Rassegna stampa | Progetto Continenti

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Il coronavirus nel “capitalismo dei disastri”

Naomi Klein spiega come i governi e le élite globali sfrutteranno la pandemia. Traduzione di Anna Clara Basilicò dell’articolo pubblicato in inglese su Reader supported News.

Il Coronavirus è ufficialmente una pandemia globale che ha contagiato, finora, 10 volte il numero di persone colpite da SARS. Scuole, università, musei e teatri stanno chiudendo in tutti gli Stati Uniti e presto potrebbero fare lo stesso intere città. Gli esperti avvertono che alcune persone, pur sospettando di essere affette da Covid-19, stanno continuando la loro routine quotidiana, sia perché non hanno accesso a misure sussidiarie di reddito, sia a causa del collasso sistemico del sistema sanitario privatizzato.

La maggior parte di noi non sa esattamente cosa fare o chi ascoltare. Il presidente Donald Trump ha contestato le raccomandazioni del Centro di Controllo e Prevenzione Sanitaria e questi segnali contraddittori hanno ridotto la finestra temporale entro cui agire per limitare i danni dell’epidemia.

Per i governi e le élite globali si tratta delle condizioni perfette per rendere effettivi quei programmi politici che, in circostanze diverse, se non fossimo tutti disorientati, incontrerebbero una durissima opposizione. Questa catena di eventi non è una prerogativa solamente della crisi provocata dal Coronavirus, è un progetto che la classe politica e i governi hanno perseguito per decenni e noto come “dottrina dello shock” secondo la categoria coniata dall’attivista e scrittrice Naomi Klein nel volume pubblicato nel 2007 [Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastrindt].

La storia è una cronaca di “shock” – gli shock della guerra, dei disastri naturali, delle crisi economiche – e delle loro conseguenze. Le ripercussioni si configurano nel cosiddetto “capitalismo dei disastri”, nelle “soluzioni” di libero mercato pianificate in risposta a crisi che sfruttano ed esasperano le disuguaglianze esistenti.

La Klein sostiene che stiamo già assistendo allo spettacolo del capitalismo dei disastri su scala nazionale. In risposta al Covid-19, Trump ha proposto un pacchetto di incentivi per 700 miliardi di dollari che includerebbero tagli sull’imposta sui salari (il che devasterebbe la previdenza sociale) e un sostegno alle imprese che registreranno un calo degli affari a causa della pandemia.

«Non lo stanno facendo perché credono sia il modo migliore per contenere il danno in tempo di pandemia – covano questo progetto da lungo tempo e ora hanno trovato un’opportunità per perseguirlo» sostiene la Klein.

Partiamo dalle basi. Cos’è il capitalismo dei disastri? Che rapporto ha con la dottrina dello shock?

Il modo in cui io intendo il capitalismo dei disastri è estremamente diretto: descrive il modo in cui l’industria privata si solleva per trarre profitto diretto da crisi su larga scala. Le speculazioni sulla catastrofe o sulla guerra non sono nulla di nuovo, ma sono seriamente cresciute sotto l’amministrazione Bush dopo l’11 settembre, quando il governo ha approvato questa sorta di crisi di sicurezza permanente, contemporaneamente privatizzandola e subappaltandola – tanto lo stato di sicurezza, privatizzata, interna quanto l’invasione e l’occupazione (anch’essa privatizzata) dell’Iraq e dell’Afghanistan.

La dottrina dello shock è la strategia politica dell’usare crisi su larga scala per far passare politiche che sistematicamente aumentano le disuguaglianze, arricchiscono le élite e tagliano fuori chiunque altro. Nei momenti di crisi, le persone tendono a concentrarsi sull’emergenza quotidiana del sopravvivere alla crisi, qualunque essa sia, e tendono a riporre fiducia eccessiva nel gruppo al potere. Distogliamo un po’ lo sguardo nei momenti di crisi.

Questa strategia politica da dove arriva? Come ricostruisci la sua storia nella politica statunitense?

La strategia della dottrina dello shock è una risposta al New Deal di Roosvelt. L’economista Milton Friedman riteneva che ogni cosa fosse andata per il verso sbagliato in America durante il New Deal: in risposta alla Grande Depressione e alle Dust Bowl [le tempeste di sabbia che colpirono gli USA e il Canada tra il 1931 e il 1939 provocando un terribile disastro ecologico, con conseguenze su centinaia di migliaia di persone, ndt], emerse un governo più marcatamente attivista, che assunse come obiettivo la risoluzione diretta della crisi economica attraverso la creazione di posti di lavoro statali e offrendo sussidi immediati.

