La “nostra” storia

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Nel 1989, grazie alla donazione di un’amica di Sangemini, Giuseppe Florio, insieme a Cinzia Landi, Ottavio Pasquariello e Vanda Trebbi, decideva di ridare vita al Convento, facendone un luogo di riflessione sui temi della fede e della storia, della spiritualità e della solidarietà.

Dapprima un piccolo nucleo di persone e poi, negli anni, molti amici e amiche di varie città italiane, hanno condiviso questo progetto attraverso diverse modalità (contributi economici, presenza, idee, lavoro). Un percorso di partecipazione che nel tempo ha reso il Convento “casa comune” per tanti, punto di riferimento e luogo permanente di incontro.

Fin dagli inizi i fondatori hanno voluto che il Convento fosse anche sede legale di Progetto Continenti, associazione di cooperazione e solidarietà internazionale, che ne ha infatti anche la proprietà.

 

Correva l’anno 1989…

di Giuseppe Florio, teologo biblista

La ri-nascita del Convento

Dalla mia agendina tascabile risulta che il 22 gennaio 1989, domenica, abbiamo fatto la nostra prima visita al Convento S. Andrea di Collevecchio.

Eravamo un bel gruppetto ad inoltrarci in Sabina, una regione per niente conosciuta da tutti noi. Abbiamo trovato un convento in situazione disastrosa, abbandonato da più di vent’anni. Pioveva in vari punti dell’immobile (nelle sale di Cana, nel refettorio, nelle camere, in chiesa…) e ci volevano gli occhi dei pionieri per andare avanti con lo sguardo rivolto al futuro. Per vent’anni, da quando i Francescani Cappuccini avevano abbandonato il convento, il paese di Collevecchio aveva considerato quel luogo un’utile discarica per rifiuti ingombranti…(nei mesi successivi, riempiremo sette camions per ripulire la struttura e renderla minimamente agibile).

I tetti stavano per aprirsi totalmente…rimaneva poco tempo per salvare il salvabile. Ma lo spazio che offriva questo povero convento, lentamente costruito nei secoli, ci piaceva. Il convento sorgeva in cima ad una collina; a perdita d’occhio se ne vedevano altre, verdi e dolci, pacificanti. Qui si poteva realizzare un sogno che alcuni di noi accarezzavano da tempo: trovare un luogo che ci potesse ospitare, e divenire uno spazio di spiritualità e di ricerca, di libertà da ogni tutela. Avevamo prima di tutto cercato un intero villaggio abbandonato…ma arrivavamo in ritardo e luoghi di questo tipo non erano più a disposizione in Italia Centrale. In realtà, vicino a Spoleto, avevamo individuato un piccolo villaggio in ruderi, ma era un covo d’aquile…con una mulattiera di accesso lunga chilometri, senza luce né acqua.

Il convento… anche se stanco e cadente, poteva andare bene. Siamo tornati a Roma molto carichi e decisi ad andare fino in fondo.

Il 27 gennaio, dopo pochi giorni, una seconda visita.

Il convento aveva per custode un contadino, Federico, che viveva con la sua famiglia nel terreno confinante. Non aveva potuto curare la casa, ma aveva salvato le viti e gli ulivi. “ Non preoccupatevi, – diceva – appena arrivano nuovi padroni, io mi ritiro senza problemi”.

Al vederlo per la seconda volta, congelato sotto il cielo grigio di gennaio, il convento sembrava più che mai imbronciato, come un anziano scontento e brontolone. Da troppo tempo ormai era mortificato da un incomprensibile silenzio imposto dagli eventi. Era arrivata la secolarizzazione, e quelle mura si erano spente poco a poco… I giovani delle campagne vicine erano migrati verso le città in cerca di benessere e felicità. La “perfetta letizia” di Francesco non aveva sponsors… Non c’erano più né porte né finestre, e quei buchi come occhi spalancati e un pò sinistri avevano una loro eloquenza. In Europa già da tempo erano finite le guerre, la pace si prospettava una condizione stabile, il benessere e “la modernità” avevano raggiunto anche le colline della Sabina, e quel convento bucato e scontento era lì, immobile, a fare i conti con i tanti buchi della cultura contemporanea.
Siamo tornati a Roma, decisi a fissare un incontro con i Cappuccini, proprietari dell’immobile.

