La lotta contro la fame fa progressi tra tante difficoltà

1

I dati del rapporto 2016 del Cesvi. Calo del 29% rispetto al 2000, ma il fenomeno resta ancora preoccupante: nel mondo ci sono ancora 795 milioni di denutriti cronici

Eliminare la fame nel mondo è una sfida ardua, ma realizzabile. Lo scrive il Cesvi, organizzazione umanitaria laica e indipendente, nel suo ultimo rapporto “Indice Globale della fame 2016”, e se lo propongono le Nazioni Unite, fissandolo come secondo traguardo dei 17 Obiettivi di Sviluppo sostenibili da realizzare entro il 2030.

Segnali incoraggianti. In nessuna regione del mondo si registrano passi indietro o paralisi nel percorso di riduzione della fame. Un trend positivo, ma la strada resta in salita come annuncia l’undicesimo rapporto del Cesvi dal titolo “Obiettivo fame zero” presentato questa mattina presso la sede dell’Ispi da Daniela Bernacchi, amministratore delegato Cesvi, e Loris Palentini, capomissione di Cesvi in Zimbabwe, paese al 99° posto nella classifica dell’Indice Globale della Fame 2016. Qui l’associazione ha realizzato il progetto “Shashe Citrus Orchard” per risollevare l’economia agricola di una zona desertica.

Il rapporto. Dall’inizio del nuovo millennio, il livello della fame nel mondo, ovvero il consumo di meno di 1.800 calorie al giorno (secondo il parametro di riferimento dell’Agenzia Onu per l’Alimentazione e l’Agricoltura), si è ridotto del 29%. In particolare, l’Indice della Fame 2016 delle aree del mondo in via di sviluppo è passato dal punteggio di 30, nel 2000, a quello di 21,3 di quest’anno. Ma non basta: sono ancora tante le aree del mondo dove si muore per l’assenza di cibo. I tassi di riduzione del fenomeno devono ancora accelerare, specialmente in Ciad, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Yemen, Zambia e Madagascar, paesi dove i livelli di fame rientrano nella categoria “allarmante”, mentre per altre 43 nazioni la situazione è “grave”. Il monitoraggio del dossier del Cesvi non tiene conto dell’Indice della Fame di 13 stati, non calcolabile per insufficienza di dati. Tra questi ci sono Burundi, Siria, Libia, Papua Nuova Guinea, Somalia e Sud Sudan, tutti paesi con gravi problemi al loro interno che, proprio per questo, fanno supporre simili difficoltà anche per sfamare la loro popolazione.

“Misurare” la fame. Per fornire un quadro globale sul fenomeno, l’organizzazione umanitaria ha analizzato la situazione di 118 Paesi, esclusi quelli europei e dell’America settentrionale, raccogliendo i dati più recenti disponibili per il periodo 2011-16. Il parametro di riferimento per calcolare i livelli di fame è l’Indice Globale della Fame (GHI). Questa cifra che oscilla in una scala da 0 (assenza di fame) a 100 (valore massimo) sintetizza tre dimensioni con quattro parametri che contribuiscono a costruire il dato finale: denutrizione, deperimento e arresto della crescita, e il tasso di mortalità dei bambini fino a cinque anni. Nella scala, un Indice della Fame con un valore compreso tra 35 e 49,9 indica un fenomeno “allarmante”, uno tra 20 e 34 una situazione “grave” e, infine, un valore ancora più basso, una condizione meno preoccupante.

Le aree più colpite. Il Rapporto 2016 del Cesvi mette in evidenza che 795 milioni di persone nel mondo sono denutrite croniche. A livello regionale, a soffrire di più la fame sono gli abitanti dell’Asia meridionale e dell’Africa subsahariana, la stessa che registra il miglioramento più forte con una riduzione di 14,3 punti rispetto al dato del 2000. Guardando ai singoli paesi, Namibia e Sri Lanka sono quelli che, nel lungo periodo, restano più indietro: dal 2000 registrano le più basse riduzioni percentuali dell’Indice della Fame. Al contrario, Ruanda, Cambogia e Myanmar, tra tutti i paesi dove il fenomeno è “serio” o “allarmante”, sono quelli che hanno fatto i maggiori progressi.

Le vittime più piccole. La denutrizione colpisce soprattutto i bambini. Il 28,1% dei minori al di sotto dei cinque anni soffre di arresto della crescita (nel 2000 erano il 37,8%) e l’8,4% di deperimento. Il tasso di mortalità, nel 2015, raggiungeva il 4,7%, in diminuzione rispetto all’8,2% del 2000.

I casi particolari. Asia orientale e Sud-est asiatico, Vicino Oriente e Nord Africa, America Latina e Caraibi, Europa dell’Est e Comunità degli Stati Indipendenti sono aree con livelli di fame moderati o bassi, ma con alcune differenze interne. Emblematici i casi di Haiti e Cina. La piccola isola caraibica, pur trovandosi in una regione del mondo in via di sviluppo con un Indice della Fame relativamente basso, si colloca nella categoria “allarmante”. La forte popolosità della Cina, invece, contribuisce a migliorare lo status della fame dell’Asia orientale e del Sud-est asiatico che altrimenti risulterebbe più grave.

Una sfida iniziata da lontano. L’obiettivo “Sfida Fame Zero” è stato già lanciato nel 2012 dall’ex segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon durante il summit Rio+20. Inserito tra gli obiettivi del Millennio, è stato poi adottato in continuità anche negli Obiettivi di Sviluppo sostenibile fissati lo scorso anno. La nuova deadline dell’Agenda dell’Onu è fame zero nel 2030.

 

Articolo originale: www.repubblica.it/solidarieta/2016/10/10/news/la_lotta_contro_la_fame_fa_progressi_ma_e_ancora_in_salita-149511651/

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Seleziona la tua donazione

  • 1 Backer

    Finanzia l'alimentazione di un bambino dell'asilo per un mese

  • Backers

    Sostieni il fornimento di un servizio di supporto psico-sociale a una donna

  • 1 Backer

    Sostieni tutte le spese per le attività della clinica per una settimana