Il khat è un nuovo ‘oro verde’? – Vincent Hiribarren, Libération – 28/09/2015

1

Il khat è abbastanza sconosciuto da noi. Tuttavia è consumato in numerosi Paesi dell’Africa dell’est (principalmente Somalia, Kenya, Etiopia e Uganda) o in Yemen, dove è una delle principali coltivazioni. La pianta si è espansa ben oltre la propria regione d’origine, ed oggi è coltivata in Africa del Sud, in Mozambico e in Madagascar.

La storia di come nasce il khat è incerta. Esistente allo stato selvaggio sugli altipiani dell’Etiopia, si sa che era consumata nell’XI secolo prima che il suo uso di espandesse nella regione del Mar Rosso. Un’altra spiegazione la farebbe provenire dallo Yemen e il suo uso come stimolante diffuso in Afghanistan. Qualunque sia la sua origine. Il khat sembra che sia stato consumato in modo regolare in Yemen e in Etiopia dal XIV secolo.

Il khat che oggi viene venduto, è sotto forma di foglie e di barre che si mastica come le foglia di coca o di betulla. Il catinone che è nelle sue foglie dà effetti molto simili ad un caffè molto forte o a delle anfetamine. Non è raro vedere degli autisti di matatus, i minibus della costa del Kenya, che masticano khat per concentrarsi. Conosciuto per far passare la fame, ha anche effetti restringenti e di insonnia e, anche consumato in grande quantità, non dà dipendenza. Spesso utilizzato dagli uomini in gruppo, il khat svolge un ruolo nella socializzazione dei giovani sia in Kenya che in Uganda. Se vi ritrovate in una serata tra giovani del Kenya, ci sono buone possibilità che uno di questi mastichi khat. Insomma, il khat è utilizzato nell’ambiente di lavoro ma anche nei momenti ricreativi.

In Madagascar, il consumo di khat è arrivato grazie agli immigrati dello Yemen durante il periodo coloniale. Questa abitudine, poco a poco assimilata dai tassisti del nord dell’isola, si è lentamente espansa nei gruppi più giovani della popolazione della regione a partire dagli anni 1990. Cliché sociale e geografico, il consumo di khat è sempre affiancato, da parte delle persone che stanno meglio nel resto del Madagascar, alla gioventù disagiata del nord dell’isola. Non meno di quanto accade in Kenya dove, masticare del khat è anche un fenomeno generazionale. Un esempio di questa moda del khat è la sua presenza in alcuni rum fatti in modo artigianale.

Il khat non è mai diventato una sostanza consumata come, nel resto del Pianeta, avviene per il caffè, anch’esso originario degli altipiani dell’Etiopia. Una delle ragioni è che, una volta raccolto, il khat deve essere consumato entro 48 ore, altrimenti perde i suoi effetti. L’arrivo del trasporto aereo nel XX secolo ha cambiato la situazione. Per cui è possibile trovare oggi a Londra del khat che proviene dall’Etiopia o dallo Yemen, e questo grazie alla presenza di comunità di immigrati che provengono da queste regioni.

I guadagni che provengono dal khat sono tali che gli agricoltori fanno talvolta la scelta di piantare gli alberi di khat al posto di altre colture come il caffè, che dipende maggiormente dagli andamenti mondiali del mercato o dalle politiche dei governi. È anche possibile far crescere delle coltivazioni tra i filari degli alberi, sì da fornire foglie e sbarrette ogni tre settimane. Grazie ad un basso investimento sia in mano d’opera che in denaro, coltivare il khat è redditizio. Che sia in Kenya o in Madagascar, il khat è diventato una sorta di “oro verde” così come la cannabis nella Repubblica Democratica del Congo. Durante gli anni 1960 e 1970 c’è stata l’esplosione dei consumi in Paesi come il Kenya, dove numerose varietà con prezzi e qualità differenti sono stare immesse sul mercato.

Il khat, come numerosi altri psicotropi, ha attirato l’attenzione delle autorità. Un trattato yemenita del XVI secolo ha anche cercato di comparare il khat con l’alcool, l’oppio e l’hashish, finendo per concludere che il khat è più leggero di queste sostanze. Le autorità coloniali del Kenya hanno anche tentato di limitare il suo consumo ad alcune popolazioni (i Meru del Nyambene) accusando il khat di essere responsabile dell’inattività di alcuni kenioti. Un rapporto coloniale per Gibuti nel 1959 dice che il khat è responsabile della “degenerazione della razza”. In generale, le fonti storiche disponibili per l’ultimo periodo coloniale del Kenya, dicono che la proibizione non ha avuto altro effetto che alimentare il mercato nero.

Oggi, i Paesi occidentali hanno la tendenza a vietare il khat considerandolo come uno stupefacente, l’ultimo divieto è quello del Regno Unito a giugno del 2014. Nei più grandi Paesi produttori, il khat non è vietato. Pertanto, i dibattiti sulla pericolosità del khat sia per la salute mentale che fisica dei suoi consumatori sono sempre presenti, soprattutto quando il suo uso è combinato con il consumo di marijuana o di alcool. Tra le righe, si legge anche di un dibattito sull’economia dei Paesi in questione dove alcuni piccoli produttori potrebbero approfittare delle opportunità offerte dall’”oro verde”.

 

Articolo originale: http://www.aduc.it/articolo/khat+nuovo+oro+verde_23433.php

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Seleziona la tua donazione

  • 1 Backer

    Finanzia l'alimentazione di un bambino dell'asilo per un mese

  • Backers

    Sostieni il fornimento di un servizio di supporto psico-sociale a una donna

  • 1 Backer

    Sostieni tutte le spese per le attività della clinica per una settimana