Danzare per incontrare il "diverso" – Diarionomade.it | Progetto Continenti

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Arrivare in Africa con la consapevolezza di essere bianchi significa sapere di essere diversi, facilmente individuabili. Non è possibile sapere come questa diversità sarà vissuta da loro, dagli abesha, abitanti d’Etiopia.

Camminando per strada ti senti additato, urlato e seguito, quasi mai in un clima negativo come devono invece sentire i migranti da noi in Europa. Ti senti etichettato come ricco, uno che sicuramente può dare dei birr. Si sprecano le elemosine in un inglese mal studiato dei ragazzini di strada, non mancano le urla distanti di chi cerca di attirare la tua attenzione (Farenji, farenji, farenji!”). Uomo bianco, uomo straniero, in quella che forse è una storpiatura dell’inglese foreign. Per non dire dell’ancora più molesto “You! You! You! You!!!” urlato in mille modi e da mille voci di ogni età, che poi abbiamo scoperto essere solo la traduzione di un tipico modo di chiamarsi a vicenda (Ante per i maschi, Antshci per le femmine). Qualcuno ci saluta con un Welcome to Ethiopia!

Essere bianchi per strada significa vivere la non-pace dell’essere sempre sotto i riflettori. Niente di grave, una sensazione di passaggio, meno complicata della realtà in cui ci siamo trovati al Blein Center di Progetto Continenti: cercare di instaurare relazioni concrete e di fiducia, per poter lavorare insieme e portare avanti progetti condivisi. Il tentativo di integrarsi è una sfida, una mediazione continua tra due culture, due mondi. E in questo caso ho percepito un’iniziale diffidenza verso di noi, associati all’arroganza di chi è in una posizione di dominio. Così mi sono sentita la prima volta in cui ci siamo relazionati con lo Youth Club, il gruppo giovani: venticinque sguardi indagatori e un po’ ostili, a chiedersi chi sono questi, cosa vogliono da noi… Come convincerli che eravamo lì per condividere esperienze e scambiarci competenze reciproche? Come dare senso al nostro stare insieme, sfondando quel muro di diffidenza che generazione precedenti di bianchi hanno contribuito a costruire?

La risposta spontanea nasce dall’arte. Dalla condivisione della loro arte. Piena di curiosità ho cercato l’incontro mettendomi nella posizione di chi impara, di chi ha qualcosa da apprendere e deve essere guidato in un mondo nuovo… All’inizio ho seguito l’allenamento di danza in un angolo del tukul. In quell’angolo mi si è avvicinata una delle ragazze che mi ha portata a partecipare al cerchio finale, un loro bellissimo modo di chiudere tre ore di lezione, di ritmi e musica: intorno al palo che regge il tukul, in cerchio per mano, ognuno pronuncia il proprio nome e tutti gli altri lo ripetono. Si appoggia una mano al palo e si pronuncia una formula di pace per il mondo e di ringraziamento per il Blein che sostiene il loro progetto, la loro creatività e voglia di stare insieme.

Grazie a Tiggiest, che quella prima volta ha superato la diffidenza dello sconosciuto e del diverso, dalla lezione successiva è stato un crescendo di collaborazione, scambio e conoscenza. Amicizie che prescindono dalle età, dall’educazione, da provenienze diverse. Si sono spesi per insegnare a me, per condividere la loro ricchezza di danze tradizionali, e mi hanno chiesto di imparare a loro volta con entusiasmo. Abbiamo passato una lezione tra capriole e pirouettes, tra stili diversi che si incontrano.

Il giorno prima di rientrare in Italia, per noi hanno deciso di organizzare una festa, uno spettacolo invitando gli amici e lo staff del Centro. Ho vissuto la grande emozione di ballare con loro sul palcoscenico del tukul, grazie all’invito di Israel, e di indossare i costumi tradizionali. Ancora una volta ho incontrato la certezza che dove non ci sono parole ma solo apparente lontananza, la danza può essere il mezzo di mediazione più forte e semplice. Perché come ha detto qualcuno dei ragazzi siamo fatti per gli stessi movimenti, ne abbiamo imparati solo di diversi vivendo in luoghi lontani, ma “Io posso insegnare a te, e tu a me, e ci ricorderemo l’uno dell’altro”.

 

Articolo originale: http://diarionomade.it/2016/06/danzare-incontrare-diverso/

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