Rassegna stampa | Progetto Continenti

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Premio nobel per la pace alll’etiope Abiy Ahmed

Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia, un anno fa vinse il premio Nobel per la Pace per due ragioni. La prima, e più importante, era aver fatto la pace con la vicina Eritrea. La seconda era aver fatto partire un processo storico di riforme e aver cominciato la democratizzazione del suo paese. Se la pace con l’Eritrea regge, più o meno, sembra invece che il processo di riforme e democratizzazione in Etiopia si sia inceppato. Negli ultimi mesi ci sono state proteste con scontri molto violenti, sono morte centinaia di persone, le elezioni previste per agosto sono state rimandate indefinitamente e alcuni membri dell’opposizione sono stati arrestati o messi ai domiciliari.

Alcuni osservatori dicono che questi incidenti fanno parte di un processo di transizione accidentato, ma non abbandonato: non si trasforma un paese autoritario e pieno di conflitti etnici in una democrazia funzionante dall’oggi al domani, e Ahmed ha ereditato una quantità impressionante di problemi. Altri invece sostengono che, ad appena un anno dalla vittoria del Nobel, Ahmed abbia fallito nei suoi intenti di riforma, e stia scivolando di nuovo nell’autoritarismo violento dei suoi predecessori.

Al momento della sua salita al potere, nell’aprile del 2018, Ahmed annunciò un ampio piano di riforme liberali sia in economia sia, soprattutto, in politica. «Ahmed ha trascorso i suoi primi 100 giorni da primo ministro eliminando lo stato di emergenza nel paese, garantendo l’amnistia a migliaia di prigionieri politici, eliminando la censura dei media, legalizzando i partiti d’opposizione che erano stati messi fuori legge, licenziando i leader civili e militari sospettati di corruzione e aumentando notevolmente l’influenza delle donne nella vita politica della società etiope. Ha anche promesso di rafforzare la democrazia con elezioni libere e prive di brogli», si legge nel comunicato emesso dal comitato per l’assegnazione del Nobel un anno fa.

Nei primi tempi, effettivamente, le riforme e le liberalizzazioni del governo di Ahmed avevano dato l’impressione che l’Etiopia stesse diventando rapidamente una democrazia, e oltre al premio Nobel Ahmed aveva ottenuto il riconoscimento di molti paesi occidentali. A dicembre, per esempio, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen aveva scelto l’Etiopia come destinazione del suo primo viaggio istituzionale, e ci aveva tenuto a dire che la decisione era una precisa “dichiarazione politica”.

Pochi mesi dopo, però, in Etiopia sono ricominciati gli scontri etnici. Le violenze sono cominciate il 29 giugno, dopo l’assassinio di Hachalu Hundesa, un famoso cantante e attivista di etnia Oromo, le cui canzoni erano diventate celebri durante le proteste del 2015-2018, quelle che hanno portato al potere Ahmed. Non è ancora chiaro chi abbia commesso l’omicidio e perché, ma poche ore dopo la morte di Hundesa ci sono state rivolte violente in tutto lo stato di Oromia, che comprende anche Addis Abeba, la capitale. Sono morte centinaia di persone, in parte uccise negli scontri tra varie etnie e in parte dalle forze di sicurezza inviate dal governo. Secondo un conteggio fatto dall’Economist, negli scontri di giugno sono morte 239 persone.

L’Etiopia è una repubblica federale i cui nove stati sono divisi su base grossomodo etnico-linguistica. Lo stato di Oromia è il più popoloso, con circa 33 milioni di abitanti. Lo stesso Abiy Ahmed è di etnia Oromo, che è una delle più marginalizzate del paese.

Dopo le rivolte, migliaia di persone sono state arrestate, compresi molti leader politici di opposizione. Tra questi Jawar Mohammed, il leader di un gruppo Oromo che è considerato il principale rivale di Ahmed, e Lemma Megersa, ex ministro della Difesa del governo di Ahmed, licenziato e messo agli arresti domiciliari dopo averlo criticato (i media di stato hanno detto che Megersa è stato espulso dal governo per aver “violato la disciplina di partito”). Ad agosto, poi, ci sono state altre rivolte dopo che si è sparsa la voce, non confermata, che Jawar Mohammed non stava ricevendo in prigione le cure mediche di cui avrebbe bisogno. Ci sono state altre decine di morti.

