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Difesa: Etiopia-Italia, ministro Trenta firma accordo di cooperazione con omologo Mohammed

Il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha firmato un accordo di cooperazione nel settore con l’omologo etiope Aisha Mohammed. L’accordo, come riferisce l’emittente etiope “Fana”, è stato siglato ad Addis Abeba, dove Trenta è arrivata ieri sera per una visita ufficiale che rientra nell’ambito del suo tour regionale nel Corno d’Africa che l’ha vista nei giorni scorsi a Gibuti e in Somalia. Nel corso della visita, il ministro Trenta incontrerà anche alti funzionari delle forze armate locali per discutere su varie questioni bilaterali. Il tour di Trenta nel Corno d’Africa è iniziato domenica scorsa da Gibuti. “Anche qui, nel Corno d’Africa, dove la condizione geopolitica resta particolarmente delicata, la nostra attenzione resta massima. Erano infatti molti anni che un ministro della Difesa italiano non veniva in visita ufficiale in questi paesi. Nei prossimi giorni incontrerò le autorità governative locali e visiterò le basi addestrative dove i nostri militari sono impegnati nell’attività di training nella missione Miadit 11, utile al processo di stabilizzazione dell’intera area”, aveva scritto Trenta in un post su Facebook.

A Gibuti è stata creata nell’ottobre 2013 la prima base logistica operativa delle Forze armate italiane all’estero dopo la Seconda guerra mondiale. Si tratta di una base militare di supporto, a connotazione interforze, con un nucleo di quasi cento militari, ma che può ospitarne fino a 300. Il principale obiettivo è quello di fornire sostegno ai contingenti nazionali che operano nell’area del Corno d’Africa e nell’Oceano Indiano impegnati principalmente nella missioni anti-pirateria Atalanta e Ocean Shield, oltre che nelle attività di addestramento Miadit e la parte italiana di Eutm Somalia. La base è stata costruita in soli due mesi dai genieri del sesto Reggimento della Task force Trasimeno del sesto Reggimento genio pionieri di Roma. Dopo Gibuti, il ministro della Difesa ha fatto tappa in Somalia, dove ha avuto colloqui bilaterali con l’omologo Hassan Ali Mohamed, col quale ha discusso delle relazioni bilaterali e del rafforzamento della cooperazione congiunta tra i due paesi, compresa la riattivazione degli accordi sulla difesa. Alla riunione erano presenti anche il ministro degli Esteri somalo Abdulkadir Ahmed-Kheir Abdi, il ministro di Stato per l’ufficio del primo ministro, Abdullahi Hamud, l’ambasciatore somalo in Italia, Abdirahman Sheikh Esse, e il capo di Stato maggiore dell’Esercito nazionale somalo, Dahir Aden Elmi.

La Somalia progetta di rafforzare il suo esercito nazionale con il sostegno dei suoi alleati, fra cui l’Italia, per portare a termine operazioni di sicurezza volte a contrastare il terrorismo e a proteggere le sue frontiere terrestri, marittime e aeree. Dal 16 febbraio 2014 all’Italia è stata affidata la guida della missione European Union Training Mission Somalia (Eutm Somalia), avviata nell’aprile 2010 per contribuire allo sviluppo delle istituzioni preposte al settore della sicurezza in Somalia nell’ambito della strategia europea per il Corno d’Africa. Dal 16 luglio 2018 il comandante della missione Eutm Somalia è il colonnello Matteo Spreafico. L’attuale contributo italiano prevede un impiego massimo di 123 militari e 20 mezzi terrestri, impiegati in vari ambiti, da quello principale dell’addestramento delle Forze armate somale alla sicurezza dei movimenti e del contingente, dal supporto logistico e amministrativo a quello di staff del comandante

Credit: Agenzia Nova

africarivista.it

Foto Ministro Trenta

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Accordo tra Italia e Myanmar per l’elettrificazione del paese.

Un importante Soft Loan Agreement tra l’Italia e il Myanmar del valore di 30 milioni di euro è stato firmato nei giorni scorsi a Nay Pyi Taw, nell’ambito del progetto varato dalla Banca Mondiale per l’elettrificazione del paese. Grazie al contributo italiano – focalizzato soprattutto sullo Stato Chin e sulle aree circostanti, tra le più povere e remote – almeno 100.000 nuclei familiari, per un totale di circa mezzo milione di persone, potranno avere accesso all’energia elettrica.
“L’Italia potrà così concorrere a migliorare – ha detto l’ambasciatrice Alessandra Schiavo che ha firmato l’accordo alla presenza del Ministro per l’Agricoltura e l’Irrigazione U Aung Thu e della direttrice del locale Ufficio della Banca Mondiale Ellen Goldstein – i livelli educativi, la qualità e continuità delle prestazioni sanitarie e ospedaliere, la produttività delle micro o piccole imprese locali e, più in generale, le condizioni di vita delle popolazioni in zone anche afflitte da conflitti”.

Il sostegno sarà dato per lo sviluppo soprattutto di mini-reti e “home solar systems”.

Fonte: Farnesina, Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

Yangon (LaPresse)

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L’ETIOPIA SOGNA UNA FLOTTA MILITARE

L’Etiopia è lo stato più popolato al mondo a non avere una flotta navale, dismessa negli anni Novanta. Ad aprile 2018, il premier Abiy Ahmed annuncia di voler dar vita a una nuova marina etiope, generando rumors e indiscrezioni. Le ultime arrivano da un settimanale locale, The Capital, e riportano un’ipotetica strutturazione di questa nuova branca delle forze armate etiopi, su cui ha già messo gli occhi la Francia di Emmanuel Macron. Il processo di creazione di una vera e propria Marina richiederebbe risorse finanziarie e umane ingenti e costanti nel tempo, ma avrebbe delle implicazioni geopolitiche molto rilevanti.

Imperial Ethiopian Navy

Nel 1950, In seguito alla Seconda guerra Mondiale, le Nazioni Unite decidono di federare l’Eritrea, ex colonia italiana, con la monarchia etiope. L’Eritrea diviene così il naturale, e unico, sbocco marittimo per l’Etiopia, grazie ai suoi porti, in particolare Assab e Massawa. È proprio qui che nel 1955, per volontà dell’ultimo imperatore etiope Hailé Selassié, è fondata La Marina Imperiale Etiope, che entrerà effettivamente in azione come servizio indipendente, e non come branca delle forze armate, nel 1958. In questi tre anni i futuri membri della Marina, seguono diverse tipologie di addestramenti intensivi.

Grazie alle capacità diplomatiche di Hailé Selassié, l’Etiopia può avvalersi del supporto di trainer della Royal Navy britannica, della Marina norvegese e di quella italiana. Sono create tre basi navali (Massawa, Assab, Isole Dahalak) e un centro di reclutamento e addestramento ad Asmara. I primi mezzi sono forniti, invece, dagli Stati Uniti d’America, con cui l’Etiopia è schierata durante la guerra fredda. Nel 1974 l’imperatore Hailé Selassié è brutalmente ucciso ed è instaurata una dittatura genocidiaria nota come Derg. Alla guida di questo regime c’è Menghistu Hailé Mariàm, il quale impone un cambio di sponda nell’ambito delle relazioni politiche, orientando l’Etiopia, ed anche le operazioni navali, in funzione filo sovietica. La guerra civile porrà fine al Derg nel 1991 e, contestualmente, alla Marina etiope, per impossibilità di operare a causa della nuova indipendenza raggiunta dall’Eritrea – che diverrà ufficiale solamente nel 1993. Da questo momento in poi l’Etiopia è uno stato landlocked, senza uno sbocco sul mare, senza una flotta navale e senza una marina.