Se sei un economista che sostiene strenuamente il libero mercato, capirai che quando i mercati crollano la situazione si presta a un cambiamento progressivo in maniera molto più organica rispetto a quando non facciano le politiche di deregulation funzionali alle multinazionali. Di conseguenza, la dottrina dello shock è stata sviluppata come un modo per prevenire la tendenza, durante le crisi, a dare spazio a momenti organici in cui le politiche progressiste potevano farsi strada. Le élite politiche ed economiche capiscono che i momenti di crisi rappresentano la loro occasione di far emergere la loro lista dei desideri di politiche – affatto popolari – in grado di polarizzare ulteriormente il benessere all’interno di questo Paese e in tutto il mondo.

Al momento stiamo fronteggiando più di una crisi contemporaneamente: una pandemia, la mancanza di infrastrutture per gestirla e il crollo del mercato azionario. Riesci a tracciare un profilo di come ciascuna di queste componenti si inserisce all’interno della cornice che hai tracciato nel volume Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri?

Lo shock è proprio il virus. Ed è stato gestito in modo da massimizzare la confusione e minimizzare la protezione. Non penso sia un complotto, è semplicemente il modo in cui il governo USA e Trump hanno gestito drammaticamente male la crisi. Trump finora ha trattato la cosa come se non fosse una crisi della salute pubblica, bensì come una crisi della percezione e un potenziale problema per la propria ri-elezione. È il peggior scenario possibile, soprattutto se lo si legge in relazione alla mancanza di un programma di health care nazionale e al terribile programma di tutela dei lavoratori. Questa combinazione di forze ha prodotto uno shock esponenziale, che verrà sfruttato per salvare le imprese al centro delle crisi più grave che stiamo affrontando, come quella ecologica e ambientale: l’industria dei trasporti aerei, il settore del fossile, l’industria crocieristica – l’obiettivo è di sostenerle tutte.

Come abbiamo assistito in passato a questo spettacolo?

In Shock economy ho parlato di come tutto ciò fosse accaduto dopo l’uragano Katrina. I centri di ricerca di Washington come l’Heritage Foundation se ne vennero fuori con una lista di soluzioni a favore del libero mercato. Possiamo essere certi che la stessa tipologia di riunioni stia avendo luogo in questo momento – in effetti, a presiedere la commissione su Katrina fu Mike Pence [attuale vicepresidente degli Stati Uniti, ndt]. Nel 2008, la stessa dinamica si è avuta con il salvataggio delle banche, quando gli stati hanno emesso questi assegni in bianco alle banche, che alla fine sono arrivati a un totale di migliaia di miliardi di dollari. Ma i costi reali della crisi hanno preso forma nell’austerity e nei successivi tagli ai servizi sociali. Di conseguenza non è solo quello che sta succedendo ora, ma il modo in cui la pagheranno giù in strada quando arriverà il conto per tutto questo.

Esiste qualcosa che le persone possono fare per limitare i danni del capitalismo dei disastri che già scorgiamo in risposta al Covid-19? Ci troviamo in una posizione migliore o peggiore rispetto a quella in cui versavamo durante l’uragano Katrina o durante l’ultima recessione globale?

Quando reagiamo a una crisi o regrediamo e ci disperdiamo o cresciamo e troviamo riserve di forza e compassione che non credevamo di possedere. Questo sarà uno di questi test. La ragione per cui nutro qualche speranza sul fatto che sceglieremo di evolverci è che – a differenza del 2008 – abbiamo una reale alternativa politica che sta proponendo una risposta diversa alla crisi, una risposta che attacca alle radici le cause della nostra vulnerabilità e che ha un movimento politico tanto più esteso a sostenerla.

Questo è quello che tutto il lavoro intorno al Green New Deal ha rappresentato: prepararsi a un momento come questo. Semplicemente, non possiamo perdere il nostro coraggio; dobbiamo combattere più forte di prima per una sanità pubblica universale, per l’assistenza universale all’infanzia, per i permessi per malattia pagati – è tutto strettamente legato.

Se i nostri governi e le élite globali sfrutteranno questa crisi per i loro fini, le persone cosa possono fare per prendersi cura gli uni degli altri?

«Io mi prenderò cura di me e di me stesso, possiamo avere la migliore assicurazione in circolazione, e se tu non ne hai accesso è probabilmente colpa tua, non è un problema mio»: è questo che questa specie di economia alla winners-take-all fa alle nostre menti. Quello che un momento di crisi come questo scopre è la nostra permeabilità reciproca. Stiamo vedendo in tempo reale come siamo, in realtà, molto più legati gli uni agli altri di come il nostro brutale sistema economico ci vorrebbe far credere.

