degli aiuti ai più poveri e vulnerabili è desolante, perché in fondo non si sta facendo altro che voltare le spalle a chi lotta per la sopravvivenza”.

“Autiamoli a casa loro”? : scende il contributo iraliano per l’Africa.Diminuisce pericolosamente il volume dell’APS italiano, passando dai 5.858,03 milioni di dollari nel 2017 ai 4.900,1 milioni di dollari nel 2018, pari allo 0,23% del reddito nazionale lordo e in netto calo rispetto allo 0,30% del 2017. Si tratta di una riduzione drastica del 21,3% che fa guadagnare all’Italia la maglia nera tra tutti i paesi OCSE. “L’anno scorso con lo 0,30% di Aiuto Pubblico, avevamo raggiunto con tre anni di anticipo sulla tabella di marcia l’obiettivo intermedio fissato entro il 2020, in relazione al traguardo dello 0,70 fissato dall’Agenda 2030 per la realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile – aggiunge Petrelli – Oggi ogni traguardo appare lontano e, soprattutto, rimane puro slogan quell’incitamento ad aiutare i più poveri a casa loro”.

Preoccupa la scelta di ignorare anche i paesi poverissimi. Dal 2012, per la prima volta quest’anno, si assiste a una riduzione degli aiuti internazionali in settori e paesi cruciali: meno 31,9% verso i paesi dell’Africa sub-sahariana (da 324, 8 milioni di dollari nel 2017 a 221,3 del 2018), meno 17,2% verso i paesi meno sviluppati (da 326,5 milioni di dollari nel 2017 a 270,5 nel 2018), meno 37,7% per i costi dei rifugiati, dovuto in gran parte alla diminuzione dei flussi migratori verso le coste italiane. “Mentre il calo dei costi per i rifugiati trova una spiegazione nel blocco imposto ai flussi dei migranti dall’Africa, a destare maggiore preoccupazione sono proprio le riduzioni di stanziamenti verso paesi poverissimi o in via di sviluppo. – conclude Petrelli –  Ai paesi a minore tasso di sviluppo (LDCs), l’Italia destina per esempio un misero 0,06%, rispetto allo 0,15% raccomandato dall’ONU, pur trattandosi della metà dei 22 paesi prioritari per la cooperazione italiana”.

L’aiuto allo sviluppo ai tempi della disuguaglianza. C’è una tabella di marcia che Oxfam indica in un nuovo rapporto, per rendere l’aiuto allo sviluppo una leva certa di contrasto alle crescenti disuguaglianze e dunque alla povertà estrema. In questo momento, il 10% della popolazione mondiale vive in povertà estrema: senza un’inversione di tendenza, secondo le stime della Banca Mondiale, entro il 2030 l’87% dei poveri del mondo vivrà nell’Africa sub-sahariana, in quegli stessi paesi dove la disuguaglianza economica è ormai insostenibile. Basti pensare che ad oggi dei 20 paesi con i massimi livelli di disuguaglianza al mondo, ben 7 si trovano in Africa, mentre oltre tre quarti delle famiglie nei paesi in via di sviluppo vivono in contesti in cui la disuguaglianza di reddito è oggi maggiore rispetto agli anni ’90.

Gli obiettivi indicati da Oxfam. Il report “L’aiuto allo sviluppo ai tempi della disuguaglianza” evidenzia appunto come la povertà potrà essere sradicata, solo se nei prossimi anni saranno finanziati interventi che abbiano al centro strumenti concreti di riduzione delle disuguaglianze nei paesi in via di sviluppo.

Un obiettivo non rinviabile, che potrà essere raggiunto dai grandi donatori attraverso poche ma cruciali mosse chiave:

·         stabilire, in base a quanto indica la Banca Mondiale, alle cooperazioni bilaterali di tutti i paesi donatori di fissare due obiettivi giuridicamente vincolanti, per valutare l’efficacia dell’aiuto attraverso la riduzione di (a) disuguaglianza e (b) povertà. Misurando l’impatto che essi hanno avuto nel ridurre il gap tra i redditi del 10% più ricco della popolazione e il 40% più povero;

·         cessare di utilizzare gli aiuti per finanziare partenariati pubblico-privati soprattutto in settori che forniscono servizi essenziali come sanità e istruzione. Un modus operandi che in Paesi a basso reddito non fa che portare a processi di privatizzazione che producono l’esclusione delle fasce più povere e vulnerabili della popolazione, esposte ad un aumento esponenziale dei costi per l’accesso ai servizi. Va invece favorito un aumento di aiuti pubblici destinati a sanità e istruzione, che soprattutto nei paesi poveri sono cruciali per la riduzione delle disuguaglianze.

·         lo stanziamento di aiuti in grado di mobilitare nuove risorse, attraverso il rafforzamento di sistemi fiscali progressivi, in grado di svolgere una doppia funzione: ridistribuire la ricchezza e dare impulso alla spesa per servizi pubblici in grado di ridurre le disuguaglianze. Oxfam ha calcolato che se i Paesi in via di sviluppo realizzassero entro il 2020 un aumento delle entrate fiscali interne di un solo 2%, i loro bilanci beneficerebbero di un aumento di 144 miliardi di dollari in più all’anno, una cifra molto vicina l’intero ammontare dell’aiuto mondiale (153 miliardi di dollari);

·         aumentare gli aiuti destinati a combattere la disuguaglianza di genere. Nel 2015-16, secondo un’analisi dei programmi realizzata dall’OCSE, nonostante i progressi dei donatori, solo il 4% aveva l’eguaglianza di genere come obiettivo principale, il 33% come obiettivo secondario e il restante 63% non la menzionava affatto. Si tratta di un ritardo molto grave, basti pensare che da oggi al 2025, se tutte le donne avessero pari opportunità lavorative, l’economia mondiale crescerebbe di 28.000 mila miliardi di dollari;

·         smettere di utilizzare gli aiuti per sostenere strategie commerciali e politiche interne, sottraendo di fatto risorse essenziali per la lotta alla povertà nei paesi in via di sviluppo. Ad esempio con il ricorso all’utilizzo dei budget per gli aiuti, per sostenere l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati all’interno dei propri confini.

Fonte: Repubblica, 11 apr 2019

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Guatemala: rischio di amnistia di criminali di guerra

Il Guatemala muore letteralmente di fame: oltre l’80% dei guatemaltechi. In totale, tre milioni di persone vivono in condizioni di estrema povertà (23%) e altri dieci milioni di persone vivono in povertà (59%), mentre la ricchezza è concentrata in un numero sempre minore di mani. Il Guatemala è il 127° paese su 189. Un’Apocalisse che ha costretto i quasi 17 milioni di persone che vivono nel paese a camminare vicino al baratro.

