Rassegna stampa | Progetto Continenti

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Lettera al Ministro Moavero e alla Vice Ministra Del Re sulla cooperazione

AOI, CINI e LINK2007: la cooperazione diventerà una mera testimonianza

Lettera al Ministro Moavero e alla Vice Ministra Del Re

AOI, CINI e LINK2007 hanno inviato oggi una lettera congiunta al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, Enzo Moavero Milanesi, e alla Vice Ministra Emanuela Del Re, esprimendo serie preoccupazioni per il futuro della cooperazione internazionale del nostro Paese.

Le organizzazioni denunciano con fermezza il rischio di ridurre la cooperazione non governativa italiana a “mera testimonianza” se non si provvedesse tempestivamente a correggere la rotta e ripensare alcune scelte.

In particolare le richieste delle tre reti riguardano:

  • Il completamento dell’organico Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo: se il concorso per gli esperti e i dirigenti non fosse attivato a brevissimo, l’Agenzia non avrebbe nemmeno il numero minimo di persone per seguire la normale amministrazione; questo significa minare alla radice una dei punti innovativi della Legge 125/2014.
  • Il rinvio del bando progetti promossi e quello ECG per il 2019 all’anno prossimo (come appreso da un recente incontro con il Direttore dell’Agenzia): costituirebbe un grave nocumento delle programmazioni OSC e dei propri partner in Italia e nei Paesi target
  • Il funzionamento del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo: servono regolare convocazione, valorizzazione del contributo dei gruppi di lavoro e un allargamento di alcuni livelli di rappresentanza.
  • La diminuzione delle risorse per la cooperazione: la riduzione dei fondi per il bando OSC 2019, nell’impegno per i progetti pluriennali, da 70 a 26,4 milioni come annunciato in una nota inviata dall’Agenzia rimetterebbe in discussione gli impegni internazionali e la reputazione del Paese, oltre che portare grave danno al sistema della Cooperazione
  • La crescente gestione in forma securitaria dei fenomeni migratori, con l’acquisizione da parte del Ministero degli Interni dei fondi derivati dalla minor accoglienza e destinati ad azioni di politica estera che secondo il nostro punto di vista non sono spettanti a quel Ministero.

Le organizzazioni chiedono un confronto diretto con i massimi responsabili di Governo per la politica Estera e di Cooperazione internazionale allo sviluppo del nostro Paese. Prima che sia troppo tardi.

 

Il testo della lettera:

Alla c.a. del Ministro Enzo Moavero Milanesi
Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale Alla c.a. della Vice Ministra Emanuela Del Re
Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale Lettera aperta Stimato Ministro, stimata Vice Ministra

Lettera aperta

Stimato Ministro, stimata Vice Ministra

abbiamo deciso di scrivere questa lettera aperta ai massimi responsabili di Governo per la politica Estera e di Cooperazione internazionale allo sviluppo del nostro Paese per esprimere la condizione di disagio e preoccupazione che oggi attraversa il sistema nazionale in materia e in particolare le relazioni, da sempre costruttive e dialoganti, tra le organizzazioni di società civile che noi rappresentiamo e i vari livelli da voi rappresentati.

In un mondo attraversato da diseguaglianze inaccettabili, dovute al divario crescente tra chi continua a concentrare ricchezza, opportunità e sapere, e chi ne resta progressivamente escluso, il tutto aggravato anche dai cambiamenti climatici, il ruolo della Cooperazione allo Sviluppo, e della società civile in particolare, appare sempre più centrale nell’ottica di una soluzione radicale, per quanto possibile, delle cause e non solo degli effetti.

Nel caso specifico del nostro Paese, noi abbiamo fortemente voluto una riforma che ha portato alla nascita delle Legge 125 del 2014, i cui punti realmente innovativi sono, a nostro avviso, sostanzialmente tre: a livello politico, l’individuazione di un Vice Ministro dedicato; a livello della creazione di un sistema Paese, la nascita del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo; infine, ma non per importanza, l’Agenzia italiana per la cooperazione (Aics), dotata di adeguato personale, e risorse finanziarie. L’idea dell’Agenzia nasceva, com’è bene ricordare, anche per gestire con continuità i fondi destinati alla Cooperazione, che richiede una struttura sempre più specializzata, efficiente ed efficace, dotata di personale stabile e punto di riferimento per le amministrazioni e i soggetti coinvolti.

A questo impianto, in coerenza con gli impegni internazionali in sede ONU e UE sottoscritti e ratificati dall’Italia, sottostava l’adeguamento progressivo dei fondi, le cui percentuali sul PIL non stiamo qui a ricordare. Ora ci corre il dovere di entrare in merito a questi punti con spirito critico quanto costruttivo, essendo le ONG tra i soggetti più impegnati ed esposti in azioni sia di emergenza sia di sviluppo, e anche fortemente motivate affinché la Legge funzioni in ogni suo aspetto, e dunque venga pienamente attuata.

Purtroppo, partendo dal livello operativo, cioè dal funzionamento dell’Agenzia, dobbiamo rilevare delle criticità che al momento non hanno nessuna risposta e che dunque ci preoccupano non poco. In primis il completamento dell’organico Aics. Sappiamo bene quanto gli sforzi dell’attuale dirigenza dell’Agenzia abbiano, nella misura del possibile e anche attraverso l’abnegazione dei singoli soggetti che ci lavorano, cercato di mantenere la macchina in uno stato accettabile di efficienza. Questo va riconosciuto ed è, lo vogliamo sottolineare, anche il motivo della nostra attitudine sempre collaborativa. Tuttavia, sono improcrastinabili le decisioni politiche, dunque di livello governativo che Vi competono, in merito al completamento degli organici. In sintesi, se il concorso per gli esperti e i dirigenti non verrà attivato a brevissimo, l’Agenzia non avrà nemmeno il numero minimo di persone per seguire la normale amministrazione; questo significa minare alla radice una dei punti innovativi della Legge. Per questo un Vostro sollecito intervento presso la Funzione Pubblica e gli Enti preposti diventa fondamentale.

Nello specifico poi delle nostre relazioni con l’Aics, dobbiamo segnalare che il bando progetti promossi e quello ECG per il 2019 non sono stati ancora avviati e che, da quanto abbiamo appreso in un recente incontro con il Direttore dell’Agenzia ed i suoi collaboratori, sussiste l’orientamento di rinviarli all’anno prossimo in attesa di nuove procedure. Pur apprezzando e auspicando lo sforzo di innovazione che questa idea sottende, desideriamo però con altrettanta determinazione evidenziare la nostra preoccupazione e contrarietà a questa ipotesi mentre altre tipologie di bandi per le Imprese e gli Enti Locali stiano procedendo. In altre parole, non comprendiamo perché, pur a fronte di nuove regole migliorative, di fatto si salti un anno per gli avvisi pubblici in questione, con grave ed evidente nocumento delle programmazioni OSC e dei propri partner in Italia e nei Paesi target. Crediamo che, finché esistano delle procedure ufficiali, le stesse vadano applicate, come d’altronde sta avvenendo per le Imprese e gli Enti Locali. La dilazione temporale profilata oscurerebbe ancora una volta l’immagine del nostro Paese e del nostro sistema di gestione dei programmi di cooperazione.

