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La fame in Africa continua a crescere

ADDIS ABEBA – La fame in Africa continua a crescere, dopo molti anni di declino, minacciando gli sforzi del continente di sradicarla e raggiungere gli Obiettivi di Malabo 2025 e l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, in particolare il secondo Obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG2). I nuovi dati presentati nel rapporto congiunto delle Nazioni Unite, l’Africa Regional Overview of Food Security and Nutrition(Panoramica regionale dell’Africa sulla sicurezza alimentare e la nutrizione, N.d.T.) appena pubblicato, indicano che 237 milioni di persone nell’Africa sub-sahariana soffrono di denutrizione cronica, capovolgendo i passi avanti realizzati negli ultimi anni.

Fatti e cifre chiave
– Numero di persone affamate in Africa: 257 milioni vale a dire 1 persona su 5
– Bambini sotto i cinque anni colpiti da arresto della crescita (altezza bassa per l’età): 59 milioni (30,3%)
– Bambini sotto i cinque anni colpiti da deperimento cronico (basso peso per l’altezza): 13,8 milioni (7,1%)
– Bambini sotto i cinque anni in sovrappeso (peso elevato per l’altezza): 9,7 milioni (5%)
– Percentuale di donne in età riproduttiva colpite da anemia: 38%
– Percentuale di bambini di età inferiore a 6 mesi che sono stati allattati esclusivamente al seno materno: 43,5%
– Percentuale di adulti obesi: 11,8%

Crisi globale e conflitti. Il rapporto congiunto dell’Ufficio regionale per l’Africa della FAO e della Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite (ECA) é stato presentato ad un evento in Addis Abeba con la partecipazione di Maria Helena Semedo, vice direttrice generale della FAO.  Il rapporto mostra che sempre più persone continuano a soffrire di denutrizione in Africa rispetto a qualsiasi altra regione. I dati suggeriscono che nel 2017 il 20% della popolazione africana era denutrita. “Il peggioramento del trend in Africa è dovuto alla difficile situazione economica globale, al peggioramento delle condizioni ambientali e, in molti paesi, ai conflitti e alla variabilità climatica e agli eventi estremi, a volte insieme”, affermano nella prefazione congiunta del rapporto, il Vice Direttore Generale della FAO e Rappresentante regionale per l’Africa, Abebe Haile-Gabriel, e la Segretaria Esecutiva dell’ECA, Vera Songwe.  “La crescita economica è rallentata nel 2016 a causa dei bassi prezzi delle materie prime alimentari.  L’insicurezza alimentare è peggiorata nei paesi colpiti da conflitti, spesso esacerbati dalla siccità o dalle inondazioni.  In Africa meridionale e orientale, sono molti i paesi hanno sofferto di lunghi periodi di siccità.

La metà dell’incremento in Africa occidentale. Dei 257 milioni di persone che soffrono la fame in Africa, 237 milioni si trovano nell’Africa sub-sahariana e 20 milioni nell’Africa settentrionale. Il rapporto annuale delle Nazioni Unite indica che, rispetto al 2015, ci sono altri 34,5 milioni di persone denutrite in Africa, di cui 32,6 milioni nell’Africa sub-sahariana e 1,9 milioni nell’Africa settentrionale. Quasi la metà di questo incremento è dovuto all’aumento di persone denutrite in Africa occidentale, mentre un altro terzo proviene dall’Africa orientale. A livello regionale, la diffusione dell’arresto della crescita nei bambini sotto i cinque anni sta diminuendo, ma solo pochi paesi sono sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo nutrizionale globale di bloccare questa tendenza.

Il fenomeno inverso dei bambini in sovrappeso. Il numero di bambini in sovrappeso sotto i cinque anni continua ad aumentare ed è particolarmente alto nell’Africa settentrionale e meridionale. Secondo il rapporto regionale, i progressi verso la realizzazione degli obiettivi nutrizionali globali dell’Organizzazione mondiale della sanità sono molto lenti nel continente. In molti paesi, in particolare nell’Africa orientale e meridionale, condizioni climatiche avverse dovute a El Niño, hanno portato a un calo della produzione agricola e all’aumento vertiginoso dei prezzi alimentari. La situazione economica e climatica è migliorata nel 2017, ma alcuni paesi continuano a risentire della siccità e delle scarse precipitazioni. Maggiori sforzi e collaborazione per raggiungere il secondo obiettivo di sviluppo (SDG 2)

La minaccia dei cambiamenti climatici. Un’altra minaccia presente e crescente alla sicurezza alimentare e all’alimentazione in Africa, in particolare nei paesi che fanno molto affidamento sull’agricoltura, è il cambiamento climatico, i cui effetti – precipitazioni ridotte e aumento delle temperature – influenzano negativamente le rese delle colture alimentari di base. Allo stesso tempo, esistono importanti opportunità per l’agricoltura sviluppando il commercio intra-africano, sfruttando le rimesse dall’estero e investendo nei giovani. Le rimesse dalla migrazione internazionale e interna svolgono un ruolo importante nel ridurre povertà e fame e nello stimolare investimenti produttivi. Le rimesse internazionali ammontano a quasi 70 miliardi di dollari, circa il 3% del PIL africano e rappresentano un’opportunità di sviluppo nazionale su cui i governi dovrebbero lavorare.