Le violenze etniche sono molto comuni in Etiopia e non sono certo cominciate sotto il governo di Ahmed, anzi: i suoi sostenitori lodano i tentativi del primo ministro di superare le divisioni e di proporre un’identità etiope comune. Ma sotto il suo governo le cose non sono affatto migliorate, e alla fine di maggio di quest’anno Amnesty International ha pubblicato un report secondo cui uccisioni sommarie, torture e arresti non si sono mai interrotti per tutto il 2019, soprattutto negli stati di Oromia e di Amhara.

Nel corso delle proteste di quest’estate, inoltre, il governo ha più volte fatto uso di sistemi per bloccare internet in tutto il paese o in alcune regioni, con una frequenza che secondo l’organizzazione non governativa NetBlocks è aumentata nel corso dell’ultimo anno. Secondo l’Economist, inoltre, una nuova legge che criminalizza l’hate speech potrebbe essere usata per reprimere il dissenso politico.

Ahmed ha anche un problema di natura costituzionale. Ad aprile, dando come motivazione l’emergenza da Covid-19, il governo ha deciso di rimandare le elezioni a data da destinarsi. In quel momento in Etiopia c’erano 26 casi di contagio e nessun morto. L’opposizione ha detto che Ahmed sta cercando di restare al potere; il governo ha risposto che il Parlamento ha già accordato al primo ministro un’estensione di 12 mesi del suo mandato, che secondo la Costituzione etiope sarebbe dovuto scadere a ottobre di quest’anno.

I leader dello stato settentrionale di Tigray, però, hanno deciso di tenere lo stesso le elezioni, contro il volere del governo. Si sono tenute all’inizio di settembre e il Tigray People’s Liberation Front, TPLF, ha vinto tutti i seggi disponibili nel Parlamento regionale. Il TPLF è uno dei partiti storici dell’Etiopia, e fra il 1991 e il 2018, anno dell’ascesa al potere di Ahmed, è stato una delle forze dominanti del governo centrale. La perdita del potere ha creato grossi scontri politici, e secondo molti analisti le elezioni, che Ahmed ha definito illegali, sono il primo passo verso la secessione dello stato di Tigray.

Secondo la Costituzione etiope, ciascuno dei nove stati ha il diritto di staccarsi dalla federazione se rispetta alcuni criteri, come la celebrazione di un referendum.

Questo mese Ahmed ha firmato un editoriale sull’Economist per spiegare che i disordini sono opera di demagoghi e di ispiratori d’odio, anche se ha ammesso che le forze di sicurezza possono aver compiuto abusi mentre cercavano di ristabilire l’ordine. Ahmed ha scritto anche che il suo progetto di trasformare l’Etiopia in una democrazia ha incontrato molti ostacoli ma non si è fermato.

Fonte: Articolo del 28/09/2020 de Il Post

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La pandemia in Guatemala

Nel XX secolo il Guatemala è stato sconvolto da ripetuti colpi di stato e dittature militari. Il più grave fu il golpe del 1954, sostenuto dalla CIA, contro il governo democraticamente eletto di Jacobo Arbenz Guzmán che intendeva realizzare una riforma agraria la cui audacia allarmò i latifondisti. Ne seguì una guerra civile sanguinosa, sostenuta dagli Stati Uniti, che fece circa 180.000 morti e 45.000 sparizioni forzate, soprattutto fra la popolazione indigena di origine maya, gli studenti universitari e i sostenitori dei movimenti sociali. Solo nel 1996 si è giunti a firmare accordi di pace fra Governo e organizzazioni democratiche.

Quello strumento abolito contro l’impunità dei politici. Una storia così travagliata ha avuto ripercussioni oltremodo negative per lo sviluppo economico e civile della società, la cui forte sperequazione continua a condannare all’esclusione sociale strati molto ampi della popolazione, in particolare quella delle comunità indigene. Nel settembre 2019 è stato ufficialmente destituito, dopo 12 anni, la CICIG, ovvero la Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala, creata dalle Nazioni Unite per rafforzare il debole sistema giudiziario guatemalteco, da sempre osteggiata dalle forze politiche nazionali. La decisione è stata imposta dal presidente uscente Morales, agli ultimi mesi del suo mandato prima della successione di Giammattei (eletto nell’agosto 2019, ma in carica dal 2020) sostenendo che l’organo fosse diventato un mero strumento di persecuzione contro la classe dirigente nazionale; il capo di governo, infatti, ha deciso di non rinnovare il mandato alla Commissione, sebbene più del 70% della popolazione risulti favorevole alle attività svolte dalla CICIG.