Senza entrare nel merito di altri aspetti, dato che è all’attenzione della Vice Ministra un nostro appunto congiunto sui partenariati, segnaliamo la necessità di aprire sul tema un tavolo di confronto con le OSC, richiesta che abbiamo già trasmesso al Direttore Aics.

A livello delle relazioni politico-programmatiche con i soggetti della Cooperazione, cioè il CNCS, dobbiamo dire che il suo funzionamento concreto non ci sembra coerente con il mandato assegnatoli. Tre punti specifici: la regolare convocazione, la mancata valorizzazione del contributo dei gruppi di lavoro, ed infine, anche questo già sollevato in forma di appunto a livello della Vice Ministra, la necessità di una revisione, per noi un allargamento, di alcuni livelli di rappresentanza.

Arrivando al livello più squisitamente politico, ci corre il dovere di segnalare due punti: il ventilato decrescimento delle risorse per la cooperazione, che rimetterebbe in discussione gli impegni internazionali e la reputazione del Paese, oltre che portare grave nocumento al sistema della Cooperazione; la crescente gestione in forma securitaria dei fenomeni migratori, con l’acquisizione dal parte del Ministero degli Interni dei fondi derivati dalla minor accoglienza e destinati ad azioni di politica estera che secondo il nostro punto di vista non sono spettanti a quel Ministero. In specifico, poche cifre possono rendere l’idea di questa nostra preoccupazione: in una nota inviataci dall’Aics, relativa alla programmazione di spesa, si palesa con tutta evidenza una rilevante riduzione dei fondi per il bando OSC 2019 nell’impegno per i progetti pluriennali: da 70 a 26,4 milioni. Se queste cifre fossero confermate saremmo al concreto rischio di condizioni che configurano una cooperazione non governativa italiana ridotta a “mera testimonianza”. Non possiamo accettarlo dati anche gli impegni presi dall’Italia in ambito UE e ONU sulle percentuali dell’APS rispetto al PIL. Ultimo dato, ma non per importanza, non abbiamo certezze in merito alla spesa totale su canale OSC nel bilancio complessivo per l’anno in corso. Su questi punti ci attiveremo ovviamente anche con il livello parlamentare, e speriamo di incontrarvi presto all’interno di iniziative dedicate di cui vi terremo informati.

Cordiali saluti,
Silvia Stilli, Portavoce AOI
Raffaele K. Salinari, CINI
Paola Crestani, Presidente LINK2007

Fonte: ONG.IT

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Sotto attacco gli attivisti per i diritti umani del Guatemala

CITTA’ DEL GUATEMALA. La copertura internazionale delle notizie relative all’America Centrale é storicamente molto limitata e negli ultimi anni sembra concentrarsi sull’esperienza migratoria – quando questa é relazionata con le politche protezionistiche statunitensi – e sulla spettacolarizzazione del narcotraffico e dei suoi protagonisti. Il racconto del Guatemala in questo contesto quasi scompare e ritorna a galla solamente nel periodo delle elezioni, oppure quando un comico televisivo, Jimmy Morales, diventa presidente della Repubblica.

La criminalizzazione dei movimenti sociali. L’attenzione nei confronti del proceso elettorale e dei recenti scandali che hanno investito la prima tornata é legittima, ma la corruzione e la concentrazione del potere nelle mani di un’elite ladina vicina ai militari –  in un Paese a maggioranza indigena – é una costante della storia del Guatemala. Dopo 36 anni di regime militare e conflitto armato interno –  200.000 morti ammazzati, 45.000 desaparecidos, 450.000 rifugiati e 422 massacri –  la transizione democratica é cominciata a livello instituzionale all’indomani degli Accordi di Pace del 1996, ma non si é mai concretizzata in politiche volte a garantire i diritti umani della popolazione e la cessazione della violenza politica. In questi 23 anni coloro che hanno tentato di rivendicare memoria, giustizia sociale e diritti sono stati criminalizzati, minacciati e uccisi senza ricevere una protezione integrale da parte dello Stato e delle sue istituzioni.

L’esortazione dell’ONU. Nella sua relazione sui diritti delle popolazioni indigene, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Victoria Tauli-Corpuz ha evidenziato gravi mancanze per quanto riguarda la difesa degli attivisti per i diritti umani in Guatemala, denunciando la passività delle istituzioni: “Lo Stato deve adottare la politica pubblica sulla protezione delle attiviste e degli attivisti dei diritti umani e rafforzare l’intervento nell’analisi degli attacchi” e deve “garantire la formazione interna del Ministerio Público in materia di indagini sui crimini contro le attiviste e gli attivisti per i diritti umani”.

Sotto attacco costante. Si puó tranquillamente affermare, senza forzature, che dal 1960 a oggi, per non andare piú indietro nella storia, nessuna persona abbia avuto il diritto, dentro i confini guatemaltechi, di difendere la dignitá e i diritti della popolazione e dei territori senza essere perseguito e subire violenza. Tra il primo e il secondo turno elettorale, previsto per l’11 di agosto, cade l’anniversario dell’assassinio dell’attivista indigena maya ixil Juana Raymundo, coordinatrice regionale del Comité de Desarrollo Campesino (CODECA), torturata e uccisa a Nebaj l’anno passato. Mentre a settembre, sempre di un anno fa, venivano assassinate Juana Ramirez Santiago, integrante della Junta Directiva de la Red de Mujeres Ixiles e Ana Greisy López, attivista LGBTQI e rappresentante dell’organizzazione OTRANS Reinas de la Noche di Coatepeque.

La violenza politica. Sono 26 gli omicidi, 392 le aggressioni e 18 i tentati omicidi contro attivisti e attiviste registrati nel 2018 dalla Unidad de Protección a Defensoras y Defensores de Derechos Humanos de Guatemala (UDEFEGUA), che si sommano alle 52 morti violente registrate nel 2017. Uno scenario preoccupante anche alla luce dei due candidati che si scontreranno nel secondo turno elettorale, Sandra Torres della Unidad Nacional de la Esperanza e Alejandro Gianmattei del partito Vamos, che non sembrano poter offrire margini di miglioramento a questa grave situazione. Nei programmi elettorali dei due partiti politici non sono incluse politiche concrete di protezione integrale e accompagnamento per prevenire gli attacchi e garantire l’incolumitá fisica e psicologica degli attivisti e delle attiviste per i diritti umani.

Dove si trasforma la realtá. Un altro dato sembra confermare l’andamento drammatico della situazione che vive chi lotta ogni giorno per una vita libera dalla violenza. I cambiamenti in senso democratico che hanno attraversato la società guatemalteca non hanno trovato nel Parlamento uno strumento adeguato per la loro promozione e realizzazione. Chi ha dato un contributo fondamentale in questo senso sono le organizzazioni di base di donne, contadini, attiviste e attivisti per i diritti umani che da anni lavorano nei territori sotto costante minaccia, dedicando – nel senso letterale del termine – la loro vita alla lotta per la dignitá e la giustizia sociale

Fonte: Repubblica, articolo del 17/07/2019

Foto di: festascienzafilosofia.it
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L’attacco di Salvini alle ONG mette in pericolo tutto il mondo della solidarietà.

