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Difesa: Etiopia-Italia, ministro Trenta firma accordo di cooperazione con omologo Mohammed

Il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha firmato un accordo di cooperazione nel settore con l’omologo etiope Aisha Mohammed. L’accordo, come riferisce l’emittente etiope “Fana”, è stato siglato ad Addis Abeba, dove Trenta è arrivata ieri sera per una visita ufficiale che rientra nell’ambito del suo tour regionale nel Corno d’Africa che l’ha vista nei giorni scorsi a Gibuti e in Somalia. Nel corso della visita, il ministro Trenta incontrerà anche alti funzionari delle forze armate locali per discutere su varie questioni bilaterali. Il tour di Trenta nel Corno d’Africa è iniziato domenica scorsa da Gibuti. “Anche qui, nel Corno d’Africa, dove la condizione geopolitica resta particolarmente delicata, la nostra attenzione resta massima. Erano infatti molti anni che un ministro della Difesa italiano non veniva in visita ufficiale in questi paesi. Nei prossimi giorni incontrerò le autorità governative locali e visiterò le basi addestrative dove i nostri militari sono impegnati nell’attività di training nella missione Miadit 11, utile al processo di stabilizzazione dell’intera area”, aveva scritto Trenta in un post su Facebook.

A Gibuti è stata creata nell’ottobre 2013 la prima base logistica operativa delle Forze armate italiane all’estero dopo la Seconda guerra mondiale. Si tratta di una base militare di supporto, a connotazione interforze, con un nucleo di quasi cento militari, ma che può ospitarne fino a 300. Il principale obiettivo è quello di fornire sostegno ai contingenti nazionali che operano nell’area del Corno d’Africa e nell’Oceano Indiano impegnati principalmente nella missioni anti-pirateria Atalanta e Ocean Shield, oltre che nelle attività di addestramento Miadit e la parte italiana di Eutm Somalia. La base è stata costruita in soli due mesi dai genieri del sesto Reggimento della Task force Trasimeno del sesto Reggimento genio pionieri di Roma. Dopo Gibuti, il ministro della Difesa ha fatto tappa in Somalia, dove ha avuto colloqui bilaterali con l’omologo Hassan Ali Mohamed, col quale ha discusso delle relazioni bilaterali e del rafforzamento della cooperazione congiunta tra i due paesi, compresa la riattivazione degli accordi sulla difesa. Alla riunione erano presenti anche il ministro degli Esteri somalo Abdulkadir Ahmed-Kheir Abdi, il ministro di Stato per l’ufficio del primo ministro, Abdullahi Hamud, l’ambasciatore somalo in Italia, Abdirahman Sheikh Esse, e il capo di Stato maggiore dell’Esercito nazionale somalo, Dahir Aden Elmi.

La Somalia progetta di rafforzare il suo esercito nazionale con il sostegno dei suoi alleati, fra cui l’Italia, per portare a termine operazioni di sicurezza volte a contrastare il terrorismo e a proteggere le sue frontiere terrestri, marittime e aeree. Dal 16 febbraio 2014 all’Italia è stata affidata la guida della missione European Union Training Mission Somalia (Eutm Somalia), avviata nell’aprile 2010 per contribuire allo sviluppo delle istituzioni preposte al settore della sicurezza in Somalia nell’ambito della strategia europea per il Corno d’Africa. Dal 16 luglio 2018 il comandante della missione Eutm Somalia è il colonnello Matteo Spreafico. L’attuale contributo italiano prevede un impiego massimo di 123 militari e 20 mezzi terrestri, impiegati in vari ambiti, da quello principale dell’addestramento delle Forze armate somale alla sicurezza dei movimenti e del contingente, dal supporto logistico e amministrativo a quello di staff del comandante

Credit: Agenzia Nova

africarivista.it

Foto Ministro Trenta

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Accordo tra Italia e Myanmar per l’elettrificazione del paese.

Un importante Soft Loan Agreement tra l’Italia e il Myanmar del valore di 30 milioni di euro è stato firmato nei giorni scorsi a Nay Pyi Taw, nell’ambito del progetto varato dalla Banca Mondiale per l’elettrificazione del paese. Grazie al contributo italiano – focalizzato soprattutto sullo Stato Chin e sulle aree circostanti, tra le più povere e remote – almeno 100.000 nuclei familiari, per un totale di circa mezzo milione di persone, potranno avere accesso all’energia elettrica.
“L’Italia potrà così concorrere a migliorare – ha detto l’ambasciatrice Alessandra Schiavo che ha firmato l’accordo alla presenza del Ministro per l’Agricoltura e l’Irrigazione U Aung Thu e della direttrice del locale Ufficio della Banca Mondiale Ellen Goldstein – i livelli educativi, la qualità e continuità delle prestazioni sanitarie e ospedaliere, la produttività delle micro o piccole imprese locali e, più in generale, le condizioni di vita delle popolazioni in zone anche afflitte da conflitti”.

Il sostegno sarà dato per lo sviluppo soprattutto di mini-reti e “home solar systems”.