Il venerdì 24 febbraio abbiamo incontrato P. Flavio, un buon cappuccino urbanizzato. Ci ha ricevuto nel convento di via Veneto. Nel piccolo refettorio, vediamo alle pareti dei Caravaggio, appesi così, senza pretese… P. Flavio ci dice subito, senza giri di parole, che il convento di Collevecchio poteva anche cadere del tutto se qualcuno non lo faceva rivivere secondo lo spirito di Francesco. Si erano già presentati molti acquirenti, qualche volta offrendo un assegno “in bianco”…ma niente da fare! Ricordo che ci aveva colpito incontrare un francescano così schietto e ruspante. Ha ascoltato le nostre intenzioni con occhi attenti e fiduciosi. E alla fine ha concluso che si poteva procedere e vedere il da farsi. I francescani hanno a disposizione secoli di storia e di memorie, e devono aver imparato oltre che ad amare le allodole anche a discernere i lupi dagli agnelli.

Ed è arrivato giovedi 30 marzo.

Nel pomeriggio siamo tornati in via Veneto a firmare il compromesso per l’acquisto del convento di Collevecchio. P. Flavio ci ha ripetuto di non perdere lo spirito originario, quello che tanti secoli prima aveva fatto venire alla luce il convento. La sua raccomandazione si è incontrata con le nostre intenzioni di continuità di prospettive, nel rispetto del luogo e delle sue radici. Rassicurato da tutti noi su questo punto, ha acconsentito a venderlo. Ci ha chiesto 185 milioni (!). Non era desiderio prioritario dei Cappuccini realizzare profitti sostanziosi da quella vendita. Molti amici, da tutta Italia, condividendo il progetto, ci hanno dato una mano consistente permettendoci di far fronte alla follia dell’acquisto. Dato un ultimo saluto ai Caravaggio sulle pareti del refettorio, siamo andati a casa di Ottavio e Vanda per cenare e brindare!

 

Dalla ricerca biblica alla solidarietà internazionale

2 aprile, Domenica in Albis.

Ci siamo radunati in un bel conventino francescano, poco sopra Montepulciano. Ordine del giorno: costituire o no un organismo di solidarietà internazionale.

Ma bisogna fare qualche passo indietro per ricomporre il filo degli eventi.

Dopo tanti anni di appassionata ricerca biblica ci eravamo detti che forse era il caso di “fare qualcosa”… All’interno delle Comunità d’Ascolto e dei Gruppi Shalom sparsi per l’Italia, avevamo lanciato una “colletta”, per poi consegnare di persona il denaro raccolto in Guatemala e Nicaragua. Così si è fatto, e la somma è stata di 120 milioni di lire! Il 21dicembre dell’88 abbiamo preso l’aereo per il Centro America. In Guatemala, ad accoglierci c’erano gli amici di Celleno, che già si erano consolidati a Chimaltenango. Abbiamo passato un bel Natale senza luci e regali… e poi siamo andati in Nicaragua. Cinzia all’epoca lavorava come funzionario diplomatico per il governo sandinista, e così abbiamo trovato tutte le porte spalancate. E noi… giulivi, contenti e incoscienti, abbiamo distribuito la colletta in tutte le realtà dove ci pareva che (a naso!) fosse utile o necessario un aiuto. C’era con me un gruppo di una quindicina di persone, e al nostro rientro a Roma, il 9 gennaio, ci siamo dati un tempo di riflessione per poi decidere il da farsi.

Nei mesi successivi ho preso contatto con le Federazioni delle Ong italiane. Ci sembrava che forse non era il caso di fondare un altro organismo, dato che già ce n’erano tanti più o meno operativi.

Potevamo rafforzare una Ong già esistente. No, le cose non erano così semplici…e infatti la ricerca ha dato risultati strani: al Cocis, cioè quelli di “sinistra” (i laici!), ci hanno detto che eravamo troppo cattolici; poi i cattolici della Focsiv hanno sentenziato che eravamo troppo laici!

Non avevamo scampo…ma che strani batteri c’erano nell’aria!

E così ci siamo ritrovati, noi che eravamo di troppo per tutti, a decidere insieme come proseguire. Ci siamo radunati a Montepulciano perché qui ero impegnato da anni con un bel gruppo biblico Shalom. C’erano i vari Cugusi, Rossi, Giani, Bianchini… bravi “ragazzi”, da poco sposati, che non disdegnavano di pregare in silenzio per delle mezz’ore e di approfondire la Bibbia per delle ore! Pur essendo di Chianciano e dintorni, non erano i tipici rappresentanti della gente “termale”…

E alla fine abbiamo deciso anche qui di andare avanti !