Foto di: Lapresse.

La forza dell’Italia sta anche nel suo straordinario capitale sociale positivo, che ha garantito la tenuta del Paese come sistema pure nelle stagioni delle crisi più dure. Un capitale sociale fatto da comunità territoriali coese, imprese intraprendenti e inclusive, organizzazioni di volontariato e che oggi rivela preoccupanti segnali di erosione.

L’allarme viene da uno dei più acuti e autorevoli osservatori dei fenomeni che segnano la società italiana, Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos Italia: “Crollata la fiducia per le non profit”, scrive sul “Corriere della Sera”, commentando i dati d’un sondaggio Ipsos “sulla scelta del ministro Salvini di impedire gli sbarchi sul territorio italiano dei migranti soccorsi in mare dalle navi delle organizzazioni umanitarie”.

Secondo quel sondaggio, il 59% degli italiani sta con Salvini, il 29% è contrario, con ovvie punte di consenso plebiscitario (il 99%) tra gli elettori delle Lega e dei Cinque Stelle (77%) e con un robuste quote di sostegno tra le persone con più di 35 anni, tra i lavoratori autonomi e tra gli operai.

E le “non profit”? La fiducia in queste organizzazioni è crollata dall’80% del 2010 al 39% di oggi. E adesso solo il 22% degli italiani pensa che siano mosse da intenti umanitari, mentre il 56% le giudica ispirate da “scopi economici”. E’ un dato forte, su cui riflettere attentamente.

Pagnoncelli nota come “si sia persa l’aura di bontà di cui godevano” da quando, nel 2017, Luigi Di Maio, leader dei Cinque Stelle, le definì “taxi del mare”. E come il fenomeno si sia aggravato proprio di recente, nel cuore dello scontro caldissimo sull’accoglienza degli immigrati.

Il discredito diffuso, nato dalle polemiche sui migranti (caso Diciotti, Sea Watch, etc.), si estende un po’ a tutto il mondo del “non profit”. E in tempi di comunicazione ansiogena, gridata, caratterizzata dal binomio aggressivo amico-nemico, ne fa le spese tutto quel vasto e straordinario mondo del cosiddetto “terzo settore” (“terzo” tra il settore pubblico e le imprese private profit) che si occupa di temi sociali, assistenza, cooperazione, solidarietà: appunto quel “capitale sociale positivo” di cui dicevamo.

Nota Pagnoncelli:

“Il discredito colpisce duramente un intero settore che non comprende solo le Ong (organizzazioni non governative) impegnate nei soccorsi in mare e nell’accoglienza dei migranti, ma rappresenta oltre 340mila realtà che operano nei settori più disparati, dai servizi alla persona (infanzia, anziani, disabili, etc.) alla cultura, dallo sport alla cooperazione internazionale”.

Un mondo vario, compresso, benemerito, che conta più di un milione di addetti stabilmente impiegati e 5,5 milioni di volontari, in società, cooperative, associazioni, fondazioni, enti sociali di grande umanità e fondamentale utilità sociale, da Milano alla Brianza operosa, dal Veneto all’Emilia, dalla Campania alla Sicilia, con forte radicamento nel mondo cattolico e con qualificate presenze anche in ambienti laici e di “club service”. Più di un italiano su dieci lavora nel “non profit” o fa volontariato, dicono i dati dell’Istat rielaborati dalla Fondazione Social Venture “Giordano Dell’Amore”.

Insiste ancora Pagnoncelli, preoccupato: “Con la fiducia, stanno diminuendo anche le donazioni destinate al non profit”. E conclude: “È solo uno dei tanti effetti collaterali del greve stile comunicativo della stagione politica attuale”.

La preoccupazione è assolutamente condivisibile. Nella retorica estremizzata che su paura e rancore cerca e trova crescenti consensi politici, si rischia di mettere in crisi profonda i fondamenti della nostra vita civile.

Le tendenze anti-impresa diffuse nel governo stanno amplificando le difficoltà di un mondo economico da cui dipendono benessere, lavoro, welfare, solidarietà (l’impresa è il principale ascensore sociale attivo nel nostro paese, strumento indispensabile per premiare e fare crescere “i capaci e meritevoli”, come peraltro indica anche la nostra Costituzione). L’attacco da parte di ambienti governativi al mondo non profit, partendo dagli immigrati ed estendendo propagandisticamente il giudizio, aggrava il quadro.

Non si tratta naturalmente di fare un “partito delle ong” (nessuno ne sente il bisogno) né di renderle protagoniste d’uno scontro tra maggioranza e opposizione, tra Salvini-Di Maio e il Pd, ma di evitare appunto gli effetti della strumentalizzazione politica e salvaguardare, con società non profit, ong, strutture del “terzo settore”, un grande patrimonio civile della comunità italiana

A prescindere, infatti, dai singoli casi di cronaca su navi di soccorso, “porti chiusi”, eventuali violazioni di leggi (il cui accertamento spetta alla magistratura) e dalla necessità di regolare, in Italia e in Europa, un fenomeno di grandi dimensioni qual è quello dei flussi migratori, qui vale la pena insistere sui danni che un certo tipo di propaganda politica può fare a tutto il Paese.

A danno, soprattutto, di quei ceti deboli che, proprio nelle organizzazioni non profit e nel volontariato sociale, trovano risposte quotidiane ai loro problemi di sostegno, supporto, aiuto di cui abbiamo detto.

La buona politica responsabile ha, naturalmente, bisogno di regole. Ma anche d’intelligenza di distinzioni, tra chi eventualmente viola leggi e chi dedica il suo tempo a soccorrere e assistere anziani, malati, persone sole, comunità segnate da un forte disagio sociale. La crisi di fiducia nelle organizzazioni del volontariato è una grave ferita, nel fragile corpo sociale dell’Italia. Una ferita che questo paese non merita.

Articolo di: Huffington Post.it.

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Guatemala, da vent’anni i figli dei desaparecidos esigono memoria e giustizia nella “Giornata dell’Esercito”

Foto:Nodal.am

CITTA’ DEL GUATEMALA – Per 36 anni, dal 1960 al 1996, le popolazioni che abitano il territorio dello stato guatemalteco hanno dovuto subire l’arroganza e la violenza dei militari. L’esercito si è reso protagonista della desaparición forzata di 45.000 persone, di 422 massacri, di 450.000 rifugiati e rifugiate e del genocidio della popolazione maya ixil, perpetrato attraverso l’uso sistematico della violenza sessuale come arma di guerra.

Il potere dei militari. Gli Accordi di Pace del 1996 non hanno privato i militari del loro potere ma li hanno costretti a cambiare strategia. La presenza di organizzazioni internazionali e la creazione di organismi nazionali a tutela della popolazione non ha permesso la prosecuzione di un conflitto armato interno in campo aperto ma ha spostato il focus su una guerra a bassa intensitá tesa alla conservazione del privilegio. Un privilegio che storicamente si fonda sul razzismo endemico, sulla concentrazione della ricchezza e sul mantenimento da parte delle elite militari di una posizione di potere nelle maggiori istituzioni del paese. Quando non hanno occupato le piú alte cariche del governo gli ex militari responsabili dei massacri e del genocidio hanno comunque influito in maniera determinante sul Congresso.