Fonte: Farnesina, Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

Yangon (LaPresse)

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Premio Unesco al museo del genocidio in Cambogia

Per non dimenticare il genocidio perpetrato dai khmer rossi tra il 1975 e il 1979 in Cambogia, l’Unesco ha assegnato il premio Jikji Memory of the World 2020 al Museo di Tuol Sleng, creato nell’edificio che ospitò il centro di detenzione, tortura e uccisione utilizzato dal regime di Pol Pot per cancellare gli oppositori.

In questa ex scuola conosciuta come S-21 Security Bureau (con S che sta per sala e 21 il codice del Santébal, la Polizia di sicurezza) persero la vita più di 18 mila persone, uomini, donne e bambini, la maggior parte delle quali furono arrestati, imprigionati e uccisi senza sapere quali accuse erano loro mosse. Situato nel centro di Phnom Penh l’edificio fu racchiuso all’interno di un recinto di filo spinato elettrificato.

Le classi furono trasformate in minuscole celle e camere della tortura e tutte le finestre furono sbarrate con assi di ferro e filo spinato per evitare fughe di prigionieri. Di tutti i prigionieri incarcerati, solo sette sopravvissero, in quanto ritenuti utili alla causa del partito. Già inserito dall’Unesco nell’elenco delle Memorie del mondo, il Museo Tuol Sleng conserva nei suoi archivi le prove della strategia messa in atto dai khmer rossi al fine di terrorizzare la popolazione e “pulire” l’apparato statale dei suoi avversari, sia veri che presunti.

Coloro che sopravvivevano agli interrogatori, dopo aver confessato il loro coinvolgimento in crimini e complotti per lo più immaginari, venivano poi trasferiti nel centro di sterminio di Choeung Ek. Con i sospettati di tradimento venivano imprigionati e giustiziati regolarmente tutti i famigliari più stretti, accusati di connivenza o di mancata delazione alla polizia segreta. Anche i neonati venivano barbaramente eliminati perché ritenuti incapaci di «totale purificazione e dedizione agli standard rivoluzionari» una volta che fossero divenuti adolescenti.

Almeno 1,5 milioni di cambogiani sono morti durante il terrore dei khmer rossi, per le esecuzioni, la fame o la mancanza di cure.

«La missione del Museo del genocidio di Tuol Sleng è fondamentale per promuovere la pace e garantire, attraverso i suoi archivi, che questi crimini atroci non si ripetano mai più», ha detto la direttrice generale dell’Unesco, Audrey Azoulay. «Ecco perché lavoriamo insieme da oltre dieci anni per salvaguardare e digitalizzare questi archivi e renderli accessibili a tutti. Il lavoro di questo museo — ha aggiunto — è essenziale per mantenere la memoria del genocidio oltre gli anni e la graduale scomparsa delle sue vittime e di coloro che lo hanno perpetrato». Gli archivi del Museo del genocidio di Tuol Sleng, che fanno parte del Registro della Memoria del mondo dell’Unesco, hanno già beneficiato di un progetto di conservazione e digitalizzazione per garantire l’accesso sia agli storici che alle famiglie di persone scomparse che cercano informazioni sui loro cari.

Si tratta del fondo documentario più completo sul sistema carcerario di Kampau e comprende le fotografie di più di 5.000 prigionieri, nonché le loro “confessioni” e biografie. Oltre quattro milioni di dati che saranno resi disponibili al pubblico tramite un sito web che sarà lanciato entro la fine dell’anno. Il progetto è finanziato dall’Agenzia coreana per la cooperazione internazionale (Koica).

A sostegno del museo si aggiunge ora anche il premio Unesco che consiste in un finanziamento di 30 mila dollari offerti dalla Repubblica di Corea assegnato ogni due anni per contribuire alla conservazione e all’accessibilità del patrimonio documentario come patrimonio comune dell’umanità e promuovere l’accesso universale all’informazione e alla conoscenza.

Il premio Jikji Memory of the World prende il nome dal più antico libro coreano stampato con caratteri mobili durante la dinastia Koryo. Originariamente composto da due volumi, uno dei quali è scomparso, il Jikji, pubblicato nel Tempio Heungdeok nel 1377 (come confermato da scavi archeologici nel 1985), 78 anni prima di Johann Gutenberg, è conservato nella Biblioteca nazionale di Francia.

Fonte: foto e articolo de l’Osservatore Romano, 09/09/2020

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La pandemia in El Salvador

EFE.- El Salvador puede tener el peor impacto en su crecimiento económico de la región centroamericana debido a la pandemia, con una pérdida de al menos un 10 % del producto interno bruto (PIB), lo que hace que los pronósticos sean “muy poco halagüeños”, dijo a Efe el economista Ricardo Castaneda.

De acuerdo con las diversas estimaciones de organismos internacionales, “ahora podemos asegurar que estamos frente a una de las peores crisis económica de El Salvador”, agregó Castaneda, coordinador para El Salvador del Instituto Centroamericano de Estudios Fiscales (Icefi).

Lo anterior se agudiza por la falta de acuerdos entre órganos del Estado, especialmente entre el Ejecutivo y el Legislativo, y por la falta de un plan integral para enfrentar la pandemia que combine lo sanitario y la economía.

Libera traduzione:

EFE.- El Salvador potrebbe avere il peggior impatto sulla sua crescita economica nella regione centroamericana a causa della pandemia, con una perdita di almeno il 10% del prodotto interno lordo (PIL), il che significa che le previsioni sono "molto poco lusinghiere", ha detto a Efe l'economista Ricardo Castaneda.