Thelma Aldana, mandato di cattura e candidata alla presidenza

Su Thelma Aldana, ex procuratore generale del Guatemala tra il 2014 e il 2018 grava un mandato d’arresto per appropriazione indebita, frode fiscale e menzogne. Ordine di cattura emesso poco prima di confermare la sua candidatura alle elezioni presidenziali del prossimo 16 di giugno con Jonathan Menkos.

Thelma Aldana, di 63 anni, che ha deciso di presentarsi alle elezioni con il partito politco Movimiento Semilla, si trova ora in El Salvador e si rifiuta di tornare per paura della sua integrità fisica e perché non avrà un processo equo. Denuncia inoltre che veicoli con targa guatemalteca stazionano nella vicinanza della sua ubicazione, e trattandosi del Guatemala non è né uno scherzo né un’esagerazione.

L’ex procuratore generale Aldana, denuncia che tutto ciò riguarda la vendetta contro di lei per i suoi anni nel processo, in cui molti sono stati condannati, e per le sue pretese elettorali di guidare un movimento politico di sinistra. Movimento che aspira a rovesciare elettoralmente l’attuale governo e le élite che lo controllano per iniziare a minare le strutture di abuso e oppressione che esistono nel paese e che nessuno in base ai dati esistenti in termini di disuguaglianza e ricchezza può nascondere.

Le chiavi del caso

In un caso tanto complesso come questo, dove ci sono accuse incrociate, conviene avvicinarsi il più possibile ai fatti per non perdersi in un percorso senza via d’uscita. Il primo elemento di sospetto circa l’attuale presidente del Guatemala, Jimmy Morales, lo possiamo trovare quando all’inizio di quest’anno, l’8 gennaio, ha ordinato l’espulsione entro 24 ore dalla Commissione Internazionale contro l’Impunità in Guatemala (CICIG) – appartenente all’ONU -.

Questa commissione ha lavorato per undici anni con la Procura Generale, riuscendo a disattivare parte dell’enorme rete di corruzione in cui il paese è avviluppato. Questo lavoro, eseguito con diverse personalità, una di queste Thelma Aldana ha causato l’arresto dell’ex presidente del paese centroamericano, Otto Pérez Molina, il suo vice presidente e diversi ministri per crimini contro l’umanità. È, sicuramente, il buon lavoro della commissione il motivo per cui la Corte costituzionale del Guatemala ha sospeso la decisione di Jimmy Morales di espellere la CICIG.

Un secondo elemento che può aiutarci a trovare un po’ di luce nella foresta oscura di accuse si trova nelle recenti indagini condotte dalla CICIG prima di essere espulsa: indagava sul finanziamento elettorale illegale ricevuto dall’attuale presidente, Jimmy Morales. E senza commissione non ci sono indagini.

Infine, un terzo elemento di grande valore è l’intento dell’attuale presidente di concedere l’amnistia per i crimini contro l’umanità commessi durante la guerra civile che si è verificata nel paese (1960-1996). Amnistia che violerebbe la Costituzione del Guatemala modificando la Legge di riconciliazione nazionale e i trattati internazionali sui diritti umani firmati dal paese.

La legge di amnistia del 1996 aveva lasciato fuori i responsabili di crimini contro l’umanità (omicidio, sequestro di persona e stupro) che hanno portato alla condanna di 42 soldati, 1 guerrigliero e dei processi legali ancora in corso attualmente per 4.000 membri delle forze sicurezza del paese e 87 ex guerriglieri.

Pertanto, il presidente Jimmy Morales vuole scagionare gli autori di crimini contro l’umanità, che non sembra una grande notizia né lo lascia in una buona posizione. Per questo motivo, Human Rights Watch, la Corte interamericana per i diritti umani e le Nazioni Unite si oppongono alla modifica della legge di amnistia.

L’orrenda disuguaglianza guatemalteco e la situazione drammatica delle donne

Il Guatemala è un paese precipitato nell’orrore di una guerra civile da quasi quarant’anni dalla quale non è ancora uscito, e diviso a causa dell’emendamento alla legge di amnistia che mira a dimenticare più di 250.000 morti, più di 600 massacri, 45.000 desaparecidos e oltre un milione di sfollati. Oblio che si produce in un paese di innegabile ricchezza – il quinto più grande esportatore di caffè e zucchero nel mondo – ma con povertà estrema, dato che il 49% dei bambini sotto i 5 anni soffre di malnutrizione cronica, un tasso che lo posiziona al quarto posto globalmente dietro Burundi, Tanzania e Zambia.

Povertà caratterizzata in Guatemala dalla disuguaglianza. Ad esempio, del tasso sopra menzionato di bambini sotto i 5 anni con malnutrizione cronica, il 70% di loro sono indigeni. Pertanto, le popolazioni indigene e le aree rurali sono le comunità più colpite, il che è evidente del fatto che il Guatemala è il secondo paese al mondo con la più grande disuguaglianza quando si tratta di accedere alla terra, solo dietro al Brasile.

La disuguaglianza, come è noto, è un indicatore quasi infallibile di corruzione e di carenze democratiche, soprattutto se parliamo di paesi in cui le risorse naturali non scarseggiano. Il Guatemala è, quindi, un paese ferito dalla guerra civile e saccheggiato dalle élite.

Come se ciò non bastasse, la situazione delle donne è assolutamente drammatica in un paese tradizionalmente machista e patriarcale. Più di 500 donne vengono uccise ogni anno senza, nella maggior parte dei casi, che vengano compiute indagini – solo il 4% dei casi termina con una condanna (nel 2017 ci sono stati 45.775 reati di violenza contro le donne e 813 omicidi). Le donne vengono stuprate, torturate o mutilate con totale impunità e gettate per le strade come se fossero spazzatura, atrocità commesse nel 60% da un uomo in stretto rapporto con la donna (padre, fratello, patrigno, ecc.).

Il futuro incerto

In questo caso, né gli Stati Uniti né i loro alleati occidentali hanno dato alcun ultimatum al presidente guatemalteco per cambiare il suo atteggiamento, né il paese è entrato a far parte della cosiddetta “Troika del male”. Forse succederà se Thelma Aldana dovesse arrivare alla presidenza e mettere in atto meccanismi per la redistribuzione del reddito e la spesa sociale, ma al momento l’Occidente ha altre priorità prima del Guatemala.

Non sappiamo ancora se l’ex procuratrice Aldana abbia la capacità di rubare che gli viene attribuita, ma è più che indiscutibile che il Guatemala sarà un paese migliore con un ex procuratrice che ha imprigionato corrotti e criminali con le Nazioni Unite che con un presidente che intende concedere l’amnistia a chi si è macchiato di crimini contro l’umanità.