Le violazioni dei diritti umani. Per queste ragioni non si é mai assistito a una reale transizione democratica istituzionale e gli attacchi contro attiviste per i diritti umani, leader contadini e attori della societá civile sono continuati con una sistematicitá e violenza allarmanti. Nel 2018 la Unidad de Protección a Defensores y Defensoras de Derechos Humanos de Guatemala (UDEFEGUA) ha registrato 26 omicidi, 392 aggressioni e 18 tentativi di omicidio ai danni di attiviste e attivisti.

Le figlie e i figli dei massacri. In Guatemala il 30 di giugno é un giorno festivo, si celebra la Giornata dell’Esercito. Da vent’anni i figli e le figli dei desaparecidos organizzano una contromanifestazione per ricordare le violenze dei militari e trasformare la Giornata dell’Esercito nella Giornata della Memoria. L’organizzazione H.I.J.O.S – Hijas e Hijos por la Identidad y la Justicia contra el Olvido y el Silencio, é storicamente in prima fila in questo processo supportata da CALDH – Centro Para la acción Legal en Derechos Humanos, Alianza Politica Sector de Mujeres, Udefegua e altre organizzazioni della societá civile.

La giornata della memoria. Quest’anno una manifestazione piena di colori e consapevolezza storica ha attraversato le vie della capitale, toccando alcuni punti significativi della cittá tra cui la Casa de la Memoria, dove da anni si lavora per ricostruire la memoria storica del Paese, e il luogo dove il 20 di ottobre del 1978 é stato assassinato Oliverio Castañaeda de León, segretario generale della AEU – Asociación de Estudiantes Universitarios. La manifestazione é sfociata nella Piazza della Costituzione e si é trasformata in un festival di arte, musica, poesia, graffiti ed economia solidale.

Trasformare la memoria. Le attiviste transgender di ODELCA – Organización de Locas Centroamericanas y del Caribe hanno creato una performance che ha emozionato gran parte dei presenti. Davanti al Congresso, vestito a lutto con enormi teli neri per restaurazione, hanno disegnato la mappa del Guatemala – affianco all’enorme scritta in memoria dei desaparecidos e delle desaparecidas: “45.000, Donde están?” – rappresentando i 422 massacri perpetrati dall’esercito durante il conflitto armato interno. Mentre una voce registrata risuonava per tutta la piazza leggendo i luoghi delle stragi e indicando i responsabili materiali.

La memoria presente. Ricordare la storia dei propri cari, dei familiari uccisi e desaparecidos, non risponde a pretese di celebrazione istituzionale del passato ma é un’urgenza che affonda le sue radici nel tempo presente e nella societá civile. I figli e le figlie dei massacri lottano affinché la memoria serva a ricostruire una societá piú giusta e affinché le violenze del passato e quelle del presente non vengano piú legittimate e perpetrate dai propri governanti.

Articolo di: La Repubblica.

Foto: GruppoPdEmiliaRomagna.it
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Un anno in crescita per le imprese del Terzo settore: nel 2019 aumenteranno le entrate e gli investimenti

Foto di: Antoniodepoli.it

 

Sarà un anno di grande vitalità quello delle imprese del Terzo Settore che prevedono un aumento delle entrate e una forte propensione agli investimenti. È quanto emerge dall’ottava edizione dell’Osservatorio su “Finanza e Terzo settore” promosso da UBI Banca e AICCON (Associazione Italiana per la promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit).

Secondo i dati raccolti dall’indagine, che si pone l’obiettivo di analizzare i fabbisogni finanziari e le prospettive evolutive dell’imprenditorialità sociale italiana, le previsioni per il 2019 si confermano quantomai positive: il 69,2% e il 74,8% dei soggetti prevede rispettivamente entrate da contributi ed Enti Pubblici e da mercato stabili o in crescita. In evidenza il dato sulle S.r.l. con qualifica di impresa sociale: il 79,3% prevede una situazione stabile o in crescita circa le entrate derivanti dalla vendita di beni e servizi sul mercato, con il 34,5% di questo tipo di soggetti sicuri di un miglioramento.

Quanto a consapevolezza sugli strumenti di finanza a impatto sociale, sono proprio le S.r.l. con qualifica di impresa sociale e i consorzi a mostrare una maggiore conoscenza, rispettivamente intorno al 45% e al 43%, valori più alti se paragonati al 36% del campione totale. Il 33,8% di chi conosce il tema è interessato all’utilizzo (16,9%) o sta già utilizzando (16,9%) strumenti di questo tipo. Le S.r.l imprese sociali (30,8%) e le cooperative di tipo B (29,2%) mostrano livelli più elevati di utilizzo della finanza a impatto sociale. Le prime perché sono capaci di includere nella governance soggetti investitori, le seconde perché sono i soggetti della cooperazione sociale con più forte orientamento al mercato. Lo strumento più conosciuto e utilizzato risulta essere quello della finanza agevolata (es. Fondo Rotativo per le imprese del MISE, fondi agevolati BEI, ecc.)

Il rapporto conferma inoltre che la prima fonte di copertura degli investimenti effettuati negli ultimi 3 anni è costituita dagli istituti bancari (43,3%) che superano, seppur di poco, l’autofinanziamento(40,7%). In evidenza l’indicazione di soggetti privati tra le modalità utilizzate per coprire gli investimenti effettuati, dichiarata dall’8,2% dei soggetti intervistati.

«L’Osservatorio conferma come qualità, personalizzazione e diversificazione specialistica dell’offerta bancaria siano indispensabili per costruire un rapporto duraturo con il mondo dell’impresa sociale e del non profit in generale», afferma Riccardo Tramezzani, Responsabile della divisione UBI Comunità. «Il ruolo dell’istituto bancario non è tanto quello di mero erogatore di servizi, ma di co-attore di un sistema più ampio che costruisce reti, supporta scelte e progetti d’investimento, condivide competenze e intermedia relazioni territoriali fra soggetti economici e comunità. UBI Comunità si propone come partner di tutto l’universo dell’imprenditorialità sociale con l’obiettivo di abilitare lo sviluppo dell’intero ecosistema dell’economia sociale e promuovere sinergie e forme di convergenza tra il pubblico, il privato ed il privato sociale attraverso una pluralità di funzioni e un’offerta di strumenti finanziari integrata ed eterogenea erogata in una logica di forte personalizzazione».

All’interno di questo scenario, quindi, le imprese che hanno fatto richiesta di finanziamento alle banche negli ultimi 3 anni si sono viste concedere in media circa il 76% dell’importo atteso. La principale modalità di impiego dei finanziamenti ottenuti è data dagli investimenti a medio-lungo termine (54,7%); dopo tre anni di indagine questa scelta torna ad essere la prima per i soggetti appartenenti al mondo della cooperazione sociale. Elevati i livelli di soddisfazione della relazione con gli istituti di credito – l’86,4% si dichiara soddisfatto – grazie all’offerta adeguata di prodotti e servizi (49%) e al riconoscimento dell’applicazione di metodi di valutazione personalizzati per le organizzazioni non profit (37,4%). Inoltre, viene certificata la funzione della banca quale piattaforma multiservizi per lo sviluppo del mondo della cooperazione e dell’impresa sociale – il 37,4% del campione pensa che il ruolo della banca debba essere quello di soggetto erogatore di un’offerta di servizi di credito dedicata e il 34,3% quello di partner per progettualità complesse.