Secondo varie stime di organizzazioni internazionali, "ora possiamo assicurare che siamo di fronte a una delle peggiori crisi economiche in El Salvador", ha aggiunto Castaneda, coordinatore per El Salvador dell'Istituto centroamericano di studi fiscali (Icefi).

Quanto precede è aggravato dalla mancanza di accordi tra gli organi dello Stato, soprattutto tra l'Esecutivo e il Legislativo, e dalla mancanza di un piano globale per affrontare la pandemia che unisce salute ed economia.

Fonte: Articolo di Forbes Staff del 4/08/2020. Foto: UN News

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La grande diga: la disputa tra Etiopia ed Egitto

C’è un barlume di speranza nella contesa regionale sulle acque del fiume Nilo. Dopo l’annuncio del ministro degli Affari esteri egiziano, Sameh Shoukri, sulla riapertura del tavolo negoziale fra Etiopia, Egitto e Sudan per un accordo condiviso di sfruttamento delle risorse idriche, la stampa africana tiene i riflettori accesi su di una crisi potenzialmente esplosiva e dà voce alle “colombe”. Trattative patrocinate da Washington si sono interrotte nel mese di febbraio, a seguito del ritiro stizzito di Addis Abeba, avversa a una mediazione, quella statunitense appunto, giudicata eccessivamente pro–egiziana.
Ora i tre Paesi, probabilmente sotto la pressione delle Nazioni Unite, in allarme per il rischio di un nuovo fronte bellico, stanno riprendendo il filo di un dialogo iniziato sette anni fa: cioè due anni dopo l’avvio del cantiere della Grande Diga del Rinascimento etiope, nota come Gerd. Un’infrastruttura mastodontica destinata a rendere l’Etiopia non solo autonoma in termini idrici, ma anche energetici. Per ottenere tale risultato, tuttavia, il Nilo Azzurro, ovvero il tratto di fiume da cui dipende l’approvvigionamento di Egitto e Sudan, verrà “chiuso” all’altezza di Beninshangul–Ghumuz, nell’Etiopia Occidentale. Ormai la diga è pronta per l’80 percento. La disputa fra i tre “consumatori” delle acque nilotiche (il bacino idrografico include dodici Paesi, ma in virtù di un accordo del 1959 Egitto e Sudan ne beneficiano più di tutti) verte adesso sulla tempistica di riempimento: Addis Abeba ha annunciato che darà inizio alle operazioni a luglio, per una durata di 4 anni. Il Cairo, invece, chiede almeno altri 7 anni in più per assorbire il colpo, durissimo. Ogni anno Egitto e Sudan insieme attingono 80 miliardi di metri cubi: rispettivamente circa 55 e 25. L’Etiopia ne drenerà 74 miliardi. Il primo riempimento, a luglio, dovrebbe riguardare 4,9 miliardi di metri cubi; un anno dopo, 13. Come evitare una crisi idrica devastante per milioni di egiziani e sudanesi, sia nelle campagne sia nelle città? Un dramma cui bisogna aggiungere, in prospettiva, altre criticità: per l’Egitto, l’aumento demografico (secondo l’Onu, nel 2100 gli egiziani saranno 200 milioni, il doppio di oggi); per il Sudan, calamità naturali sempre più frequenti (siccità, carestia, invasione di cavallette).
Il Nilo Azzurro è il tratto di fiume più prezioso per i Paesi a valle: trasporta l’84 percento dell’acqua e il 96 percento del limo del Nilo. L’Egitto, spalle al muro, ha lanciato un’offensiva diplomatica per ricondurre gli etiopi al negoziato. La tensione sui confini, però, rimane altissima: fra Etiopia e Sudan si registrano scontri armati per la fertile regione di el–Gadarif, in Sudan, da sempre contesa. Migliaia di contadini e allevatori etiopi, questa è l’accusa di Khartoum, hanno invaso l’area di confine negli ultimi mesi, protetti da milizie ed esercito.
Quanto all’Egitto, come già accaduto nel 2010 sotto la presidenza di Hosni Mubarak, l’attuale raìs ha minacciato Addis Abeba di fare ricorso alle armi per difendere quello che è un asset vitale per il suo Paese: il Nilo. Non è chiaro se sarà l’Unione Africana a tentare una mediazione “last minute”; anche Bruxelles si è detta disponibile a intervenire. Per Il Cairo, l’intermediario prediletto si conferma la Casa Bianca. Dietro a Khartoum, invece, si allunga l’ombra della Turchia di Recep Tayyep Erdogan, sempre più attiva in Africa. Solo un mese fa, il Sudan ha accettato di inviare proprie milizie in soccorso al premier libico Fayez al–Serraj, una volta raggiunta con Ankara un’intesa per aiuti economici. Ed è la Cina il partner privilegiato dell’Etiopia nel grande piano di sviluppo energetico messo a punto, a colpi di dighe, fino al 2025.
Quello che farà dell’Etiopia un esportatore di energia, non senza conseguenze per le popolazioni indigene: i tre sbarramenti sull’Omo, per esempio, hanno inaridito le terre rivierasche del fiume etiope, le cui acque alimentano il Lago Turkana, in Kenya. Ne stanno pagando il prezzo centinaia di migliaia di agricoltori, pastori, pescatori etiopi e keniani, ed ecosistemi ora in pieno degrado. Un deterioramento ambientale che rischia anche il bacino del Nilo.

