Rassegna stampa | Progetto Continenti - Part 4

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Programma Junior Professional Officer delle Nazioni Unite

Il Programma Giovani Funzionari delle Organizzazioni Internazionali, noto anche come Programma JPO, è un’iniziativa finanziata dal Governo Italiano attraverso la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e curata dal Dipartimento degli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite (UN/DESA).

Il Programma permette a giovani qualificati di avere un’esperienza formativa e professionale nelle organizzazioni internazionali per un periodo di due anni.

Lo scopo del Programma è duplice. Da una parte favorisce le attività di cooperazione delle organizzazioni internazionali associando giovani funzionari ad iniziative di sviluppo; dall’altra consente a giovani interessati alle carriere internazionali di compiere esperienze rilevanti che nel futuro ne potrebbero favorire il reclutamento da parte delle organizzazioni stesse o in ambito internazionale.

I requisiti necessari per poter accedere alla pre-selezione sono:

  • Essere nati il o dopo il 1 gennaio 1988 (1 gennaio 1985 se laureati in medicina)
  • Possedere la nazionalità italiana
  • Avere un’ottima conoscenza della lingua inglese e italiana
  • Avere ottenuto uno dei seguenti titoli accademici prima della scadenza per la presentazione delle candidature:
    • laurea specialistica/magistrale
    • laurea magistrale a ciclo unico
    • laurea/laurea triennale accompagnata da un titolo di Master universitario
    • Bachelor’s degree accompagnato da un titolo di Master universitario.

Nell’ambito dell’edizione 2018/2019 del Programma JPO si prevede l’assegnazione di un numero limitato di posizioni a candidati provenienti da alcuni paesi in via di sviluppo (“Least Developed Countries” e paesi prioritari per la cooperazione allo sviluppo italiana). La lista di tali paesi è disponibile sul sito http://www.undesa.it/.

I candidati provenienti da paesi in via di sviluppo dovranno soddisfare i seguenti requisiti per accedere alla preselezione:

  • Essere nati il o dopo il 1 gennaio 1988 (1 gennaio 1985 se laureati in medicina)
  • Avere un’ottima conoscenza della lingua inglese (la conoscenza della lingua italiana sarà considerata favorevolmente in sede di valutazione)
  • Avere ottenuto uno dei seguenti titoli accademici prima della scadenza per la presentazione delle candidature:
    • laurea specialistica/magistrale
    • laurea magistrale a ciclo unico
    • laurea/laurea triennale accompagnata da un titolo di Master universitario
    • Bachelor’s degree accompagnato da un titolo di Master universitario.

Data la natura altamente competitiva del Programma JPO e le crescenti competenze richieste dalle organizzazioni internazionali, le seguenti qualificazioni aggiuntive sono spesso considerate asset importanti in fase di valutazione:

  • Conoscenza di altre lingue ufficiali delle Nazioni Unite o lingue parlate nei paesi in via di sviluppo
  • Possesso di ulteriori titoli accademici e/o corsi di formazione rilevanti
  • Aver maturato una solida esperienza professionale, della durata di almeno un anno
  • Possesso di alcune capacità/competenze quali orientamento al cliente, lavoro di squadra, comunicazione, responsabilità, pianificazione e organizzazione del lavoro.

I candidati dovranno essere motivati e disposti ad adattarsi a diversi ambienti di lavoro. Inoltre, dovranno dimostrare impegno nei confronti dei valori fondamentali delle Nazioni Unite, cioè integrità, professionalità e rispetto della diversità.

La scadenza per l’invio online delle candidature è il 14 dicembre 2018 alle ore 15:00 (ora italiana). Si invita a consultare attentamente la pagina web How to Apply prima di iniziare la compilazione del formulario elettronico relativo al Programma JPO 2018/2019.

Le domande di partecipazione dovranno essere inviate online attraverso il sistema di “Online Web Application” (OWA) dell’ufficio UN/DESA di Roma raggiungibile dal sito www.undesa.it. Non verranno accettate domande pervenute per posta, email, fax o consegnate a mano. A causa dell’elevato numero di candidature previste verranno contattati esclusivamente i candidati preselezionati per le interviste. Per ulteriori informazioni consultare www.undesa.it o scrivere a JPOinfo@undesa.it.

Fonte: AOI

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Ancora proteste in Nicaragua. OSA condanna la violenza

L’Organizzazione degli Stati americani (Osa) ha chiesto al Presidente nicaraguense Daniel Ortega di riprendere il dialogo nazionale, sospeso due mesi fa, e di collaborare nuovamente con la missione Onu per i diritti umani, che è stata espulsa dal Paese. Ieri marcia di protesta con migliaia di oppositori al regime.

Il Consiglio Permanente dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) ha approvato ieri una risoluzione sugli “eventi recenti in Nicaragua” in cui esprime la sua “forte condanna degli atti di violenza, repressione e violazioni dei diritti umani e degli abusi” commessi contro la popolazione del Nicaragua, come documentato dalla Commissione Interamericana per i Diritti Umani e dall’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.