Stando a quanto riporta il settimanale etiope, il premier Abiy Ahmed, in un incontro svoltosi in ottobre con il presidente gibutino Ismail Omar Guelleh, avrebbe avviato le trattative per la creazione di una base navale a Djibouti. I rapporti tra i due Stati sono ottimi: dalle due strade asfaltate e dalla linea ferroviaria che collegano l’Etiopia a Djibouti, passa il 95% dell’import/export etiope. L’Etiopia negli ultimi anni ha accelerato il processo di espansione economica nel Corno d’Africa, anche grazie all’acquisizione di diversi stalli in porti somali e sudanesi, ma non ha una flotta in grado di proteggere le proprie navi. Di contro, stati come Kenya e Somalia hanno vasti territori costieri, ma non la potenza per creare una forza navale in grado di render indipendente il Corno d’Africa dalla massiccia presenza straniera.

Sembra si sia già inserita in questo progetto la Francia. Nel corso di una visita nello scorso marzo, Emmanuel Macron ha espresso il notevole interesse francese per la cooperazione con l’Etiopia in questo senso e le prime indiscrezioni parlano di un aiuto di circa 100 milioni di euro. Un’abile mossa, conveniente soprattutto alla Francia, già presente nell’area con una base militare a Djibouti e interessata a contrastare l’espansione economica e militare della Cina nella regione. È probabile che altre potenze coinvolte, come gli Emirati Arabi Uniti, la stessa Cina e gli Stati Uniti non se ne staranno a guardare, con l’Italia che continua a essere un grande punto interrogativo.

Creare da zero una Marina militare, con la sua flotta e i suoi apparati non è impresa semplice, soprattutto per uno Stato che non ha un naturale sbocco sul mare ed è soggetto a una forte instabilità politica. Garantire il costante afflusso di risorse e uomini per rifondare la Marina etiope potrebbe essere la più importante riforma, ed anche forma di propaganda, di Abiy Ahmed. Intanto a Mexico Square, ad Addis Abeba, sembra aver aperto un ufficio temporaneo per i primi arruolamenti. Dopo oltre un quarto di secolo l’Etiopia tenta il ritorno in mare.

Fonte: Foto e articolo di Inside over, 4/12/2019

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Restare umani – Trentennale di Progetto Continenti a Bitonto

Sedetevi un attimo, chiudete gli occhi e provate a riportare le lancette del tempo indietro di trent’anni. Era il 1989. Giulio Andreotti si avvicendava a Ciriaco De Mita, come presidente del consiglio, e a capo della repubblica era inseditato Francesco Cossiga. In radio spopolavano Madonna, Tina Turner, i Depeche Mode, Raf e Zucchero.

Che l’abbiate vissuto o che non foste ancora nati; che sia stato un anno di svolta nella vostra vita personale oppure uno grigio, uguale a tanti altri; che vi sembri siano passati tre giorni anziché tre decenni oppure che lo avvertiate come un tempo remoto, è innegabile che il 1989 abbia stravolto l’assetto del mondo: trent’anni fa, infatti, cadeva il muro di Berlino e, con esso, sembrava concludersi una stagione di divisioni e conflitti.

Ironia della sorte, nello stesso periodo si costituiva – e questo è un primato tutto italiano – la Lega Nord, il movimento politico che nella sua “gloriosa” storia tanto ha contribuito in maniera diretta e indiretta all’erezione di nuovi muri (stavolta mentali), primo dei quali, in ordine cronologico, quello che oppone il nord “ricco e laborioso” al sud “fannullone”.

Tra questi due estremi, è possibile collocare nel 1989 un ulteriore avvenimento: la nascita dell’associazione Progetto Continenti. Organizzazione non governativa di ispirazione cristiana, opera nei campi della solidarietà e della cooperazione internazionale ed è presente in diversi paesi in via di sviluppo (principalmente in Centro America, Sud-est Asiatico e Corno d’Africa) dove, in collaborazione con le realtà locali, ha implementato oltre 160 progetti rivolti a bambini, giovani e donne in condizioni di essoluta povertà e fragilità socio-politica.

Per fare un bilancio dei primi trent’anni di attività, oltre che per discutere dei principali cambiamenti avvenuti nel mondo proprio in questi anni, la sezione bitontina di Progetto Continenti ha organizzato una tavola rotonda, col coordinamento di Marco Tribuzio, presso il Traetta, dal titolo Popoli senza frontiere: #restiamo umani. Il confronto – a cui è seguito un bel momento musicale animato dai Time 2Quartet e dagli Otherwise live duo – ha avuto come principali interlocutori Giuseppe Florio, fondatore, presidente dell’associazione e biblista, e don Matteo Moretti, docente universitario di Diritto del commercio internazionale ed Etica economica, ma anche teologo e sacerdote dell’arcidiocesi ecuadoriana di Portoviejo.

Definiti ultras della solidarietà, i due relatori hanno dibattuto principalmente sulla crisi della democrazia e sull’avanzata in Europa e nel mondo dei populismi, talmente efficaci nel cavalcare l’onda della rabbia, inculcando violenza e paura del diverso, da rendere necessaria l’organizzazione di una sorta di contropropaganda che ci ricordi costantemente la necessità di rimanere umani. Ma cosa vuol dire esattamente? “Restare umani non è un senso di pietà generico -spiega Giuseppe Florio, con parole che sono pietre- e non è neanche indignarsi ed essere in disaccordo, perché, uno, soprattutto se cristiano, lo sa già che deve schierarsi dalla parte delle vittime. Essere umani vuol dire agire e riportare al centro l’uomo; e per farlo bisogna cominciare a parlare di superamento delle logiche neoliberiste, di lavoro e di redistribuzione della ricchezza”.

Otherwise live duo

Restare umani vuol dire non farsi soggiogare dalla logica della frontiera che regola attualmente le relazioni internazionali -prosegue don Matteo Moretti o, meglio, Matteo come preferisce essere chiamato. “Essa porta antagonismo e paura reciproca. Al contrario, dobbiamo recuperare il concetto di confine che, a differenza di quello che si potrebbe pensare, ha un significato bellissimo perché presuppone sì la delimitazione degli stati, ma contiene nella sua etimologia anche un senso di comunità dato dal cum che presuppone rapporti di buon vicinato e creazione di un diritto internazionale che faccia gli interessi di tutti”, ha spiegato.

Tanti i punti toccati nel corso delle quasi due ore dell’incontro: globalizzazione, crisi di rappresentanza politica, fake news, diritti e doveri dei cittadini in democrazia e, soprattutto, il ruolo della chiesa nel mondo odierno: una chiesa che, in linea con il pensiero di papa Francesco, opera in accordo con il vangelo e dalla parte dei più deboli.

Da sin. Marco Tribuzio, Giuseppe Florio e don Matteo Moretti

La forza dei populismi sta nel portare avanti continuamente una critica tanto violenta quanto superficiale nei confronti di non ben precisate élite –conclude Matteo- e invece noi dobbiamo fare autocritica, perché solo così si cresce. Il problema, infatti, non sono solo i Salvini del mondo ma anche i cristiani che li votano. E noi, come chiesa, abbiamo il dovere di chiederci cosa stiamo sbagliando. Ma questo vale per chiunque e in qualunque campo”.

Fare autocritica, dunque, per mettere a nudo i nostri difetti e per riconoscersi, nella propria infinita fallibilità, umani come le decine di centinaia di migliaia di altri esseri umani che popolano questo nostro pianeta, al di là dei muri, dei limiti e delle barricate. Che tanto, prima o poi, sono destinati a cadere.