Potremmo pensare di essere al sicuro, se abbiamo una buona assicurazione sanitaria, ma se le persone che preparano il nostro cibo, che lo consegnano o che impacchettano le nostre scatole non hanno accesso a nessuna assicurazione e non possono permettersi il test – e figurarsi se possono rimanere a casa dal lavoro, dato che non hanno i permessi per malattia pagati – nemmeno noi saremo al sicuro. Se non ci prendiamo cura gli uni degli altri, nessuno di noi può dirsi al sicuro. Siamo intrappolati.

Modi diversi di organizzare la società mostrano parti diverse di noi stessi. Se fai parte di un sistema che sai non prendersi cura delle persone e non redistribuire le risorse in maniera equa, allora la parte più egoistica di te verrà sollecitata. Serve essere consapevoli di questo e pensare al modo in cui, invece di accumulare e di pensare al modo in cui prenderti cura di te stesso e della tua famiglia, puoi fare perno sulla condivisione con i tuoi vicini e sull’attenzione alle persone più vulnerabili.

Fonte: Articolo di Global Project

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Il coronavirus in Africa

ROMA – Sul sito di Africa Affari – la rivista mensile sul continete africano, diretta da Massimo Zaurrini che ringraziamo – si fa il punto sulla situazione dei contaggi nelle 54 nazioni che lo compongono. L’ultimo numero del periodico ha come titolo di copertina “Le sabbie mobili del Sahel”.

In Etiopia, Ghana e Kenia i primi casi. Nessun nuovo Paese africano, ad oggi, è entrato nella lista degli Stati che hanno segnalato casi confermati di coronavirus Covid-19, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO). Nelle ultime 24 ore tuttavia è bene segnalare che alcuni nuovi governi africani, Etiopia, Ghana e Kenya, hanno annunciato i loro primi casi positivi, rispettivamente 2 e 1. Anche il Sudan avrebbe fatto sapere di aver registrato la prima morte da Covid-19. Si segnala infine l’incremento di casi in Egitto passato in 24 ore da 67 a 93 casi.

La quarantena obbligatoria in Mozambico. Rispetto alle misure di restrizione prese dai Paesi africani nei confronti dei passeggeri provenienti dai paesi maggiormente colpiti dal Covid-19, quindi anche degli italiani, si segnala la quarantena obbligatoria in Mozambico e la chiusura della concessione dei visti in Sudan. Si segnala, a chiunque avesse necessità di viaggiare da e verso un qualsiasi paese africano, che un numero sempre maggiore di compagnie aeree ha ridotto e/o sospeso le tratte verso l’Italia o bloccato i voli charter. Si invitano quindi tutti a verificare bene con i vari soggetti interessati tutte le tappe del proprio viaggio.

Dopo la dichiarazione di “pandemia”. E’ bene evidenziare che, nelle ultime ore, la Farnesina ha pubblicato il seguente avviso relativo a tutte le destinazioni nel mondo: “Ai sensi del DPCM 09/03/2020, sono da evitare tutti i viaggi e gli spostamenti per turismo all’estero come sul territorio nazionale. La dichiarazione dell’OMS con cui si classifica COVID-19 come “pandemia” sta comportando l’adozione di misure restrittive (sospensione del traffico aereo, divieto di ingresso, respingimento in frontiera, quarantena obbligatoria, accertamenti sanitari) da parte di tutti i Paesi del mondo, con scarso o nessun preavviso. SI RACCOMANDA DI EVITARE OGNI VIAGGIO/SPOSTAMENTO NON ESSENZIALE e non motivato da ragioni di lavoro, comprovato stato di necessità o motivi di salute”.

L’aggiornamento al 14 marzo 2020

MOZAMBICO.
Al fine di prevenire la diffusione del COVID-19, le autorità locali hanno disposto una quarantena domiciliare obbligatoria (con controlli periodici da parte delle Autorità sanitarie), per un periodo di 14 giorni, per tutti i passeggeri in arrivo da Paesi di trasmissione attiva del Coronavirus. Al momento, la decisione di riferisce all’Italia, alla Cina, alla Corea del Sud, alla Francia, alla Germania e all’Iran, ma l’elenco dei Paesi considerati di “trasmissione attiva” potrebbe estendersi. Coloro che dovessero presentare sintomi gravi (con infezioni respiratorie acute), dopo apposito controllo medico, saranno trasferiti in centri di isolamento. Le autorità locali possono rivedere questa misura, con scarso preavviso o estemporaneamente. Si raccomanda in ogni caso di continuare a monitorare questo sito web.