Fonte: articolo del 26/03/2019 de l’Antidiplomatico

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Proposte presentate al Forum delle Disuguaglianze e Diversità

Dopo due anni di lavoro, l’impegno di oltre duecento persone, fra ricercatori e membri delle organizzazioni di cittadinanza attiva, presentate oggi a Roma 15 proposte.

Tutti parlano di disuguaglianze. Anche quelli che hanno concorso in questi ultimi trent’anni a produrle. Perché le disuguaglianze sono tornate a crescere, prima di tutto quelle di ricchezza. E la percezione di abbandono, disattenzione o impotenza da parte delle classi dirigenti ha prodotto paura, risentimento, rabbia.

L’idea che la tua povertà o vulnerabilità, il degrado del tuo territorio, il peggioramento dei servizi essenziali per te e la tua comunità, il mancato riconoscimento della tua persona siano “inevitabili” ti toglie la forza per poterti emancipare e ti lascia aperta solo la strada della rabbia verso gli altri, magari ancora più deboli di te.

Ma non c’è nulla di ineluttabile nelle disuguaglianze. È una menzogna costruita nell’ultimo trentennio. Le disuguaglianze sono il frutto di politiche pubbliche errate, di un minore potere del lavoro, di un cambiamento del “senso comune”. Ce lo ha insegnato Anthony Atkinson. È dunque possibile ridurre le disuguaglianze. Con un cambio di rotta radicale su questi tre fronti. Dopo due anni di lavoro, l’impegno del di oltre duecento persone, fra ricercatori e membri delle organizzazioni di cittadinanza attiva, ha permesso di presentare oggi, 15 proposte.

Proposta n. 1 La conoscenza come bene pubblico globale: modificare gli accordi internazionali e intanto farmaci più accessibili

Si propongono tre azioni che mirano ad accrescere l’accesso alla conoscenza. La prima azione riguarda la promozione, at-traverso l’UE, di una modifica di due principi dell’Accordo TRIPS che incentivi la produzione e l’utilizzo della conoscenza come bene pubblico globale. Le altre due azioni riguardano il campo farmaceutico e biomedico; si propone, sempre attra-verso l’UE, di arrivare a un nuovo accordo per la Ricerca e Sviluppo, in sede di Organizzazione Mondiale della Sanità, che consenta di soddisfare l’obiettivo del “più alto livello di salute raggiungibile” e, contemporaneamente di rafforzare l’iniziativa negoziale e strategica affinché i prezzi dei farmaci siano alla portata dei sistemi sanitari nazionali e venga assicurata la pro-duzione di quelli per le malattie neglette.

Proposta n. 2. Il “modello Ginevra” per un’Europa più giusta

Si propone di promuovere a livello europeo degli “hub tecnologici sovranazionali di imprese” che si occupino di produrre beni e servizi che mirino al benessere collettivo, partendo dalle infrastrutture pubbliche di ricerca esistenti ed estendendo il loro ambito di azione dalla fase iniziale della catena di creazione di valore a quelle successive. L’obiettivo è quello di sfruttare il successo di forme complesse e autonome di organizzazione per rendere accessibili a tutti i frutti del progresso scientifico e affrontare il paradosso attuale per cui un patrimonio di open science prodotto con fondi pubblici viene di fatto appropriato privatamente da pochi grandi monopoli.

Proposta n. 3 Missioni di medio-lungo termine per le imprese pubbliche italiane

Si propone di assegnare alle imprese pubbliche italiane missioni strategiche di medio lungo periodo che ne orientino le scelte, in particolare tecnologiche, verso obiettivi di competitività, giustizia ambientale e giustizia sociale. I punti di forza della pro-posta sono: l’identificazione di un presidio tecnico; la trasparenza della responsabilità politica; il monitoraggio dei risultati; la garanzia della natura di medio-lungo termine degli obiettivi; e il rafforzamento delle regole a tutela dell’autonomia del management.

Proposta n. 4 Promuovere la giustizia sociale nelle missioni delle Università italiane

Si propongono quattro interventi integrati per riequilibrare gli attuali meccanismi che inducono le Università a essere disattente all’impatto della ricerca e dell’insegnamento sulla giustizia sociale: introdurre la giustizia sociale nella valutazione della terza missione delle Università; istituire un premio per progetti di ricerca che accrescono la giustizia sociale; indire un bando per progetti di ricerca che mirano a obiettivi di giustizia sociale; valutare gli effetti dell’insegnamento universitario sulla forbice di competenze generali delle giovani e dei giovani osservata all’inizio del percorso universitario.

Proposta n. 5 Promuovere la giustizia sociale nella ricerca privata

Si propone di introdurre, nei criteri per l’allocazione dei finanziamenti pubblici alla ricerca privata, parametri che inducano le imprese a tener conto degli effetti delle loro scelte sulla giustizia sociale e che le sollecitino a promuoverla.

Proposta n. 6 Collaborazione fra Università, centri di competenze e piccole e medie imprese per generare conoscenza

Si propone di valorizzare, sviluppare e diffondere in modo sistematico le esperienze in corso in alcune parti del territorio italiano, che vedono reti di PMI collaborare con le Università e con altri centri di competenza per superare gli attuali ostacoli derivanti dalla concentrazione della conoscenza e produrre conoscenza condivisa che consenta un recupero della loro competitività.

Proposta n. 7. Costruire una sovranità collettiva sui dati personali e algoritmi

Si propone che l’Italia compia un salto nell’affrontare i rischi che derivano dalla concentrazione in poche mani del controllo di dati personali e dalle sistematiche distorsioni insite nell’uso degli algoritmi di apprendimento automatico in tutti i campi di vita. La strada è segnata dalle esperienze e dalla mobilitazione che altri paesi stanno realizzando su questo tema: mettere alla prova il Regolamento Europeo per la Protezione dei Dati che fissa principi all’avanguardia sul piano internazionale; rea-lizzare un ampio insieme di azioni, specie attorno ai servizi urbani, che vanno da una pressione crescente sui giganti del web alla sperimentazioni di piattaforme digitali comuni; rimuovere gli ostacoli allo sviluppo delle comunità di innovatori in rete.

Proposta n. 8 Strategie di sviluppo rivolte ai luoghi

Si propone di disegnare e attuare nelle aree fragili del paese e nelle periferie strategie di sviluppo “rivolte ai luoghi” che tragga-no indirizzi e lezioni di metodo dalla Strategia nazionale per le aree interne; strategie che, attraverso una forte partecipazione degli abitanti, combinino il miglioramento dei servizi fondamentali con la creazione delle opportunità per un utilizzo giusto e sostenibile delle nuove tecnologie.