Le opportunità dell’accordo di libero scambio. La firma dell’accordo per una zona di libero scambio nell’Africa continentale offre l’opportunità di accelerare la crescita e lo sviluppo sostenibile facendo incrementare il commercio, compreso quello di prodotti agricoli. Sebbene le esportazioni agricole intra-africane siano passate da 2 miliardi di dollari nel 2000 a 13,7 miliardi nel 2013, rimangono relativamente modeste e spesso informali. Il rapporto sottolinea che l’apertura del commercio di alimenti comporta anche rischi per i consumatori e i produttori, e che i governi dovrebbero evitare di utilizzare la politica commerciale per più obiettivi, ma piuttosto unire la riforma del commercio con strumenti aggiuntivi, come reti di sicurezza e programmi di attenuazione del rischio, per raggiungere la sicurezza alimentare e gli obiettivi nutrizionali. Maggiore impegno per affrontare la minaccia della variabilità e degli estremi climatici

Sedici milioni di persone colpite da disastri climamtici. La panoramica regionale di quest’anno, intitolata “Affrontare la minaccia della variabilità e degli estremi climatici per la sicurezza alimentare e la nutrizione”, illustra che la variabilità climatica e i fenomeni estremi, in parte dovuti al cambiamento climatico, sono fattori importanti alla base del recente aumento dell’insicurezza alimentare e della severa crisi nutrizionale del continente. Molti paesi in Africa corrono un grande rischio per i disastri legati al clima e ne soffrono frequentemente. Negli ultimi dieci anni, i disastri legati al clima hanno colpito in media 16 milioni di persone e causato annualmente danni per 0,67 miliardi di dollari in tutto il continente. Sebbene non tutte queste variazioni climatiche a breve termine possano essere attribuibili ai cambiamenti climatici, i dati mostrano che eventi climatici più estremi e più frequenti e l’aumento della variabilità climatica stanno minacciando di erodere i guadagni realizzati per porre fine alla fame e alla malnutrizione.

Fonte: Repubblica, 14/02/2019

Foto: Centro Blein, Etiopia, Progetto Continenti

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Lettera del sindaco di Riace: “Abbiate il coraggio di restare soli”

“Abbiate il coraggio di restare soli”

La lettera del sindaco, letta FC ieri in piazza a Riace.

È inutile dirvi che avrei voluto essere presente in mezzo a voi non solo per i saluti formali ma per qualcosa di più, per parlare senza necessità e obblighi di dover scrivere, per avvertire quella sensazione di spontaneità, per sentire l’emozione che le parole producono dall’anima, infine per ringraziarvi uno a uno, a tutti, per un abbraccio collettivo forte, con tutto l’affetto di cui gli esseri umani sono capaci.

A voi tutti che siete un popolo in viaggio verso un sogno di umanità, verso un immaginario luogo di giustizia, mettendo da parte ognuno i propri impegni quotidiani e sfidare anche l’inclemenza del tempo. Vi dico grazie.

Il cielo attraversato da tante nuvole scure, gli stessi colori, la stessa onda nera che attraversa i cieli d’Europa, che non fanno più intravedere gli orizzonti indescrivibili di vette e di abissi, di terre, di dolori e di croci, di crudeltà di nuove barbarie fasciste.

Qui, in quell’orizzonte, i popoli ci sono. E con le loro sofferenze, lotte e conquiste. Tra le piccole grandi cose del quotidiano, i fatti si intersecano con gli avvenimenti politici, i cruciali problemi di sempre alle rinnovate minacce di espulsione, agli attentati, alla morte e alla repressione.

Oggi, in questo luogo di frontiera, in questo piccolo paese del Sud italiano, terra di sofferenza, speranza e resistenza, vivremo un giorno che sarà destinato a passare alla storia.

La storia siamo noi. Con le nostre scelte, le nostre convinzioni, i nostri errori, i nostri ideali, le nostre speranze di giustizia che nessuno potrà mai sopprimere.

Verrà un giorno in cui ci sarà più rispetto dei diritti umani, più pace che guerre, più uguaglianza, più libertà che barbarie. Dove non ci saranno più persone che viaggiano in business class ed altre ammassate come merci umane provenienti da porti coloniali con le mani aggrappate alle onde nei mari dell’odio.

Sulla mia situazione personale e sulle mie vicende giudiziarie non ho tanto da aggiungere rispetto a ciò che è stato ampiamente raccontato. Non ho rancori né rivendicazioni contro nessuno.

Vorrei però a dire a tutto il mondo che non ho niente di cui vergognarmi, niente da nascondere. Rifarei sempre le stesse cose, che hanno dato un senso alla mia vita. Non dimenticherò questo travolgente fiume di solidarietà.

Vi porterò per tanto tempo nel cuore. Non dobbiamo tirarci indietro, se siamo uniti e restiamo umani, potremo accarezzare il sogno dell’utopia sociale.

Vi auguro di avere il coraggio di restare soli e l’ardimento di restare insieme, sotto gli stessi ideali.

Di poter essere disubbidienti ogni qual volta si ricevono ordini che umiliano la nostra coscienza.

Di meritare che ci chiamino ribelli, come quelli che si rifiutano di dimenticare nei tempi delle amnesie obbligatorie.

Di essere così ostinati da continuare a credere, anche contro ogni evidenza, che vale la pena di essere uomini e donne.

Di continuare a camminare nonostante le cadute, i tradimenti e le sconfitte, perché la storia continua, anche dopo di noi, e quando lei dice addio, sta dicendo un arrivederci.

Ci dobbiamo augurare di mantenere viva la certezza che è possibile essere contemporanei di tutti coloro che vivono animati dalla volontà di giustizia e di bellezza, ovunque siamo e ovunque viviamo, perché le cartine dell’anima e del tempo non hanno frontiere.