TUNISIA.
Le Autorità tunisine hanno rafforzato i controlli sanitari negli aeroporti, porti marittimi e in tutti gli altri punti di accesso al Paese. Le autorità tunisine hanno disposto la chiusura delle frontiere marittime passeggeri, la sospensione dei collegamenti aerei con l’Italia, la riduzione dei voli verso altri paesi europei (1 volo giornaliero per la Francia, 1 volo settimanale per Egitto, Spagna, Regno Unito e Germania) e annunciato misure restrittive all’interno del Paese (annullamento eventi pubblici, eventi sportivi a porte chiuse, chiusura scuole, bar, ristoranti) fino al 4 aprile 2020. Per tutti i viaggiatori in arrivo in Tunisia è obbligatoria la permanenza domiciliare fiduciaria per 14 giorni con sorveglianza attiva da parte del Ministero della Salute, l’utilizzo di dispositivi di protezione individuali e il divieto di viaggio nei 14 giorni dell’autoisolamento.

Le sanzioni per il mancato rispetto delle regole. Il mancato rispetto delle indicazioni delle autorità sanitarie circa la quarantena è passibile di sanzioni penali, dal pagamento di una multa di 120 dinari (circa 40 euro) ai sei mesi di reclusione. Per i casi sospetti è previsto l’isolamento sanitario e il trasferimento in strutture ospedaliere dedicate. Per segnalazioni di casi sospetti è a disposizione il numero 190; per informazioni il 80101919. Alla luce delle temporanee misure restrittive (tra cui l’autoisolamento per 14 giorni dall’arrivo in Tunisia) adottate dalle Autorità tunisine al fine di prevenire la diffusione del Coronavirus, in particolare nei confronti di coloro che provengono da aree a rischio, ivi inclusa l’Italia, si sconsigliano i viaggi turistici in Tunisia.

SUDAN. 
A seguito del verificarsi in Sudan del primo caso di decesso da COVID-19, le autorità locali hanno disposto ieri con effetto immediato la sospensione del rilascio di visti d’ingresso ai cittadini dei Paesi in cui maggiore è l’incidenza accertata del virus, tra cui l’Italia.

I CASI UFFICIALMENTE CONFERMATI
I casi seguenti sono quelli ufficialmente confermati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO) che ad oggi non ha ancora registrato i nuovi casi annunciati dai governi o dalla stampa di altri paesi come Ghana e Kenya, che ieri hanno fatto sapere di avere 2 casi e 1 caso, rispettivamente.
– Egitto 93
– Algeria 25
– Sudafrica 17
– Senegal 10
– Tunisia, Marocco 7
– Reunion 5
– Burkina Faso, Camerun, Nigeria 2
– Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Togo 1

MISURE RESTRITTIVE AI VIAGGI PER ITALIANI
Per maggiori dettagli si rimanda al sito viaggiaresicuri.it del Ministero degli Affari Esteri. Le misure di Contenimento, infatti, variano da paese a paese e vanno dalla semplice misurazione della temperatura all’arrivo a pratiche di autoisolamento etc..)
– Angola/ Divieto
– Algeria/ Contenimento
– Benin/Quarantena
– Botswana/ Contenimento
– Burundi – Quarantena
– Capo Verde – Contenimento
– Centrafrica Repubblica – Quarantena
– Ciad/ Quarantena
– Congo/Quarantena
– Costa d’Avorio/Contenimento
– Egitto/ Contenimento-Ricovero
– Eritrea/ Quarantena
– Etiopia/ Contenimento
– Gabon/ Contenimento-Divieto
– Gambia/ Contenimento
– Ghana – Contenimento-possibile Quarantena
– Gibuti/ Contenimento/ Quarantena
– Guinea Bissau/ Contenimento
– Guinea (Conakry)/ Quarantena
– Guinea Equatoriale/ Divieto
– Kenya/ Contenimento-Quarantena-rimpatrio
– Liberia/ Isolamento (14 giorni)
– Madagascar/ Divieto-respingimento
– Malawi/ Isolamento (14 giorni)
– Marocco/ Contenimento-Isolamento
– Mauritius/Divieto
– Mozambico/ Quarantena
– Niger/ Quarantena
– Nigeria/Contenimento-Quarantena
– Rwanda/ Controlli-Monitoraggio (con spese a carico)
– R.D. Congo/Contenimento-Quarantena
– Senegal/Contenimento-Quarantena
– Seychelles/ Divieto
– Sierra Leone/ Quarantena
– Sudafrica/ Contenimento
– Sudan/ sospensione Visti
– Sud Sudan/ Contenimento-Quarantena
– Tanzania/ Contenimento-Quarantena
– Tunisia/ Contenimento-Isolamento
– Uganda/ Quarantena
– Zambia/ Contenimento-Quarantena
– Zimbabwe/ Contenimento