«Il report pubblicato mostra la volontà e l’intenzione del mondo della cooperazione e dell’impresa sociale di continuare a crescere, puntando su una pianificazione strategica di ampio respiro – supportata per questo da investimenti sul lungo termine – in grado di massimizzare la creazione di valore sociale», sottolinea Guido Cisternino, responsabile Terzo Settore ed Economia Civile di UBI Banca. «In questo contesto diventano centrali le opportunità offerta dalla finanza a impatto sociale, tema che si sta sempre più diffondendo in termini di conoscenza da parte dei soggetti appartenenti al Terzo settore, ma ancora da sviluppare per ciò che concerne l’utilizzo dei relativi strumenti. Sebbene la strada da percorrere sia ancora lunga, UBI Comunità intende stimolare e promuovere l’utilizzo della finanza a impatto sociale tra i soggetti del Terzo settore, ad esempio introducendo elementi di innovazione negli strumenti finanziari tradizionali – come richiesto dalle cooperative e imprese sociali – e orientando l’erogazione dell’offerta in una logica impact, in modo da sostenere le scelte imprenditoriali e gestionali di un settore centrale tanto per il benessere quanto per lo sviluppo economico».

Buone notizie arrivano per quanto riguarda le prospettive future: 2 organizzazioni su 3 prevedono, infatti, investimenti per il 2019. Nel 52,2% dei casi i soggetti intervistati pensano di coprire con l’autofinanziamento, seguito dall’affidamento agli istituti bancari (28,8%); anche in questo caso in evidenza l’indicazione di soggetti privati tra le fonti di copertura (9%) – preferita soprattutto, come prevedibile, dalle S.r.l. con qualifica di impresa sociale e in aumento rispetto alle precedenti edizioni per quanto riguarda il mondo della cooperazione sociale.

«L’ottava edizione del rapporto, per la prima volta ricompone il mondo dell’impresa sociale osservando congiuntamente la cooperazione sociale e le “S.r.l. imprese sociali” delineando così un nuovo universo che persegue finalità comuni d’interesse generale, attraverso paradigmi di produzione del valore differenti» – sostiene Paolo Venturi, direttore AICCON – «I risultati mostrano come le S.r.l. con qualifica di impresa sociale siano naturalmente più aperte all’interlocuzione con gli investitori privati e abbiano un’alta propensione agli investimenti. La cooperazione sociale, in particolare quella d’inserimento lavorativo, si conferma sempre più intraprendente in una fase in cui i benefici legati all’efficientamento sembrano essersi esauriti. Nel suo terzo tempo la cooperazione sociale ha ricominciato a guardare a medio-lungo periodo, chiedendo al mondo della finanza una nuova generazione di servizi ad integrazione delle risorse. Un cambio radicale che richiede alle imprese sociali di investire in nuove funzioni e strategie capaci di gestire la complessità di progetti imprenditoriali ormai divenuti strutturalmente “eco-sistemici”».

Articolo di:Vita.it.

Foto Unicef
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Myanmar, un cittadino su quattro si trova in estrema povertà: meno di 0,87 euro al giorno

Foto di Infoans.org

YANGON (AsiaNews) – Una persona su quattro in Myanmar – si apprende da Asianews – vive ancora sotto la soglia di povertà. È quanto emerge dalla “Indagine sulle condizioni di vita 2017”, pubblicata lo scorso 28 giugno dal ministero della Pianificazione e della finanza di Naypyidaw. Il documento è stato redatto con l’assistenza finanziaria e tecnica della Banca mondiale e del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp). I ricercatori affermano che la percentuale della popolazione al di sotto della soglia di povertà è scesa dal 48,2% nel 2005 al 24,8% nel 2017. Nonostante la crescita demografica del Paese – passato nello stesso intervallo di tempo dai circa 48,9 milioni ai 54 milioni di abitanti – il numero di poveri è diminuito da 18,7 ad 11,8 milioni.

Le cause: mancanza di risorse e scarsa istruzione. In Myanmar viene considerato povero chi vive con meno di 1.500 kyat (0,87 euro) al giorno. Secondo il rapporto, lo Stato Chin – nella parte occidentale del Paese – ha il più alto tasso di povertà, al 58%. Il Rakhine, dove è in corso la crisi umanitaria Rohingya ed imperversa il conflitto tra ribelli ed esercito governativo, è al secondo posto con il 41,6%. Le regioni di Thanintharyi, Mandalay e Yangon hanno tassi di povertà del 13%. L’indice è del 30,2% nelle aree rurali, mentre nelle aree urbane è dell’11,3%. Mancanza di risorse produttive, scarsa istruzione e debiti sono le principali cause di povertà in Myanmar. Commentando i dati del ministero, lo dichiara ad AsiaNews Richard Win Tun Kyi, direttore nazionale di Caritas Myanmar – conosciuta in patria con il nome di Karuna Mission Social Solidarity (Kmss). “Le comunità rurali che non hanno risorse (come terra, attrezzature agricole, ecc.) – afferma Win Tun Kyi – sono le fasce di popolazione più povere del Paese. Esse vivono facendo affidamento su paghe giornaliere e, nei periodi di magra, sui prestiti in denaro da proprietari terrieri ed usurai”.

Programmi a breve e lungo termine. I mezzi di sostentamento e la protezione sociale sono solo alcune delle principali aree di intervento di Kmss. L’organizzazione affronta il fenomeno povertà con programmi a breve e lungo termine. Tra i primi rientrano alcune iniziative di microfinanza e risparmio di gruppo. “Vogliamo – spiega il segretario nazionale – aiutare i poveri ad ottenere risposte migliori alle proprie necessità, attraverso strumenti innovativi. Per garantire la sicurezza alimentare, li sosteniamo nell’acquisto collettivo dei beni di base, a prezzi più convenienti; li motiviamo ad uscire dalla trappola del debito con piani di risparmio; nei momenti di crisi, forniamo loro una rete di sicurezza con piccoli prestiti senza interessi”.

L’impegno per l’educazione ai futuri cittadini. Sugli interventi a lungo termine, Win Tun Kyi dichiara: “Siamo impegnati in iniziative per l’educazione delle generazioni future; difendiamo presso le autorità governative il diritto delle persone ad accedere a servizi di base, come assistenza medica e scuola”. In Myanmar, i cattolici sono un’esigua minoranza: i 750mila fedeli rappresentano poco più dell’1% della popolazione. In totale, i volontari di Kmss sono circa 725. “Raggiungere i poveri è difficile e persino la Caritas nazionale fa fatica: abbiamo bisogno di suscitare un genuino interesse per i poveri. Questa – conclude Win Tun Kyi – è una sfida per la Chiesa”, conclude. (P.F.)

Articolo di “La Repubblica”.