Nella foto in alto, l’incontro al teatro Traetta di Bitonto

Fonte: Articolo di Giada Schiavino, 13/11/2019 primopiano.info

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Grazie ad Eugenio Melandri

Eugenio Melandri, era un amico, da tantissimo tempo. E resta un amico. Scrivo queste righe così, di getto, con imbarazzo e con tanti pensieri e ricordi che si accavallano. Non sono certo nelle condizioni di fare un ricordo ‘bello’ e ‘completo’ di Eugenio. Ci sarà tempo, con più calma. Anche se la vedo dura ricordare Eugenio in modo completo. Proprio una settimana fa, domenica 20 pomeriggio, eravamo con lui, a gioire con le lacrime agli occhi perché, dopo 30 anni, tornava a presiedere l’Eucarestia. Grazie a papa Francesco, al vescovo Matteo Zuppi di Bologna, alla sua ‘famiglia’ Saveriana, con il vescovo Giorgio Biguzzi, gli altri fratelli, con  Albino Bizzotto, Tonio Dell’Olio e tante amiche e amici, ‘compagni’ di viaggio. Sì, perché quello di Eugenio è stato un viaggio nella vita molto intenso. E la vita l’ha voluta vivere tutta, intensamente, fino all’ultimo, dicendo sempre Gracias a la vida, come titolava ogni suo post su Facebook. Missionario saveriano, per alcuni anni giovane direttore della rivista Missione Oggi (gli ho cambiato anche il nome, ci diceva domenica). E con quella rivista ha seminato umanità, passione, documentazione. Ha promosso campagne, ha fatto entrare nelle case e nel cuore di tante persone scritti con parole vere. Non posso dimenticare la bellissima riflessione sulle Beatitudini intitolata: “Sinfonia dei folli”. Poi la campagna contro i mercanti di morte. Il lavoro intenso che ha portato alla legge 185/90 sul commercio delle armi. Me lo avevi raccontato qualche mese fa per una intervista pubblicata su Mosaico di pace. E in questa lotta al tuo fianco c’è stato sempre il tuo grande amico, don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e Presidente Nazionale di Pax Christi. Piangevi di gioia quando insieme, a Molfetta, aspettavamo papa Francesco il 20 aprile 2018: erano 25 anni dalla morte di don Tonino. E volevi andare a celebrare la tua Messa proprio ad Alessano, da don Tonino. Con lui avevamo condiviso la marcia a Sarajevo nel dicembre 1992, con altri 500 ritenuti ‘folli’. Mi sembra che ti arrivassero telefonate. Eravamo sullo stesso pulmann, per convincerci a non metterci in quell’impresa. Ci sono delle belle foto con te a Sarajevo. A credere che è possibile un mondo di pace, anche, e forse ancora di più, quando c’è una guerraCon noi c’era anche il vescovo Bettazzi. Tu eri parlamentare, eletto nelle liste di Democrazia Proletaria. Hai fatto quella scelta sofferta, ma convinta. Sapevi che ti sarebbe costata, ma era un tuo modo di essere ‘missionario’. In fondo Eugenio hai sempre avuto una faccia sola. Il tuo amore per il Vangelo tradotto nell’amore per i poveri era sempre lo stesso. Missione Oggi, Chiama l’Africa, SenzaConfine, Solidarietà Internazionale… Quanta passione ci hai messo. E quando qualche mese fa hai incontrato papa Francesco e gli hai parlato delle tue scelte, dell’impegno nella politica, lui ti ha abbracciato e ti ha detto “hai fatto bene”. Eri l’uomo più felice del mondo. Un bambino nel senso più bello del termine, che piangeva di gioia dopo quell’incontro. Lo hai raccontato benissimo su FB, come sai fare tu. Sì, perché Eugenio – (e ora mi sono accorto che ero passato al tu diretto, forse giornalisticamente non è corretto, ma è così, con Eugenio si parla col cuore) –  sapeva scrivere davvero bene! Sapeva raccontare di ogni cosa con passione. Delle sue avventure con la malattia, dei suoi momenti di fatica, di dolore e di paura… E mentre leggi cadono le lacrime sulla tastiera, come ha scritto un amico. Sì, Eugenio ci ha insegnato anche a piangere, a non avere vergogna della propria debolezza. Ce lo diceva domenica scorsa parlandoci da seduto: di solito sono le persone importanti che fanno i discorsi da seduti, io invece sto seduto perché non ce la faccio a stare in piedi, e non mi vergogno della mia debolezza.

Eugenio è morto la domenica mattina, giorno della resurrezione. La Parola di Dio nella liturgia faceva risuonare “Il povero grida e il Signore lo ascolta”. E San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.” Tu ci hai insegnato a vivere con passione ma, come ci dicevi parlando della tua mamma, ci hai  anche insegnato come si muore. Con la gioia dentro, come qualcuno mi diceva oggi.

Sì, sono convinto, e non lo penso solo io, che sia un disegno della Provvidenza dietro alla Parabola della vita di Eugenio. Un uomo sempre in ricerca, un disobbediente, un innamorato della vita, dei poveri. “Compagno è una bellissima parola, – ci dicevi domenica – E’ impegnativa! Significa spezzare il pane. Compagno vuole dire che io non posso vivere se non faccio vivere gli altri insieme con me.”    E anche le parole di Francesco all’Angelus, pochi minuti dopo la tua morte, sono un segno, credo, della Provvidenza.  “Per il cammino che verrà, invochiamo la Vergine Maria, venerata e amata come Regina dell’Amazzonia. Lo è diventata non conquistando, ma “inculturandosi”: col coraggio umile della madre è divenuta la protettrice dei suoi piccoli, la difesa degli oppressi. “

Ciao Eugenio. Grazie!

d. Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi

Fonte: Famiglia Cristiana, 27/10/2019 Foto: farodiroma.it

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Nobel per la pace al primo ministro etiopico

ADDIS ABEBA – Abiy Ahmed Ali, il quarantaduenne nuovo primo ministro dell’Etiopia, da bambino era soprannominato Abiyot, che vuol dire ‘rivoluzione’. Nel 1976, suo anno di nascita, era un nome e un soprannome abbastanza comune, dal momento che si inseriva nella scia della retorica e delle aspettative etiopiche successive all’insediamento del Derg (1974). Quel soprannome, che al nuovo premier etiopico è rimasto appiccicato nel tempo, è tornato prepotentemente in superficie con la sua nomina alla guida del Paese delle scorse settimane.

Le aspettative che porta con sé. La nomina di Abiyot, infatti, sta portando con sé molte aspettative, la prima delle quali è proprio quella di ‘rivoluzionare’ l’ambiente politico etiopico: vuoi per i suoi 42 anni – è il più giovane capo di governo nella lunghissima storia dell’Etiopia – vuoi soprattutto per la sua appartenenza di nascita alla comunità Oromo, la comunità che negli ultimi anni ha guidato l’opposizione reale (fatta di manifestazioni, scontri, morti e migliaia di prigionieri) al governo che oggi Abiyot è chiamato a rappresentare. Aspettative che il giovane premier ha alimentato durante il discorso di insediamento trasmesso in diretta televisiva quando ha dichiarato di voler lavorare a uno sviluppo inclusivo e promuovere un processo di riconciliazione nazionale coinvolgendo l’opposizione, nonché di voler costruire relazioni diplomatiche pacifiche con la vicina Eritrea. I

In Etiopia le parole non sono mai casuali. Piuttosto si preferisce tacere. Sorridere e tacere. “A tutti gli etiopi, quelli che vivono all’estero e in patria, dico che occorre perdonare”, ha invece detto il premier nel suo primo discorso, senza tuttavia specificare se e quando abbia intenzione di revocare lo stato d’emergenza in atto nel Paese dalle dimissioni di Hailemariam Desalegn. E tali parole paiono collegarsi alla storia personale di Abiyot, che sembra riportare il ritratto di un uomo di dialogo, di confronto, di lavoro sotterraneo, più che di una figura di rottura, dirompente e rivoluzionaria. O forse proprio per questo, in un Paese orgoglioso e in cui troppo spesso si tende ad arroccarsi inutilmente sulle proprie posizioni in maniera testarda, la figura di Abiy Ahmed potrebbe diventare davvero rivoluzionaria.

La sua biografia. Nato in una famiglia musulmana, Abiyot è cresciuto con i nonni oromo musulmani e cristiani. A 14 anni ha combattuto contro il regime socialista del Derg, entrando in una piccola formazione Oromo coordinata dai ribelli tigrini, occasione che gli ha consentito di imparare il tigrino. Entrato giovane nell’esercito ha studiato informatica e crittografia. Dopo la caduta del Derg ha proseguito la carriera militare affiancando studi sul dialogo, sulle strategie di de-escalation dei confronti violenti e studi sulle comunicazioni e l’informatica. Durante la carriera militare ha lavorato nelle comunicazioni e nell’intelligence. È stato inviato nel Rwanda post-genocidio nell’ambito della missione Onu e al confine tra Etiopia ed Eritrea tra il 1998 e il 2000 per lavorare nella raccolta informazione.