Corruzione, narcotraffico, malnutrizione, povertà. I problemi che il futuro governo si troverà ad affrontare oltre alla corruzione dilagante sono il narcotraffico, la povertà, la denutrizione diffusa e il degrado ambientale. La struttura economica è prevalentemente legata al settore primario (dove è impiegato oltre il 45% della popolazione attiva), dominato dall’agricoltura. I terreni più redditizi sono destinati alle colture di piantagione come caffè, banane e canna da zucchero, controllate da compagnie straniere. La distribuzione del reddito rimane altamente disuguale e il 20%della popolazione detiene oltre il 51% dei consumi totali della nazione; il 23% della popolazione vive in condizioni di povertà estrema. La povertà tra i gruppi indigeni, che costituiscono più del 40% della popolazione, è in media del 79%, di cui il 40% vive in condizioni di estrema povertà. Il 12.6% dei bambini sotto i cinque anni di età sono cronicamente malnutriti; infatti lo stato detiene uno dei più alti tassi di malnutrizione della zona.

Fonte: La Repubblica, 25/09/2020

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Premio Unesco al museo del genocidio in Cambogia

Per non dimenticare il genocidio perpetrato dai khmer rossi tra il 1975 e il 1979 in Cambogia, l’Unesco ha assegnato il premio Jikji Memory of the World 2020 al Museo di Tuol Sleng, creato nell’edificio che ospitò il centro di detenzione, tortura e uccisione utilizzato dal regime di Pol Pot per cancellare gli oppositori.

In questa ex scuola conosciuta come S-21 Security Bureau (con S che sta per sala e 21 il codice del Santébal, la Polizia di sicurezza) persero la vita più di 18 mila persone, uomini, donne e bambini, la maggior parte delle quali furono arrestati, imprigionati e uccisi senza sapere quali accuse erano loro mosse. Situato nel centro di Phnom Penh l’edificio fu racchiuso all’interno di un recinto di filo spinato elettrificato.

Le classi furono trasformate in minuscole celle e camere della tortura e tutte le finestre furono sbarrate con assi di ferro e filo spinato per evitare fughe di prigionieri. Di tutti i prigionieri incarcerati, solo sette sopravvissero, in quanto ritenuti utili alla causa del partito. Già inserito dall’Unesco nell’elenco delle Memorie del mondo, il Museo Tuol Sleng conserva nei suoi archivi le prove della strategia messa in atto dai khmer rossi al fine di terrorizzare la popolazione e “pulire” l’apparato statale dei suoi avversari, sia veri che presunti.

Coloro che sopravvivevano agli interrogatori, dopo aver confessato il loro coinvolgimento in crimini e complotti per lo più immaginari, venivano poi trasferiti nel centro di sterminio di Choeung Ek. Con i sospettati di tradimento venivano imprigionati e giustiziati regolarmente tutti i famigliari più stretti, accusati di connivenza o di mancata delazione alla polizia segreta. Anche i neonati venivano barbaramente eliminati perché ritenuti incapaci di «totale purificazione e dedizione agli standard rivoluzionari» una volta che fossero divenuti adolescenti.

Almeno 1,5 milioni di cambogiani sono morti durante il terrore dei khmer rossi, per le esecuzioni, la fame o la mancanza di cure.

«La missione del Museo del genocidio di Tuol Sleng è fondamentale per promuovere la pace e garantire, attraverso i suoi archivi, che questi crimini atroci non si ripetano mai più», ha detto la direttrice generale dell’Unesco, Audrey Azoulay. «Ecco perché lavoriamo insieme da oltre dieci anni per salvaguardare e digitalizzare questi archivi e renderli accessibili a tutti. Il lavoro di questo museo — ha aggiunto — è essenziale per mantenere la memoria del genocidio oltre gli anni e la graduale scomparsa delle sue vittime e di coloro che lo hanno perpetrato». Gli archivi del Museo del genocidio di Tuol Sleng, che fanno parte del Registro della Memoria del mondo dell’Unesco, hanno già beneficiato di un progetto di conservazione e digitalizzazione per garantire l’accesso sia agli storici che alle famiglie di persone scomparse che cercano informazioni sui loro cari.