Fonti: Articolo de La Repubblica, 14 marzo, foto di Africa Rivista

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In Guatemala i vescovi hanno speranza nel cambiamento

“Nonostante le delusioni del passato e lo scetticismo che esse hanno provocato nella popolazione, la speranza del cambiamento riemerge sempre”. Lo scrivono i vescovi della Conferenza episcopale guatemalteca nel messaggio diffuso al termine della propria assemblea plenaria, venerdì scorso, e firmato dal presidente dell’organismo, confermato durante l’assemblea, mons. Gonzalo de Villa y Vásquez, vescovo di Sololá-Chimaltenango, e dal neoeletto segretario generale, mons. Antonio Calderón Cruz, vescovo di Jutiapa. Nelle loro parole, i vescovi si riferiscono al recente insediamento delle nuove autorità in seguito alle elezioni generali, a cominciare dal presidente della Repubblica, Alejandro Giammattei. “Tutti speriamo – proseguono i vescovi riferendosi ai nuovi rappresentanti delle istituzioni – che la loro priorità sia il bene comune e che si rompa la continuità con le pratiche politiche nefaste legate alla corruzione e all’assenza dello Stato in ambiti che sono invece primariamente di sua responsabilità”. L’auspicio, inoltre, è che “la priorità sia quella di promuovere una società inclusiva, con opportunità per tutti, che dia impulso allo sviluppo umano integrale della popolazione e che eviti ondate di migranti forzati a fuggire dalla povertà”.
Proprio per quanto riguarda il tema dei migranti, con riferimento soprattutto alle carovane che hanno attraversato e attraversano il Paese, i vescovi guatemaltechi ringraziano coloro che “con la loro solidarietà hanno aiutato ad alleviare le loro sofferenze” e ricordano che è “improrogabile la necessità di creare possibilità di sviluppo e di lavoro ai molti giovani che rappresentano una grande ricchezza per il nostro Paese”.
Infine, tra i vari temi di attualità affrontati, nel messaggio si legge: “È urgente che il processo elettorale dei magistrati della Corte suprema di giustizia e della Corte d’appello, nonché del Tribunale elettorale supremo, rientri nel quadro della legge, delle competenze e non dei favoritismi”.

Fonte: Agensir

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In Guatemala è stata uccisa una donna indigena che difendeva i diritti umani

Dominga Ramos, 53 anni, difensore dei diritti della comunità Maya, madre e nonna, moglie di Don Miguel Ixcal, principale difensore del Comitato per lo sviluppo rurale del CODECA / MLP, è stata assassinata a casa sua il 5 marzo, alle ore 5:30 del pomeriggio, alla presenza della nuora e dei nipoti, nella comunità di Las Delicias, comune di Santo Domingo, Suchitepéquez, 180 km a sud-est di Città del Guatemala.

“Era un uomo con il cappello capovolto, aveva un tatuaggio verde sul braccio. È venuto qui a camminare e ha chiesto la signora Minga … Mia suocera si è alzata dall’amaca, ha aperto la porta, ha parlato con il delinquente … Questo le ha detto: “Questo ordine è per te!”. Mentre prendeva la pistola dalla vita e ha sparato più volte contro mia suocera … È caduta a terra … ho cercato di nascondermi dietro i tavoli … “.

Questa è la testimonianza di Judith Raquel, nuora della signora Dominga, che uscì per incontrare l’assassino, e alla cui presenza sua suocera fu colpita con 8 proiettili nella sua umile casa. Dominga Ramos era un avvocato che organizzava la resistenza per la nazionalizzazione dell’energia elettrica.

A seguito delle spese eccessive e arbitrarie fatte dalla società di distribuzione di energia ENERGUATE, gli utenti di questo servizio, alcuni anni fa, in diversi dipartimenti del paese, hanno organizzato la resistenza chiedendo la nazionalizzazione di tale servizio. La signora Dominga era un difensore attivo nella resistenza.