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Settemila soldati italiani nel mondo e spiccioli per la cooperazione

Foto di: Fanpage.

Per le missioni militari all’estero 2019 il costo complessivo è di oltre 1.100 milioni di euro ed appena un centinaio di milioni per la cooperazione allo sviluppo, con un rapporto spesa militare/cooperazione pari a 10 a 1. Ecco i numeri del provvedimento con cui il governo ha chiesto al Parlamento l’autorizzazione alla proroga delle missioni stesse.

LA CONSISTENZA MASSIMA annuale è di oltre 7.000 soldati (- 624 unità rispetto al 2018). Le missioni sono decine, di ogni tipo: Onu, Nato, Unione europea e bilaterale. Il costo delle missioni è a carico del ministero dell’Economia e Finanze, non della Difesa, con scarsa trasparenza. Il maggior numero di soldati è utilizzato in quelle in Asia (Aghanistan e lotta al Daesh).La spesa per il sostegno alle forze armate dell’Afghanistan di 120 milioni rappresenta circa il 10% dell’intera spesa delle missioni: la decisione, assunta nel 2012, appare assurda, visto che non aiuta il processo di pace e di fronte al fallimento dell’intervento militare Nato visto che, dopo 18 anni, gran parte del Paese asiatico è controllato dai guerriglieri. L’Italia è lì ufficialmente per ripristinare i diritti umani, ma addestriamo e sosteniamo anche la polizia nazionale afghana che secondo l’Onu utilizza da molti anni anche bambini, in spregio al diritto internazionale. E supportiamo l’esercito di Kabul che pure, in violazione del diritto internazionale distrugge scuole e centri sanitari e si è reso responsabile di gravi violazioni dei diritti umani. Continuano gli attacchi alle scuole ed agli insegnanti, secondo le Nazioni Unite, anche da parte delle forze di sicurezza di Kabul.

Continuano, sempre secondo l’Onu, gli abusi sessuali (denominati bacha bazi) praticati dai poliziotti. Sarebbe opportuno, invece, una forte pressione italiana per porre fine a tali abusi e condannare i responsabili. Il Movimento 5 Stelle aveva chiesto, dall’opposizione, il ritiro del contingente, ora però non ne fa più parola.

L’Africa totalizza il maggior numero di missioni (le principali sono in Libia, Niger e Corno d’Africa). La missione europea in Somalia, per l’addestramento dell’esercito di Mogadiscio (Eutm Somalia), comandata da un generale italiano e con oltre cento militari italiani, permane, anche se l’Onu denuncia da anni l’utilizzo in combattimento di minori e la distruzione di scuole ed ospedali, nonché gravi violazioni dei diritti umani. Anche la polizia somala è destinataria di una missione italiana formativa che avviene nonostante le denunce di Human Right Watch di gravi violazioni dei diritti umani. Non sembra che l’Italia abbia condizionato tali aiuti al rispetto delle libertà fondamentali.

NEL MEDITERRANEO CENTRALE e in Libia, per il «contrasto all’immigrazione clandestina» sono previste più missioni, incluso l’assistenza e l’addestramento della Guardia costiera libica e la manutenzione delle navi cedute. Nella missione europea Eunavformed-Sophia la partecipazione italiana è di 520 militari e alcuni aerei. Tale missione ha sospeso il dispiegamento di navi ma continua la formazione della Guardia costiera e della Marina libica. Non si tiene conto che in Libia c’è una guerra e si persevera nell’aiutare la Guardia costiera libica, delegando ai libici il “lavoro sporco”, per evitare che i disperati in fuga dalla fame e dalle guerre arrivino sulle nostre coste. Infine nella missione bilaterale in Niger, dove sono presenti quasi trecento soldati. Ma il Niger, uno dei Paesi più poveri del mondo, ha bisogno di cooperazione, non di armi.

Articolo di: Il Manifesto.

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Giornata mondiale del rifugiato, nel mondo 70 milioni di persone fuggono da guerra e violenze

Foto di Asianews.it

SETTANTA milioni: tante sono le persone che oggi nel mondo sono costrette a fuggire dai propri Paesi in cerca di condizioni di vita accettabili, il numero più alto mai registrato nella storia moderna. Di queste, oltre 25 milioni sono rifugiati e più della metà minori (dati UNHCR). Persone che scappano da bombardamenti, invasioni militari, violenze, gruppi armati e altri pericoli indicibili, alle quali una qualunque società civile ha il dovere di fornire una risposta più umana. “Per l’ennesima volta, un triste record è stato superato – spiega Giulia Capitani, policy advisor su migrazione e asilo di Oxfam Italia – Ma dietro questi numeri ci sono storie drammatiche, fatte di viaggi lunghissimi e molto pericolosi, durante i quali subiscono spesso torture e abusi indicibili, come i tanti che arrivano ancora oggi in Libia”.

I dati. Secondo i dati dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati, la Turchia continua a essere il Paese che ospita il maggior numero di persone (da 2,9 milioni all’inizio del 2017 a 3,7 milioni alla fine del 2018) e tra le prime dieci nazioni che accolgono ce n’è una sola europea, la Germania. I dieci Paesi col più altro numero di profughi – tra cui quattro tra i meno sviluppati: Uganda, Sudan, Etiopia e Bangladesh – hanno ospitato complessivamente oltre 13 milioni di rifugiati, cifra pari al 64% di tutti quelli sotto il mandato UNHCR.

La situazione in Italia. Parallelamente, in Italia, l’impatto degli sbarchi e delle richieste di asilo si sta riducendo, e se al 31 dicembre del 2017 sul nostro territorio risultavano 184mila migranti (il dato più elevato degli ultimi anni), a fine maggio di quest’anno le presenze sono scese a 113mila. Secondo elaborazioni ISMU su dati Ministero dell’Interno e UNHCR, il calo delle presenze nelle strutture di accoglienza si è riscontrato già a partire dal 2018.

“Gli Stati hanno il diritto di gestire la migrazione attraverso i propri confini, ma hanno anche la responsabilità di ridurre al minimo la sofferenza umana. Non possiamo più tollerare politiche che causano consapevolmente sofferenze e non dobbiamo credere a chi sostiene che cercare protezione sia un atto criminale o che aiutare chi ha bisogno sia sbagliato”, precisa Claudia Lodesani, presidente di Medici Senza Frontiere

Persone, non pedine.Per questo, per ricordare che chi fugge non è una pedina ma una persona in cerca di dignità, il 20 giugno si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Rifugiato,promossa con la risoluzione 55/76 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per prevenire e risolvere i conflitti e contribuire alla pace e alla sicurezza di queste vite provate. Il documento è stato approvato il 4 dicembre 2000 in occasione del 50° anniversario della Convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati e da allora in tutto il mondo la data è celebrata con eventi di sensibilizzazione di ogni tipo.

Le iniziative. In particolare, la Comunità di Sant’Egidio invita tutti a partecipare alla veglia “Morire di Speranza”, organizzata insieme ad altre associazioni impegnate nell’accoglienza e nell’integrazione nella basilica di Santa Maria in Trastevere. Le oltre 38 mila persone morte dal 1988 in poi nel Mediterraneo o lungo altre rotte verranno ricordate anche con la campagna “Io accolgo” (#ioaccolgo), che chiede di appendere ai balconi la coperta termica ormai simbolo di sensibilizzazione, e a Roma, a Villa Ada, con il concerto gratuito di Nada copromosso con l’Unhcr.