Mimmo Lucano

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In Guatemala il presidente vuole espellere la Commissione contro le impunità

CITTA’ DEL GUATEMALA – Jimmy Morales, ex comico televisivo, è stato eletto Presidente della Repubblica del Guatemala nel 2015, con il sostegno dell’ala più reazionaria dell’esercito e all’indomani di un maxi-scandalo di corruzione che ha coinvolto venti funzionari del Governo accusati di contrabbando doganale e tangenti. L’inchiesta è stata portata avanti dalla procura con il sostegno della Commissione Internazionale contro l’Impunità in Guatemala (CICIG) e si è conclusa con l’incarcerazione dell’ex Presidente della Repubblica Otto Perez Molina e della sua vice Roxana Baldetti. Ironia della sorte, proprio le indagini della CICIG che oggi Morales vorrebbe espellere dal Paese, hanno in qualche modo contribuito all’ascesa al potere dell’ex comico, che è riuscito a sfruttare a suo favore l’indignazione popolare con le parole d’ordine della lotta alla corruzione e della sicurezza nazionale. Un discorso politico che fa della corruzione il nemico numero uno del Paese dovrebbe guardare con interesse alla presenza di un organismo internazionale anti-corruzione che persegue i medesimi obiettivi. Eppure la questione è più complicata.

La CICIG opera nel paese centroamericano dal 2007 ed è stata creata a seguito di un accordo bilaterale tra il Governo e le Nazioni unite, approvato dalla Corte Costituzionale e dal Parlamento. In undici anni la CICIG ha accompagnato la procura nelle indagini per lo smantellamento di circa sessanta reti criminali in cui sono stati implicati politici e imprenditori di primo livello, funzionari dello Stato e militari. La CICIG mantiene una sua indipendenza e lavora affinché anche la procura non sia soggetta alle pressioni dell’establishment. CICIG e procura hanno chiesto per ben tre volte alla Corte Suprema di Giustizia di revocare l’immunità parlamentare al Presidente della Repubblica al fine di poter procedere a un indagine sui supposti finanziamenti illeciti a favore di Jimmy Morales e del suo partito, il Frente de Convergencia Nacional, durante la campagna elettorale del 2015. E per tre volte il Parlamento, tramite votazione, si è opposto alla richiesta.

A seguito delle pressioni della CICIG sul Parlamento il 7 gennaio il Presidente della Repubblica ha comunicato al Paese la consegna della “notifica di sospensione immediata e definitiva dell’accordo con la CICIG”, depositata alla sede delle Nazioni Unite di New York dalla Ministra degli Esteri Sandra Jovel. Le accuse di Jimmy Morales mosse alla CICIG sono notevoli: «gravi violazioni delle leggi nazionali e internazionali», violazione dei diritti umani e limitazione della sovranità nazionale. Il Presidente, all’indomani delle accuse, ha immediatamente ricevuto l’appoggio formale del CACIF, il Comitato Coordinatore delle Associazioni Agricole Commerciali Industriali e Finanziarie, che in Guatemala ha un influenza sul Parlamento maggiore ai partiti stessi.

Due giorni dopo la Corte Costituzionale si è pronunciata contro l’espulsione della CICIG dal Paese, ricordando che l’interruzione della collaborazione tra la CICIG e la Repubblica del Guatemala può avvenire soltanto attraverso il mancato rinnovamento dell’accordo (prorogato finora per cinque volte e in scadenza il 3 settembre 2019) o attraverso la decisione unilaterale dell’ONU. Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha espresso preoccupazione per i tentativi del governo di espellere dal Paese la CICIG e per la possibilità di una reazione violenta da parte dello Stato nei confronti dei movimenti che si oppongono a tale provvedimento. Unione Europea, Gran Bretagna e Canada hanno inviato note in cui si augurano il prosieguo della collaborazione tra CICIG e governo mentre gli il governo statunitense resta ancora silente a riguardo.

Il 14 gennaio una sessantina tra organizzazioni e associazioni in difesa dei diritti umani hanno manifestato il proprio dissenso nei confronti del governo rappresentato da Jimmy Morales sfilando per le strade di Città del Guatemala e organizzando blocchi stradali in tutto il Paese. I movimenti condannano le azioni autoritarie del governo, appoggiano la decisione della Corte Costituzionale e ribadiscono con forza l’importanza del ruolo della CICIG per la tutela e salvaguardia dei diritti umani e per la protezione fisica e morale dei difensori dei diritti umani. In un Paese dove le élite militari continuano a imporre l’agenda politica la presenza della CICIG rappresenta non solo uno strumento d’indagine e smascheramento delle collusioni tra istituzioni, lobby economiche e gruppi eversivi ma anche un deterrente per colpi di mano e concentrazioni sempre più verticali del potere.

Fonte: Repubblica, 4 febbraio 2019

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Il Decreto Salvini spiegato in parole semplici

IL  “DECRETO SALVINI” SPIEGATO IN PAROLE SEMPLICI

(da Marcella Cometti, Socia di Progetto Continenti e che da tempo lavora in questo specifico campo)

Con L.132/2018 il c.d. Decreto Salvini è stato convertito in Legge. E dunque? I disastrosi effetti di questo intervento normativo quali sono? Quali saranno? Le nostre vite cambieranno? Dobbiamo reagire? E se sì, perché?

