La pandemia in Myanmar | Progetto Continenti

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In Myanmar, come purtroppo in tante altre regioni del mondo, l’emergenza pandemia si trova a dover drammaticamente convivere con la guerra o comunque, appunto, con sanguinosi e annosi conflitti interni. In questo senso la proposta della Giornata di preghiera del 14 maggio è stata immediatamente accolta dall’episcopato locale per chiedere a Dio di proteggere l’umanità dalla pandemia da coronavirus e porre fine al conflitto interno, come pure alle tante guerre che insanguinano il pianeta.

Alcuni giorni fa — come riferisce l’agenzia Fides — un civile è stato gravemente ferito a una gamba dall’esplosione di una mina nel villaggio di Han Gan, nella Ye Township dello Stato Mon. Si tratta dell’ennesimo episodio di una “guerra in sordina” che fa del Myanmar un Paese con un continuo conflitto a bassa intensità. Benché i combattimenti siano ora in corso soprattutto negli Stati Rakhine e Chin, i suoi effetti devastanti si fanno sentire un po’ ovunque. Agli inizi di maggio, tre organizzazioni separatiste che combattono contro il governo centrale di Yangon, hanno reiterato l’appello al cessate il fuoco, già reso noto agli inizi di aprile, con una “tregua unilaterale”, afferma un comunicato, che non esclude una risposta in caso di attacco.

La situazione di confusione, soprattutto negli Stati Mon e Rakhine rende difficile attribuire la responsabilità delle morti civili ai ribelli o ai soldati governativi. Il 20 aprile un autista dell’Organizzazione mondiale della sanità è stato ucciso mentre trasportava materiale medico; qualche giorno dopo un convoglio di aiuti del Programma alimentare mondiale, con riso e altri generi alimentari di base, è stato attaccato dai ribelli tra le città di Samee e Paletwa (Chin).

I combattimenti e le reciproche accuse non facilitano l’accesso degli operatori di organismi umanitari nelle aree di crisi, dove all’espansione del covid-19 si somma una carenza alimentare endemica, ora peggiorata dal virus. La semina del riso, per esempio — che rappresenta l’80 per cento della produzione birmana — inizia in genere a fine aprile con raccolti a settembre e ottobre, ma poiché i prestiti di governo e degli istituti di micro-finanza sono sospesi, molti agricoltori non sono in grado di procurarsi le necessarie sementi.

Dopo gli attacchi ai convogli Onu, le agenzie delle Nazioni Unite e diverse ong internazionali che operano in Myanmar hanno chiesto un immediato cessate-il-fuoco nell’area occidentale del Paese, ma il governo dello Stato Rakhine ha risposto vietando ai gruppi umanitari di creare campi per gli sfollati interni senza l’approvazione dell’esecutivo. Nel nord dello Stato almeno 160.000 persone sono sfollate a causa dei combattimenti tra esercito e ribelli.

Il 27 aprile scorso, la Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia (Fabc) aveva accolto la richiesta del Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, e rilanciata da Papa Francesco, per una tregua globale di fronte alla minaccia senza precedenti della pandemia. Alcuni giorni dopo un appello nella stessa direzione era stato siglato da diverse ambasciate straniere nella capitale Yangon.

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