Il sostegno alla risoluzione di 19 Paesi

La nuova risoluzione sul Nicaragua ha ottenuto il sostegno di 19 Paesi, 4 voti contrari, 9 astensioni e 2 assenti. Venezuela, Bolivia, Saint Vincent e Grenadine e Nicaragua hanno votato contro l’iniziativa. Dal canto suo il rappresentante di Managua, Luis Exequiel Alvarado Ramírez, ha ribadito che il suo governo “non riconosce” la risoluzione dell’Osa, che considera parte delle politiche “imperialistiche ed espansionistiche” di Washington. La risoluzione ha superato la soglia dei 18 voti necessari per essere approvata e ha avuto il sostegno di 19 Paesi, tra cui Cile, Colombia, Messico, Argentina, Perù e Stati Uniti.

Ripresa del dialogo nazionale

Il documento esorta il governo nicaraguense a rispettare l’impegno di fornire l’assistenza necessaria al meccanismo speciale di follow-up per il Nicaragua (Meseni) e al gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (Giei), “dando loro accesso e fornendo loro le informazioni necessarie per la corretta esecuzione del loro mandato”. Chiede inoltre che siano create le condizioni per ristabilire un dialogo serio tra le parti per redigere un calendario elettorale concordato congiuntamente nel contesto del processo di dialogo nazionale.

Ieri marcia dell’opposizione

“Vogliamo un Nicaragua libero, libertà per i prigionieri politici”: migliaia di persone hanno manifestato ieri nella capitale Managua per chiedere le dimissioni del presidente Daniel Ortega. Il Presidente, al potere da undici anni, è accusato dai suoi oppositori di aver instaurato una dittatura segnata dalla corruzione e dal nepotismo con la moglie e il vice-Presidente Rosario Murillo. La marcia, chiamata “Vamos ganando! (Stiamo vincendo!), è stata organizzata dall’Alleanza civica per la giustizia e la democrazia e da altri movimenti sociali di opposizione. Gli oppositori hanno anche chiesto il rilascio di più di 300 nicaraguensi imprigionati per essersi opposti al governo, così come elezioni anticipate nel 2019, due anni prima della scadenza ufficiale. La polizia antisommossa ha seguito la marcia senza intervenire e non sono stati segnalati incidenti.

Fonte: Vatican news, 14 settembre 2018

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Guatemala: revocato il mandato alla Commissione ONU contro l’impunità

CITTA’ DEL GUATEMALA –  Le ultime nuove del governo di Jimmy Morales sono niente di meno che la revoca del mandato della Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala. Davanti a questa notizia, che scuote la già traballante situazione odierna del centroamerica, Erika Guevara Rosas, direttore di Amnesty International America, ha dichiarato: “La decisione del governo di non rinnovare il mandato della Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala, proprio quando il Congresso deve analizzare l’udienza preliminare contro il presidente Jimmy Morales, è una chiara manovra per indebolire la lotta contro l’impunità nel Paese”.

L’ombra di un colpo di stato. L’ultimo venerdì di agosto, il presidente Jimmy Morales ha lanciato il sasso, informando della volontà di violare l’accordo con le Nazioni Unite, stipulato dieci anni fa, in cui si istituiva la Commissione Internazionale contro l’impunità nel paese centroamericano (CICIG). Il CICIG è un organismo internazionale indipendente, il cui scopo è sostenere le istituzioni statali nelle indagini sui crimini commessi da membri delle forze di sicurezza illegali, cercando di smantellare questi gruppi clandestini, spesso collusi con lo stato. Oggi Morales non vuole rispettare gli ordini che la Corte costituzionale ha emesso, definendo le loro decisioni “illegali”. Durante l’annuncio del Presidente, era presente un insolito spiegamento di forze di sicurezza, proprio di fronte alla Commissione, un messaggio intimidatorio diretto a chi lavora per la giustizia e i diritti umani. Molti politici, diplomatici, giornalisti e attivisti si dichiarano preoccupati e sospettano che il governo stia per dare un colpo di stato.

Il timore di azioni violente. Ma andiamo per ordine, nel quartier generale della CICIG non sono mancati i momenti di tensione. Infatti già si temeva che le autorità entrassero per rimuovere con la forza il commissario, Iván Velásquez, il procuratore colombiano che dal 2013 ha dato una nuova direzione alle indagini concentrandosi sulle strutture di corruzione che collegano i grandi gruppi imprenditoriali, criminali e dei media con politici, funzionari e giudici. Un anno fa Morales ci aveva già provato, dopo che suo figlio e suo fratello erano stati accusati di corruzione, proprio dallo stesso Velasquez, che venne dichiarato persona no grata: una decisione annullata dalla Corte costituzionale.

Una minaccia per la stabilità del Paese. L’allontanamento coatto del Commissario Velasquez. L’allontanamento coatto è riuscito lo scorso martedì, approfittando di un viaggio di Velasquez a Washington Morales lo ha dichiarato una minaccia per la sicurezza e la stabilità del paese, vietandone il ritorno in Guatemala e chiedendo la sostituzione con Guterres, il quale si è negato esplicitando i suoi dubbi sulla legalità della decisione e affermando che il commissario continuerà a guidare le indagini dall’estero. La legge sull’immunità crea scontento nella società civile. Nel frattempo, una parte del Congresso ha lavorato duramente per riformare la legge di antecedenza, chiamata Pretrial, e per cercare di proteggere i funzionari statali dall’essere investigati. L’intenzione di un folto gruppo di deputati è quello di smantellare gli sforzi anti-corruzione avviate nel 2015 e decidere a piacimento sull’immunità di alcune figure politiche.