Perché questa nuova legge ha effetti devastanti non “solo” sui migranti ma anche -e soprattutto- sul nostro senso di responsabilità collettiva rispetto al  fenomeno migratorio.

Il senso di responsabilità collettiva a cui mi riferisco è formato da questo movimento che vedo e percepisco ogni giorno, che si trova – purtroppo – ancora appena sotto la superficie visibile ai più; è quell’insieme di menti frammentate e divise, che non hanno la forza di unirsi in un’unica rivolta.

Il senso di responsabilità collettiva consiste nella volontà di non ignorare, di interrogarsi, studiare e ritornare a scoprire il sentimento della curiosità per l’Altro; consiste nel riscoprire l’importanza di un’assemblea e di una lotta comune per il riconoscimento di diritti dell’Altro.

E perché mai dovremmo lottare per diritti che tutelano qualcun altro e non noi, la nostra proprietà privata, la nostra sanità e il nostro lavoro?

Facciamo un passo indietro:

Lo SPRAR, che il D.L. Salvini si pone l’obbiettivo di smantellare, è un sistema di accoglienza diffusa che non comprende la mera distribuzione di vitto e alloggio, ma punta ad una reale e concreta integrazione1 dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione internazionale e umanitaria, nella consapevolezza che solo attraverso l’inclusione si può costruire una società giusta, inclusiva e veramente sicura per tutti, italiani e stranieri.

E quindi nello SPRAR vengono forniti servizi da parte di operatori sociali ed educatori, ma anche da consulenti legali, operatori notturni, mediatori, assistenti sociali, psicologi, antropologi.

Il  sistema  SPRAR rischia completamente di scomparire a causa delle politiche dell’attuale governo; il sistema – che presentava comunque importanti criticità – viene ripensato attraverso due azioni deliberate di violazione dei diritti umani fondamentali

1)Elimina per i richiedenti asilo la possibilità di ottenere dalla Commissione Territoriale per la protezione internazionale anche la protezione umanitaria, quella protezione che veniva data per motivi umanitari e che è direttamente figlia dell’art. 10 della Costituzione che garantisce il diritto di asilo a chi non può esercitare le libertà democratiche garantite dalla nostra Costituzione nel proprio paese.

A questa tipologia di protezione corrispondeva un permesso di soggiorno di 2 anni, rinnovabile.

Nel 2017 sono state accolte dalle Commissioni Territoriali per la protezione internazionale il 42% delle domande2; di questo 42%, il 25% corrispondeva al riconoscimento della protezione umanitaria3.

Un semplice dato per capire che, l’abolizione della protezione umanitaria –contrariamente a quanto propagandato dall’attuale Governo- porterà ad un maggiore tasso di irregolarità e marginalità sociale e, conseguentemente, ad un innalzamento del fenomeno criminale (necessario per assicurarsi un’altra vittoria alle prossime elezioni).

Questo non solo perché meno persone avranno possibilità di regolarizzarsi e molti migranti non avranno più modo di ‘mantenersi regolari’, ma anche perché le ricerche rivelano che la regolarità abbatte il tasso di criminalità tra gli stranieri: come emerge dalla ricerca dall’economista Paolo Pinotti  (Università Bocconi pubblicata su American Economic Review, Gennaio 2017) , gli stranieri in possesso di permesso di soggiorno hanno percentuali di criminalità in linea con gli italiani, mentre crescono drasticamente tra chi è senza permesso.

2)Impedisce l’ingresso nello SPRAR ai richiedenti asilo che potranno essere ospitati soltanto in grossi centri a basso costo in cui le persone verranno ammassate con servizi ridotti all’osso, un costo così basso che a malapena potranno essere erogati i servizi volti a soddisfare solo i bisogni primari.

Nessuna realtà che fa buona accoglienza, garantendo sia i servizi, sia una corretta retribuzione e rispetto per i lavoratori – ripeto- nessuna realtà che in questi anni ha portato avanti progetti innovativi e di successo potrà permettersi di partecipare a causa dei finanziamenti insufficienti a coprire i costi del lavoro. È un conto che possiamo fare, perché la riduzione delle risorse è già prevista, ad esempio, per i nuovi bandi in capo alle Prefetture per la gestione dei CAS (Centri Accoglienza Straordinaria) Stando alle attuali indicazioni del Ministero dell’Interno, che prevedono cifre attorno ai 20 euro giornalieri, assisteremo al ritiro dalle gare e dai progetti di alcune aziende più virtuose e si apre la strada a violazioni contrattuali certe.

Concludo con la speranza che queste pagine vengano lette non solo da chi la pensa come me, ma anche da chi prova indifferenza davanti a corpi galleggianti nel Mediterraneo, da chi sta con il cuore in pace se i porti sono chiusi, da chi preferisce che vivano in un centro di detenzione in Libia piuttosto che arrivino in Italia, da chi crede davvero che scompariranno tutti, chiusi nei Centri di Permanenza per i Rimpatri; spero che vengano lette da chi crede che ora potrà stare al sicuro, da chi crede che la sofferenza di queste persone verrà relegata e ghettizzata nelle periferie, che starà silente e nascosta.

La fame e la povertà, gli occhi vuoti e la malattia, la criminalità saranno invece sotto gli occhi di tutti. Nulla verrà nascosto, i migranti non saranno rimpatriati né i posti saranno sufficienti per contenerli  nei CPR (Centri Permanenza Rimpatri). Non avranno nulla da fare, la loro dignità deve essere annientata, l’attesa vuota raccolta tra mura di un Centro di Accoglienza Straordinaria dove la relazione con chi ci lavora non può esistere, perché non vi sarà il tempo per farla crescere.