Ma il senso del viaggio, del sogno, dell’incoscienza e “giulività” non l’abbiamo mai perso, anche quando, negli anni, ci hanno raccomandato di essere più “professionali”…

 

La prima domenica al Convento

Il 9 aprile

E’stata la prima domenica passata a Collevecchio.

Avevamo ripulito la casa almeno dai rifiuti ingombranti…diciamo che era quasi pulita… ma non c’erano i bagni! E come avevano fatto i frati per tanti secoli? In seguito ci è stato spiegato che quel boschetto di alberi sotto la stradina di accesso, a differenza del convento, aveva conservato la sua aria fresca e spensierata, a motivo della sua funzione di servizio alla comunità ! E poi l’elettricità…e poi le finestre senza vetri… e le porte sgangherate o mancanti del tutto… e le bacinelle per quando pioveva. Se non avete mai dormito con accanto al letto una bacinella che raccoglie la pioggia che scende dal tetto, vi manca qualcosa dello spessore della vita…

Insomma abbiamo pregato, abbiamo ricordato Abramo e il figlio della “promessa” Isacco, nato dall’incoscienza e dalla fede nell’impossibile… Dopo il Concilio e gli anni “sperimentali” di Paolo VI, erano poco a poco aumentati gli ormoni clericali nella comunità ecclesiale wojtilana. E noi invece continuavamo ad auspicare che gli anni della sperimentazione e della “fantasia” liturgica non finissero mai. Sentivamo che i laici avevano da percorrere una strada in salita, senza spazi reali affidati a quanti avrebbero dovuto essere considerati “adulti”. Avvertivamo che cambiava il vento… E’ stato di vera consolazione il breve rapporto avuto con Mons Boccaccio, vescovo di Poggio Mirteto, la nostra diocesi locale. Era “rotondo” nel cuore e nel fisico. Che bello un vescovo senza spigoli!

 

La nascita “ufficiale” di Progetto Continenti

10 Maggio

Bisognava fare l’Associazione di solidarietà, e bisognava andare dal Notaio per lo Statuto.

Io non ero mai entrato in uno studio notarile e non avevo mai visto in faccia un notaio. E così siamo entrati nello studio del notaio e ci siamo tutti seduti intorno al suo tavolo. Sullo schermo gigante del computer scorreva il testo definitivo da visionare e approvare. Che solennità! Quasi una liturgia. E poi il linguaggio dei notai. Mi rammenta qualcosa di arcaico e di borbonico allo stesso tempo.

E fuori di lì, da quello studio, stava cadendo il muro di Berlino. Nessuno di noi immaginava dove ci avrebbe portato quella caduta; un evento che per la sua intensità, accade ogni qualche secolo.
Ci eravamo costituiti in Associazione di solidarietà in nome dell’interdipendenza di tutti i popoli, e per lottare contro la miseria e la fame (il termine “globalizzazione” non era ancora entrato nel linguaggio quotidiano). Aveva un senso porsi sulla nuova frontiera dell’interdipendenza tra il Nord e il Sud del mondo, e fare la nostra piccola parte. Per un mondo più umano, più giusto e più unito.

Ma quel muro maledetto non finisce mai di crollare.

Chi poteva prevedere che sarebbe venuto fuori il vero volto del capitalismo? Che faccia avida… anzi, selvaggia. Dopo questi vent’anni possiamo dirlo, perché lo abbiamo visto all’opera nei paesi più poveri. E la finanza libertina e senza regole? Sul crollo di quel muro non si è voluto riflettere perché bisognava cantare vittoria…

 

La prima missione in Nicaragua e Guatemala

Ed è arrivata l’estate. 3-18 giugno

Il Nicaragua lo conoscevamo bene. Cinzia ci informava sulla situazione economica, sociale e religiosa e non avevamo dubbi che proprio lì dovevamo dare inizio ai nostri progetti. Che paese dilaniato abbiamo incontrato! L’accerchiamento politico e militare causato dalla politica di Reagan aveva prostrato gli animi di tutti, e soprattutto i più poveri ne stavano pagando il prezzo più alto. La guerra era diventata insostenibile. Migliaia di giovani morivano, portando al collo le loro piccole croci di legno, combattendo in nome della fede cristiana e della rivoluzione per il sogno di una società giusta. Il sandinismo era ancora un collante, ma la gente era stanca di anni di sacrifici che sempre più si rivelavano inutili. Anche la chiesa era profondamente divisa. Le comunità di base, la teologia della liberazione, su cui infieriva il cardinal Obando che imperversava senza ritegno. I sacerdoti “ministri sandinisti” non avevano convinto papa Wojtila. Si respirava un’aria di pesante incertezza dopo il felice esito della rivoluzione.