Una rescissione prematura e unilaterale. Inoltre, come ricorda il giurista Alexander Aizenstadt, i giudici stessi valuteranno se la riforma è compatibile con la Costituzione. Infatti, su molti di questi deputati e dei loro partiti pesa l’ombra della corruzione. Il giurista ritiene che la decisione di Morales “si scontri direttamente” con l’accordo con le Nazioni Unite: “Il suo effetto è di rescindere l’accordo prematuramente e unilateralmente”, dice, “qualcosa che non consente né la legge internazionale né quella guatemalteca”. Università, associazioni studentesche, organizzazioni sociali e gran parte della comunità internazionale si sono opposte alla tesi secondo cui la vera intenzione è distruggere le istituzioni repubblicane e porre fine alla lotta alla corruzione.

Articolo e foto: Repubblica 17 settembre 2018

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«Vade retro Salvini», la Chiesa reagisce a certi toni sprezzanti

La Conferenza episcopale italiana. I singoli vescovi. Le iniziative di sacerdoti, religiosi, suore e laici impegnati. A vari livelli e in vario modo le comunità ecclesiali replicano a certe prese di posizioni del titolare del Viminale. Nulla di personale o di ideologico. Si tratta del Vangelo. L’ampia inchiesta di Famiglia Cristiana sul numero 30 in edicola da giovedì 26 luglio.

Dopo l’ennesima tragedia di migranti morti in mare (le vittime sono già 1.490, dal primo gennaio al 18 luglio), Famiglia Cristiana fa il punto sull’impegno della Chiesa italiana . Il giornale apre l’inchiesta con le riflessioni della presidenza della Conferenza episcopale italiana (Cei): «Come pastori non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto».

Famiglia Cristiana riprende inoltre le frasi più significative di numerosi vescovi come Mario Delpini (Milano, «Vorremmo che nessuno rimanga indifferenteche nessuno dorma tranquilloche nessuno si sottragga a una preghiera»), Matteo Zuppi (Bologna, «Le Ong non sono complici degli scafisti, se stanno lì vuol dire che c’è un problema»), Corrado Lorefice (Palermo, «Siamo noi i predoni dell’Africa! Siamo noi i ladri che, affamando e distruggendo la vita di milioni di poveri, li costringiamo a partire per non morire: bambini senza genitori, padri e madri senza figli»), Cesare Nosiglia (Torino, «Fa parte del problema anche l’esplodere di polemiche, l’aver trasformato certo dibattito pubblico in un’arena in cui chi vince non è questo o quel gladiatore, ma sempre il “padrone del circo”, il controllore dei canali mediatici, il manipolatore delle opinioni e dei sentimenti»), Antonio Staglianò (Noto, delegato per le migrazioni della Conferenza episcopale siciliana: «Salvini sbaglia a dire: “Prima i poveri italiani e poi quelli africani”. Noi non dovremmo neppure averne. Gli stranieri hanno sempre il diritto umano di essere accolti»), Gualtiero Bassetti (Perugia, presidente della Cei, «Non si può chiudere il porto quando arriva una nave che è piena di disgraziati che sono dei crocifissi, o per un motivo o per un altro; che nessuno sia lasciato morire in mare, lo chiedo con il cuore»).

Famiglia Cristiana ribadisce e fa sue le parole pronunciate dal cardinale Bassetti l’11 luglio, san Benedetto, nell’Abbazia di San Miniato al Monte, in Firenze:  non è una questione ideologica o di schieramento politico, si tratta di riaffermare «il pensiero della Chiesa», che «è quello della parabola del Buon samaritano. La logica del cristianesimo è quella di prendersi cura».

Nell’inchiesta sull’emergenza migranti Famiglia Cristiana pubblica anche testimonianze e storie di inserimento, nonché due editoriali. Il primo è firmato dal cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente nazionale della Caritas italiana, che invita a scegliere come bussola le parole del Papa. E circa i migranti, aggiunge: «Non accoglierli, chiudendo loro soprattutto il cuore, significa non riconoscere Dio presente in loro, e perciò rifiutarLo. Mi chiedo, rifiutare Dio non è un atto di ateismo? Dobbiamo dunque sporcarci le mani e non trincerarci dietro un silenzio talvolta complice». Il secondo editoriale è di don Antonio Mazzi: «Noi di Exodus abbiamo aperto in Calabria cinque strutture  per accogliere i minori.  Insegniamo la lingua italiana, li aiutiamo a recuperare quel poco di scuola che hanno fatto nei loro Paesi ma, soprattutto, ascoltiamo i loro dolori e le loro paure, curiamo la loro salute e tentiamo, con fatica, di far capire che in Italia ci sono anche persone che li amano e che fanno di tutto perché nel loro mondo e nel nostro torni un po’ di pace».