Non potrete dormire sonni tranquilli perché il governo si deve assicurare un altro mandato, cari italiani.

La tensione  promossa dalla Lega  tra le “paure” degli italiani e l’isolamento degli immigrati,  sarà sempre più fomentata, la polarizzazione  sociale  sempre più voluta ed intensificata.

Termino con un invito ad una sana e legittima  ribellione. Ribellarsi al Decreto Salvini,  ribellarsi ai ‘credo’ di questo governo, è doveroso; ed ognuno di noi lo deve fare con le proprie più intime modalità di resistenza.

Il vecchio mondo sta morendo.

Quello nuovo tarda a comparire.

E in questo chiaroscuro nascono i mostri.

Antonio Gramsci

1 Integrazione intesa come “processo biunivoco che si fonda sulla presenza di reciproci diritti e, conseguentemente, obblighi per i cittadini di paesi terzi che soggiornano legalmente e per la società ospitante che offre una piena partecipazione al migrante”

2 Organo competente a vagliare la domanda di protezione internazionale presentata dai richiedenti asilo

3 Dipartimento libertà civili e immigrazione, 2018 – http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/it/documentazione/statistica/i-numeri-dellasilo

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1.300 Rohingya temono il rimpatrio in Myanmar

Dallo scorso dicembre – si apprende da Asianews –  sono 1.300 i profughi Rohingya fuggiti in Bangladesh dall’India, per timore di essere rimpatriati in Myanmar. Nelle ultime settimane, il numero di arrivi è aumentato in modo vertiginoso, in seguito ad un giro di vite sull’immigrazione attuato dal governo nazionalista indù di New Delhi. Lo afferma Mohammad Abul Kalam, commissario bangladeshi per il Soccorso e la riabilitazione dei rifugiati. “I Rohingya hanno cominciato ad arrivare nel maggio 2018 – afferma il funzionario – e ora ono stati ospitati in un centro per profughi in transito a Ukhia, nel distretto sud-orientale di Cox’s Bazar, sotto la supervisione dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR)”.

Un viaggio cominciato nel lontano Kashmir indiano. “Sono entrati in Bangladesh attraverso diversi punti del confine poroso e sono in possesso di carte d’identità fornite dall’Unhcr in India”, dice Kalam. I documenti sono stati rilasciati per motivi umanitari a quanti in passato erano fuggiti dalle violenze settarie nello Stato birmano di Rakhine. Operatori umanitari e alcuni dei nuovi arrivati raccontano che i profughi, originari del lontano Kashmir indiano, affrontano il lungo viaggio perché temono la sorte toccata ai cinque Rohingya arrestati ed estradati da New Delhi lo scorso 3 gennaio. Per raggiungere il sud-est del Bangladesh, i rifugiati attraversano gli Stati indiani di Assam, Tripura o West Bengal.

Fonte: La Repubblica, 19/01/2019

Foto: Vita.it

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Manovra 2019: AOI preoccupata per i tagli alla cooperazione e alle agenzie ONU

La manovra finanziaria non convince le Ong e associazioni di AOI.

Nonostante le promesse di aumento, rispetto all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) è la prima volta dal 2012 che si penalizza la cooperazione internazionale verso i Paesi poveri e ci si deresponsabilizza nei confronti delle aree di crisi umanitaria, con un taglio alle Agenzie delle Nazioni Unite (UNICEF, UNHCR, eccetera) di 32 milioni di euro e un blocco rispetto all’impegno garantito di 40 milioni di risorse per il settore.

Le rassicurazioni di parte del governo sulla pronta revisione correttiva alla riapertura delle Camere rispetto al raddoppio dell’IRES previsto dalla Legge di Bilancio in approvazione in queste ore, che colpisce molta parte del volontariato sociale, anche organizzazioni socie di AOI, non eliminano il clima di sfiducia e preoccupazione per le misure della manovra da parte del mondo non profit.

Non vi è consapevolezza negli esponenti di questo governo del valore della sussidiarietà che ha garantito nel nostro Paese coesione sociale e attivazione di virtuosi modelli di welfare apprezzati in Europa e nel mondo” dichiara Silvia Stilli, portavoce di AOI. “Rilevo una linea di continuità tra gli attacchi al lavoro umanitario delle Ong e dei giovani volontari come Silvia Costanza Romano e le dichiarazioni di vice ministri e ministri di questo governo che, parlando di utili civilistici del non profit, alimentano un clima di sospetto ingiustificato. Ormai da tempo le organizzazioni del Terzo Settore si stanno dotando di strumenti e metodologie di gestione, valutazione e verifica del proprio operato e impatto sociale basati sulla trasparenza e sulla corretta comunicazione interna ed esterna. Le Ong impegnate nella cooperazione e solidarietà internazionale sono state tra le prime ad adottare misure in tal senso. Bisognerebbe renderlo pubblico con più determinazione ed efficacia“.

Nelle ultime ore il quadro complessivo della manovra finanziaria ci presenta un Paese meno solidale e attento alle sfide dell’Agenda 2030 per sconfiggere la povertà e l’ingiustizia sociale a livello locale prima ancora che globale: è un dato di fatto, come affermano opinionisti ed economisti esperti. L’Italia che uscirà dal voto parlamentare su questa Legge di Bilancio sarà meno autorevole non soltanto in Europa, ma anche nello scenario internazionale.