Fonte: articolo di Federica Zoja del 6/06/2020 dell’Avvenire; foto di Africa Rivista

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Frana in una miniera in Myanmar

I corpi di almeno 113 minatori sono stati estratti dal fango dopo una frana in una miniera di giada nel nord del Myanmar. Lo hanno riferito i vigili del fuoco. La frana è stata causata dalle «forti piogge» e sono ancora in corso le operazioni di soccorso per portare in salvo eventuali sopravvissuti nella miniera situata nel villaggio di Sate Mu, nella municipalità di Hpakant, stato di Kachin. Un agente di polizia ha detto che le operazioni di soccorso sono state sospese a causa delle forti piogge. I feriti si contano a decine e non c’è chiarezza sul numero dei dispersi che potrebbe essere intorno ai 200.

Decine di minatori muoiono ogni anno nelle miniere di giada, altamente redditizie ma scarsamente regolamentate, e in cui sono impiegati migranti a basso reddito per estrarre la gemma molto ambita in Cina. Lo stato di Kachin si trova al confine con la Cina. I minatori cercavano le pietre preziose in terreni montuosi già indeboliti da precedenti scavi.

Le frane sono frequenti nella zona e le vittime provengono spesso da comunità etniche povere. Secondo Watchdog Global Witness nel 2014 il giro d’affari del settore ha raggiunto una trentina di miliardi di euro, denaro che quai mai finisce nelle casse dello stato. Le abbondanti risorse naturali del Myanmar settentrionale – tra cui giada, legname, oro e ambra – contribuiscono a finanziare entrambe le parti di una guerra civile lunga decenni tra ribelli ed esercito.

Fonte: Articolo della Stampa del 2/07/2020

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Uccisione di un cantante attivista in Etiopia

Almeno 50 persone sono morte in Etiopia, nella regione di Oromia, durante le manifestazioni di protesta per la morte del popolare cantante e attivista Hachalu Hundessa, ucciso a colpi di arma da fuoco mentre guidava nella capitale Addis Abeba, nella notte fra lunedì 29 e martedì 30 giugno. La notizia è stata confermata a Reuters da un rappresentante della regione.

Secondo il Washington Post tra i morti ci sarebbero sia manifestanti che rappresentanti delle forze dell’ordine. Il primo ministro Abiy Ahmed ha detto soltanto che i morti sono «numerosi». Durante le manifestazioni di protesta è stato arrestato anche il politico Jawar Mohammed, molto noto nel paese e oppositore di Ahmed, insieme ad altre 35 persone.

Non si sa ancora molto della morte di Hachalu, che aveva 34 anni e recentemente aveva detto di aver ricevuto minacce di morte. Le sue canzoni parlano principalmente dei diritti del gruppo etnico Oromo ed erano diventate inni per il movimento di protesta che nel 2018 aveva portato alla caduta dell’ex premier Hailemariam Desalegn. La polizia ha dichiarato di aver arrestato due persone in relazione all’omicidio.

Fonte: articolo Il post del 01/07/2020; foto Jumbo Africa

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Tempesta Amanda in El Salvador

È di almeno undici morti, gravi danni e numerose inondazioni il bilancio non ancora definitivo del passaggio oggi su El Salvador della tempesta tropicale Amanda, che si sta spostando sul Guatemala con meno intensità. Lo riferisce il quotidiano La Prensa Grafica.

Il governo del presidente Nayib Bukele ha disposto l’allarme rosso e decretato l’emergenza nazionale di due settimane per permettere ai soccorritori di intervenire efficacemente nelle zone colpite nell’occidente del Paese. Intanto il Parlamento è stato convocato oggi per esaminare le misure necessarie a sostenere gli abitanti delle zone disastrate.

La Protezione civile ha segnalato che si sta cercando una persona al momento dispersa, e precisato che fra le persone decedute vi sono un bambino di otto anni e tre membri di una stessa famiglia.

Infine si è appreso che il fiume più importante che ha rotto gli argini è l’Acelhuate, che scorre attraverso la Colonia Malaga, e questo ha causato fra l’altro l’interruzione della circolazione lungo la statale che conduce a Los Chorros.

Fonte articolo: CdT.ch Foto: InMeteo

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Le espulsioni di migranti contagiati di COVID19 in Guatemala

Il Guatemala ha attaccato il presidente americano, Donald Trump, a causa delle espulsioni dagli Stati Uniti di migranti contagiati dal nuovo coronavirus. Il presidente Alejandro Giammattei ha dichiarato che le espulsioni hanno saturato i centri di quarantena in Guatemala e hanno messo sotto pressione il debole sistema sanitario del Paese centroamericano.

“Il Guatemala è un alleato degli Stati Uniti, gli Stati Uniti non sono un alleato del Guatemala”, ha dichiarato all’Atlantic Council, un think tank per gli affari internazionali con sede a Washington. “Comprendiamo che gli Stati Uniti vogliono espellere le persone, lo capiamo, ma ciò che non capiamo è che ci invino voli contaminati”.