Proposta n. 9 Gli appalti innovativi per servizi a misura delle persone

Si propone di promuovere con diversi strumenti il ricorso da parte delle amministrazioni, soprattutto locali, agli appalti inno-vativi per l’acquisto di beni e servizi, che consentono (come mostrano le poche ma positive esperienze italiane) di orientare le innovazioni tecnologiche ai bisogni delle persone e dei ceti deboli. In particolare, gli strumenti proposti sono: formazione dei funzionari pubblici; rimozione degli ostacoli alla partecipazione; campagna pubblica di informazione; ricorso a consultazioni pubbliche per il disegno del bando.

Proposta n. 10 Orientare gli strumenti per la sostenibilità ambientale a favore dei ceti deboli

Si propongono tre linee d’azione che possono orientare gli interventi per la sostenibilità ambientale e il contrasto al cambia-mento climatico a favore della giustizia ambientale, condizione perché quegli stessi interventi possano essere attuati: rimo-dulazione dei canoni di concessione del demanio e interventi fiscali attenti all’impatto sociale; rimozione degli ostacoli ai processi di decentramento energetico e cura degli impatti sociali dei processi di smobilizzo delle centrali; modifiche dell’E-cobonus per l’incentivazione delle riqualificazioni energetiche degli edifici ed interventi sulla mobilità sostenibile in modo favorevole alle persone con reddito modesto.

Proposta n. 11 Reclutamento, cura e discrezionalità del personale delle PA

Si propone che in tutti i livelli amministrativi coinvolti dalle singole strategie di giustizia sociale proposte nel Rapporto venga attuata la seguente agenda di interventi: a) forte e mirato rinnovamento (anche disciplinare) delle risorse umane; b) politica del personale che elimini gli incentivi monetari legati ai risultati e li sostituisca con meccanismi legati alle competenze orga-nizzative; c) restituzione della funzione di strumento di confronto fra politica, amministrazione e cittadini alla valutazione dei risultati; d) forme sperimentali di autonomia finanziaria della dirigenza; e) interventi che incentivino gli amministratori a prendere decisioni mirate sui risultati, non sulle procedure.

Proposta n. 12 Minimi contrattuali, minimi legali e contrasto delle irregolarità

Si propone di realizzare un intervento integrato e simultaneo che aumenti i minimi salariali per tutte le lavoratrici e i lavorato-ri, indipendentemente dalla natura del contratto e composto da tre parti non separabili: estendere a tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici di ogni settore l’efficacia dei contratti firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali rappresentative di quel setto-re; introdurre un salario minimo legale, non inferiore a 10 euro, senza distinzioni geografiche o di ruolo, il cui aggiornamento nel tempo è deciso da una Commissione composta da sindacati, tecnici, politici; dare più forza alla capacità dell’INAIL e degli altri enti ispettivi di contrastare le irregolarità e costruire forme pubbliche di monitoraggio

Proposta n. 13. I Consigli del lavoro e di cittadinanza nell’impresa

Si propone di realizzare l’obiettivo di una partecipazione strategica di lavoratori e lavoratrici alle decisioni delle imprese at-traverso l’introduzione di una forma organizzativa in uso in altri paesi, il Consiglio del Lavoro, che valuti strategie aziendali, decisioni di localizzazione, condizioni e organizzazione del lavoro, impatto delle innovazioni tecnologiche su lavoro e retri-buzioni. Nei Consigli (che sarebbero quindi anche “della cittadinanza”) siederebbero anche rappresentanti di consumatrici e consumatori e di persone interessate dall’impatto ambientale delle decisioni.

Proposta n. 14. Quando il lavoro controlla le imprese: più forza ai Workers Buyout

Si propone di realizzare alcuni interventi mirati che consentano allo strumento dei Workers Buyout (WBO) – l’acquisto dell’impresa in crisi o in difficile transizione generazionale da parte dei suoi lavoratori e lavoratrici – di essere utilizzato in maniera più diffusa in Italia: rafforzare la formazione dei lavoratori e lavoratrici nel momento dell’assunzione del nuovo ruolo; agevolare fiscalmente i mezzi finanziari investiti da lavoratori e lavoratrici; accelerare l’opzione WBO al primo manifestarsi dei segni di crisi.

Proposta n. 15. L’imposta sui vantaggi ricevuti e la misura di eredità universale

Si propone un intervento integrato per riequilibrare la ricchezza su cui ragazze e ragazzi possono contare nel momento del passaggio all’età adulta e che esercita una forte influenza sulle loro opzioni e scelte di vita: da un lato, prevedere che, al compimento dei 18 anni, ogni ragazza o ragazzo riceva una dotazione finanziaria (o “eredità universale”) pari a 15mila euro, priva di condizioni e accompagnata da un tutoraggio che parta dalla scuola; dall’altro, una tassazione progressiva sulla som-ma di tutte le eredità e donazioni ricevute (al di sopra di una soglia di esenzione di 500mila euro) da un singolo individuo durante l’arco di vita.

Il Forum è promosso da Fondazione BassoActionAidCaritas ItalianaCittadinanzattivaDedalus Cooperativa socialeFondazione di Comunità di MessinaLegambienteUisp

Fonte: www.vita.it

 

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La fame in Africa continua a crescere

ADDIS ABEBA – La fame in Africa continua a crescere, dopo molti anni di declino, minacciando gli sforzi del continente di sradicarla e raggiungere gli Obiettivi di Malabo 2025 e l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, in particolare il secondo Obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG2). I nuovi dati presentati nel rapporto congiunto delle Nazioni Unite, l’Africa Regional Overview of Food Security and Nutrition(Panoramica regionale dell’Africa sulla sicurezza alimentare e la nutrizione, N.d.T.) appena pubblicato, indicano che 237 milioni di persone nell’Africa sub-sahariana soffrono di denutrizione cronica, capovolgendo i passi avanti realizzati negli ultimi anni.