Quale sarà la voce nel budget destinato alla cooperazione allo sviluppo dell’Italia che vedrà il taglio dei 40 milioni di euro?

Il Consiglio Nazionale della Cooperazione allo Sviluppo, dove sono rappresentati tutti gli attori pubblici e privati, non viene convocato da quando è in carica il Ministro Moavero. L’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) da molti mesi è senza un direttore formalmente nominato. In questa situazione di incertezza e ridotta operatività, non è facile capire quali siano gli indirizzi prioritari che si intendono dare al prossimo triennio per la cooperazione internazionale e come allocare le risorse destinate“. Queste le preoccupazioni espresse dalla Portavoce di AOI.

Nonostante le dichiarazioni e l’impegno della Vice Ministra alla cooperazione internazionale Emanuela Del Re per rafforzare la presenza italiana nel quadro dell’APS mondiale, i tagli della manovra finanziaria mettono in pericolo gli obiettivi raggiunti e la possibilità di continuare a svolgere un ruolo importante più complessivamente per la politica estera del nostro Paese.

Fonte: Ong.it

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I latinoamericani hanno perso la fiducia nelle democrazie

La democrazia in America Latina è in difficoltà. È questo il messaggio del sondaggio d’opinione effettuato quest’anno in 18 paesi da Latinobarometro, una società di sondaggi con sede a Santiago del Cile. La proporzione di persone insoddisfatte del modo in cui funziona la democrazia è salita dal 51 per cento del 2009 al 71 per cento. La quota di persone soddisfatte è scesa dal 44 al 24 per cento, il livello più basso da quando è stato effettuato il primo sondaggio del genere, più di vent’anni fa.

Questo non significa che i latinoamericani siano pronti a rinunciare alla democrazia, diventata la norma nel continente solo negli anni ottanta. Più della metà sostiene che essa sia migliore di qualsiasi altro sistema, anche se la percentuale di quanti lo sostengono è scesa del 13 per cento negli ultimi otto anni. I democratici disillusi tendono verso l’indifferenza. La quota di persone neutrali è salita dal 16 per cento del 2010 al 28 per cento odierno, mentre il sostegno ai governi autoritari è stabile al 15 per cento circa. “Le persone non amano la democrazia in cui stanno vivendo”, sostiene Marta Lagos, direttrice di Latinobarómetro.

Nei due più grandi paesi latinoamericani, il Brasile e il Messico, questo sentimento ha portato nel 2018 all’elezione di due presidenti che fino a poco tempo fa sarebbero stati generalmente considerati troppo radicali per guidare i loro paesi. Se la disillusione si rafforzerà ancora, le future elezioni potrebbero portare al potere presidenti che metteranno a dura prova le norme democratiche della regione.

Dallo scorso novembre nove paesi hanno scelto nuovi presidenti o rieletto quelli in carica. Queste elezioni per la maggior parte sono state libere e regolari ma ci sono state importanti eccezioni. Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, a maggio ha ottenuto la riconferma del mandato grazie a un voto truccato. La rielezione di Juan Orlando Hernández in Honduras, nel novembre 2017, è stata considerata da molti come irregolare. Cuba ha semplicemente trasferito il potere da un dittatore a un altro in aprile. La maggior parte dei latinoamericani, tuttavia, vive in paesi dove i loro voti vengono conteggiati regolarmente. Questo non significa che siano felici, come emerge chiaramente dalle ventimila interviste condotte da Latinobarómetro tra metà giugno e inizio agosto di quest’anno.

Le ragioni dello scontento
Gli elettori hanno molte ragioni per lamentarsi. La crescita del pil pro capite è decisamente scesa dopo la crisi finanziaria globale del 2009. L’economia del Venezuela è implosa, mentre tra il 2014 e il 2016 il Brasile ha vissuto la sua peggiore recessione di sempre. La percezione che il reddito sia distribuito in maniera equa è scesa dal 25 per cento del 2013 al 16 per cento odierno. Questa convinzione potrebbe essere sbagliata. Il coefficiente di Gini, che misura la disuguaglianza, è sceso nei paesi più grandi. Ma, al livello individuale, la percezione di diseguaglianza di una persona è tra i principali indizi della sua insoddisfazione nei confronti della democrazia.

Le incertezze economiche sono in cima alle preoccupazioni dei cittadini nella maggior parte dei paesi. In Venezuela più della metà delle persone sostiene di non avere abbastanza da mangiare. La media regionale, tuttavia, è ancora un impressionante 27 per cento. La criminalità è la seconda principale preoccupazione, ed è in cima alla lista anche in paesi relativamente sicuri, come Cile e Uruguay.

Solo le forze armate e la chiesa, già potenti prima dell’avvento della democrazia, continuano a suscitare un grande rispetto

La corruzione è un’altra grande fonte di lamentele. Diciotto ex presidenti e vicepresidenti sono stati coinvolti in scandali di corruzione, in paesi come l’Argentina, il Brasile, l’Ecuador e il Perù.

I latinoamericani che pensano che il proprio paese stia andando nella direzione sbagliata sono l’8 per cento in più di quelli che pensano che stia progredendo, il divario negativo più alto dal 1995 a oggi.

Tutto questo ha indebolito la credibilità delle istituzioni. Solo le forze armate e la chiesa, già potenti prima dell’avvento della democrazia, continuano a suscitare un grande rispetto. Metà dei latinoamericani ritiene che tutti o quasi tutti i presidenti e parlamentari siano coinvolti in attività di corruzione. In nessun paese la quota di persone che ritiene che le élite governino per i propri interessi è inferiore al 60 per cento e negli ultimi anni è aumentata costantemente. Sempre più spesso gli elettori si allontanano dalla politica. Per il terzo anno consecutivo, il numero di chi dice che si asterrà è superiore a quello di chi afferma che andrà a votare.