Tra i duemila casi di coronavirus del Guatemala, le autorità affermano che 100 sono migranti rimandati indietro dagli Stati Uniti. “Va bene che ci mandino gli espulsi, sono certamente problema nostro, ma sono anche il problema degli Stati Uniti. Quindi dovremmo affrontare insieme la questione, dobbiamo essere onesti”, ha aggiunto Giammattei, 64 anni, medico di professione.

La delusione arriva inoltre da quella che è stata definita l’incapacità di Washington di inviare forniture mediche al Guatemala. “Vediamo che gli Stati Uniti hanno aiutato altri Paesi, anche con i ventilatori, noi non abbiamo avuto nemmeno una pannocchia”, ha lamentato il capo di Stato. Dopo le dichiarazioni del presidente, sono arrivate le precisazioni dell’ambasciata americana in Guatemala che ha elencato gli aiuti. Tra cui un impegno di 2,4 milioni di dollari per il Paese da utilizzare “per mitigare la diffusione dell’epidemia Covid-19” attraverso l’assistenza clinica, i controlli di salute pubblica ai punti di ingresso alle frontiere e le forniture mediche. Tuttavia l’ambasciata non ha risposto alle accuse sui migranti contagiati espulsi dagli Usa.

Fonte: Articolo 22/05/2020 AGI

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La pandemia in Myanmar

In Myanmar, come purtroppo in tante altre regioni del mondo, l’emergenza pandemia si trova a dover drammaticamente convivere con la guerra o comunque, appunto, con sanguinosi e annosi conflitti interni. In questo senso la proposta della Giornata di preghiera del 14 maggio è stata immediatamente accolta dall’episcopato locale per chiedere a Dio di proteggere l’umanità dalla pandemia da coronavirus e porre fine al conflitto interno, come pure alle tante guerre che insanguinano il pianeta.

Alcuni giorni fa — come riferisce l’agenzia Fides — un civile è stato gravemente ferito a una gamba dall’esplosione di una mina nel villaggio di Han Gan, nella Ye Township dello Stato Mon. Si tratta dell’ennesimo episodio di una “guerra in sordina” che fa del Myanmar un Paese con un continuo conflitto a bassa intensità. Benché i combattimenti siano ora in corso soprattutto negli Stati Rakhine e Chin, i suoi effetti devastanti si fanno sentire un po’ ovunque. Agli inizi di maggio, tre organizzazioni separatiste che combattono contro il governo centrale di Yangon, hanno reiterato l’appello al cessate il fuoco, già reso noto agli inizi di aprile, con una “tregua unilaterale”, afferma un comunicato, che non esclude una risposta in caso di attacco.

La situazione di confusione, soprattutto negli Stati Mon e Rakhine rende difficile attribuire la responsabilità delle morti civili ai ribelli o ai soldati governativi. Il 20 aprile un autista dell’Organizzazione mondiale della sanità è stato ucciso mentre trasportava materiale medico; qualche giorno dopo un convoglio di aiuti del Programma alimentare mondiale, con riso e altri generi alimentari di base, è stato attaccato dai ribelli tra le città di Samee e Paletwa (Chin).

I combattimenti e le reciproche accuse non facilitano l’accesso degli operatori di organismi umanitari nelle aree di crisi, dove all’espansione del covid-19 si somma una carenza alimentare endemica, ora peggiorata dal virus. La semina del riso, per esempio — che rappresenta l’80 per cento della produzione birmana — inizia in genere a fine aprile con raccolti a settembre e ottobre, ma poiché i prestiti di governo e degli istituti di micro-finanza sono sospesi, molti agricoltori non sono in grado di procurarsi le necessarie sementi.

Dopo gli attacchi ai convogli Onu, le agenzie delle Nazioni Unite e diverse ong internazionali che operano in Myanmar hanno chiesto un immediato cessate-il-fuoco nell’area occidentale del Paese, ma il governo dello Stato Rakhine ha risposto vietando ai gruppi umanitari di creare campi per gli sfollati interni senza l’approvazione dell’esecutivo. Nel nord dello Stato almeno 160.000 persone sono sfollate a causa dei combattimenti tra esercito e ribelli.

Il 27 aprile scorso, la Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia (Fabc) aveva accolto la richiesta del Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, e rilanciata da Papa Francesco, per una tregua globale di fronte alla minaccia senza precedenti della pandemia. Alcuni giorni dopo un appello nella stessa direzione era stato siglato da diverse ambasciate straniere nella capitale Yangon.

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Il Coronavirus in Etiopia

Dallo scorso 28 marzo al 14 aprile in Etiopia i casi di coronavirus sono aumentati da 12 a 82. La pagina Facebook del ministero della Salute etiopico aggiorna puntualmente l’andamento della situazione: numero dei test condotti, numero dei contagi e dei ricoveri, profilo dei contagiati. Nel frattempo il governo ha aumentato le misure restrittive e di supporto per il contenimento del contagio.