Si tratta del fondo documentario più completo sul sistema carcerario di Kampau e comprende le fotografie di più di 5.000 prigionieri, nonché le loro “confessioni” e biografie. Oltre quattro milioni di dati che saranno resi disponibili al pubblico tramite un sito web che sarà lanciato entro la fine dell’anno. Il progetto è finanziato dall’Agenzia coreana per la cooperazione internazionale (Koica).

A sostegno del museo si aggiunge ora anche il premio Unesco che consiste in un finanziamento di 30 mila dollari offerti dalla Repubblica di Corea assegnato ogni due anni per contribuire alla conservazione e all’accessibilità del patrimonio documentario come patrimonio comune dell’umanità e promuovere l’accesso universale all’informazione e alla conoscenza.

Il premio Jikji Memory of the World prende il nome dal più antico libro coreano stampato con caratteri mobili durante la dinastia Koryo. Originariamente composto da due volumi, uno dei quali è scomparso, il Jikji, pubblicato nel Tempio Heungdeok nel 1377 (come confermato da scavi archeologici nel 1985), 78 anni prima di Johann Gutenberg, è conservato nella Biblioteca nazionale di Francia.

Fonte: foto e articolo de l’Osservatore Romano, 09/09/2020

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La pandemia in El Salvador

EFE.- El Salvador puede tener el peor impacto en su crecimiento económico de la región centroamericana debido a la pandemia, con una pérdida de al menos un 10 % del producto interno bruto (PIB), lo que hace que los pronósticos sean “muy poco halagüeños”, dijo a Efe el economista Ricardo Castaneda.

De acuerdo con las diversas estimaciones de organismos internacionales, “ahora podemos asegurar que estamos frente a una de las peores crisis económica de El Salvador”, agregó Castaneda, coordinador para El Salvador del Instituto Centroamericano de Estudios Fiscales (Icefi).

Lo anterior se agudiza por la falta de acuerdos entre órganos del Estado, especialmente entre el Ejecutivo y el Legislativo, y por la falta de un plan integral para enfrentar la pandemia que combine lo sanitario y la economía.

Libera traduzione:

EFE.- El Salvador potrebbe avere il peggior impatto sulla sua crescita economica nella regione centroamericana a causa della pandemia, con una perdita di almeno il 10% del prodotto interno lordo (PIL), il che significa che le previsioni sono "molto poco lusinghiere", ha detto a Efe l'economista Ricardo Castaneda.

Secondo varie stime di organizzazioni internazionali, "ora possiamo assicurare che siamo di fronte a una delle peggiori crisi economiche in El Salvador", ha aggiunto Castaneda, coordinatore per El Salvador dell'Istituto centroamericano di studi fiscali (Icefi).

Quanto precede è aggravato dalla mancanza di accordi tra gli organi dello Stato, soprattutto tra l'Esecutivo e il Legislativo, e dalla mancanza di un piano globale per affrontare la pandemia che unisce salute ed economia.

Fonte: Articolo di Forbes Staff del 4/08/2020. Foto: UN News

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La grande diga: la disputa tra Etiopia ed Egitto