Tra i fondatori dei nuovi servizi segreti. Successivamente venne inviato nella sua città natale in qualità di ufficiale dell’esercito per mettere fine ai gravi e violenti scontri interreligiosi che contrapponevano cristiani e musulmani. Riuscì ad appianare tensioni e violenze, ritagliandosi un ruolo di mediatore interreligioso che sarà chiamato a giocare ancora negli anni successivi. Nel 2007 il vero salto, che vede Abiy diventare uno dei cofondatori dei nuovi servizi segreti etiopici, l’Ethiopian Information Network Security Agency (Insa), di cui fu sin da subito vicedirettore, per poi ricoprire dal 2008 al 2010 il ruolo di direttore. Tra i più strenui oppositori oromo al governo, il nome di Abiy Ahmed era stato criticato quando era cominciato a circolare ancor prima della nomina perché ritenuto troppo legato all’establishment politico-militare che ha gestito il Paese dopo la caduta del Gerd chiudendo tutti gli spazi per altre forze. Eppure da quando Abiyot è diventato premier, anche le voci più critiche si sono spente. Probabilmente anche queste sono in attesa di vedere quale dialogo riuscirà a costruire la ‘rivoluzione’ di un uomo delle istituzioni.

Fonte: Articolo di Massimo Zaurrini 11/10/2019, La Repubblica

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C’è pace tra Eritrea ed Etiopia?

Simbolicamente ufficializzata dai leader dei due paesi nel giorno in cui le rispettive popolazioni celebravano l’inizio del nuovo anno, la riapertura del confine eritreo-etiopico dell’11 settembre 2018 rappresenta l’immagine più vivida della rappacificazione tra i due Paesi del Corno. Sancendo la fine delle ostilità a vent’anni dall’inizio del conflitto – formalmente terminato con gli Accordi di Algeri nel dicembre del 2000, ma in realtà seguito da un prolungato periodo di “no war no peace” – la Dichiarazione congiunta del 9 luglio 2018 e il conseguente accordo di pace di Gedda rappresentano certamente l’apice di un cambiamento di portata epocale. Tuttavia, a un anno dalla firma, l’accordo di pace, amicizia e cooperazione del 16 settembre 2018 rischia di rimanere incompiuto, mentre la normalizzazione delle relazioni tra Eritrea ed Etiopia risulta più apparente che reale. Nonostante le parole dei due leader, il primo ministro etiopico Abiy Ahmed e il presidente eritreo Isaias Afewerki, facessero presagire il contrario, alle enfatiche dichiarazioni di intenti non hanno fatto seguito né concreti sviluppi sui cinque punti della Dichiarazione né definitivi processi di attuazione dei sette articoli dell’accordo. Anzi, l’evolversi delle relazioni tra i due paesi sembra segnare il passo rispetto alle speranze riposte dalle reciproche popolazioni. I quattro posti di frontiera aperti tra le fanfare sono stati progressivamente richiusi nel giro di cinque mesi (tra dicembre 2018 ed aprile 2019); le decisioni del 2002 della Commissione Internazionale per la risoluzione in arbitrato della disputa sui confini – seppur formalmente accettate dall’Etiopia nel 2018 – non sono state ancora attuate, né in relazione alla demarcazione del confine né al ritiro delle truppe; la ripresa delle relazioni commerciali transfrontaliere e degli investimenti per progetti infrastrutturali congiunti non ha portato a una risoluzione della conflittualità interna ai rispettivi confini; l’impianto repressivo del governo eritreo non ha subito modifiche sostanziali. Lo status quo sembrerebbe dunque dimostrare la persistenza dell’instabilità regionale e della precarietà nelle relazioni odierne tra Eritrea ed Etiopia: che la pace sia solo un miraggio?

Condizioni e conseguenze di un inatteso disgelo

Inatteso ed insperato, il processo di riappacificazione risponde invero al concretizzarsi di precise condizioni, sia nell’ambito più ristretto dei rapporti interstatali tra Addis Ababa ed Asmara, sia nei termini più ampi dell’evoluzione della geopolitica regionale nel Corno d’Africa e dei suoi aspetti trans-regionali. Consegue, allo stesso tempo, al parallelo sviluppo delle dinamiche sociali e politiche interne ai due paesi nell’ultimo decennio. Seppure frequentemente presentata come frutto della lungimiranza del primo ministro etiopico, la riconciliazione tra le élite politiche del regime eritreo e del rinnovato establishment etiopico è stata piuttosto favorita dal maturare di condizioni oggettive e soggettive tra e nei due paesi,[1] e dall’evoluzione delle mire internazionali sulla regione. Se, infatti, è lampante quanto la geopolitica del Corno d’Africa risenta del mutante equilibrio sulla sponda opposta del Mar Rosso,[2] altrettanto valida è l’ipotesi secondo cui il cambiamento controllato di leadership interno all’EPRDF (il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico, la coalizione di 4 partiti al potere ininterrottamente nel paese dal 1991) abbia favorito un tavolo negoziale con Isaias: la bilancia di potere precedente la nomina di Abiy Ahmed, caratterizzata dalle insurrezioni popolari che dal 2015 hanno scosso il paese e indotto le dimissioni di Hailemariam Desalegn, avrebbe reso improbabile una simile trattativa. L’inevitabile spostamento – geografico ed etnico – dei centri di potere dal nord al sud dell’Etiopia, dal Tigray all’Oromia, ha non solo avuto risvolti interni alla coalizione di governo, ma ha inciso profondamente anche sulla percezione eritrea della minaccia rappresentata dal burrascoso vicinato con gli alleati di un tempo. Se il parziale esautoramento della leadership tigrina ha, da un lato, permesso lo scioglimento di alcuni nodi fondamentali che ancora stringevano le maglie del conflitto sul versante etiopico, è dall’altro lato innegabile che ciò abbia promosso il processo di confidence building interno all’establishment eritreo, che ha accolto con favore la svolta di Addis Abeba ed accettato la mano tesa di Abiy.

Le conseguenze della pace sono risultate immediate negli aspetti di mobilità transfrontaliera, di merci e soprattutto di persone: si stima che in poco più di un mese dall’apertura del confine oltre 15.000 eritrei siano giunti in Tigray. La distensione dei rapporti si è anche tradotta nel termine dell’esilio per un certo numero di oppositori politici etiopici,[3] ed in importanti opportunità economiche, soprattutto in termini di attrattività per nuovi investimenti: oltre al potenziamento dei porti di Massawa ed Assab e dei relativi collegamenti stradali con l’Etiopia, sono già in cantiere lo sviluppo dell’infrastruttura ferroviaria tra i due paesi e lo sfruttamento congiunto dei giacimenti di potassio nella depressione dancala. Non solamente un importante traguardo in termini bilaterali, bensì un nuovo cardine per gli sviluppi sul fronte securitario regionale, il disgelo delle relazioni diplomatiche tra Eritrea ed Etiopia ha avuto un immediato riverbero sul resto del Corno d’Africa, ad esempio tramite la ripresa del processo di riappacificazione tra Asmara e Mogadiscio.[4]

L’enigma della pace

A un anno dall’accordo di pace, la formula risolutiva delle frizioni tra Eritrea ed Etiopia pare essere ancora incerta, e gli elettrizzanti sviluppi concatenati hanno per il momento avuto risvolti maggiori nella sfera internazionale e regionale, piuttosto che sulle rispettive dinamiche interne o sugli aspetti prettamente bilaterali. Se per un verso con il venir meno dell’isolamento internazionale il regime eritreo vede cadere una delle principali giustificazioni alla propria esistenza, per l’altro la posizione di Isaias ne esce paradossalmente consolidata. Il riconoscimento, da parte del governo etiopico, del risultato dell’arbitrato internazionale a distanza di 16 anni, la revoca delle sanzioni Onu, la corsa agli investimenti nelle infrastrutture portuali e il rinnovato ruolo dell’Eritrea nel determinare gli orientamenti geopolitici attraverso il Mar Rosso sono infatti fattori che incrementano la legittimità del sistema monopartitico guidato dal Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia (PFDJ), piuttosto che esautorarlo. Sul versante etiopico, Abiy si trova a dover fronteggiare un’aumentata conflittualità interna, una situazione macroeconomica meno favorevole rispetto alle previsioni e soprattutto un processo elettorale complesso e delicato nell’anno a venire.