Fatti e cifre chiave
– Numero di persone affamate in Africa: 257 milioni vale a dire 1 persona su 5
– Bambini sotto i cinque anni colpiti da arresto della crescita (altezza bassa per l’età): 59 milioni (30,3%)
– Bambini sotto i cinque anni colpiti da deperimento cronico (basso peso per l’altezza): 13,8 milioni (7,1%)
– Bambini sotto i cinque anni in sovrappeso (peso elevato per l’altezza): 9,7 milioni (5%)
– Percentuale di donne in età riproduttiva colpite da anemia: 38%
– Percentuale di bambini di età inferiore a 6 mesi che sono stati allattati esclusivamente al seno materno: 43,5%
– Percentuale di adulti obesi: 11,8%

Crisi globale e conflitti. Il rapporto congiunto dell’Ufficio regionale per l’Africa della FAO e della Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite (ECA) é stato presentato ad un evento in Addis Abeba con la partecipazione di Maria Helena Semedo, vice direttrice generale della FAO.  Il rapporto mostra che sempre più persone continuano a soffrire di denutrizione in Africa rispetto a qualsiasi altra regione. I dati suggeriscono che nel 2017 il 20% della popolazione africana era denutrita. “Il peggioramento del trend in Africa è dovuto alla difficile situazione economica globale, al peggioramento delle condizioni ambientali e, in molti paesi, ai conflitti e alla variabilità climatica e agli eventi estremi, a volte insieme”, affermano nella prefazione congiunta del rapporto, il Vice Direttore Generale della FAO e Rappresentante regionale per l’Africa, Abebe Haile-Gabriel, e la Segretaria Esecutiva dell’ECA, Vera Songwe.  “La crescita economica è rallentata nel 2016 a causa dei bassi prezzi delle materie prime alimentari.  L’insicurezza alimentare è peggiorata nei paesi colpiti da conflitti, spesso esacerbati dalla siccità o dalle inondazioni.  In Africa meridionale e orientale, sono molti i paesi hanno sofferto di lunghi periodi di siccità.

La metà dell’incremento in Africa occidentale. Dei 257 milioni di persone che soffrono la fame in Africa, 237 milioni si trovano nell’Africa sub-sahariana e 20 milioni nell’Africa settentrionale. Il rapporto annuale delle Nazioni Unite indica che, rispetto al 2015, ci sono altri 34,5 milioni di persone denutrite in Africa, di cui 32,6 milioni nell’Africa sub-sahariana e 1,9 milioni nell’Africa settentrionale. Quasi la metà di questo incremento è dovuto all’aumento di persone denutrite in Africa occidentale, mentre un altro terzo proviene dall’Africa orientale. A livello regionale, la diffusione dell’arresto della crescita nei bambini sotto i cinque anni sta diminuendo, ma solo pochi paesi sono sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo nutrizionale globale di bloccare questa tendenza.

Il fenomeno inverso dei bambini in sovrappeso. Il numero di bambini in sovrappeso sotto i cinque anni continua ad aumentare ed è particolarmente alto nell’Africa settentrionale e meridionale. Secondo il rapporto regionale, i progressi verso la realizzazione degli obiettivi nutrizionali globali dell’Organizzazione mondiale della sanità sono molto lenti nel continente. In molti paesi, in particolare nell’Africa orientale e meridionale, condizioni climatiche avverse dovute a El Niño, hanno portato a un calo della produzione agricola e all’aumento vertiginoso dei prezzi alimentari. La situazione economica e climatica è migliorata nel 2017, ma alcuni paesi continuano a risentire della siccità e delle scarse precipitazioni. Maggiori sforzi e collaborazione per raggiungere il secondo obiettivo di sviluppo (SDG 2)

La minaccia dei cambiamenti climatici. Un’altra minaccia presente e crescente alla sicurezza alimentare e all’alimentazione in Africa, in particolare nei paesi che fanno molto affidamento sull’agricoltura, è il cambiamento climatico, i cui effetti – precipitazioni ridotte e aumento delle temperature – influenzano negativamente le rese delle colture alimentari di base. Allo stesso tempo, esistono importanti opportunità per l’agricoltura sviluppando il commercio intra-africano, sfruttando le rimesse dall’estero e investendo nei giovani. Le rimesse dalla migrazione internazionale e interna svolgono un ruolo importante nel ridurre povertà e fame e nello stimolare investimenti produttivi. Le rimesse internazionali ammontano a quasi 70 miliardi di dollari, circa il 3% del PIL africano e rappresentano un’opportunità di sviluppo nazionale su cui i governi dovrebbero lavorare.

Le opportunità dell’accordo di libero scambio. La firma dell’accordo per una zona di libero scambio nell’Africa continentale offre l’opportunità di accelerare la crescita e lo sviluppo sostenibile facendo incrementare il commercio, compreso quello di prodotti agricoli. Sebbene le esportazioni agricole intra-africane siano passate da 2 miliardi di dollari nel 2000 a 13,7 miliardi nel 2013, rimangono relativamente modeste e spesso informali. Il rapporto sottolinea che l’apertura del commercio di alimenti comporta anche rischi per i consumatori e i produttori, e che i governi dovrebbero evitare di utilizzare la politica commerciale per più obiettivi, ma piuttosto unire la riforma del commercio con strumenti aggiuntivi, come reti di sicurezza e programmi di attenuazione del rischio, per raggiungere la sicurezza alimentare e gli obiettivi nutrizionali. Maggiore impegno per affrontare la minaccia della variabilità e degli estremi climatici

Sedici milioni di persone colpite da disastri climamtici. La panoramica regionale di quest’anno, intitolata “Affrontare la minaccia della variabilità e degli estremi climatici per la sicurezza alimentare e la nutrizione”, illustra che la variabilità climatica e i fenomeni estremi, in parte dovuti al cambiamento climatico, sono fattori importanti alla base del recente aumento dell’insicurezza alimentare e della severa crisi nutrizionale del continente. Molti paesi in Africa corrono un grande rischio per i disastri legati al clima e ne soffrono frequentemente. Negli ultimi dieci anni, i disastri legati al clima hanno colpito in media 16 milioni di persone e causato annualmente danni per 0,67 miliardi di dollari in tutto il continente. Sebbene non tutte queste variazioni climatiche a breve termine possano essere attribuibili ai cambiamenti climatici, i dati mostrano che eventi climatici più estremi e più frequenti e l’aumento della variabilità climatica stanno minacciando di erodere i guadagni realizzati per porre fine alla fame e alla malnutrizione.

Fonte: Repubblica, 14/02/2019

Foto: Centro Blein, Etiopia, Progetto Continenti

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Lettera del sindaco di Riace: “Abbiate il coraggio di restare soli”

“Abbiate il coraggio di restare soli”

La lettera del sindaco, letta FC ieri in piazza a Riace.

È inutile dirvi che avrei voluto essere presente in mezzo a voi non solo per i saluti formali ma per qualcosa di più, per parlare senza necessità e obblighi di dover scrivere, per avvertire quella sensazione di spontaneità, per sentire l’emozione che le parole producono dall’anima, infine per ringraziarvi uno a uno, a tutti, per un abbraccio collettivo forte, con tutto l’affetto di cui gli esseri umani sono capaci.

A voi tutti che siete un popolo in viaggio verso un sogno di umanità, verso un immaginario luogo di giustizia, mettendo da parte ognuno i propri impegni quotidiani e sfidare anche l’inclemenza del tempo. Vi dico grazie.