C’è un barlume di speranza nella contesa regionale sulle acque del fiume Nilo. Dopo l’annuncio del ministro degli Affari esteri egiziano, Sameh Shoukri, sulla riapertura del tavolo negoziale fra Etiopia, Egitto e Sudan per un accordo condiviso di sfruttamento delle risorse idriche, la stampa africana tiene i riflettori accesi su di una crisi potenzialmente esplosiva e dà voce alle “colombe”. Trattative patrocinate da Washington si sono interrotte nel mese di febbraio, a seguito del ritiro stizzito di Addis Abeba, avversa a una mediazione, quella statunitense appunto, giudicata eccessivamente pro–egiziana.
Ora i tre Paesi, probabilmente sotto la pressione delle Nazioni Unite, in allarme per il rischio di un nuovo fronte bellico, stanno riprendendo il filo di un dialogo iniziato sette anni fa: cioè due anni dopo l’avvio del cantiere della Grande Diga del Rinascimento etiope, nota come Gerd. Un’infrastruttura mastodontica destinata a rendere l’Etiopia non solo autonoma in termini idrici, ma anche energetici. Per ottenere tale risultato, tuttavia, il Nilo Azzurro, ovvero il tratto di fiume da cui dipende l’approvvigionamento di Egitto e Sudan, verrà “chiuso” all’altezza di Beninshangul–Ghumuz, nell’Etiopia Occidentale. Ormai la diga è pronta per l’80 percento. La disputa fra i tre “consumatori” delle acque nilotiche (il bacino idrografico include dodici Paesi, ma in virtù di un accordo del 1959 Egitto e Sudan ne beneficiano più di tutti) verte adesso sulla tempistica di riempimento: Addis Abeba ha annunciato che darà inizio alle operazioni a luglio, per una durata di 4 anni. Il Cairo, invece, chiede almeno altri 7 anni in più per assorbire il colpo, durissimo. Ogni anno Egitto e Sudan insieme attingono 80 miliardi di metri cubi: rispettivamente circa 55 e 25. L’Etiopia ne drenerà 74 miliardi. Il primo riempimento, a luglio, dovrebbe riguardare 4,9 miliardi di metri cubi; un anno dopo, 13. Come evitare una crisi idrica devastante per milioni di egiziani e sudanesi, sia nelle campagne sia nelle città? Un dramma cui bisogna aggiungere, in prospettiva, altre criticità: per l’Egitto, l’aumento demografico (secondo l’Onu, nel 2100 gli egiziani saranno 200 milioni, il doppio di oggi); per il Sudan, calamità naturali sempre più frequenti (siccità, carestia, invasione di cavallette).
Il Nilo Azzurro è il tratto di fiume più prezioso per i Paesi a valle: trasporta l’84 percento dell’acqua e il 96 percento del limo del Nilo. L’Egitto, spalle al muro, ha lanciato un’offensiva diplomatica per ricondurre gli etiopi al negoziato. La tensione sui confini, però, rimane altissima: fra Etiopia e Sudan si registrano scontri armati per la fertile regione di el–Gadarif, in Sudan, da sempre contesa. Migliaia di contadini e allevatori etiopi, questa è l’accusa di Khartoum, hanno invaso l’area di confine negli ultimi mesi, protetti da milizie ed esercito.
Quanto all’Egitto, come già accaduto nel 2010 sotto la presidenza di Hosni Mubarak, l’attuale raìs ha minacciato Addis Abeba di fare ricorso alle armi per difendere quello che è un asset vitale per il suo Paese: il Nilo. Non è chiaro se sarà l’Unione Africana a tentare una mediazione “last minute”; anche Bruxelles si è detta disponibile a intervenire. Per Il Cairo, l’intermediario prediletto si conferma la Casa Bianca. Dietro a Khartoum, invece, si allunga l’ombra della Turchia di Recep Tayyep Erdogan, sempre più attiva in Africa. Solo un mese fa, il Sudan ha accettato di inviare proprie milizie in soccorso al premier libico Fayez al–Serraj, una volta raggiunta con Ankara un’intesa per aiuti economici. Ed è la Cina il partner privilegiato dell’Etiopia nel grande piano di sviluppo energetico messo a punto, a colpi di dighe, fino al 2025.
Quello che farà dell’Etiopia un esportatore di energia, non senza conseguenze per le popolazioni indigene: i tre sbarramenti sull’Omo, per esempio, hanno inaridito le terre rivierasche del fiume etiope, le cui acque alimentano il Lago Turkana, in Kenya. Ne stanno pagando il prezzo centinaia di migliaia di agricoltori, pastori, pescatori etiopi e keniani, ed ecosistemi ora in pieno degrado. Un deterioramento ambientale che rischia anche il bacino del Nilo.

Fonte: articolo di Federica Zoja del 6/06/2020 dell’Avvenire; foto di Africa Rivista

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Frana in una miniera in Myanmar

I corpi di almeno 113 minatori sono stati estratti dal fango dopo una frana in una miniera di giada nel nord del Myanmar. Lo hanno riferito i vigili del fuoco. La frana è stata causata dalle «forti piogge» e sono ancora in corso le operazioni di soccorso per portare in salvo eventuali sopravvissuti nella miniera situata nel villaggio di Sate Mu, nella municipalità di Hpakant, stato di Kachin. Un agente di polizia ha detto che le operazioni di soccorso sono state sospese a causa delle forti piogge. I feriti si contano a decine e non c’è chiarezza sul numero dei dispersi che potrebbe essere intorno ai 200.