I numeri 

Questi i numeri aggiornati: 4557 i test condotti, 82 i positivi, 3 i decessi. I dati dicono che il profilo del potenziale contagiato sta cambiando. Inizialmente si trattava principalmente di stranieri. Dopo le restrizioni imposte da numerosi Paesi e i blocchi delle tratte aeree, il profilo oggi corrisponde maggiormente a viaggiatori di cittadinanza etiope, perlopiù uomini provenienti da Dubai, Turchia, Usa, Canada, Inghilterra. Ma il dato significativo è quello relativo a casi di soggetti senza alcun trascorso di viaggio all’estero o che pare non abbiano avuto nessun contatto con soggetti affetti dal virus. Questo è un dato preoccupante. Aumenta così l’attenzione del governo nel tentativo di rendere più capillari i controlli e i test nelle regioni: non è casuale, quindi, che l’8 aprile abbia decretato lo stato di emergenza per una durata di 5 mesi rendendone noti i dettagli pochi giorni dopo.

E il governo che fa?

Questo nuovo assetto comporta ulteriori provvedimenti che si attengono alle linee guide dettate dal ministero della Salute. Fra le varie restrizioni già applicate in precedenza si aggiungono, tra gli altri, il divieto di licenziare i lavoratori dipendenti del settore privato, il divieto di sfrattare gli inquilini e di aumentare gli affitti e il divieto di assembramenti di più di quattro persone. Consentiti invece l’utilizzo al massimo del 50% dei posti a sedere nel trasporto pubblico e privato e del 25% dei posti a sedere della linea ferroviaria Etiopia-Gibuti. E c’è l’obbligo per tutti coloro che lavorano a contatto con il pubblico di coprire la bocca e il naso con mascherine commerciali o fatte a mano o semplicemente con stoffe.

Politica e mercati

Intanto a livello politico le elezioni parlamentari, già posticipate ad agosto causa pandemia, sono state posticipate ulteriormente a data da definire. Tra gli aspetti che destano preoccupazione, oltre a quello strettamente sanitario ci sono la gestione dei mercati informali, la lotta all’aumento del prezzo dei generi di primo consumo e la gestione dei flussi di lavoratori pendolari provenienti dalla regione Oromia che contorna Addis Abeba, città autonoma a maggioranza amhara.
Ma andiamo con ordine. I mercati informali non sono regolamentabili per loro natura. Sono sempre affollati e soddisfano una sussistenza economica alla giornata che non può essere riequilibrata nei suoi scompensi dall’oggi al domani. C’è quindi consapevolezza dell’impossibilità di bloccarli: Addis Abeba vive delle merci che importa dalle altre regioni. La dislocazione pare essere dunque l’unica misura applicabile. Così, ad esempio, per il mercato di frutta e verdura più grande della capitale, Atilkit Terà, si è pensato a una ricollocazione in un’area più grande, Gial Meda, dove sarebbe possibile mantenere le distanze di sicurezza. La proposta del lockdown per la capitale è stata invece subito scongiurata dal vicesindaco Takele Uma che, in un’intervista del 5 aprile, ha ribadito l’impegno economico per le misure di prevenzione (600 milioni di birr) e il coinvolgimento di un gran numero di volontari (circa 30mila) in attività di sensibilizzazione e fundraising. Il lockdown è invece un’ipotesi da scartare, almeno per il momento, per le migliaia di lavoratori pendolari impiegati nell’edilizia in questa città-cantiere che si regge sulla manovalanza a basso costo, giovane e marginalizzata.

Speculazione e pugno di ferro

La paura di un’evoluzione drammatica e del lockdown fino ad ora scongiurato ma anche il rischio di acquisti compulsivi dettati dal panico sono fattori che, a livello locale, stanno contribuendo all’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità. E poi c’è anche la speculazione in senso stretto. Un numero telefonico apposito a disposizione dei cittadini è stato attivato per segnalare eventuali irregolarità. Ed è così che alcuni commerciati, avendo aumentato il prezzo del teff, cereale alla base dell’alimentazione, sono poi stati denunciati (e in certi casi è stata imposta la chiusura dell’attività).
Ad Addis Abeba, epicentro della diffusione del virus nel Paese, si concentrano gli sforzi del governo, ma l’obiettivo rimane il contenimento sia nella capitale che nel resto delle altre regioni. Una buona notizia è certamente la donazione della Bill Gates Foundation (200 milioni di birr solo per la città di Addis Abeba: il vicesindaco ha ringraziato calorosamente via Twitter). Intanto la ministra della Salute Lia Tadesse ha fatto sapere che sono in arrivo altri ventilatori polmonari in aggiunta ai 435 precedentemente in dotazione, di cui alcuni non funzionanti, e che sono stati attivati corsi di formazione per avere più personale medico in grado di usarli. Il primo ministro Abiy Ahmed Ali ha poi sottolineato l’importanza di una produzione nazionale di mascherine, per cui molte industrie hanno convertito la loro produzione secondo questa necessità. È il caso dell’Industrial Park ad Hawasa, che sta quintuplicando la loro produzione, da 10mila a 50mila al giorno.

Preghiere private

Tante le difficoltà ma anche molti gli sforzi. Chiese e moschee non sono più aperte ai fedeli, esortati a dedicarsi alla preghiera privatamente. La Pasqua ortodossa si avvicina, così come la fine del digiuno. Si percepisce fibrillazione per i preparativi di domenica prossima. Dopo qualche giorno inizierà il ramadan. Vedremo come la consuetudine si adatterà alle necessità dettate dal particolare momento.