Sebbene il motivo del suo omicidio non sia noto con certezza, è noto che Dominga Ramos aveva organizzato la resistenza della sua comunità ed era un membro attivo del Comitato per lo sviluppo contadino (CODECA) e dell Movimento per la liberazione dei popoli (MLP), i cui acronimi sono ancora dipinti all’ingresso della sua casa annunciando la candidatura al sindaco di Miguel Ixcal, suo marito, nel 2019.

Per diversi anni, la famiglia di Dominga Ramos e Ella furono organizzate e attive nelle campagne elettorali. Infine, nel 2018, insieme al resto delle comunità in resistenza del paese, sono riusciti a costituire il Movimento per la liberazione dei popoli (MLP) e nelle ultime elezioni generali del 2019 hanno raggiunto il quarto posto a livello nazionale e, in secondo luogo, a livello comunale con la candidatura di Miguel Ixcal. Attualmente Ixcal è consigliere politico dell’unico deputato della MLP, Vicenta Jerónimo, al Congresso della Repubblica.

Il marito della signora Dominga è anche il capo centrale del movimento del Comitato per lo sviluppo agricolo del CODECA, un membro del Comitato politico di questa organizzazione a livello nazionale.

Se CODECA era già una “pietra nella scarpa” per la libera egemonia del sistema neoliberale e del colonialismo americano in Guatemala, con il suo braccio politico (MLP) è diventata una vera minaccia sociopolitica di fronte all’oligarchia transnazionale in Guatemala. L’ultimo atto del MLP è stato quello di smascherare, attraverso il suo unico deputato al Congresso, il “banchetto neoliberista” tra i deputati pagati con le tasse degli impoveriti. Ciò ha infastidito troppo i ricchi del paese.

La “accusa”, annunciata alla signora Dominga dal suo assassino, è un messaggio che cerca di “spaventare”, “riaddomesticare” la media ribellione socio-politica delle comunità in resistenza articolata nel movimento CODECA / MLP per riaffermare l’esercizio del potere fattuale nella “fattoria del Guatemala”.

Il destinatario dell’avvertimento ​​non è solo il difensore / consigliere Miguel Ixcal che sale  offerte dai sondaggi ed intende apportare modifiche strutturali dal Municipio di Santo Domingo.

L’assassino di Dominga Ramos è un avvertimento a tutti i difensori dei diritti organizzati o meno in resistenza, utilizzando il “veicolo familiare più sensibile”: l’omicidio della madre, di fronte ai loro cari. Degli ultimi 17 omicidi di difensori del CODECA, questa è la prima volta che usano una madre per “trasmettere” il messaggio letale.

Sebbene l’assassinio  ​​sia stata eseguito da un sicario sconosciuto, i mittenti sono agenti del sistema neoliberale coloniale che sono oggi molto  a disagio con l’emergere di movimenti sociopolitici che nutrono di speranze il paese.

Il 5 marzo, alle 5:30 del mattino, mentre i nemici dei diritti umani degli impoveriti hanno eseguito l’assassinio di Dominga Ramos, lo Stato del Guatemala ha dichiarato la “dichiarazione di stato di calamità” contro il #Coronavirus che non ha ancora raggiunto Guatemala. È la dura e triste realtà della missione dei difensori dei diritti in un paese senza diritti e con privilegi per pochi.

Fonte: blog di Sergio Scorza (https://sergioscorzasite.wordpress.com)

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Addio a padre Ernesto Cardenal

Padre Ernesto Cardenal è morto a Managua il 1 marzo 2020. Ne ha dato notizia la poetessa Gioconda Belli.
“Ti scrivo per avvertirti che Ernesto Cardenal, il nostro grande poeta, è appena morto all’età di 95 anni, dopo una vita di dedizione alla poesia e alla lotta per la libertà e la giustizia”. Gioconda ha aggiunto che il poeta sarà sepolto a Solentiname il prossimo giovedì o venerdì e ha invitato il popolo nicaraguense a una messa nella Cattedrale di Managua, lunedì 2 marzo.

Il poeta nicaraguense era nato a Granada nel 1925 e divenne noto con l’opera “Il corno piumato” ed anche per il suo ruolo nella rivoluzione sandinista e nel successivo governo. Il 4 marzo 1983, Papa Giovanni Paolo II lo aveva censurato per aver fatto parte del primo governo Ortega.

Esattamente un anno fa però Papa Francesco aveva annullato quelle ingiuste sanzioni canoniche concedendo con benevolenza lo scioglimento di tutte le censure dopo 35 anni durante i quali era stato sospeso dall’esercizio del ministero a causa della sua militanza politica. Papa Bergoglio ha accolto la richiesta, presentata dall’interessato, di essere riammesso all’esercizio del ministero sacerdotale. “Rivendico di essere stato sacerdote, poeta e rivoluzionario”, ha affermato Cardenal in una delle sue ultime uscite pubbliche.