Decine di minatori muoiono ogni anno nelle miniere di giada, altamente redditizie ma scarsamente regolamentate, e in cui sono impiegati migranti a basso reddito per estrarre la gemma molto ambita in Cina. Lo stato di Kachin si trova al confine con la Cina. I minatori cercavano le pietre preziose in terreni montuosi già indeboliti da precedenti scavi.

Le frane sono frequenti nella zona e le vittime provengono spesso da comunità etniche povere. Secondo Watchdog Global Witness nel 2014 il giro d’affari del settore ha raggiunto una trentina di miliardi di euro, denaro che quai mai finisce nelle casse dello stato. Le abbondanti risorse naturali del Myanmar settentrionale – tra cui giada, legname, oro e ambra – contribuiscono a finanziare entrambe le parti di una guerra civile lunga decenni tra ribelli ed esercito.

Fonte: Articolo della Stampa del 2/07/2020

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Uccisione di un cantante attivista in Etiopia

Almeno 50 persone sono morte in Etiopia, nella regione di Oromia, durante le manifestazioni di protesta per la morte del popolare cantante e attivista Hachalu Hundessa, ucciso a colpi di arma da fuoco mentre guidava nella capitale Addis Abeba, nella notte fra lunedì 29 e martedì 30 giugno. La notizia è stata confermata a Reuters da un rappresentante della regione.

Secondo il Washington Post tra i morti ci sarebbero sia manifestanti che rappresentanti delle forze dell’ordine. Il primo ministro Abiy Ahmed ha detto soltanto che i morti sono «numerosi». Durante le manifestazioni di protesta è stato arrestato anche il politico Jawar Mohammed, molto noto nel paese e oppositore di Ahmed, insieme ad altre 35 persone.

Non si sa ancora molto della morte di Hachalu, che aveva 34 anni e recentemente aveva detto di aver ricevuto minacce di morte. Le sue canzoni parlano principalmente dei diritti del gruppo etnico Oromo ed erano diventate inni per il movimento di protesta che nel 2018 aveva portato alla caduta dell’ex premier Hailemariam Desalegn. La polizia ha dichiarato di aver arrestato due persone in relazione all’omicidio.

Fonte: articolo Il post del 01/07/2020; foto Jumbo Africa

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Tempesta Amanda in El Salvador

È di almeno undici morti, gravi danni e numerose inondazioni il bilancio non ancora definitivo del passaggio oggi su El Salvador della tempesta tropicale Amanda, che si sta spostando sul Guatemala con meno intensità. Lo riferisce il quotidiano La Prensa Grafica.

Il governo del presidente Nayib Bukele ha disposto l’allarme rosso e decretato l’emergenza nazionale di due settimane per permettere ai soccorritori di intervenire efficacemente nelle zone colpite nell’occidente del Paese. Intanto il Parlamento è stato convocato oggi per esaminare le misure necessarie a sostenere gli abitanti delle zone disastrate.

La Protezione civile ha segnalato che si sta cercando una persona al momento dispersa, e precisato che fra le persone decedute vi sono un bambino di otto anni e tre membri di una stessa famiglia.

Infine si è appreso che il fiume più importante che ha rotto gli argini è l’Acelhuate, che scorre attraverso la Colonia Malaga, e questo ha causato fra l’altro l’interruzione della circolazione lungo la statale che conduce a Los Chorros.

Fonte articolo: CdT.ch Foto: InMeteo

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Le espulsioni di migranti contagiati di COVID19 in Guatemala

Il Guatemala ha attaccato il presidente americano, Donald Trump, a causa delle espulsioni dagli Stati Uniti di migranti contagiati dal nuovo coronavirus. Il presidente Alejandro Giammattei ha dichiarato che le espulsioni hanno saturato i centri di quarantena in Guatemala e hanno messo sotto pressione il debole sistema sanitario del Paese centroamericano.

“Il Guatemala è un alleato degli Stati Uniti, gli Stati Uniti non sono un alleato del Guatemala”, ha dichiarato all’Atlantic Council, un think tank per gli affari internazionali con sede a Washington. “Comprendiamo che gli Stati Uniti vogliono espellere le persone, lo capiamo, ma ciò che non capiamo è che ci invino voli contaminati”.