Ci sarà anche spazio per lo sport – ormai sempre più sinonimo di inclusione – con “Io ci sono”, la partita di calcio solidale organizzata dalla Fondazione Mondo Digitale per sostenere i valori dell’integrazione e dell’accoglienza. Nei campi di cinque città – Milano, Roma, Bari, Reggio Calabria e Palermo – ospiti dei centri di accoglienza, studenti, volontari e operatori delle associazioni del terzo settore si sfideranno, giocando anche in quartieri periferici, multietnici e in tutte quelle aree dove trovare un punto di incontro è davvero difficile, ma non impossibile.

Articolo di SARA FICOCELLI, Repubblica del 20/06/2019.

Foto di Africa24.It
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Rafforzare in Etiopia il cantiere EurAfricano

Foto di Francesco Luise.

Di ritorno da una impegnativa missione in Etiopia, con una delegazione di alto livello del Comitato economico e sociale europeo (Cese), le immagini e i contenuti si accavallano in un turbinio di emozioni e di convinzioni, che potrei riassumere così: in un mondo dove gli autocrati sembrano guadagnare terreno, ecco un Paese che va nella direzione opposta e potrebbe rivendicare il titolo di ‘buona notizia dell’anno’ e il possibile leone del Rinascimento africano.

Abitata da cento milioni di persone e situata nel Corno d’Africa, l’Etiopia ha una popolazione che per il 70% ha meno di 30 anni, destinata a raddoppiare entro il 2050. È tra gli ultimi 20 Stati nella scala dell’indice di sviluppo umano dell’Onu, con il 5% della popolazione mondiale in stato di povertà assoluta, ed è anche il secondo Paese al mondo per numero di rifugiati accolti (920mila), oltre 3,2 milioni di profughi interni (il più alto del mondo) lungo le linee degli scontri tra i diversi gruppi etnici, oltre 300mila rimpatri forzati nell’ultimo anno di etiopi emigrati illegalmente per lo più in Arabia Saudita, via Yemen.

Eppure è un paese con una crescita economica impressionante, oltre il 10% annuo, un processo di democratizzazione senza eguali nel continente in un periodo così breve. Il nuovo primo ministro, Abiy Ahmed, 42 anni, eletto lo scorso aprile 2018, ha cominciato liberando centinaia di prigionieri politici e giornalisti detenuti, e per la prima volta negli ultimi 15 anni non ce n’è più nemmeno uno in prigione. Una rondine non fa primavera, certo, ma si tratta comunque di un buon indicatore dello stato delle liberà in una nazione, a cui hanno fatto seguito una riforma importante per la libertà dei media, leggi sulla società civile, l’istituzione di una nuova Commissione elettorale nazionale, affidata a una ex leader di un partito di opposizione, più volte incarcerata in passato e oggi incaricata di preparare il sistema per la elezioni del 2020. All’inizio del 2018 l’Etiopia sembrava dover sprofondare in una guerra civile generalizzata.

Alla fine ha prevalso Abiy Ahmed, che ha scelto di puntare sui giovani e sulle donne etiopi, instaurando la parità nel governo e dando alle donne, oltre alla Presidenza della Repubblica e della Commissione elettorale, moltissimi portafogli chiave, dal Ministero della Pace (che controlla rifugiati, profughi interni, polizia e servizi di sicurezza) al Ministero del Commercio, sino alla guida dell’azienda che promuove i parchi industriali e così via. Infine, ha voluto e firmato la pace con l’Eritrea, dopo trent’anni di guerra e ostilità devastanti.

E oggi cerca di assicurare parte della missione militare africana in Somalia e s’impegna per favorire una soluzione pacifica per il Sud Sudan. Facendo saltare diversi chiavistelli in una società che è rimasta a lungo chiusa nello schema feudale del regime imperiale di Hailé Selassie, poi modificatosi in un regime marxista militare tra i più chiusi ed ortodossi, questo governo si è inevitabilmente fatto molti nemici, soprattutto all’interno della vecchia guardia del potere e di molte strutture regionali e provinciali. Abiy Ahmed sembra comunque riuscire a mantenere la rotta, promettendo di smantellare lo statalismo dell’economia etiope per far sviluppare l’imprenditoria e attirare investimenti dall’estero, la volontà di aderire all’Omc entro il prossimo anno, come anche di costruire un vero mercato regionale e favorire la nuove prospettiva di un vero mercato interno africano.

Contemporaneamente, sta per varare una significativa riforma sociale e del lavoro, che prevede tra l’altro l’istituzione del salario minimo. Mentre è stato tra i primi a implementare il Global Compaq sull’immigrazione, con la nuova legge sui rifugiati, che consente loro di inserirsi nella vita sociale ed economica e nel mercato del lavoro, come ogni cittadino etiope. L’obiettivo finale è la creazione di posti di lavoro in un Paese che ha una domanda di almeno 10 milioni di posti di lavoro annui, salari nei pur nuovi parchi industriali che oscillano tra i 30 e i 50 dollari al mese, tra i più bassi del mondo ma comunque di tre volte superiori ai salari pagati nel sistema delle imprese locali. Il primo ministro, ex militare che ha studiato informatica e filosofia, ha un padre musulmano e una madre cristiana.

Ha energia da vendere, molta attenzione intorno a lui, in primis dell’Unione Europea che sta facendo un enorme investimento politico e anche economico su questo Paese, per motivi geostrategici e di stabilizzazione regionale. Ma anche attenzione economica dei nuovi investitori cinesi, sudcoreani, indiani, pachistani e taiwanesi, che vedono nel paese un hub a basso prezzo per produrre beni per i Paesi ricchi. E infine gode di un discreto credito da parte di investitori privati, che pure chiedono più fatti nel settore delle regole valutarie e nel settore bancario, ancora molto chiuso, di Ong internazionali e nazionali, come anche di tutte le principali agenzie multilaterali, dall’Onu e dalla sia costellazione di Comitati e Commissariati alla Banca Mondiale, dall’Unione Africana all’Ilo.

Nonostante i suoi limiti e il rischio di regressione, l’Etiopia è oggi un Paese che definisce i profughi ‘ospiti benvenuti’’, che cerca alleati e amici, soprattutto in Europa, che non rinuncia al suo legittimo orgoglio di grande nazione e che vuole un futuro di pace e progresso per il suo popolo e per l’Africa. È una grande scommessa, complessa ma possibile, che merita essere seguita, incoraggiata e sostenuta. Anche per tutte le forze vive dell’economia, dell’impresa, del lavoro, dell’agricoltura, delle organizzazioni umanitarie e della società civile e anche della cultura. Si può fare. L’Etiopia, con la sua energia vitale, può diventare il vero perno della strategia dell’Europa di una nuova ‘Alleanza per il progresso’. EurAfrica o AfricarEUnaissance sono oggi possibili. Non lasciamo cadere questa grande opportunità, per tutti.