Fonte: famigliacristiana.it

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Omissione di soccorso

OMISSIONE DI SOCCORSO

Una cronologia disumana
29 giugno
103 persone annegate al largo di Garabulli (Libia) tra cui 3 bambini

1 luglio – (Fonte Alto commissariato ONU per i rifugiati)
63 dispersi in mare al largo di Zwara (Libia) 

2 luglio – (Fonte Alto commissariato ONU per i rifugiati)
114 dispersi in mare al largo delle coste libiche
276 rifugiati e migranti riportati a Tripoli 

3 luglio (fonte Guardia costiera libica)
6 persone annegate al largo di Garabulli (Libia)

In questi giorni tristi per le “civili” nazioni europee, tra cui anche l’Italia, di fronte a un continuo stillicidio di morti dovuti, possiamo dire, a un’omissione di soccorso in attesa che l’Europa decida il da farsi, si sono levate alcune voci significative che, condividendole, vogliamo rilanciare dal nostro sito:

• Rompiamo il silenzio sull’Africa, è l’appello lanciato da Alex Zanotelli, padre comboniano, che richiama l’esigenza di informare sulle tragedie che colpiscono vari paesi dell’Africa per conoscere le cause che costringono le popolazioni a questo esodo biblico;

• Incapaci di mantenere le tradizioni umane del nostro Continente, potrebbe essere il titolo della lettera aperta che il vescovo Bettazzi ha inviato al presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

• Una maglietta rossa per fermare l’”emorragia di umanità”. Don Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele, ha lanciato un appello perché sabato 7 luglio tutti indossiamo una maglietta rossa, rosso come un semaforo che ci invita a fermarci per riflettere per metterci nei panni dei migranti che spesso vanno a morire sui barconi.

Ma subito, a mo’ di copertina di questo dossier, vogliamo trascrivere questo testo (poesia/canzone) di un capo scout, dedicato ai 100 morti in mare il 29 giugno;  morti affogati in attesa di una nave che li salvasse. (V)

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SE FOSSE TUO FIGLIO 

 

29 giugno 2018
Dedicata a i 100 morti in mare, morti affogati
in attesa di una nave che li salvasse.

Se fosse tuo figlio
riempiresti il mare di navi
di qualsiasi bandiera.

Vorresti che tutte insieme
a milioni
facessero da ponte
per farlo passare.

Premuroso,
non lo lasceresti mai da solo
faresti ombra
per non far bruciare i suoi occhi,
lo copriresti
per non farlo bagnare
dagli schizzi d’acqua salata.

Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare,
uccideresti il pescatore che non presta la barca,
urleresti per chiedere aiuto,
busseresti alle porte dei governi
per rivendicare la vita.

Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto,
odieresti il mondo, odieresti i porti
pieni di navi attraccate.
Odieresti chi le tiene ferme e lontane
Da chi, nel frattempo
sostituisce le urla
Con acqua di mare.

Se fosse tuo figlio li chiameresti
vigliacchi disumani, gli sputeresti addosso.
Dovrebbero fermarti, tenerti, bloccarti
vorresti spaccargli la faccia,
annegarli tutti nello stesso mare.

Ma stai tranquillo, nella tua tiepida casa
non è tuo figlio, non è tuo figlio.

Puoi dormire tranquillo
E sopratutto sicuro.
Non è tuo figlio.

È solo un figlio dell’umanità perduta,
dell’umanità sporca, che non fa rumore.

Non è tuo figlio, non è tuo figlio.
Dormi tranquillo, certamente
non è il tuo.

Sergio Guttilla
Capo Scout Agesci nel gruppo Bolognetta1, ogni tanto scrivo poesie e canzoni, suonicchio chitarra e pianoforte.

(ripreso dal sito: https://amore.alfemminile.com/forum/se-fosse-tuo-figlio-fd5746524)

Articolo tratto dal sito dei Viandanti.org

Foto Repubblica.it

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L’infanzia perduta per oltre un miliardo di bambini

«Povertà, discriminazione, conflitti espongono un miliardo e duecentomila bambini nel mondo al rischio di una prematura fine dell’infanzia». È la cifra, brutale, messa nero su bianco, nel nuovo report di Save the Children sullo stato di “salute” dei minori nel mondo: End of Childhood 2018 – The many faces of exclusion. «Perché sono nati poveri, perché sono femmine, perché crescono in una zona di guerra». Questi sono alcuni dei motivi per cui più della metà dei bambini vengono ancora oggi derubati dell’infanzia, dice David Wright, direttore regionale Save the Children.

E poi c’è il lavoro minorile,, l’emigrazione forzata, i matrimoni “pedofili” (altro non sono i matrimoni forzati con adulti cui vengono costrette ragazzine in età prepuberale, ndr). Tutte infanzie perdute. Almeno 134 milioni di bambini, soprattutto in Africa e Asia, sono costretti a lavorare. Erano 168 mln nel giugno del 2017 secondo le Nazioni Unite.

Stima Save the children che nel 2030 saranno 150 milioni le ragazze che si sposeranno prima di compiere 18 anni. E questo accadrà in America latina come nell’Africa subsahariana. E precisa che dei 28 milioni di minori costretti ad abbandonare la loro casa, 10 sono rifugiati secondo i criteri Onu. Anche la fine di una guerra, però, non vuol dire inizio di una vita migliore. A Mosul, in Iraq, per esempio, molti bambini in questo momento stanno ancora “combattendo” con i traumi del conflitto e la povertà che li circonda, in una città la cui ricostruzione richiederà anni.

«Per quello che sono, per i posti in cui vivono, questi bambini sono privati delle loro infanzie e del loro potenziale futuro», si legge nel report. La situazione globale è nel complesso migliorata, ma molto lentamente e Save the children lo ricorda proprio in vista della Giornata internazionale dell’infanzia e dell’adolescenza che si celebra il primo giugno. Segnali di miglioramento sono stati percepiti nel 51% dei Paesi subsahariani, e nel 47% del Medio Oriente e Nord Africa. In 95 dei 175 Paesi analizzati le condizioni di vita e di crescita dei minori sono migliorate, ma in altre 40 nazioni sono invece peggiorate: si soffre o si muore durante la minore età per malnutrizione, mancanza di educazione, maternità forzata.