La normalizzazione delle relazioni e l’istituzionalizzazione di nuove articolazioni diplomatiche tra Asmara ed Addis Ababa non è garantita nel prossimo futuro, nonostante le premesse fondanti siano state ancorate al processo di pace in corso. Investire sui reciproci vantaggi potenziali (economici quanto politici), capitalizzare sugli aspetti comuni ai due paesi (storia, cultura, topografia, modus vivendi, demografia, identità etnica), coinvolgere in maniera sostanziale in processi di peacebuilding le popolazioni interessate, promuovere il ruolo di organizzazioni regionali nel mantenimento della pace sono solo alcuni tra i fattori che possono concorrere a risolvere l’enigma della pace tra Eritrea ed Etiopia.

Note 

[1] Si veda a riguardo l’ipotesi avanzata nell’analisi del Nordiska Afrikainsitutet di Upssala, secondo cui “la maturazione delle condizioni oggettive e soggettive in Etiopia, unita a una maggiore fiducia in Eritrea, ha preannunciato il rapido e improvviso riavvicinamento”.

[2] In particolare in seno al Consiglio di cooperazione del Golfo, ma in generale il riferimento è alle più vaste frizioni interne al mondo arabo e al conseguente rafforzamento dell’asse tra Doha e Teheran.

[3] Il caso forse più eclatante riguarda i leader del movimento Ginbot 7, rifugiati per anni ad Asmara, ma vi sono altre personalità politiche (per esempio legate al Fronte di Liberazione Oromo, OLF, o al Fronte di Liberazione Nazionale dell’Ogaden, ONLF) che in virtù della rappacificazione tra i due Paesi hanno potuto concludere il loro esilio in Eritrea e far ritorno in Etiopia.

[4] A seguito della rappacificazione tra Eritrea ed Etiopia, quest’ultima si è fatta garante di un Comitato tripartito che include la Somalia, e che sin dalle prime battute ha sostenuto la revoca delle sanzioni Onu sull’Eritrea. Tali sanzioni erano state imposte dal Consiglio di Sicurezza nel lontano 2009, in seguito a un presunto sostegno da parte di Asmara delle milizie di al-Shabaab in Somalia. Con la Risoluzione 2444 (2018), la comunità internazionale ha di fatto revocato l’embargo sulle armi, il divieto di viaggio, il congelamento di beni ed altre sanzioni specifiche che da un decennio gravavano sull’Eritrea.

Fonte: Articolo di Mattia Grandi, 20/09/2019, ISPI online

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Il Guatemala sotto assedio

CITTA’ DEL GUATEMALA – All’indomani delle elezioni che hanno visto trionfare ancora una volta l’estrema destra conservatrice e dell’ennesimo grave scandalo politico di corruzione, che ha portato alla detenzione della pluricandidata presidenziale Sandra Torres, il presidente uscente Jimmy Morales ha dichiarato lo “stato di assedio” in sei province e ventidue municipi delle regioni nord-orientali del Paese. Il 7 settembre scorso il Congresso ha ratificato il decreto avvallando le restrizioni dei diritti costituzionali e dando il suo benestare allo “stato di eccezione”. Ma cosa implica lo “stato di assedio” e cosa ha spinto il presidente della Repubblica e il Congresso a promuovere un’azione politica e militare tanto aggressiva?

La narcoguerra. Lo stato d’assedio puó essere dichiarato, secondo l’articolo 138 della Costituzione: “in caso di invasione del territorio, di grave perturbazione della pace, di attivitá contro la sicurezza dello Stato o di  pubblica calamitá”. Il 3 settembre scorso tre militari sono stati uccisi nella comunitá Semuy II, nel municipio di El Estor, nei dintorni del Lago Izabal. Non é ancora chiara la dinamica dei fatti ma secondo la ricostruzione del Presidente della Repubblica i militari hanno fatto irruzione nella comunitá con il fine di indagare su presunti gruppi legati al narcotraffico e di identificare un aereo che trasportava droga. La comunitá avrebbe difeso i narcotrafficanti usando donne e bambini come scudo umano e in un secondo momento avrebbe attaccato i militari. Nello scontro sono morti tre soldati e spno rimasti feriti due abitanti della comunitá, un uomo e una donna. A questa versione se sono aggiunte molte altre, che smetiscono la ricostruzione del governo, ma resta il fatto che questo evento, raccontato in questa maniera, é stato preso a pretesto per decretare lo “stato di assedio”.

 

La criminalizzazione dei movimenti sociali. Nel suo discorso di condanna per i gravi fatti accaduti Jimmy Morales ha perpetrato uno dei must della sua legislatura. Ha attaccato ancora una volta le organizzazioni civili e i movimenti sociali, apostrofando i presunti narcotrafficanti come “pseudo-contadini e pseudo-attivisti per i diritti umani”. Durante il suo governo la criminalizzazione delle organizzazione indigene di base e delle Ong é stata legittimata a livello istituzionale attraverso un costante screditamento della societá civile e di chi la difende, culminato con la revoca del mandato della Commissione Internazionale contro l’Impunitá in Guatemala promossa dall’ONU.

L’accostamento tra narcos e attivisti. Non stupisce dunque l’accostamento tra narcos e attivisti, come non sorprende la volontá di reprimere le comunitá indigene che resistono agli interessi delle imprese multinazionali e dello Stato e che rivendicano il proprio diritto alla vita e alla non contaminazione dei territori che abitano. Lo “stato di assedio” viene giustificato davanti all’opinione pubblica come una misura di sicurezza necessaria per la lotta al narcotraffico, ma la storia americana degli ultimi decenni ci ricorda che la  narcoguerra altro non é che uno strumento per difendere interessi politici ed economici e mantenere il controllo di porzioni strategiche di territorio attraverso la loro militarizzazione.

Preoccupazione per il rispetto dei diritti umani. Gli abitanti dei ventidue municipi vedranno per un mese limitate le loro libertá costituzionali. Se le autoritá lo vorranno, potranno compromettere, nel pieno consentimento della legge, il diritto di libero transito, il diritto a riunioni e manifestazioni e avranno pieni potere nell’arrestare e interrogare qualsiasi persona senza bisogno di un mandato giudiziario. Lo “stato di assedio” é stato dichiarato in municipi che distano anche 150 chilometri da El Estor in aree dove lo sfruttamento indiscriminato dei territori delle comunitá indigene da parte delle multinazionali é piú violento. E tale misura ha generato parecchie inquietudine. Molti rappresentanti di queste comunitá, in un area del Paese dove la violenza statale é prassi, vedono nella narcoguerra dichiarata dal governo il pretesto per promuovere gli interessi delle imprese con l’appoggio delle forze armate e di polizia.

L’alleanza politico-militare-imprenditoriale. La preoccupazione é grande perché l’alleanza tra il settore politico, quello militare e quello imprenditoriale é una minaccia quotidiana per le comunitá e per la loro sopravvivenza. La sospensione di alcuni diritti costituzionali non fa che rendere piú vulnerabili gli attivisti e le attiviste che difendono i propri corpi e i propri territori ed é una chiaro avvertimento da parte dello Stato a non opporsi ai megaprogetti, alle idroelettriche, alle monoculture di palma africana e allo sfruttamento del suolo e dei boschi in queste regioni.
Fonte articolo e foto: Repubblica 13 sett 2019

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Lettera al Ministro Moavero e alla Vice Ministra Del Re sulla cooperazione

AOI, CINI e LINK2007: la cooperazione diventerà una mera testimonianza

Lettera al Ministro Moavero e alla Vice Ministra Del Re

AOI, CINI e LINK2007 hanno inviato oggi una lettera congiunta al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, Enzo Moavero Milanesi, e alla Vice Ministra Emanuela Del Re, esprimendo serie preoccupazioni per il futuro della cooperazione internazionale del nostro Paese.