Il cielo attraversato da tante nuvole scure, gli stessi colori, la stessa onda nera che attraversa i cieli d’Europa, che non fanno più intravedere gli orizzonti indescrivibili di vette e di abissi, di terre, di dolori e di croci, di crudeltà di nuove barbarie fasciste.

Qui, in quell’orizzonte, i popoli ci sono. E con le loro sofferenze, lotte e conquiste. Tra le piccole grandi cose del quotidiano, i fatti si intersecano con gli avvenimenti politici, i cruciali problemi di sempre alle rinnovate minacce di espulsione, agli attentati, alla morte e alla repressione.

Oggi, in questo luogo di frontiera, in questo piccolo paese del Sud italiano, terra di sofferenza, speranza e resistenza, vivremo un giorno che sarà destinato a passare alla storia.

La storia siamo noi. Con le nostre scelte, le nostre convinzioni, i nostri errori, i nostri ideali, le nostre speranze di giustizia che nessuno potrà mai sopprimere.

Verrà un giorno in cui ci sarà più rispetto dei diritti umani, più pace che guerre, più uguaglianza, più libertà che barbarie. Dove non ci saranno più persone che viaggiano in business class ed altre ammassate come merci umane provenienti da porti coloniali con le mani aggrappate alle onde nei mari dell’odio.

Sulla mia situazione personale e sulle mie vicende giudiziarie non ho tanto da aggiungere rispetto a ciò che è stato ampiamente raccontato. Non ho rancori né rivendicazioni contro nessuno.

Vorrei però a dire a tutto il mondo che non ho niente di cui vergognarmi, niente da nascondere. Rifarei sempre le stesse cose, che hanno dato un senso alla mia vita. Non dimenticherò questo travolgente fiume di solidarietà.

Vi porterò per tanto tempo nel cuore. Non dobbiamo tirarci indietro, se siamo uniti e restiamo umani, potremo accarezzare il sogno dell’utopia sociale.

Vi auguro di avere il coraggio di restare soli e l’ardimento di restare insieme, sotto gli stessi ideali.

Di poter essere disubbidienti ogni qual volta si ricevono ordini che umiliano la nostra coscienza.

Di meritare che ci chiamino ribelli, come quelli che si rifiutano di dimenticare nei tempi delle amnesie obbligatorie.

Di essere così ostinati da continuare a credere, anche contro ogni evidenza, che vale la pena di essere uomini e donne.

Di continuare a camminare nonostante le cadute, i tradimenti e le sconfitte, perché la storia continua, anche dopo di noi, e quando lei dice addio, sta dicendo un arrivederci.

Ci dobbiamo augurare di mantenere viva la certezza che è possibile essere contemporanei di tutti coloro che vivono animati dalla volontà di giustizia e di bellezza, ovunque siamo e ovunque viviamo, perché le cartine dell’anima e del tempo non hanno frontiere.

Mimmo Lucano

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In Guatemala il presidente vuole espellere la Commissione contro le impunità

CITTA’ DEL GUATEMALA – Jimmy Morales, ex comico televisivo, è stato eletto Presidente della Repubblica del Guatemala nel 2015, con il sostegno dell’ala più reazionaria dell’esercito e all’indomani di un maxi-scandalo di corruzione che ha coinvolto venti funzionari del Governo accusati di contrabbando doganale e tangenti. L’inchiesta è stata portata avanti dalla procura con il sostegno della Commissione Internazionale contro l’Impunità in Guatemala (CICIG) e si è conclusa con l’incarcerazione dell’ex Presidente della Repubblica Otto Perez Molina e della sua vice Roxana Baldetti. Ironia della sorte, proprio le indagini della CICIG che oggi Morales vorrebbe espellere dal Paese, hanno in qualche modo contribuito all’ascesa al potere dell’ex comico, che è riuscito a sfruttare a suo favore l’indignazione popolare con le parole d’ordine della lotta alla corruzione e della sicurezza nazionale. Un discorso politico che fa della corruzione il nemico numero uno del Paese dovrebbe guardare con interesse alla presenza di un organismo internazionale anti-corruzione che persegue i medesimi obiettivi. Eppure la questione è più complicata.

La CICIG opera nel paese centroamericano dal 2007 ed è stata creata a seguito di un accordo bilaterale tra il Governo e le Nazioni unite, approvato dalla Corte Costituzionale e dal Parlamento. In undici anni la CICIG ha accompagnato la procura nelle indagini per lo smantellamento di circa sessanta reti criminali in cui sono stati implicati politici e imprenditori di primo livello, funzionari dello Stato e militari. La CICIG mantiene una sua indipendenza e lavora affinché anche la procura non sia soggetta alle pressioni dell’establishment. CICIG e procura hanno chiesto per ben tre volte alla Corte Suprema di Giustizia di revocare l’immunità parlamentare al Presidente della Repubblica al fine di poter procedere a un indagine sui supposti finanziamenti illeciti a favore di Jimmy Morales e del suo partito, il Frente de Convergencia Nacional, durante la campagna elettorale del 2015. E per tre volte il Parlamento, tramite votazione, si è opposto alla richiesta.

A seguito delle pressioni della CICIG sul Parlamento il 7 gennaio il Presidente della Repubblica ha comunicato al Paese la consegna della “notifica di sospensione immediata e definitiva dell’accordo con la CICIG”, depositata alla sede delle Nazioni Unite di New York dalla Ministra degli Esteri Sandra Jovel. Le accuse di Jimmy Morales mosse alla CICIG sono notevoli: «gravi violazioni delle leggi nazionali e internazionali», violazione dei diritti umani e limitazione della sovranità nazionale. Il Presidente, all’indomani delle accuse, ha immediatamente ricevuto l’appoggio formale del CACIF, il Comitato Coordinatore delle Associazioni Agricole Commerciali Industriali e Finanziarie, che in Guatemala ha un influenza sul Parlamento maggiore ai partiti stessi.

Due giorni dopo la Corte Costituzionale si è pronunciata contro l’espulsione della CICIG dal Paese, ricordando che l’interruzione della collaborazione tra la CICIG e la Repubblica del Guatemala può avvenire soltanto attraverso il mancato rinnovamento dell’accordo (prorogato finora per cinque volte e in scadenza il 3 settembre 2019) o attraverso la decisione unilaterale dell’ONU. Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha espresso preoccupazione per i tentativi del governo di espellere dal Paese la CICIG e per la possibilità di una reazione violenta da parte dello Stato nei confronti dei movimenti che si oppongono a tale provvedimento. Unione Europea, Gran Bretagna e Canada hanno inviato note in cui si augurano il prosieguo della collaborazione tra CICIG e governo mentre gli il governo statunitense resta ancora silente a riguardo.