Fonte: Africa Rivista 15/04/2020

Foto: Info cooperazione

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Il coronavirus nel “capitalismo dei disastri”

Naomi Klein spiega come i governi e le élite globali sfrutteranno la pandemia. Traduzione di Anna Clara Basilicò dell’articolo pubblicato in inglese su Reader supported News.

Il Coronavirus è ufficialmente una pandemia globale che ha contagiato, finora, 10 volte il numero di persone colpite da SARS. Scuole, università, musei e teatri stanno chiudendo in tutti gli Stati Uniti e presto potrebbero fare lo stesso intere città. Gli esperti avvertono che alcune persone, pur sospettando di essere affette da Covid-19, stanno continuando la loro routine quotidiana, sia perché non hanno accesso a misure sussidiarie di reddito, sia a causa del collasso sistemico del sistema sanitario privatizzato.

La maggior parte di noi non sa esattamente cosa fare o chi ascoltare. Il presidente Donald Trump ha contestato le raccomandazioni del Centro di Controllo e Prevenzione Sanitaria e questi segnali contraddittori hanno ridotto la finestra temporale entro cui agire per limitare i danni dell’epidemia.

Per i governi e le élite globali si tratta delle condizioni perfette per rendere effettivi quei programmi politici che, in circostanze diverse, se non fossimo tutti disorientati, incontrerebbero una durissima opposizione. Questa catena di eventi non è una prerogativa solamente della crisi provocata dal Coronavirus, è un progetto che la classe politica e i governi hanno perseguito per decenni e noto come “dottrina dello shock” secondo la categoria coniata dall’attivista e scrittrice Naomi Klein nel volume pubblicato nel 2007 [Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastrindt].

La storia è una cronaca di “shock” – gli shock della guerra, dei disastri naturali, delle crisi economiche – e delle loro conseguenze. Le ripercussioni si configurano nel cosiddetto “capitalismo dei disastri”, nelle “soluzioni” di libero mercato pianificate in risposta a crisi che sfruttano ed esasperano le disuguaglianze esistenti.

La Klein sostiene che stiamo già assistendo allo spettacolo del capitalismo dei disastri su scala nazionale. In risposta al Covid-19, Trump ha proposto un pacchetto di incentivi per 700 miliardi di dollari che includerebbero tagli sull’imposta sui salari (il che devasterebbe la previdenza sociale) e un sostegno alle imprese che registreranno un calo degli affari a causa della pandemia.

«Non lo stanno facendo perché credono sia il modo migliore per contenere il danno in tempo di pandemia – covano questo progetto da lungo tempo e ora hanno trovato un’opportunità per perseguirlo» sostiene la Klein.

Partiamo dalle basi. Cos’è il capitalismo dei disastri? Che rapporto ha con la dottrina dello shock?

Il modo in cui io intendo il capitalismo dei disastri è estremamente diretto: descrive il modo in cui l’industria privata si solleva per trarre profitto diretto da crisi su larga scala. Le speculazioni sulla catastrofe o sulla guerra non sono nulla di nuovo, ma sono seriamente cresciute sotto l’amministrazione Bush dopo l’11 settembre, quando il governo ha approvato questa sorta di crisi di sicurezza permanente, contemporaneamente privatizzandola e subappaltandola – tanto lo stato di sicurezza, privatizzata, interna quanto l’invasione e l’occupazione (anch’essa privatizzata) dell’Iraq e dell’Afghanistan.

La dottrina dello shock è la strategia politica dell’usare crisi su larga scala per far passare politiche che sistematicamente aumentano le disuguaglianze, arricchiscono le élite e tagliano fuori chiunque altro. Nei momenti di crisi, le persone tendono a concentrarsi sull’emergenza quotidiana del sopravvivere alla crisi, qualunque essa sia, e tendono a riporre fiducia eccessiva nel gruppo al potere. Distogliamo un po’ lo sguardo nei momenti di crisi.

Questa strategia politica da dove arriva? Come ricostruisci la sua storia nella politica statunitense?

La strategia della dottrina dello shock è una risposta al New Deal di Roosvelt. L’economista Milton Friedman riteneva che ogni cosa fosse andata per il verso sbagliato in America durante il New Deal: in risposta alla Grande Depressione e alle Dust Bowl [le tempeste di sabbia che colpirono gli USA e il Canada tra il 1931 e il 1939 provocando un terribile disastro ecologico, con conseguenze su centinaia di migliaia di persone, ndt], emerse un governo più marcatamente attivista, che assunse come obiettivo la risoluzione diretta della crisi economica attraverso la creazione di posti di lavoro statali e offrendo sussidi immediati.

Se sei un economista che sostiene strenuamente il libero mercato, capirai che quando i mercati crollano la situazione si presta a un cambiamento progressivo in maniera molto più organica rispetto a quando non facciano le politiche di deregulation funzionali alle multinazionali. Di conseguenza, la dottrina dello shock è stata sviluppata come un modo per prevenire la tendenza, durante le crisi, a dare spazio a momenti organici in cui le politiche progressiste potevano farsi strada. Le élite politiche ed economiche capiscono che i momenti di crisi rappresentano la loro occasione di far emergere la loro lista dei desideri di politiche – affatto popolari – in grado di polarizzare ulteriormente il benessere all’interno di questo Paese e in tutto il mondo.