Le organizzazioni denunciano con fermezza il rischio di ridurre la cooperazione non governativa italiana a “mera testimonianza” se non si provvedesse tempestivamente a correggere la rotta e ripensare alcune scelte.

In particolare le richieste delle tre reti riguardano:

  • Il completamento dell’organico Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo: se il concorso per gli esperti e i dirigenti non fosse attivato a brevissimo, l’Agenzia non avrebbe nemmeno il numero minimo di persone per seguire la normale amministrazione; questo significa minare alla radice una dei punti innovativi della Legge 125/2014.
  • Il rinvio del bando progetti promossi e quello ECG per il 2019 all’anno prossimo (come appreso da un recente incontro con il Direttore dell’Agenzia): costituirebbe un grave nocumento delle programmazioni OSC e dei propri partner in Italia e nei Paesi target
  • Il funzionamento del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo: servono regolare convocazione, valorizzazione del contributo dei gruppi di lavoro e un allargamento di alcuni livelli di rappresentanza.
  • La diminuzione delle risorse per la cooperazione: la riduzione dei fondi per il bando OSC 2019, nell’impegno per i progetti pluriennali, da 70 a 26,4 milioni come annunciato in una nota inviata dall’Agenzia rimetterebbe in discussione gli impegni internazionali e la reputazione del Paese, oltre che portare grave danno al sistema della Cooperazione
  • La crescente gestione in forma securitaria dei fenomeni migratori, con l’acquisizione da parte del Ministero degli Interni dei fondi derivati dalla minor accoglienza e destinati ad azioni di politica estera che secondo il nostro punto di vista non sono spettanti a quel Ministero.

Le organizzazioni chiedono un confronto diretto con i massimi responsabili di Governo per la politica Estera e di Cooperazione internazionale allo sviluppo del nostro Paese. Prima che sia troppo tardi.

 

Il testo della lettera:

Alla c.a. del Ministro Enzo Moavero Milanesi
Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale Alla c.a. della Vice Ministra Emanuela Del Re
Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale Lettera aperta Stimato Ministro, stimata Vice Ministra

Lettera aperta

Stimato Ministro, stimata Vice Ministra

abbiamo deciso di scrivere questa lettera aperta ai massimi responsabili di Governo per la politica Estera e di Cooperazione internazionale allo sviluppo del nostro Paese per esprimere la condizione di disagio e preoccupazione che oggi attraversa il sistema nazionale in materia e in particolare le relazioni, da sempre costruttive e dialoganti, tra le organizzazioni di società civile che noi rappresentiamo e i vari livelli da voi rappresentati.

In un mondo attraversato da diseguaglianze inaccettabili, dovute al divario crescente tra chi continua a concentrare ricchezza, opportunità e sapere, e chi ne resta progressivamente escluso, il tutto aggravato anche dai cambiamenti climatici, il ruolo della Cooperazione allo Sviluppo, e della società civile in particolare, appare sempre più centrale nell’ottica di una soluzione radicale, per quanto possibile, delle cause e non solo degli effetti.

Nel caso specifico del nostro Paese, noi abbiamo fortemente voluto una riforma che ha portato alla nascita delle Legge 125 del 2014, i cui punti realmente innovativi sono, a nostro avviso, sostanzialmente tre: a livello politico, l’individuazione di un Vice Ministro dedicato; a livello della creazione di un sistema Paese, la nascita del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo; infine, ma non per importanza, l’Agenzia italiana per la cooperazione (Aics), dotata di adeguato personale, e risorse finanziarie. L’idea dell’Agenzia nasceva, com’è bene ricordare, anche per gestire con continuità i fondi destinati alla Cooperazione, che richiede una struttura sempre più specializzata, efficiente ed efficace, dotata di personale stabile e punto di riferimento per le amministrazioni e i soggetti coinvolti.

A questo impianto, in coerenza con gli impegni internazionali in sede ONU e UE sottoscritti e ratificati dall’Italia, sottostava l’adeguamento progressivo dei fondi, le cui percentuali sul PIL non stiamo qui a ricordare. Ora ci corre il dovere di entrare in merito a questi punti con spirito critico quanto costruttivo, essendo le ONG tra i soggetti più impegnati ed esposti in azioni sia di emergenza sia di sviluppo, e anche fortemente motivate affinché la Legge funzioni in ogni suo aspetto, e dunque venga pienamente attuata.

Purtroppo, partendo dal livello operativo, cioè dal funzionamento dell’Agenzia, dobbiamo rilevare delle criticità che al momento non hanno nessuna risposta e che dunque ci preoccupano non poco. In primis il completamento dell’organico Aics. Sappiamo bene quanto gli sforzi dell’attuale dirigenza dell’Agenzia abbiano, nella misura del possibile e anche attraverso l’abnegazione dei singoli soggetti che ci lavorano, cercato di mantenere la macchina in uno stato accettabile di efficienza. Questo va riconosciuto ed è, lo vogliamo sottolineare, anche il motivo della nostra attitudine sempre collaborativa. Tuttavia, sono improcrastinabili le decisioni politiche, dunque di livello governativo che Vi competono, in merito al completamento degli organici. In sintesi, se il concorso per gli esperti e i dirigenti non verrà attivato a brevissimo, l’Agenzia non avrà nemmeno il numero minimo di persone per seguire la normale amministrazione; questo significa minare alla radice una dei punti innovativi della Legge. Per questo un Vostro sollecito intervento presso la Funzione Pubblica e gli Enti preposti diventa fondamentale.

Nello specifico poi delle nostre relazioni con l’Aics, dobbiamo segnalare che il bando progetti promossi e quello ECG per il 2019 non sono stati ancora avviati e che, da quanto abbiamo appreso in un recente incontro con il Direttore dell’Agenzia ed i suoi collaboratori, sussiste l’orientamento di rinviarli all’anno prossimo in attesa di nuove procedure. Pur apprezzando e auspicando lo sforzo di innovazione che questa idea sottende, desideriamo però con altrettanta determinazione evidenziare la nostra preoccupazione e contrarietà a questa ipotesi mentre altre tipologie di bandi per le Imprese e gli Enti Locali stiano procedendo. In altre parole, non comprendiamo perché, pur a fronte di nuove regole migliorative, di fatto si salti un anno per gli avvisi pubblici in questione, con grave ed evidente nocumento delle programmazioni OSC e dei propri partner in Italia e nei Paesi target. Crediamo che, finché esistano delle procedure ufficiali, le stesse vadano applicate, come d’altronde sta avvenendo per le Imprese e gli Enti Locali. La dilazione temporale profilata oscurerebbe ancora una volta l’immagine del nostro Paese e del nostro sistema di gestione dei programmi di cooperazione.

Senza entrare nel merito di altri aspetti, dato che è all’attenzione della Vice Ministra un nostro appunto congiunto sui partenariati, segnaliamo la necessità di aprire sul tema un tavolo di confronto con le OSC, richiesta che abbiamo già trasmesso al Direttore Aics.

A livello delle relazioni politico-programmatiche con i soggetti della Cooperazione, cioè il CNCS, dobbiamo dire che il suo funzionamento concreto non ci sembra coerente con il mandato assegnatoli. Tre punti specifici: la regolare convocazione, la mancata valorizzazione del contributo dei gruppi di lavoro, ed infine, anche questo già sollevato in forma di appunto a livello della Vice Ministra, la necessità di una revisione, per noi un allargamento, di alcuni livelli di rappresentanza.