Il 14 gennaio una sessantina tra organizzazioni e associazioni in difesa dei diritti umani hanno manifestato il proprio dissenso nei confronti del governo rappresentato da Jimmy Morales sfilando per le strade di Città del Guatemala e organizzando blocchi stradali in tutto il Paese. I movimenti condannano le azioni autoritarie del governo, appoggiano la decisione della Corte Costituzionale e ribadiscono con forza l’importanza del ruolo della CICIG per la tutela e salvaguardia dei diritti umani e per la protezione fisica e morale dei difensori dei diritti umani. In un Paese dove le élite militari continuano a imporre l’agenda politica la presenza della CICIG rappresenta non solo uno strumento d’indagine e smascheramento delle collusioni tra istituzioni, lobby economiche e gruppi eversivi ma anche un deterrente per colpi di mano e concentrazioni sempre più verticali del potere.

Fonte: Repubblica, 4 febbraio 2019

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Il Decreto Salvini spiegato in parole semplici

IL  “DECRETO SALVINI” SPIEGATO IN PAROLE SEMPLICI

(da Marcella Cometti, Socia di Progetto Continenti e che da tempo lavora in questo specifico campo)

Con L.132/2018 il c.d. Decreto Salvini è stato convertito in Legge. E dunque? I disastrosi effetti di questo intervento normativo quali sono? Quali saranno? Le nostre vite cambieranno? Dobbiamo reagire? E se sì, perché?

Perché questa nuova legge ha effetti devastanti non “solo” sui migranti ma anche -e soprattutto- sul nostro senso di responsabilità collettiva rispetto al  fenomeno migratorio.

Il senso di responsabilità collettiva a cui mi riferisco è formato da questo movimento che vedo e percepisco ogni giorno, che si trova – purtroppo – ancora appena sotto la superficie visibile ai più; è quell’insieme di menti frammentate e divise, che non hanno la forza di unirsi in un’unica rivolta.

Il senso di responsabilità collettiva consiste nella volontà di non ignorare, di interrogarsi, studiare e ritornare a scoprire il sentimento della curiosità per l’Altro; consiste nel riscoprire l’importanza di un’assemblea e di una lotta comune per il riconoscimento di diritti dell’Altro.

E perché mai dovremmo lottare per diritti che tutelano qualcun altro e non noi, la nostra proprietà privata, la nostra sanità e il nostro lavoro?

Facciamo un passo indietro:

Lo SPRAR, che il D.L. Salvini si pone l’obbiettivo di smantellare, è un sistema di accoglienza diffusa che non comprende la mera distribuzione di vitto e alloggio, ma punta ad una reale e concreta integrazione1 dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione internazionale e umanitaria, nella consapevolezza che solo attraverso l’inclusione si può costruire una società giusta, inclusiva e veramente sicura per tutti, italiani e stranieri.

E quindi nello SPRAR vengono forniti servizi da parte di operatori sociali ed educatori, ma anche da consulenti legali, operatori notturni, mediatori, assistenti sociali, psicologi, antropologi.

Il  sistema  SPRAR rischia completamente di scomparire a causa delle politiche dell’attuale governo; il sistema – che presentava comunque importanti criticità – viene ripensato attraverso due azioni deliberate di violazione dei diritti umani fondamentali

1)Elimina per i richiedenti asilo la possibilità di ottenere dalla Commissione Territoriale per la protezione internazionale anche la protezione umanitaria, quella protezione che veniva data per motivi umanitari e che è direttamente figlia dell’art. 10 della Costituzione che garantisce il diritto di asilo a chi non può esercitare le libertà democratiche garantite dalla nostra Costituzione nel proprio paese.

A questa tipologia di protezione corrispondeva un permesso di soggiorno di 2 anni, rinnovabile.

Nel 2017 sono state accolte dalle Commissioni Territoriali per la protezione internazionale il 42% delle domande2; di questo 42%, il 25% corrispondeva al riconoscimento della protezione umanitaria3.

Un semplice dato per capire che, l’abolizione della protezione umanitaria –contrariamente a quanto propagandato dall’attuale Governo- porterà ad un maggiore tasso di irregolarità e marginalità sociale e, conseguentemente, ad un innalzamento del fenomeno criminale (necessario per assicurarsi un’altra vittoria alle prossime elezioni).

Questo non solo perché meno persone avranno possibilità di regolarizzarsi e molti migranti non avranno più modo di ‘mantenersi regolari’, ma anche perché le ricerche rivelano che la regolarità abbatte il tasso di criminalità tra gli stranieri: come emerge dalla ricerca dall’economista Paolo Pinotti  (Università Bocconi pubblicata su American Economic Review, Gennaio 2017) , gli stranieri in possesso di permesso di soggiorno hanno percentuali di criminalità in linea con gli italiani, mentre crescono drasticamente tra chi è senza permesso.

2)Impedisce l’ingresso nello SPRAR ai richiedenti asilo che potranno essere ospitati soltanto in grossi centri a basso costo in cui le persone verranno ammassate con servizi ridotti all’osso, un costo così basso che a malapena potranno essere erogati i servizi volti a soddisfare solo i bisogni primari.

Nessuna realtà che fa buona accoglienza, garantendo sia i servizi, sia una corretta retribuzione e rispetto per i lavoratori – ripeto- nessuna realtà che in questi anni ha portato avanti progetti innovativi e di successo potrà permettersi di partecipare a causa dei finanziamenti insufficienti a coprire i costi del lavoro. È un conto che possiamo fare, perché la riduzione delle risorse è già prevista, ad esempio, per i nuovi bandi in capo alle Prefetture per la gestione dei CAS (Centri Accoglienza Straordinaria) Stando alle attuali indicazioni del Ministero dell’Interno, che prevedono cifre attorno ai 20 euro giornalieri, assisteremo al ritiro dalle gare e dai progetti di alcune aziende più virtuose e si apre la strada a violazioni contrattuali certe.

Concludo con la speranza che queste pagine vengano lette non solo da chi la pensa come me, ma anche da chi prova indifferenza davanti a corpi galleggianti nel Mediterraneo, da chi sta con il cuore in pace se i porti sono chiusi, da chi preferisce che vivano in un centro di detenzione in Libia piuttosto che arrivino in Italia, da chi crede davvero che scompariranno tutti, chiusi nei Centri di Permanenza per i Rimpatri; spero che vengano lette da chi crede che ora potrà stare al sicuro, da chi crede che la sofferenza di queste persone verrà relegata e ghettizzata nelle periferie, che starà silente e nascosta.