Alla voce “la fine dell’infanzia”, la maglia nera del report va a Niger, Mali, Repubblica Centro Africana, Chad, Sud Sudan, Somalia, Nigeria, Guinea, Sierra Leone. Sul podio troviamo Norvegia e Svezia, ma arrivano anche Singapore e Slovenia.

«Paesi con simili livelli di reddito raggiungono risultati diversi» osserva Helle Thorning Schidt, ex premier danese, ora a capo di Save the Children. «Questo dimostra che sono politica, finanziamenti e impegno a fare una differenza critica».

«Nonostante le enormi capacità economiche, militari, tecnologiche», scrive Save the Children, anche Stati Uniti, Russia e Cina, tra le più grandi potenze al mondo, dimenticano di incentivare le politiche per migliorare le condizioni infantili. Gli Usa sono solo al 36esimo posto su 175 Paesi monitorati, tra Russia e Bielorussia: «I bambini negli Stati Uniti sono vittime di estrema violenza, il tasso di omicidi è comparabile a quello di Yemen, Afghanistan, Nord Corea, Filippine. Negli Usa sei milioni di bambini vivono in povertà estrema» scrive il Time.

Articolo di Left 31/05/2018

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Possibilità di pace per Etiopia ed Eritrea

Lo ha fatto il 5 giugno, dichiarando (con il piglio che solo il leader di un regime autoritario potrebbe avere) che l’Etiopia accetta quanto stabilito nel 2002 da una commissione internazionale sui confini e che ritirerà le sue truppe da Badme, la città commerciale al centro della disputa territoriale con l’Eritrea.

Almeno ottantamila tra soldati e civili sono stati uccisi nella guerra con l’Eritrea (1998-2000) e diversi milioni di solati hanno sprecato anni delle loro vite sul confine nella successiva guerra fredda (che si è brevemente surriscaldata di nuovo nel 2016). Abiy Ahmed ha messo fine a tutto ciò con un semplice cenno della mano.

Un fenomeno nuovo
Questa cosa sarebbe dovuta accadere molto tempo fa, ma l’Etiopia aveva difficoltà ad accettare le decisioni della commissione sui confini per due ragioni. In primo luogo, era stata l’Eritrea a cominciare la guerra occupando Badme. È stata una vera e propria stupidaggine, tenuto conto del fatto che l’Etiopia è venti volte più popolosa dell’Eritrea, ma le stupidaggini capitano. Nel 2008 i georgiani avevano ancora meno probabilità di farcela, ma hanno attaccato ugualmente la Russia (sia gli eritrei sia i georgiani hanno perso).

In secondo luogo, la guerra fredda è durata così a lungo perché il territorio nei dintorni di Badme era nello stato etiopico del Tigrè, patria del gruppo etnico di lingua tigrina all’epoca dominante nel Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (Eprdf), il partito al potere. Costituiscono appena il 5 per cento della popolazione etiopica, ma per sedici anni si sono rifiutati di consegnare Badme.

Ora è chiaro che qualcosa è cambiato in Etiopia, e lo stesso Abiy Ahmed rappresenta un fenomeno nuovo. Appartiene al gruppo etnico oromo, il più numeroso del paese, ed è il primo oromo della storia etiope a guidare il governo.

Le proteste crescenti degli ultimi tre anni sono state più virulente in Oromia, perché lì la gente si sentiva messa ai margini dal punto di vista politico, culturale ed economico. Centinaia di persone sono state uccise nel corso delle manifestazioni e la situazione stava sfuggendo di mano, perciò il partito al potere ha deciso di risolvere la situazione ponendo alla guida del governo un oromo che però aveva trascorso tutta la sua vita da adulto nell’Eprdf.

Stile di governo sovietico
Quell’uomo è Abiy. Entrato nell’esercito subito dopo aver finito la scuola, si è fatto strada fino al grado di colonnello, poi è andato a occupare una posizione di rilievo negli apparati di intelligence e sicurezza di quello che tutto sommato è uno stato di polizia, e alla fine si è spostato nella politica.

Gli è stato conferito il potere di affrontare alcune delle più gravi rivendicazioni della popolazione proprio perché si confida che non lascerà che il potere sfugga di mano all’Eprdf. Forse la sua nomina alla carica di primo ministro contribuirà a tranquillizzare le cose, ma non confondiamola con l’inizio di una “transizione democratica”.

L’Etiopia è l’unico dei tre giganti economici dell’Africa subsahariana a non essere democratico. A differenza del Sudafrica e della Nigeria, ha un unico partito al potere che controlla qualsiasi cosa. L’Eprdf è una coalizione permanente di quattro partiti che, pur rappresentando i quattro principali gruppi etnici del paese (oromo, amhara, tigrino e somalo), compone un insieme fortemente disciplinato il cui stile di governo è quasi sovietico. Non è ostacolato da ossessioni specificamente comuniste o anche socialiste, ma le elezioni non sono più significative di quanto non lo fossero quelle sovietiche di un tempo.