Tra i duemila casi di coronavirus del Guatemala, le autorità affermano che 100 sono migranti rimandati indietro dagli Stati Uniti. “Va bene che ci mandino gli espulsi, sono certamente problema nostro, ma sono anche il problema degli Stati Uniti. Quindi dovremmo affrontare insieme la questione, dobbiamo essere onesti”, ha aggiunto Giammattei, 64 anni, medico di professione.

La delusione arriva inoltre da quella che è stata definita l’incapacità di Washington di inviare forniture mediche al Guatemala. “Vediamo che gli Stati Uniti hanno aiutato altri Paesi, anche con i ventilatori, noi non abbiamo avuto nemmeno una pannocchia”, ha lamentato il capo di Stato. Dopo le dichiarazioni del presidente, sono arrivate le precisazioni dell’ambasciata americana in Guatemala che ha elencato gli aiuti. Tra cui un impegno di 2,4 milioni di dollari per il Paese da utilizzare “per mitigare la diffusione dell’epidemia Covid-19” attraverso l’assistenza clinica, i controlli di salute pubblica ai punti di ingresso alle frontiere e le forniture mediche. Tuttavia l’ambasciata non ha risposto alle accuse sui migranti contagiati espulsi dagli Usa.

Fonte: Articolo 22/05/2020 AGI

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La pandemia in Myanmar

In Myanmar, come purtroppo in tante altre regioni del mondo, l’emergenza pandemia si trova a dover drammaticamente convivere con la guerra o comunque, appunto, con sanguinosi e annosi conflitti interni. In questo senso la proposta della Giornata di preghiera del 14 maggio è stata immediatamente accolta dall’episcopato locale per chiedere a Dio di proteggere l’umanità dalla pandemia da coronavirus e porre fine al conflitto interno, come pure alle tante guerre che insanguinano il pianeta.

Alcuni giorni fa — come riferisce l’agenzia Fides — un civile è stato gravemente ferito a una gamba dall’esplosione di una mina nel villaggio di Han Gan, nella Ye Township dello Stato Mon. Si tratta dell’ennesimo episodio di una “guerra in sordina” che fa del Myanmar un Paese con un continuo conflitto a bassa intensità. Benché i combattimenti siano ora in corso soprattutto negli Stati Rakhine e Chin, i suoi effetti devastanti si fanno sentire un po’ ovunque. Agli inizi di maggio, tre organizzazioni separatiste che combattono contro il governo centrale di Yangon, hanno reiterato l’appello al cessate il fuoco, già reso noto agli inizi di aprile, con una “tregua unilaterale”, afferma un comunicato, che non esclude una risposta in caso di attacco.

La situazione di confusione, soprattutto negli Stati Mon e Rakhine rende difficile attribuire la responsabilità delle morti civili ai ribelli o ai soldati governativi. Il 20 aprile un autista dell’Organizzazione mondiale della sanità è stato ucciso mentre trasportava materiale medico; qualche giorno dopo un convoglio di aiuti del Programma alimentare mondiale, con riso e altri generi alimentari di base, è stato attaccato dai ribelli tra le città di Samee e Paletwa (Chin).

I combattimenti e le reciproche accuse non facilitano l’accesso degli operatori di organismi umanitari nelle aree di crisi, dove all’espansione del covid-19 si somma una carenza alimentare endemica, ora peggiorata dal virus. La semina del riso, per esempio — che rappresenta l’80 per cento della produzione birmana — inizia in genere a fine aprile con raccolti a settembre e ottobre, ma poiché i prestiti di governo e degli istituti di micro-finanza sono sospesi, molti agricoltori non sono in grado di procurarsi le necessarie sementi.

Dopo gli attacchi ai convogli Onu, le agenzie delle Nazioni Unite e diverse ong internazionali che operano in Myanmar hanno chiesto un immediato cessate-il-fuoco nell’area occidentale del Paese, ma il governo dello Stato Rakhine ha risposto vietando ai gruppi umanitari di creare campi per gli sfollati interni senza l’approvazione dell’esecutivo. Nel nord dello Stato almeno 160.000 persone sono sfollate a causa dei combattimenti tra esercito e ribelli.

Il 27 aprile scorso, la Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia (Fabc) aveva accolto la richiesta del Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, e rilanciata da Papa Francesco, per una tregua globale di fronte alla minaccia senza precedenti della pandemia. Alcuni giorni dopo un appello nella stessa direzione era stato siglato da diverse ambasciate straniere nella capitale Yangon.

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