I poveri si allontanano dalla politica più dei ricchi o della classe media. Per quanto riguarda il livello di sostegno alla democrazia, quello delle persone in difficoltà è del 10 per cento inferiore a quello delle persone senza problemi economici. I giovani sono più scettici degli anziani, il che non promette nulla di buono per il futuro della democrazia.

Le vulnerabilità
Circa duecento milioni di latinoamericani dotati di livelli d’istruzione più bassi, quasi il 30 per cento della popolazione totale, sono gli elettori più propensi ad abbandonare politici e leader tradizionali e a scegliere leader che promettono di risolvere i problemi con una “bacchetta magica”, scrive Latinobarómetro. Il sondaggio, che ha un margine d’errore del 3 per cento, è pubblicato in esclusiva da The Economist.

In Brasile, dove la soddisfazione nei confronti della democrazia è la più bassa tra i 18 paesi, la disillusione ha spianato la strada a Jair Bolsonaro, un ex paracadutista che ha esaltato la dittatura degli anni tra il 1964 e il 1985 per vincere la presidenza a ottobre, ottenuta grazie anche a un forte sostegno di elettori istruiti.

Nei paesi dove i leader stanno smantellando la democrazia, i cittadini l’apprezzano di più

A luglio il Messico ha eletto Andrés Manuel López Obrador, un populista di sinistra il cui partito, Morena, ha partecipato per la prima volta a un’elezione nel 2015. Senza essere un sostenitore della dittatura, propone di cambiare il funzionamento della democrazia delegando un maggior numero di decisioni agli elettori tramite referendum.

Marta Lagos, la direttrice di Latinobarómetro, teme che la democrazia in Argentina sia vulnerabile. La sua economia si avvia verso la recessione e la percentuale delle persone che si definiscono di classe media è scesa del 14 per centro dal 2013 al 2018, il principale calo in questa categoria tra tutti i paesi della regione.

Nei paesi dove i leader stanno smantellando la democrazia, i cittadini l’apprezzano di più. Anche se solo il 12 per cento dei venezuelani sono felici del modo in cui la loro “democrazia” funziona, il 75 per cento preferisce la democrazia a qualsiasi altro sistema. In Nicaragua, dove il regime sempre più dittatoriale di Daniel Ortega sta reprimendo le proteste da aprile, la soddisfazione nei confronti della democrazia è scesa dal 52 per cento dello scorso anno al 20 per cento, ma più della metà della popolazione continua a sostenere questo tipo di sistema. In maniera incoraggiante, anche il buon governo alimenta il sostegno alla democrazia. Paesi prosperi come l’Uruguay, la Costa Rica e il Cile, dove lo stato di diritto è relativamente ben consolidato, sono i paesi più soddisfatti del modo in cui funziona la democrazia.

Il miglior modo per aiutarla sta nei dirigenti politici che non pretendono di avere la bacchetta magica. Molti di loro sono appena saliti al potere. Tra questi ci sono Lenin Moreno in Ecuador e Martín Vizcarra in Perù, che hanno lanciato delle campagne contro la corruzione. Sebastián Piñera, il presidente di centrodestra del Cile da marzo, sta cercando di riformare l’economia e i programmi sociali. Il presidente di centrosinistra della Costa Rica, Carlos Alvarado, ha sconfitto un fondamentalista cristiano e sta cercando di riformare il sistema fiscale. Iván Duque, il presidente conservatore colombiano, ha appena cominciato il suo mandato. Se questi leader avranno successo rafforzeranno i tassi d’approvazione della democrazia, oltre che i loro personali tassi di gradimento.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale britannico The Economist.

Fonte: Internazionale, 3/12/2018

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Programma Junior Professional Officer delle Nazioni Unite

Il Programma Giovani Funzionari delle Organizzazioni Internazionali, noto anche come Programma JPO, è un’iniziativa finanziata dal Governo Italiano attraverso la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e curata dal Dipartimento degli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite (UN/DESA).

Il Programma permette a giovani qualificati di avere un’esperienza formativa e professionale nelle organizzazioni internazionali per un periodo di due anni.

Lo scopo del Programma è duplice. Da una parte favorisce le attività di cooperazione delle organizzazioni internazionali associando giovani funzionari ad iniziative di sviluppo; dall’altra consente a giovani interessati alle carriere internazionali di compiere esperienze rilevanti che nel futuro ne potrebbero favorire il reclutamento da parte delle organizzazioni stesse o in ambito internazionale.

I requisiti necessari per poter accedere alla pre-selezione sono:

  • Essere nati il o dopo il 1 gennaio 1988 (1 gennaio 1985 se laureati in medicina)
  • Possedere la nazionalità italiana
  • Avere un’ottima conoscenza della lingua inglese e italiana
  • Avere ottenuto uno dei seguenti titoli accademici prima della scadenza per la presentazione delle candidature:
    • laurea specialistica/magistrale
    • laurea magistrale a ciclo unico
    • laurea/laurea triennale accompagnata da un titolo di Master universitario
    • Bachelor’s degree accompagnato da un titolo di Master universitario.