Nell’ultimo decennio questo approccio oltranzista ha generato una crescita economica annua del 10 per cento, molto più che in Sudafrica o in Nigeria. E sebbene le evidenti frizioni tra i vari gruppi etnici etiopi che compongono l’Eprdf siano piuttosto gravi, non sono comunque peggiori delle rivalità etniche che affliggono la vita politica delle altre due grandi democrazie.

Nessun sistema di questo tipo dura per sempre, e quando sparirà potrebbe farlo con uno schianto fortissimo

Non bisogna dunque stupirsi se c’è chi si chiede apertamente se per i paesi africani non sia preferibile il modello etiope. È vero che la gente finisce in carcere o in esilio se si oppone al regime, o magari sparisce nel nulla, ma tutto sommato non così spesso, e comunque il sistema mantiene le sue promesse dal punto di vista economico. Forse varrebbe la pena provarci?

Meglio non contarci troppo. Nel breve periodo la politica autoritaria può portare a risultati migliori rispetto alla democrazia. Gli ordini sono impartiti ed eseguiti e le cose vengono fatte. Nel lungo periodo però cresce l’opposizione e non esiste una valvola di sicurezza democratica che le consenta di sfogarsi. Quando alla fine gli argini si rompono, molto può andare perduto.

Pensiamo al quarto di secolo di crescita che la Russia ha perso dopo il crollo dell’Unione Sovietica. L’Eprdf non durerà per sempre, perché nessun sistema di questo tipo dura per sempre, e quando sparirà potrebbe farlo con uno schianto fortissimo. Questo forse non succederà ancora per molto tempo, ma Abiy Ahmed forse non è un mago.

Articolo di Gwynne Dyer, da Internazionale.it (Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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Testamento solidale: le star scelgono di dare i loro beni in beneficenza

Esser buoni sembra andare di moda. Dal tappeto rosso di Hollywood, passando per il Belpaese, sempre più persone scelgono il testamento solidale, ovvero lasciare tutto e gran parte del loro patrimonio in beneficenza. Secondo l’ultima indagine realizzata tra le organizzazioni del Comitato testamento solidale infatti, dal 2012 ad oggi, gli Italiani hanno acquisito maggiore consapevolezza sull’importanza di questo gesto. Si stima infatti che, nell’ultimo quinquennio, il valore economico dei lasciti solidali abbia subìto un incremento fino al 10%.

Il trend hollywoodiano. Molte star, da Sting a Bill Gates, passando per i coniugi Kutcher fino all’ex Take That Robin Williams sono balzati agli onori della cronaca per aver deciso di lasciare gran parte del loro, spesso immenso, patrimonio a fondazioni e organizzazioni non governarive. Ma non è necessario esser in possesso di patrimoni da favola per aprire il cuore alla beneficenza. Anche in Italia infatti questo fenomeno sta prendendo piede. Simbolico anche l’accrescimento del numero delle ong che hanno preso parte al comitato del Testamento solidale che dal 2013 ad oggi ha visto crescere i suioi membri da 6 a 21 organizzazioni. “Il percorso che abbiamo intrapreso nel 2013 – spiega  Rossano Bartoli, portavoce del Comitato Testamento Solidale – lanciando la prima campagna d’informazione sul lascito solidale, sta dando i frutti sperati. Gli Italiani sono un popolo generoso che inizia a percepire il lascito testamentario come un atto nobile e di grande responsabilità verso gli altri”.

Italiani brava gente. Stando ai numeri sono oltre 32 milioni gli italiani che hanno sostenuto nell’ultimo anno una causa benefica e sono aumentati anche i testamenti solidali. Dall’ultima indagine GFK Eurisko del 2016 , è emerso che il 14% dei nostri connazionali è pronto a inserire nelle disposizioni testamentarie un lascito; il 3% ha già dato indicazioni mentre l’11% è intenzionato a farlo. In Italia, nei prossimi 15 anni, secondo uno studio dell’Osservatorio Fondazione Cariplo “Il mercato dei lasciti testamentari”, i nostri connazionali potrebbero scegliere di destinare con un lascito, a istituzioni benefiche, una cifra che sfiorerà i 130 miliardi di euro. Aumenterà anche il numero delle famiglie che sceglieranno di devolvere tramite lascito parte del loro patrimonio al Terzo Settore: si passerà dalle circa 340 mila del 2009 alle 424mila famiglie “donatrici”, con un incremento del valore economico delle possibili donazioni di circa il 23%, passando dai 105 miliardi, calcolati nel 2009, ai 129 miliardi previsti nei prossimi anni. La novità dello studio evidenzia che, per la prima volta, anche i nuclei famigliari con eredi pensano di devolvere circa il 5% dei loro averi totali al settore no profit”.

Per chi dona. “La legge italiana – ricorda Gianluca Abbate, responsabile per i rapporti con il terzo settore del Consiglio Nazionale del Notariato – tutela i familiari più stretti cui viene riconosciuta la cosiddetta quota di legittima. Ma chi intende compiere un gesto di altissimo valore umano può scegliere di destinare anche solo una minima parte della quota disponibile del proprio patrimonio in favore di enti no profit o, in ogni caso, con fini di solidarietà, senza ledere i diritti intangibili dei parenti legittimari”. E sono proprio i notai italiani i primi “sostenitori” del testamento solidale: 1 su 4 ha già inserito un lascito solidale nel suo testamento destinandolo ad una o più realtà benefiche. E tra chi non ha dato ancora indicazioni a riguardo, il 63% dichiara che è propenso a prendere in considerazione l’ipotesi di fare un testamento solidale in futuro.