La fame e la povertà, gli occhi vuoti e la malattia, la criminalità saranno invece sotto gli occhi di tutti. Nulla verrà nascosto, i migranti non saranno rimpatriati né i posti saranno sufficienti per contenerli  nei CPR (Centri Permanenza Rimpatri). Non avranno nulla da fare, la loro dignità deve essere annientata, l’attesa vuota raccolta tra mura di un Centro di Accoglienza Straordinaria dove la relazione con chi ci lavora non può esistere, perché non vi sarà il tempo per farla crescere.

Non potrete dormire sonni tranquilli perché il governo si deve assicurare un altro mandato, cari italiani.

La tensione  promossa dalla Lega  tra le “paure” degli italiani e l’isolamento degli immigrati,  sarà sempre più fomentata, la polarizzazione  sociale  sempre più voluta ed intensificata.

Termino con un invito ad una sana e legittima  ribellione. Ribellarsi al Decreto Salvini,  ribellarsi ai ‘credo’ di questo governo, è doveroso; ed ognuno di noi lo deve fare con le proprie più intime modalità di resistenza.

Il vecchio mondo sta morendo.

Quello nuovo tarda a comparire.

E in questo chiaroscuro nascono i mostri.

Antonio Gramsci

1 Integrazione intesa come “processo biunivoco che si fonda sulla presenza di reciproci diritti e, conseguentemente, obblighi per i cittadini di paesi terzi che soggiornano legalmente e per la società ospitante che offre una piena partecipazione al migrante”

2 Organo competente a vagliare la domanda di protezione internazionale presentata dai richiedenti asilo

3 Dipartimento libertà civili e immigrazione, 2018 – http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/it/documentazione/statistica/i-numeri-dellasilo

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1.300 Rohingya temono il rimpatrio in Myanmar

Dallo scorso dicembre – si apprende da Asianews –  sono 1.300 i profughi Rohingya fuggiti in Bangladesh dall’India, per timore di essere rimpatriati in Myanmar. Nelle ultime settimane, il numero di arrivi è aumentato in modo vertiginoso, in seguito ad un giro di vite sull’immigrazione attuato dal governo nazionalista indù di New Delhi. Lo afferma Mohammad Abul Kalam, commissario bangladeshi per il Soccorso e la riabilitazione dei rifugiati. “I Rohingya hanno cominciato ad arrivare nel maggio 2018 – afferma il funzionario – e ora ono stati ospitati in un centro per profughi in transito a Ukhia, nel distretto sud-orientale di Cox’s Bazar, sotto la supervisione dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR)”.

Un viaggio cominciato nel lontano Kashmir indiano. “Sono entrati in Bangladesh attraverso diversi punti del confine poroso e sono in possesso di carte d’identità fornite dall’Unhcr in India”, dice Kalam. I documenti sono stati rilasciati per motivi umanitari a quanti in passato erano fuggiti dalle violenze settarie nello Stato birmano di Rakhine. Operatori umanitari e alcuni dei nuovi arrivati raccontano che i profughi, originari del lontano Kashmir indiano, affrontano il lungo viaggio perché temono la sorte toccata ai cinque Rohingya arrestati ed estradati da New Delhi lo scorso 3 gennaio. Per raggiungere il sud-est del Bangladesh, i rifugiati attraversano gli Stati indiani di Assam, Tripura o West Bengal.

Fonte: La Repubblica, 19/01/2019

Foto: Vita.it

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Manovra 2019: AOI preoccupata per i tagli alla cooperazione e alle agenzie ONU

La manovra finanziaria non convince le Ong e associazioni di AOI.

Nonostante le promesse di aumento, rispetto all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) è la prima volta dal 2012 che si penalizza la cooperazione internazionale verso i Paesi poveri e ci si deresponsabilizza nei confronti delle aree di crisi umanitaria, con un taglio alle Agenzie delle Nazioni Unite (UNICEF, UNHCR, eccetera) di 32 milioni di euro e un blocco rispetto all’impegno garantito di 40 milioni di risorse per il settore.

Le rassicurazioni di parte del governo sulla pronta revisione correttiva alla riapertura delle Camere rispetto al raddoppio dell’IRES previsto dalla Legge di Bilancio in approvazione in queste ore, che colpisce molta parte del volontariato sociale, anche organizzazioni socie di AOI, non eliminano il clima di sfiducia e preoccupazione per le misure della manovra da parte del mondo non profit.

Non vi è consapevolezza negli esponenti di questo governo del valore della sussidiarietà che ha garantito nel nostro Paese coesione sociale e attivazione di virtuosi modelli di welfare apprezzati in Europa e nel mondo” dichiara Silvia Stilli, portavoce di AOI. “Rilevo una linea di continuità tra gli attacchi al lavoro umanitario delle Ong e dei giovani volontari come Silvia Costanza Romano e le dichiarazioni di vice ministri e ministri di questo governo che, parlando di utili civilistici del non profit, alimentano un clima di sospetto ingiustificato. Ormai da tempo le organizzazioni del Terzo Settore si stanno dotando di strumenti e metodologie di gestione, valutazione e verifica del proprio operato e impatto sociale basati sulla trasparenza e sulla corretta comunicazione interna ed esterna. Le Ong impegnate nella cooperazione e solidarietà internazionale sono state tra le prime ad adottare misure in tal senso. Bisognerebbe renderlo pubblico con più determinazione ed efficacia“.

Nelle ultime ore il quadro complessivo della manovra finanziaria ci presenta un Paese meno solidale e attento alle sfide dell’Agenda 2030 per sconfiggere la povertà e l’ingiustizia sociale a livello locale prima ancora che globale: è un dato di fatto, come affermano opinionisti ed economisti esperti. L’Italia che uscirà dal voto parlamentare su questa Legge di Bilancio sarà meno autorevole non soltanto in Europa, ma anche nello scenario internazionale.

Quale sarà la voce nel budget destinato alla cooperazione allo sviluppo dell’Italia che vedrà il taglio dei 40 milioni di euro?

Il Consiglio Nazionale della Cooperazione allo Sviluppo, dove sono rappresentati tutti gli attori pubblici e privati, non viene convocato da quando è in carica il Ministro Moavero. L’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) da molti mesi è senza un direttore formalmente nominato. In questa situazione di incertezza e ridotta operatività, non è facile capire quali siano gli indirizzi prioritari che si intendono dare al prossimo triennio per la cooperazione internazionale e come allocare le risorse destinate“. Queste le preoccupazioni espresse dalla Portavoce di AOI.

Nonostante le dichiarazioni e l’impegno della Vice Ministra alla cooperazione internazionale Emanuela Del Re per rafforzare la presenza italiana nel quadro dell’APS mondiale, i tagli della manovra finanziaria mettono in pericolo gli obiettivi raggiunti e la possibilità di continuare a svolgere un ruolo importante più complessivamente per la politica estera del nostro Paese.

Fonte: Ong.it

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