Al momento stiamo fronteggiando più di una crisi contemporaneamente: una pandemia, la mancanza di infrastrutture per gestirla e il crollo del mercato azionario. Riesci a tracciare un profilo di come ciascuna di queste componenti si inserisce all’interno della cornice che hai tracciato nel volume Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri?

Lo shock è proprio il virus. Ed è stato gestito in modo da massimizzare la confusione e minimizzare la protezione. Non penso sia un complotto, è semplicemente il modo in cui il governo USA e Trump hanno gestito drammaticamente male la crisi. Trump finora ha trattato la cosa come se non fosse una crisi della salute pubblica, bensì come una crisi della percezione e un potenziale problema per la propria ri-elezione. È il peggior scenario possibile, soprattutto se lo si legge in relazione alla mancanza di un programma di health care nazionale e al terribile programma di tutela dei lavoratori. Questa combinazione di forze ha prodotto uno shock esponenziale, che verrà sfruttato per salvare le imprese al centro delle crisi più grave che stiamo affrontando, come quella ecologica e ambientale: l’industria dei trasporti aerei, il settore del fossile, l’industria crocieristica – l’obiettivo è di sostenerle tutte.

Come abbiamo assistito in passato a questo spettacolo?

In Shock economy ho parlato di come tutto ciò fosse accaduto dopo l’uragano Katrina. I centri di ricerca di Washington come l’Heritage Foundation se ne vennero fuori con una lista di soluzioni a favore del libero mercato. Possiamo essere certi che la stessa tipologia di riunioni stia avendo luogo in questo momento – in effetti, a presiedere la commissione su Katrina fu Mike Pence [attuale vicepresidente degli Stati Uniti, ndt]. Nel 2008, la stessa dinamica si è avuta con il salvataggio delle banche, quando gli stati hanno emesso questi assegni in bianco alle banche, che alla fine sono arrivati a un totale di migliaia di miliardi di dollari. Ma i costi reali della crisi hanno preso forma nell’austerity e nei successivi tagli ai servizi sociali. Di conseguenza non è solo quello che sta succedendo ora, ma il modo in cui la pagheranno giù in strada quando arriverà il conto per tutto questo.

Esiste qualcosa che le persone possono fare per limitare i danni del capitalismo dei disastri che già scorgiamo in risposta al Covid-19? Ci troviamo in una posizione migliore o peggiore rispetto a quella in cui versavamo durante l’uragano Katrina o durante l’ultima recessione globale?

Quando reagiamo a una crisi o regrediamo e ci disperdiamo o cresciamo e troviamo riserve di forza e compassione che non credevamo di possedere. Questo sarà uno di questi test. La ragione per cui nutro qualche speranza sul fatto che sceglieremo di evolverci è che – a differenza del 2008 – abbiamo una reale alternativa politica che sta proponendo una risposta diversa alla crisi, una risposta che attacca alle radici le cause della nostra vulnerabilità e che ha un movimento politico tanto più esteso a sostenerla.

Questo è quello che tutto il lavoro intorno al Green New Deal ha rappresentato: prepararsi a un momento come questo. Semplicemente, non possiamo perdere il nostro coraggio; dobbiamo combattere più forte di prima per una sanità pubblica universale, per l’assistenza universale all’infanzia, per i permessi per malattia pagati – è tutto strettamente legato.

Se i nostri governi e le élite globali sfrutteranno questa crisi per i loro fini, le persone cosa possono fare per prendersi cura gli uni degli altri?

«Io mi prenderò cura di me e di me stesso, possiamo avere la migliore assicurazione in circolazione, e se tu non ne hai accesso è probabilmente colpa tua, non è un problema mio»: è questo che questa specie di economia alla winners-take-all fa alle nostre menti. Quello che un momento di crisi come questo scopre è la nostra permeabilità reciproca. Stiamo vedendo in tempo reale come siamo, in realtà, molto più legati gli uni agli altri di come il nostro brutale sistema economico ci vorrebbe far credere.

Potremmo pensare di essere al sicuro, se abbiamo una buona assicurazione sanitaria, ma se le persone che preparano il nostro cibo, che lo consegnano o che impacchettano le nostre scatole non hanno accesso a nessuna assicurazione e non possono permettersi il test – e figurarsi se possono rimanere a casa dal lavoro, dato che non hanno i permessi per malattia pagati – nemmeno noi saremo al sicuro. Se non ci prendiamo cura gli uni degli altri, nessuno di noi può dirsi al sicuro. Siamo intrappolati.

Modi diversi di organizzare la società mostrano parti diverse di noi stessi. Se fai parte di un sistema che sai non prendersi cura delle persone e non redistribuire le risorse in maniera equa, allora la parte più egoistica di te verrà sollecitata. Serve essere consapevoli di questo e pensare al modo in cui, invece di accumulare e di pensare al modo in cui prenderti cura di te stesso e della tua famiglia, puoi fare perno sulla condivisione con i tuoi vicini e sull’attenzione alle persone più vulnerabili.

Fonte: Articolo di Global Project

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