Presidente del Cese

Articolo di Luca Jahier, uscito mercoledì 12 giugno 2019 su Avvenire.it

Foto Anci Toscana
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Cooperazione decentrata: quelle relazioni feconde che meriterebbero più risorse

Foto di Anci Toscana.

Foto: Anci Toscana.

ROMA – Il Comune di Foligno ha ricevuto un finanziamento di quasi mezzo milione di euro per un progetto di rafforzamento dell’economia locale sostenibile in Bolivia, nei comuni di Tiquipaya e Sacaba. Il Comune di Comacchio, in provincia di Ferrara, ne ha ricevuti 300mila per un progetto di sviluppo inclusivo nel settore turistico a Betlemme, in Palestina. La Regione Piemonte sta conducendo in Burkina Faso un vasto progetto di imprenditoria giovanile, chiamato Giovani al Centro, in partnership con la Regione Toscana e con una serie di Comuni. E così via, a totalizzare nel 2017 ben 53 iniziative per un finanziamento di quasi sette milioni di euro. La cooperazione decentrata, quella gestita dagli enti locali, in realtà è meno di una Cenerentola dell’aiuto pubblico allo sviluppo: non arriva all’1% della spesa governativa totale, che sempre nel 2017 ha superato infatti il miliardo di euro. Meriterebbe di più? Probabilmente sì, perché attiva le energie delle comunità locali, non solo nei Paesi beneficiari dell’aiuto ma anche in Italia, e le mette in relazione, favorendo la conoscenza reciproca e l’integrazione dei migranti. Cosa che non avviene nella cooperazione di Stato.

Metà dei fondi va per obbligo agli organismi internazionali. Un’occhiata ai numeri ci fa capire molte cose. Nel 2018 l’Italia ha speso poco più di un miliardo di euro in aiuto allo sviluppo; di questi, però, oltre la metà sono destinati obbligatoriamente all’Europa attraverso il Fondo europeo di sviluppo  agli organismi internazionali (come la Banca Mondiale) e quindi sfuggono al controllo dell’Italia; solo l’altra metà (scarsa) è sotto il controllo del  governo italiano, che opera attraverso L’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo AICS. E’ l’Agenzia che finanzia i progetti di cooperazione decentrata. I sette milioni di euro impiegati nel 2017 sono quindi meno del 2% del bilancio complessivo dell’Agenzia. In futuro questa cifra potrebbe aumentare: infatti il documento triennale di programmazione del Governo riconosce esplicitamente un ruolo importante ai progetti degli enti locali, che hanno la caratteristica di  “da un lato, essere motore di sviluppo di realtà “omologhe” nei paesi partner e, dall’altro, promuovere il rafforzamento della consapevolezza e della responsabilità delle nostre comunità nazionali”.

La Regione Piemonte ha avviato in Burkina Faso un progetto di vasta portata, Giovani al Centro, in rete con l’Università di Torino, con sei municipi del Piemonte e con varie organizzazioni non profit. La partenza è stata ritardata di diversi mesi a causa della situazione difficile nel Paese africano, tormentato da conflitti sparsi dopo la fine della dittatura di Compaoré nel 2014. I ricercatori italiani infatti hanno dovuto annullare la missione di indagine che doveva aprire le attività, per motivi di sicurezza, ma la Regione ce l’ha fatta a portare avanti comunque il progetto, appoggiandosi a ricercatori locali.  L’indagine darà il quadro dell’offerta di servizi per l’impiego, sia pubblici che privati, e dei bisogni di servizi da parte della popolazione di quel territorio, soprattutto giovani. Successivamente i vari attori del progetto formuleranno la proposta di potenziamento e riorganizzazione dei centri per l’impiego e dei corsi di formazione professionale.

“A volte le iniziative di cooperazione allo sviluppo sono comunicate al pubblico in forme che alimentano il rifiuto degli immigrati” dice Giorgio Garelli, responsabile degli affari internazionali presso la Regione Piemonte.  Le ong ad esempio fanno spesso leva su un meccanismo di delega: se tu cittadino mi dai risorse, io aiuterò i Paesi in via di sviluppo a uscire dalla povertà. Il cittadino a questo punto può ritenersi in diritto di rifiutare il migrante, visto che ‘ha già dato’. Invece la cooperazione svolta direttamente dalla comunità locale stabilisce legami di solidarietà e riconoscimento reciproco, che possono far accettare più facilmente i migranti in Italia”.

Il progetto Eco.Com per le associazioni boliviane di produttori agricoli. La cittadina umbra è capofila di un progetto in partnership con i comuni boliviani di Tiquipaya e Sacaba e in Italia ha coinvolto otto Comuni umbri. I destinatari principali del progetto sono le associazioni dei produttori agricoli boliviani, in totale oltre 300 piccoli produttori. Foligno ha costituito un fondo di incentivo e ha selezionato attraverso un bando le proposte imprenditoriali più interessanti e capaci di promuovere un’economia comunitaria e inclusiva. Sono state selezionate proposte in molti settori, tra cui: coltivazione di fragole, allevamento di cuyes (porcellini d’India), produzione di essenza di eucalipto, artigianato tessile, centro educativo per persone con disabilità che producono cioccolatini e bigiotteria.

Il progetto fa leva sulla capacità delle amministrazioni locali in Bolivia di offrire alla comunità servizi utili a favorire lo sviluppo, se aiutate con risorse economiche e organizzative. E’ fondamentale infatti che siano le amministrazioni locali a relazionarsi con la società civile locale, condividendo con i loro omologhi italiani buone pratiche e iniziative di successo. “Un aspetto particolarmente interessante del progetto è lo scambio di esperienze e competenze tra noi amministratori in Italia e i nostri colleghi boliviani” spiega l’assessore Cristina Grassilli. E non è certo a senso unico: ad esempio, sull’economia comunitaria la Bolivia ha una legislazione molto avanzata”.

L’albergo diffuso a Betlemme. Comacchio in provincia di Ferrara ha scelto di sostenere lo sviluppo turistico a Betlemme e Beit Sahour attraverso l’albergo diffuso. Il progetto è nato dal basso e coinvolge cooperative sociali, associazioni, piccoli comuni e scuole sia in Italia che in Palestina. “Abbiamo emesso un bando per le famiglie locali che desiderano ospitare turisti nelle loro case, secondo un modello che sta avendo molto successo in tutto il mondo, la condivisione di spazi” racconta il coordinatore Roberto Cantagalli, dirigente comunale alla Cultura. “Nel centro storico di Betlemme ci sono edifici antichi, bellissimi, a rischio di abbandono. Entro luglio sceglieremo 7-8 alloggi che ristruttureremo a spese del progetto, rispettando le architetture tradizionali, ma in modo da adeguarli alle esigenze del turismo internazionale. L’obiettivo è incrementare il reddito delle famiglie, con un’attenzione speciale alle persone in difficoltà, ad esempio vedove o persone con disabilità. La parte commerciale e di comunicazione sarà affidata a una guest house locale, che aiuteremo con consulenza e formazione specialistica”.

Articolo di Ida Cappiello, La Repubblica  del 06/06/2019.

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