Ernesto Cardenal è stato ministro della Cultura e della Pubblica istruzione negli anni Ottanta, subito dopo la rivoluzione sandinista, in occasione della prima presidenza di Daniel Ortega. In quella veste accolse Giovanni Paolo II all’aeroporto di Managua e venne dal Papa pubblicamente rimproverato e invitato a mettersi in regola con le norme canoniche che proibiscono l’impegno politico ai sacerdoti.

Tuttavia la scelta di Ernesto Cardenal appare più che giustificata nelle circostanze drammatiche di un paese che cercava di imboccare la via della giustizia sociale dopo una dittatura come quella di Somoza che aveva acuito la distanza tra ricchi e poveri, consolidando il ruolo dell’oligarchia che in Nicaragua (come praticamente in tutta l’America Latina con la sola eccezione di Cuba) continua a detenere le chiavi dell’economia e che ancora oggi esprime e controlla i vescovi locali.

Una situazione per molti versi simile a quella che sta attraversando il Venezuela, paese che Ernesto Cardenal ha conosciuto molto bene e sul quale ha scritto pagine da rileggere.

L’analisi del padre Ernesto Cardenal sull’educazione in Venezuela

“Fuori non si sa che in Venezuela si sta completando una campagna d’alfabetizzazione e che presto l’analfabetismo sarà a tasso zero. L’ educazione ora si fa anche in lingue indigene, che sono 38, e si fanno pubblicazioni in queste lingue. La lingua ufficiale ormai non è solo lo spagnolo, ma lo sono anche le lingue indigene. Ci sono tre indigeni/e nell’assemblea nazionale (parlamento) e fino a poco fa un’indigena era ministra dell’Ambiente e Risorse Naturali”, ha scritto il grande poeta e teologo (della Liberazione)

In effetti in Venezuela l’educazione è diventata di massa. “L’educazione – sono ancora le parole di padre Cardenal – ha reintegrato milioni di persone che prima ne erano escluse. I programmi di educazione cominciano dai bambini di un anno”. Le scuole bolivariane, in cui non si paga nulla, sono per i bambini che prima non potevano pagare l’iscrizione a una scuola. Si tratta di scuole di educazione integrale, con pranzo e merenda, e con cultura e sport oltre agli insegnamenti dell’educazione di base. E soprattutto non si tratta di scuole separate dalla comunità”.

Fonte: Faro di Roma

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Il “giorno del ricordo” etiope

l 19-20 e 21 febbraio 1937, furono massacrati più di 30.000 cittadini etiopi, quasi tutti civili, anziani, donne, bambini e mendicanti.

La data del 19 febbraio per il  popolo, quello etiopico il “Giorno della Memoria” per ricordare le atrocità terribili  commesse  durante il periodo dell’aggressione e poi dell’occupazione – fra il 1935 ed il 1941 – da parte dell’Italia fascista. Una giornata che è stata assunta a simbolo di tutti quegli anni in cui gli etiopi dovettero subire sofferenze, sacrifici e lutti indimenticabili.

30 mila almeno furono le vittime in soli tre giorni come rappresaglia per l’attentato compiuto contro il viceré Rodolfo Graziani ed altri gerarchi del suo seguito nella città di Addis Abeba.

Una giornata dunque tragica, che oltre ad essere ricordata in Etiopia, viene celebrata nelle maggiori città del mondo dove sono presenti e vivono numerosi cittadini della diaspora etiopica.

GABRIELLA GHERMANDI è una musicista e scrittrice di origine etiope

Fonte: articolo e foto di Controradio del 19/02/2020

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Padova capitale europea del volontariato

Padova eletta Capitale europea del volontariato 2020

L’annuncio è arrivato proprio il 5 dicembre. È la prima città italiana ad ottenere questo riconoscimento. Il presidente del Csv Emanuele Alecci: “C’è un’Italia che vince, ed è l’Italia del volontariato”

“Padova mostra esempi specifici e multipli di come sostenere e incoraggiare i volontari di diversi gruppi e settori, – si legge nelle motivazioni della scelta – oltre ad un’ampia varietà di organizzazioni di volontariato. Ha un’attenzione particolare – si legge ancora – a come contribuire all’inclusione sociale e al benessere delle persone vulnerabili attraverso il volontariato”. Tra le ragioni che hanno colpito la giuria è stata anche citata la possibilità data ai richiedenti asilo di fare volontariato, in base ad uno specifico accordo che comprende anche la formazione, nonché il grande sostegno organizzativo al Corpo europeo di solidarietà attraverso l’ufficio Progetto giovani. La giuria ha poi sottolineato il ruolo chiave svolto dal Csv locale nell’attuazione di progetti di volontariato e nel supporto ai volontari sotto vari punti di vista.

