Nicaragua: il numero dei morti del regime Ortega sale a 455

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MANAGUA – Uno Sciopero Nazionale chiede la liberazione di centinaia di manifestanti. Lo sciopero nazionale del 7 settembre scorso in Nicaragua ha cercato di mettere pressione al governo di Daniel Ortega, chiedendo la liberazione di centinaia di persone imprigionate per aver partecipato alle manifestazioni che da aprile esigono che l’ex guerrigliero sandinista lasci il potere. Uno sciopero generale coordinato da Alianza Civica, un’organizzazione nata sotto la mediazione della Chiesa, che riunisce imprenditori, studenti, sindacalisti, dirigenti contadini e accademici al fine di negoziare con il governo una via d’uscita dall’attuale crisi politica, a cui si unirono il “grande commercio”, le aziende internazionali e le banche, congelando la capitale di Managua. Sulle prime, Alianza Civica doveva essere un organismo propulsore del dialogo nazionale, ma davanti alle derive violente del governo ha cominciato ad attivare forme di pressione sempre più incisive. Lo sciopero è stato un grido davanti al deterioramento dell’economia dopo ormai quasi cinque mesi di crisi.

Manifestanti accusati di terrorismo. I nicaraguensi si svegliano ogni giorno con notizie di nuovi arresti. Leader del movimento studentesco, medici, professori, attivisti o chiunque abbia partecipato o anche solo appoggiato indirettamente le manifestazioni contro il regime viene accusato di terrorismo e possibilmente arrestato. Il fenomeno del paramilitarismo, riconosciuto da numerose organizzazioni per i diritti umani, e che invece Ortega definisce “polizia volontaria”, detiene e trasferisce nelle celle del carcere popolarmente conosciuto come El Chipote e segnalato come centro di tortura da Human Right Watch. Il Centro per i diritti umani del Nicaragua (CENIDH) stima che oltre 400 persone siano state imprigionate a causa delle proteste.

I morti sono ormai 455. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU denuncia gli abusi del governo Ortega. Secondo l’ultimo rapporto del CENIDH i morti sono saliti a quota 455. Davanti a questi numeri il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito per discutere la crisi del paese centroamericano. L’incontro, convocato dagli Stati Uniti, che detiene la presidenza di turno del Consiglio, ha denunciato la violazione dei diritti umani e la brutale repressione scatenata da parte dello stato contro le manifestazioni pacifiche che chiedevano la fine del regime di Ortega, che dal 2007 governa con un pugno di ferro.

Ortega non ascolta e respinge le accuse. Il governo di Ortega sordo davanti alle accuse della comunità internazionale. L’ambasciatore Usa Nikki Haley ha avvertito che il Consiglio “non può essere un osservatore passivo “mentre il Nicaragua rischia di diventare uno” stato fallito “e” dittatoriale”, la replica del ministro degli Esteri del Nicaragua, Denis Moncada Colindres, non ha tardato descrivendo come “interferenza nella sovranità del paese” le accuse del Consiglio. Un atteggiamento che non stupisce e che era stato già confermato daI governo che alla fine del mese di agosto ha ordinato al rappresentante dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) e al suo gruppo di lavoro di lasciare il paese. Dopo l’espulsione di Guillermo Fernández Maldonado e della sua squadra le Nazioni Unite hanno denunciato le autorità di commettere abusi di forza e violazioni dei diritti umani contro i manifestanti. Ortega ha respinto le accuse, che ha descritto come “eccessive, parziali e soggettive”.

“L’ossessione per il potere” della coppia Ortega-Murillo. Il ministro degli esteri del Nicaragua Denis Moncada, in una lettera inviata al rappresentante regionale dell’Officina dell’Alto Commissionato della ONU, OACNUDH, ha affermato che la missione dell’ONU non era più necessaria. Contemporaneamente, lo scorso 10 settembre nel suo primo discorso come nuova commissaria davanti al Consiglio dei diritti umani dell’ONU, l’ex presidente cileno Michelle Bachelet ha parlato soprattutto della questione migratoria ed ha esplicitato la sua preoccupazione nei confronti della situazione in Nicaragua. Per il momento, la mobilitazione della comunità internazionale non è stata sufficiente per combattere quella che viene definita  “la fissazione per il potere” della coppia formata da Ortega e da sua moglie, la vicepresidente Rosario Murillo. Insomma, il dramma storico del Nicaragua, a quanto pare, non è ancora arrivato al suo ultimo atto.

Fonte: Repubblica, 21 settembre 2018

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