Fonte: Repubblica.it

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Una riflessione sull’accoglienza a seguito del convegno “Rifugiati e lavoro: le buone pratiche”

ACCOGLIERE

Accogliere è una parola che viene dal latino: ad-cum-ligare, legare insieme. Ma più che cercare il suo significato nel passato, dobbiamo costruirne uno nuovo, adatto ai tempi in cui viviamo, ai problemi con cui ci confrontiamo, alle persone che oggi sono al centro dello scontro politico e sociale: i profughi.

Il fenomeno migratorio non è un’emergenza, ma un fatto strutturale e inarrestabile e se prevarranno le attuali politiche di esclusione l’Occidente rischia il crollo della sua identità. L’Europa, in particolare, non sarà più l’Europa civile dei diritti, della solidarietà, dello Stato sociale inclusivo, delle garanzie, dell’uguaglianza e della dignità delle persone, bensì l’Europa dei muri, dei fili spinati, delle disuguaglianze per nascita e di conflitti razziali. Essa rischia una duplice contraddizione: in primo luogo la contraddizione delle pratiche di esclusione dei migranti quali non-persone con i propri decantati valori di uguaglianza e libertà, iscritti in tutte le sue carte costituzionali e nella stessa Carta dei diritti fondamentali dell’Unione; in secondo luogo la contraddizione tra la proclamata liberalizzazione della circolazione delle merci e dei capitali e la negazione, al contrario, della libera circolazione delle persone, che forma l’oggetto del più antico dei diritti della persona teorizzati dalla filosofia politica occidentale. (L. Ferrajoli 2017)

Queste riflessioni non possono lasciarci indifferenti perché il fenomeno migratorio costituisce veramente il banco di prova di tutti i valori della nostra civiltà. Non possiamo cadere nella trappola della guerra del penultimo contro l’ultimo perché questo ci allontana dal comprendere le vere cause dei molti problemi con cui dobbiamo confrontaci.

Se sei in attesa della casa popolare e ti vedi superato in graduatoria da un cittadino straniero, diventi facile preda dei propagandisti della paura e dell’odio che ti additano nel tuo vicino meno fortunato il nemico, allontanando dalla tua attenzione i veri responsabili della situazione, quella politica del governo (e della regione, cui si deve la disastrosa gestione dell’ALER) che fa sì che in Italia solo il 6% delle abitazioni (poco più di una casa su venti) sia un alloggio di edilizia popolare, contro una casa su cinque in Francia, una su quattro, in Germania, Svezia, Regno Unito, addirittura il 36%, una casa su tre, in Olanda.

Diventa allora importante trovare nuove strade che possano contribuire a cambiare la percezione negativa del fenomeno migratorio cercando di considerare anche il punto di vista di chi, per vari motivi e avendo meno strumenti critici è più facilmente vittima di campagne grossolane.

Il convegno “Rifugiati e lavoro: le buone pratiche” tenutosi lo scorso 24 febbraio presso la Camera del Lavoro di Milano ha voluto essere un primo passo in questa direzione. Il lavoro è la chiave di volta di ogni progetto di accoglienza: il lavoro come strumento per l’autonomia economica delle persone, come mezzo per dare dignità al lavoratore, come fonte di ricchezza per la società intera, come occasione di incontro e di conoscenza per dissipare timori e paure artatamente alimentate

Ci sono molti modi di gestire l’accoglienza dei profughi che arrivano in Italia. I media per lo più si occupano solo dei casi peggiori, quelli che comportano ruberie di ogni genere da parte dei gestori dei centri di accoglienza, isolamento e maltrattamenti delle persone ospitate, creazione di situazioni che sembrano fatte apposta per suscitare o alimentare reazioni di rigetto da parte delle popolazioni locali. Ma ci sono molti altri esempi, spesso anche di successo, di cui i media parlano poco o per niente: ed è proprio di questi che si è parlato nel convegno. Esempi concreti di come una politica di vera accoglienza e integrazione sia mutuamente vantaggiosa per autoctoni e immigrati.

Mariangela Villa

sostenitrice di Progetto Continenti del gruppo locale di Mezzago (MI)

Foto: officinaturistica.net

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Riforma del Terzo settore

Dopo il boom di Lega e 5 Stelle facciamo il punto con il sottosegretario Luigi Bobba: «Il nuovo Governo potrà intervenire sui decreti legislativi e i provvedimenti amministrativi, ma non sulla legge delega, che può modificare solo il Parlamento. Noi in ogni caso fino a quando saremo in carica andremo avanti col lavoro»

E adesso cosa ne sarà della Riforma del Terzo Settore? La debacle elettorale del Pd e la vittoria di 5 Stelle e Lega (entrambe le formazioni hanno votato contro la legge delega la n.106 del 6 giugno 2016) mettono in forse la conclusione dell’iter di completamento della norma (qui lo stato dell’arte così come ricostruito dal Forum del Terzo settore)? Abbiamo fatto il punto con il sottosegretario al Welfare, Luigi Bobba, il “padre” della riforma del Terzo settore. Bobba dopo due legislature e mezzo non entrerà nel prossimo Parlamento. Non è risultato infatti fra gli eletti del Pd in Piemonte.