Abbiamo percorso il paese in lungo e in largo: Managua, Estelì, il Lago Cocibolca, Corinto, i paesini di campagna con il volto della povertà estrema… In Guatemala si respirava la paura: in un quartiere come quello del Milagro ci si poteva andare, ma con cautela…

In questo primo viaggio era venuta anche Gabriella Narducci, punto di riferimento del gruppo di amici della Comunità d’Ascolto di Penne, coinvolti anche in questa nuova avventura dal suo impegno appassionato e instancabile. Non la fermava nessuno…

Il “cantiere” nascente di Progetto Continenti

Ed è venuto il momento del primo Consiglio di Progetto Continenti: 8-9 luglio.

Bisognava “imparare” a convocare il Consiglio e a farlo lavorare… Per me era tutto nuovo, e facevo fatica a capire certe regole o usanze che mi sembravano esageratamente burocratiche. Dominava la tendenza “movimentista”…Da un lato c’era un forte “centralismo democratico”, e dall’altro si registrava una tale partecipazione al Consiglio che lo rendeva più simile ad una Assemblea. Così andavano le cose in quegli anni…Ma si cominciava a “lavorare”, a ideare, e a costruire i progetti e a proporli alle persone interessate. Il senso della solidarietà era forte…

In quelle stesse settimane estive un altro evento importante aveva luogo. A Basilea si erano radunate le chiese europee, una grande Assemblea ecumenica, convocata in nome della Giustizia, pace e salvaguardia del creato. Ecco una sintesi felice dei temi che ci avrebbero impegnato negli anni futuri. Ed è proprio allora che si è cominciato a parlare di “sviluppo sostenibile”…

 

Verso le terre d’Asia…

In autunno si è iniziato a pensare alla possibilità di un viaggio “esplorativo” in Asia.

Negli anni precedenti, con alcuni amici avevo compiuto dei viaggi in Cina, di conoscenza e dialogo interreligioso, e il Sud est asiatico appariva particolarmente penalizzato dallo scontro Est-Ovest, come del resto il Centro America.

E così siamo partiti.

Dal 23 dicembre al 7 gennaio, con un bel gruppo di amici, siamo andati a Bangkok, ad Hanoi, Saigon e Phnom Penh. Di questi viaggi conservo ancora il diario quotidiano, e bisogna dire che in questi vent’anni il mondo è proprio cambiato. Ad esempio, arrivati a Riyad (avevamo scelto una linea aerea araba per risparmiare), la polizia scopre che abbiamo qualche bottiglia di vino. Francesco Crivellaro, degli amici del Gruppo Shalom di Breganze, aveva portato delle buone bottiglie da offrire in Vietnam. Eravamo in transito, ma pur sempre degli sciagurati infedeli! Ci portano in bagno…bisogna stappare e svuotare quelle bottiglie incriminate, ma non si trova un cavatappi. Allora con un colpo secco si fa saltare il collo delle bottiglie, e il poliziotto versa religiosamente il vino nel water… Hanoi era un grande convento, con un mare di biciclette e tutti rigorosamente vestiti in tuta blue. Eravamo sempre “scortati” dalle guide del partito. A Saigon, fuori dal nostro albergo c’era una vera e propria folla che ci guardava festeggiare il nuovo anno. Rientrato in camera scopro che sono scomparsi i rullini delle foto scattate in quei giorni. Forse qualcuno non gradiva…Abbiamo preso l’unico volo settimanale che collegava Phnom Penh a Saigon (e al mondo) e c’era di che raccomandarsi al Signore.

Phnom Penh… una città quasi disabitata, alle prese con i suoi traumi ancora recenti. Per telefonare c’era un solo punto in tutta la città, e l’operatore si collegava prima con Mosca… e poi con Roma! Non c’è stato bisogno di riflessioni speciali; eravamo convinti che per la Cambogia bisognava fare qualcosa.

Ecco il primo anno!

L’avevamo cominciato con un viaggio, e con un altro viaggio l’abbiamo concluso.

Giulivi, contenti e incoscienti.

 

Giuseppe Florio – Febbraio 2009 (in occasione del Ventennale di Progetto Continenti)

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