Nell’ambito dell’edizione 2018/2019 del Programma JPO si prevede l’assegnazione di un numero limitato di posizioni a candidati provenienti da alcuni paesi in via di sviluppo (“Least Developed Countries” e paesi prioritari per la cooperazione allo sviluppo italiana). La lista di tali paesi è disponibile sul sito http://www.undesa.it/.

I candidati provenienti da paesi in via di sviluppo dovranno soddisfare i seguenti requisiti per accedere alla preselezione:

  • Essere nati il o dopo il 1 gennaio 1988 (1 gennaio 1985 se laureati in medicina)
  • Avere un’ottima conoscenza della lingua inglese (la conoscenza della lingua italiana sarà considerata favorevolmente in sede di valutazione)
  • Avere ottenuto uno dei seguenti titoli accademici prima della scadenza per la presentazione delle candidature:
    • laurea specialistica/magistrale
    • laurea magistrale a ciclo unico
    • laurea/laurea triennale accompagnata da un titolo di Master universitario
    • Bachelor’s degree accompagnato da un titolo di Master universitario.

Data la natura altamente competitiva del Programma JPO e le crescenti competenze richieste dalle organizzazioni internazionali, le seguenti qualificazioni aggiuntive sono spesso considerate asset importanti in fase di valutazione:

  • Conoscenza di altre lingue ufficiali delle Nazioni Unite o lingue parlate nei paesi in via di sviluppo
  • Possesso di ulteriori titoli accademici e/o corsi di formazione rilevanti
  • Aver maturato una solida esperienza professionale, della durata di almeno un anno
  • Possesso di alcune capacità/competenze quali orientamento al cliente, lavoro di squadra, comunicazione, responsabilità, pianificazione e organizzazione del lavoro.

I candidati dovranno essere motivati e disposti ad adattarsi a diversi ambienti di lavoro. Inoltre, dovranno dimostrare impegno nei confronti dei valori fondamentali delle Nazioni Unite, cioè integrità, professionalità e rispetto della diversità.

La scadenza per l’invio online delle candidature è il 14 dicembre 2018 alle ore 15:00 (ora italiana). Si invita a consultare attentamente la pagina web How to Apply prima di iniziare la compilazione del formulario elettronico relativo al Programma JPO 2018/2019.

Le domande di partecipazione dovranno essere inviate online attraverso il sistema di “Online Web Application” (OWA) dell’ufficio UN/DESA di Roma raggiungibile dal sito www.undesa.it. Non verranno accettate domande pervenute per posta, email, fax o consegnate a mano. A causa dell’elevato numero di candidature previste verranno contattati esclusivamente i candidati preselezionati per le interviste. Per ulteriori informazioni consultare www.undesa.it o scrivere a JPOinfo@undesa.it.

Fonte: AOI

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La prima donna presidente dell’Etiopia (e unica in tutta l’Africa)

Come ultima tappa della virtuosa rivoluzione politica che da mesi scuote l’Etiopia, questa mattina è stata nominata una donna ai vertici del Paese. Sahle-Work Zewde è infatti diventata presidente della Repubblica, la prima nella storia etiope e, oggi, la sola in tutta l’Africa.

Diplomatica di lungo corso, la Zewde ha promesso che lavorerà strenuamente per la parità di genere. La neopresidente ha anche esortato il suo popolo a consolidare la pace con l’Eritrea e di farlo «nel nome della madri perché sono loro che negli ultimi anni hanno sofferto maggiormente».

La sua nomina avviene una settimana dopo la formazione del governo del primo ministro Abiy Ahmed composto per metà da ministri donne, tra cui Aisha Mohammed, ministro della Difesa e Muferiat Kamil, alla testa del nuovo ministero della Pace, che controlla anche polizia e servizi di intelligence. Ora, Abiy Ahmed è lo stesso premier che, eletto lo scorso aprile, ha avviato un coraggioso programma di riforme, liberato migliaia di oppositori politici e messo in moto il processo di pace con la vicina Eritrea. «Se a portare avanti l’attuale cambiamento ci saranno sia gli uomini sia le donne, allora il risultato sarà la nascita di un’Etiopia senza più discriminazioni religiose, etniche e di genere», ha poi aggiunto Sahle-Work Zewde, che ricopriva fino a ieri la carica di rappresentante del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres presso l’Unione africana.

La sua nomina è stata approvata all’unanimità da entrambe le camere del parlamento di Addis Abeba. E Sahle-Work Zewde sostituirà Mulatu Teshome, che per motivi ancora oscuri s’è appena dimesso sei anni prima la fine del suo mandato. Sebbene la Costituzione etiope conferisca i massimi poteri al primo ministro, al presidente riserva tuttavia un ruolo rappresentativo di grande importanza.

Durante la sua lunga carriera diplomatica, la Zewde, 68 anni, è stata ambasciatrice dell’Etiopia in numerosi Paesi, tra i quali la Francia, Djibouti e il Senegal. Nata ad Addis Abeba e cresciuta in Francia, il nuovo Capo dello Stato etiope parla correntemente il francese, l’inglese e l’amarico, lingua locale.

«Governo e opposizioni devono capire che vivono sotto lo stesso tetto, e devono perciò concentrarsi su ciò che li unisce e non su ciò che li divide, per creare un Paese di cui essere fieri», ha aggiunto la presidente al termine della cerimonia d’investitura.

Appena giunta notizia della sua nomina al Consiglio di Sicurezza dell’Onu a New York, tra i diplomatici riuniti in un dibattito sulle “Donne, pace e sicurezza” sono scoppiati fragorosi applausi.

Fonte: Repubblica

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