Sottosegretario partiamo da un punto: attualmente il governo Gentiloni è ancora in carica e lo rimarrà sino al giuramento del prossimo Esecutivo…
Esatto. Le attività di ordinaria amministrazione sono tutte possibili. Quello che non possiamo fare per esempio sono nuove leggi oppure le nomine.

Voi state lavorando al completamente della Riforma. Qual è l’agenda?
Il decreto correttivo sul servizio civile universale è passato in Conferenza Stato-Regioni ed ora è all’esame delle commissioni parlamentari che possono dare un parere comunque non vincolante. Dopo di che tornerà in Consiglio dei ministri per il via libera definitivo. Ma ormai ci siamo.

Che correzioni introduce rispetto al decreto legislativo dello scorso anno?
Il decreto mira a rendere più efficaci alcune disposizioni, nonché a migliorare la funzionalità di alcuni organismi operanti nel sistema, quali la rappresentanza degli operatori volontari e la Consulta nazionale per il servizio civile universale. In particolare, si riconosce alle Regioni un ruolo più rilevante nella fase di approvazione del Piano triennale e dei Piani annuali, prevedendo che, prima della stessa approvazione, debba essere acquisita l’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano. Inoltre, si rendono più chiare le modalità di elezione dei quattro membri della rappresentanza nazionale degli operatori volontari, specificando, tra l’altro, che ogni anno vengono eletti due dei quattro componenti la Rappresentanza nazionale, al fine di evitare il simultaneo rinnovo di tutti i componenti che inciderebbe negativamente sulla funzionalità dell’organismo. In questa ultima fase gli obiettivi che ci siamo dati sono quelli di portare il più avanti possibile l’iter di questi provvedimenti correttivi e di proseguire nella produzione degli atti amministrativi

Avete in rampa di lancio altri decreti correttivi?
Quello sull’impresa sociale e quello sul codice civile. Ma qui stiamo ancora lavorando ai testi che quindi non sono ancora stati emanati. In base alla delega c’è tempo sino a fine luglio. Ma a quel punto non credo che saremo ancora in carica. Vedremo. In ogni caso in questa ultima fase gli obiettivi che ci siamo dati sono quelli di portare il più avanti possibile l’iter di questi provvedimenti correttivi e di proseguire nella produzione degli atti amministrativi.

Quali nello specifico?
Siamo ormai pronti con l’Organismo nazionale di controllo che darà il via libera alla riforma del sistema dei centri di servizio al volontariato. Poi c’è il decreto sulle attività secondarie e strumentali. Inoltre prosegue il dialogo con le Regioni per formalizzare l’impianto del Registro unico del Terzo settore.

A proposito del Registro unico, alcuni grandi network, come per esempio l’Avis, chiedono chiarimenti sulla facoltà per le sezioni locali di iscriversi all’albo senza il tramite della rappresentanza regionale o nazionale. Quale strada prenderete in questo senso?
​Quello che lei evidenzia è uno snodo su cui stiamo ragionando. La cosa che però posso dire è che anche nel caso le sezioni locali si potessero iscrivere direttamente, le “organizzazioni-ombrello” potranno comunque iscriversi all’albo. E anzi lo potranno fare in un’area a loro riservata, denominata “reti” che garantisce uno status rafforzato. La legge infatti affida alle reti l’attività di promozione, ma anche quella di controllo degli associati.

Rispetto alla riforma come si potrebbe comportare un governo “ostile”?
Una premessa: la legge delega può essere modificata solo dal Parlamento. L’esecutivo che rileverà il nostro testimone ha in linea di principio tre opzioni rispetto ai decreti legislativi approvati lo scorso anno e ai provvedimenti che ne conseguono: completa l’iter, non fa nulla linitandosi allo status quo, modifica i decreti legislativi e/o i decreti correttivi.

La Lega e il Movimento 5 Stelle non sembrano molto ben predisposti rispetto alla Riforma, chi la preoccupa di più?
Detto che la riforma del Terzo settore è stata assolutamente marginale nel dibattito pubblico rispetto anche a quello che ho letto su Vita ritengo che entrambi questi schieramenti non abbiamo le idee chiarissime sulla materia. Alcune loro proposte sono già contenute nella norma. Suggerirei un approfondimento prima di prendere qualsiasi iniziativa.

I 5 stelle in particolare leggono l’impresa sociale come il cavallo di Troia dell’assalto del profit ai mercati legati al welfare…
Lo ripeto ancora una volta: la possibilità di remunerare il capitale è talmente contenuta che chi punta ai mega profitti si terrà molto, ma molto alla lontana. Sinceramente in questo caso mi sembra che ci troviamo di fronte a un attacco senza bersaglio.

A proposito di bersagli: anche la Fondazione Italia Sociale non è mai andata giù al Movimento?
Ormai quello è un ente in piena attività. Gli organi di gestione con Enzo Manes, Cristina De Luca e Andrea Sironi e quello di controllo sono operativi. Se qualcuno volesse cancellarla dovrebbe, anche qui, mettere mano alla legge delega. E lo può fare solo il Parlamento.

Infine il 5 per mille. Fra poco entriamo nella stagione della dichiarazione dei redditi. A che punto siamo?
Siamo in attesa del Dpcm (decreto del Presidente del Consiglio dei ministri) che fornirà tutte le specifiche in materia. Non so darle la tempistica, perché non dipende appunto dal mio ministero.

Fonte: articolo su vita.it del 09/03/2018 (di Stefano Arduini); foto in copertina di Sardegna Reporter

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