Arrivando al livello più squisitamente politico, ci corre il dovere di segnalare due punti: il ventilato decrescimento delle risorse per la cooperazione, che rimetterebbe in discussione gli impegni internazionali e la reputazione del Paese, oltre che portare grave nocumento al sistema della Cooperazione; la crescente gestione in forma securitaria dei fenomeni migratori, con l’acquisizione dal parte del Ministero degli Interni dei fondi derivati dalla minor accoglienza e destinati ad azioni di politica estera che secondo il nostro punto di vista non sono spettanti a quel Ministero. In specifico, poche cifre possono rendere l’idea di questa nostra preoccupazione: in una nota inviataci dall’Aics, relativa alla programmazione di spesa, si palesa con tutta evidenza una rilevante riduzione dei fondi per il bando OSC 2019 nell’impegno per i progetti pluriennali: da 70 a 26,4 milioni. Se queste cifre fossero confermate saremmo al concreto rischio di condizioni che configurano una cooperazione non governativa italiana ridotta a “mera testimonianza”. Non possiamo accettarlo dati anche gli impegni presi dall’Italia in ambito UE e ONU sulle percentuali dell’APS rispetto al PIL. Ultimo dato, ma non per importanza, non abbiamo certezze in merito alla spesa totale su canale OSC nel bilancio complessivo per l’anno in corso. Su questi punti ci attiveremo ovviamente anche con il livello parlamentare, e speriamo di incontrarvi presto all’interno di iniziative dedicate di cui vi terremo informati.

Cordiali saluti,
Silvia Stilli, Portavoce AOI
Raffaele K. Salinari, CINI
Paola Crestani, Presidente LINK2007

Fonte: ONG.IT

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Sotto attacco gli attivisti per i diritti umani del Guatemala

CITTA’ DEL GUATEMALA. La copertura internazionale delle notizie relative all’America Centrale é storicamente molto limitata e negli ultimi anni sembra concentrarsi sull’esperienza migratoria – quando questa é relazionata con le politche protezionistiche statunitensi – e sulla spettacolarizzazione del narcotraffico e dei suoi protagonisti. Il racconto del Guatemala in questo contesto quasi scompare e ritorna a galla solamente nel periodo delle elezioni, oppure quando un comico televisivo, Jimmy Morales, diventa presidente della Repubblica.

La criminalizzazione dei movimenti sociali. L’attenzione nei confronti del proceso elettorale e dei recenti scandali che hanno investito la prima tornata é legittima, ma la corruzione e la concentrazione del potere nelle mani di un’elite ladina vicina ai militari –  in un Paese a maggioranza indigena – é una costante della storia del Guatemala. Dopo 36 anni di regime militare e conflitto armato interno –  200.000 morti ammazzati, 45.000 desaparecidos, 450.000 rifugiati e 422 massacri –  la transizione democratica é cominciata a livello instituzionale all’indomani degli Accordi di Pace del 1996, ma non si é mai concretizzata in politiche volte a garantire i diritti umani della popolazione e la cessazione della violenza politica. In questi 23 anni coloro che hanno tentato di rivendicare memoria, giustizia sociale e diritti sono stati criminalizzati, minacciati e uccisi senza ricevere una protezione integrale da parte dello Stato e delle sue istituzioni.

L’esortazione dell’ONU. Nella sua relazione sui diritti delle popolazioni indigene, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Victoria Tauli-Corpuz ha evidenziato gravi mancanze per quanto riguarda la difesa degli attivisti per i diritti umani in Guatemala, denunciando la passività delle istituzioni: “Lo Stato deve adottare la politica pubblica sulla protezione delle attiviste e degli attivisti dei diritti umani e rafforzare l’intervento nell’analisi degli attacchi” e deve “garantire la formazione interna del Ministerio Público in materia di indagini sui crimini contro le attiviste e gli attivisti per i diritti umani”.

Sotto attacco costante. Si puó tranquillamente affermare, senza forzature, che dal 1960 a oggi, per non andare piú indietro nella storia, nessuna persona abbia avuto il diritto, dentro i confini guatemaltechi, di difendere la dignitá e i diritti della popolazione e dei territori senza essere perseguito e subire violenza. Tra il primo e il secondo turno elettorale, previsto per l’11 di agosto, cade l’anniversario dell’assassinio dell’attivista indigena maya ixil Juana Raymundo, coordinatrice regionale del Comité de Desarrollo Campesino (CODECA), torturata e uccisa a Nebaj l’anno passato. Mentre a settembre, sempre di un anno fa, venivano assassinate Juana Ramirez Santiago, integrante della Junta Directiva de la Red de Mujeres Ixiles e Ana Greisy López, attivista LGBTQI e rappresentante dell’organizzazione OTRANS Reinas de la Noche di Coatepeque.

La violenza politica. Sono 26 gli omicidi, 392 le aggressioni e 18 i tentati omicidi contro attivisti e attiviste registrati nel 2018 dalla Unidad de Protección a Defensoras y Defensores de Derechos Humanos de Guatemala (UDEFEGUA), che si sommano alle 52 morti violente registrate nel 2017. Uno scenario preoccupante anche alla luce dei due candidati che si scontreranno nel secondo turno elettorale, Sandra Torres della Unidad Nacional de la Esperanza e Alejandro Gianmattei del partito Vamos, che non sembrano poter offrire margini di miglioramento a questa grave situazione. Nei programmi elettorali dei due partiti politici non sono incluse politiche concrete di protezione integrale e accompagnamento per prevenire gli attacchi e garantire l’incolumitá fisica e psicologica degli attivisti e delle attiviste per i diritti umani.

Dove si trasforma la realtá. Un altro dato sembra confermare l’andamento drammatico della situazione che vive chi lotta ogni giorno per una vita libera dalla violenza. I cambiamenti in senso democratico che hanno attraversato la società guatemalteca non hanno trovato nel Parlamento uno strumento adeguato per la loro promozione e realizzazione. Chi ha dato un contributo fondamentale in questo senso sono le organizzazioni di base di donne, contadini, attiviste e attivisti per i diritti umani che da anni lavorano nei territori sotto costante minaccia, dedicando – nel senso letterale del termine – la loro vita alla lotta per la dignitá e la giustizia sociale

Fonte: Repubblica, articolo del 17/07/2019

Foto di: festascienzafilosofia.it
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L’attacco di Salvini alle ONG mette in pericolo tutto il mondo della solidarietà.

Foto di: Lapresse.

La forza dell’Italia sta anche nel suo straordinario capitale sociale positivo, che ha garantito la tenuta del Paese come sistema pure nelle stagioni delle crisi più dure. Un capitale sociale fatto da comunità territoriali coese, imprese intraprendenti e inclusive, organizzazioni di volontariato e che oggi rivela preoccupanti segnali di erosione.

L’allarme viene da uno dei più acuti e autorevoli osservatori dei fenomeni che segnano la società italiana, Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos Italia: “Crollata la fiducia per le non profit”, scrive sul “Corriere della Sera”, commentando i dati d’un sondaggio Ipsos “sulla scelta del ministro Salvini di impedire gli sbarchi sul territorio italiano dei migranti soccorsi in mare dalle navi delle organizzazioni umanitarie”.

Secondo quel sondaggio, il 59% degli italiani sta con Salvini, il 29% è contrario, con ovvie punte di consenso plebiscitario (il 99%) tra gli elettori delle Lega e dei Cinque Stelle (77%) e con un robuste quote di sostegno tra le persone con più di 35 anni, tra i lavoratori autonomi e tra gli operai.

E le “non profit”? La fiducia in queste organizzazioni è crollata dall’80% del 2010 al 39% di oggi. E adesso solo il 22% degli italiani pensa che siano mosse da intenti umanitari, mentre il 56% le giudica ispirate da “scopi economici”. E’ un dato forte, su cui riflettere attentamente.

Pagnoncelli nota come “si sia persa l’aura di bontà di cui godevano” da quando, nel 2017, Luigi Di Maio, leader dei Cinque Stelle, le definì “taxi del mare”. E come il fenomeno si sia aggravato proprio di recente, nel cuore dello scontro caldissimo sull’accoglienza degli immigrati.

Il discredito diffuso, nato dalle polemiche sui migranti (caso Diciotti, Sea Watch, etc.), si estende un po’ a tutto il mondo del “non profit”. E in tempi di comunicazione ansiogena, gridata, caratterizzata dal binomio aggressivo amico-nemico, ne fa le spese tutto quel vasto e straordinario mondo del cosiddetto “terzo settore” (“terzo” tra il settore pubblico e le imprese private profit) che si occupa di temi sociali, assistenza, cooperazione, solidarietà: appunto quel “capitale sociale positivo” di cui dicevamo.

Nota Pagnoncelli:

“Il discredito colpisce duramente un intero settore che non comprende solo le Ong (organizzazioni non governative) impegnate nei soccorsi in mare e nell’accoglienza dei migranti, ma rappresenta oltre 340mila realtà che operano nei settori più disparati, dai servizi alla persona (infanzia, anziani, disabili, etc.) alla cultura, dallo sport alla cooperazione internazionale”.

Un mondo vario, compresso, benemerito, che conta più di un milione di addetti stabilmente impiegati e 5,5 milioni di volontari, in società, cooperative, associazioni, fondazioni, enti sociali di grande umanità e fondamentale utilità sociale, da Milano alla Brianza operosa, dal Veneto all’Emilia, dalla Campania alla Sicilia, con forte radicamento nel mondo cattolico e con qualificate presenze anche in ambienti laici e di “club service”. Più di un italiano su dieci lavora nel “non profit” o fa volontariato, dicono i dati dell’Istat rielaborati dalla Fondazione Social Venture “Giordano Dell’Amore”.

Insiste ancora Pagnoncelli, preoccupato: “Con la fiducia, stanno diminuendo anche le donazioni destinate al non profit”. E conclude: “È solo uno dei tanti effetti collaterali del greve stile comunicativo della stagione politica attuale”.

La preoccupazione è assolutamente condivisibile. Nella retorica estremizzata che su paura e rancore cerca e trova crescenti consensi politici, si rischia di mettere in crisi profonda i fondamenti della nostra vita civile.

Le tendenze anti-impresa diffuse nel governo stanno amplificando le difficoltà di un mondo economico da cui dipendono benessere, lavoro, welfare, solidarietà (l’impresa è il principale ascensore sociale attivo nel nostro paese, strumento indispensabile per premiare e fare crescere “i capaci e meritevoli”, come peraltro indica anche la nostra Costituzione). L’attacco da parte di ambienti governativi al mondo non profit, partendo dagli immigrati ed estendendo propagandisticamente il giudizio, aggrava il quadro.

Non si tratta naturalmente di fare un “partito delle ong” (nessuno ne sente il bisogno) né di renderle protagoniste d’uno scontro tra maggioranza e opposizione, tra Salvini-Di Maio e il Pd, ma di evitare appunto gli effetti della strumentalizzazione politica e salvaguardare, con società non profit, ong, strutture del “terzo settore”, un grande patrimonio civile della comunità italiana

A prescindere, infatti, dai singoli casi di cronaca su navi di soccorso, “porti chiusi”, eventuali violazioni di leggi (il cui accertamento spetta alla magistratura) e dalla necessità di regolare, in Italia e in Europa, un fenomeno di grandi dimensioni qual è quello dei flussi migratori, qui vale la pena insistere sui danni che un certo tipo di propaganda politica può fare a tutto il Paese.

A danno, soprattutto, di quei ceti deboli che, proprio nelle organizzazioni non profit e nel volontariato sociale, trovano risposte quotidiane ai loro problemi di sostegno, supporto, aiuto di cui abbiamo detto.

La buona politica responsabile ha, naturalmente, bisogno di regole. Ma anche d’intelligenza di distinzioni, tra chi eventualmente viola leggi e chi dedica il suo tempo a soccorrere e assistere anziani, malati, persone sole, comunità segnate da un forte disagio sociale. La crisi di fiducia nelle organizzazioni del volontariato è una grave ferita, nel fragile corpo sociale dell’Italia. Una ferita che questo paese non merita.

Articolo di: Huffington Post.it.

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Guatemala, da vent’anni i figli dei desaparecidos esigono memoria e giustizia nella “Giornata dell’Esercito”

Foto:Nodal.am

CITTA’ DEL GUATEMALA – Per 36 anni, dal 1960 al 1996, le popolazioni che abitano il territorio dello stato guatemalteco hanno dovuto subire l’arroganza e la violenza dei militari. L’esercito si è reso protagonista della desaparición forzata di 45.000 persone, di 422 massacri, di 450.000 rifugiati e rifugiate e del genocidio della popolazione maya ixil, perpetrato attraverso l’uso sistematico della violenza sessuale come arma di guerra.

Il potere dei militari. Gli Accordi di Pace del 1996 non hanno privato i militari del loro potere ma li hanno costretti a cambiare strategia. La presenza di organizzazioni internazionali e la creazione di organismi nazionali a tutela della popolazione non ha permesso la prosecuzione di un conflitto armato interno in campo aperto ma ha spostato il focus su una guerra a bassa intensitá tesa alla conservazione del privilegio. Un privilegio che storicamente si fonda sul razzismo endemico, sulla concentrazione della ricchezza e sul mantenimento da parte delle elite militari di una posizione di potere nelle maggiori istituzioni del paese. Quando non hanno occupato le piú alte cariche del governo gli ex militari responsabili dei massacri e del genocidio hanno comunque influito in maniera determinante sul Congresso.

Le violazioni dei diritti umani. Per queste ragioni non si é mai assistito a una reale transizione democratica istituzionale e gli attacchi contro attiviste per i diritti umani, leader contadini e attori della societá civile sono continuati con una sistematicitá e violenza allarmanti. Nel 2018 la Unidad de Protección a Defensores y Defensoras de Derechos Humanos de Guatemala (UDEFEGUA) ha registrato 26 omicidi, 392 aggressioni e 18 tentativi di omicidio ai danni di attiviste e attivisti.

Le figlie e i figli dei massacri. In Guatemala il 30 di giugno é un giorno festivo, si celebra la Giornata dell’Esercito. Da vent’anni i figli e le figli dei desaparecidos organizzano una contromanifestazione per ricordare le violenze dei militari e trasformare la Giornata dell’Esercito nella Giornata della Memoria. L’organizzazione H.I.J.O.S – Hijas e Hijos por la Identidad y la Justicia contra el Olvido y el Silencio, é storicamente in prima fila in questo processo supportata da CALDH – Centro Para la acción Legal en Derechos Humanos, Alianza Politica Sector de Mujeres, Udefegua e altre organizzazioni della societá civile.

La giornata della memoria. Quest’anno una manifestazione piena di colori e consapevolezza storica ha attraversato le vie della capitale, toccando alcuni punti significativi della cittá tra cui la Casa de la Memoria, dove da anni si lavora per ricostruire la memoria storica del Paese, e il luogo dove il 20 di ottobre del 1978 é stato assassinato Oliverio Castañaeda de León, segretario generale della AEU – Asociación de Estudiantes Universitarios. La manifestazione é sfociata nella Piazza della Costituzione e si é trasformata in un festival di arte, musica, poesia, graffiti ed economia solidale.

Trasformare la memoria. Le attiviste transgender di ODELCA – Organización de Locas Centroamericanas y del Caribe hanno creato una performance che ha emozionato gran parte dei presenti. Davanti al Congresso, vestito a lutto con enormi teli neri per restaurazione, hanno disegnato la mappa del Guatemala – affianco all’enorme scritta in memoria dei desaparecidos e delle desaparecidas: “45.000, Donde están?” – rappresentando i 422 massacri perpetrati dall’esercito durante il conflitto armato interno. Mentre una voce registrata risuonava per tutta la piazza leggendo i luoghi delle stragi e indicando i responsabili materiali.

La memoria presente. Ricordare la storia dei propri cari, dei familiari uccisi e desaparecidos, non risponde a pretese di celebrazione istituzionale del passato ma é un’urgenza che affonda le sue radici nel tempo presente e nella societá civile. I figli e le figlie dei massacri lottano affinché la memoria serva a ricostruire una societá piú giusta e affinché le violenze del passato e quelle del presente non vengano piú legittimate e perpetrate dai propri governanti.

Articolo di: La Repubblica.

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