Dopo Barcellona, Lisbona, Londra e Sligo, Aarhus e Kosice (scelta per il 2019) Padova è anche la prima città italiana ad ottenere questo riconoscimento; una candidatura sostenuta dall’amministrazione comunale, ma proposta e preparata dal Centro di servizio per il volontariato provinciale, il cui presidente Emanuele Alecci, ha detto: “C’è una Italia che vince, ed è l’Italia del volontariato. Il percorso che abbiamo fatto da marzo ad oggi è stato molto intenso e bello per le relazioni che sono nate o si sono rinforzate. Da qui prosegue il “laboratorio” Padova e sono sicuro che sarà un entusiasmante cammino verso il 2020, con un’apertura a livello veneto, italiano ed europeo”.

Oltre alle già note iniziative di impegno civile nate qui e diventate patrimonio nazionale, quali Civitas, Banca Etica, Fondazione Zancan, Beati costruttori di Pace, oggi, con 6.400 realtà del terzo settore censite e 280mila volontari, Padova è ancora punta di diamante del volontariato italiano, una realtà che saprà ben governare il ruolo di Capitale europea nel 2020.

“Che si vinca o che si perda Padova e il suo volontariato sono cambiati. Viviamo questa opportunità come strumento per rinnovarci” aveva detto lo stesso Alecci a Vita il 16 novembre scorso. Ora ci sono tutte le carte in regola per affrontare questa sfida.

Il concorso per la Capitale europea del volontariato è stato lanciato dal Cev nel 2013, con l’obiettivo di celebrare e promuovere il volontariato e l’impatto dei volontari a livello locale, dando riconoscimento alle municipalità che lo sostengono e lo rafforzano, favorendo le collaborazioni fra i Centri di servizio europei e le stesse organizzazioni.

Quella che ha decretato Padova come vincitrice del concorso è una giuria internazionale di personalità chiave legate al volontariato, che rappresentano la società civile, il settore privato, profit, nonché le istituzioni dell’UE. Questi i componenti: Cristina Rigman, Presidente Cev; Cristian Pîrvulescu, Comitato economico e sociale europeo; Jacob Bundsgaard, sindaco di Aarhus, capitale europea del volontariato 2018; Kieran McCarthy, Comitato delle regioni; Mary Ann Hennessey, Consiglio d’Europa; Michaela Sojdrova, Parlamento europeo; Paula Guimarães, Banca Montepio, Rete europea del volontariato dei dipendenti (EVEN); Szilvia Kalman, Commissione europea.

Fonte: CSV net

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Abbandono e immobilità della cooperazione allo sviluppo in Italia

Le rappresentanze delle reti di organizzazioni non governative e della società civile CINI, AOI e LINK 2007 lanciano l’allarme rispetto allo stato di abbandono e immobilità politiche in cui versa il settore

Nella settimana in cui il Governo discute l’elenco delle priorità per il seguito della Legislatura, le rappresentanze delle reti di organizzazioni non governative e della società civile CINIAOI e LINK 2007 lanciano l’allarme rispetto allo stato di abbandono e immobilità in cui versa il settore della cooperazione allo sviluppo.

«Ci auguriamo che il Governo colga questa occasione per dare nuovo impulso e significato politico ad un settore chiave per l’articolazione delle relazioni e dei partenariati internazionali del nostro Paese: un settore che ha urgentissimo bisogno di strategia, orizzonti, risorse e progettualità», affermano Raffaele Salinari, Paola Crestani, Silvia Stilli a nome delle tre reti.

A cinque anni dall’approvazione della Legge n. 125 del 2014, che si impegnava a rilanciare la cooperazione allo sviluppo italiana con un sistema moderno, al passo con i tempi e con le tante sfide presenti e future, tanti impegni restano solo sulla carta.

Manca innanzitutto un interlocutore politico, dal momento che la delega alla Cooperazione internazionale, dopo mesi di attese, non è ancora stata assegnata ad un Viceministro, come prescrive la legge 125, presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Manca anche una programmazione triennale che delinei la visione strategica, gli obiettivi di azione e i criteri di intervento della cooperazione italiana: il documento approntato per il triennio 2019-21, infatti, non è mai divenuto operativo, non avendo mai acquisito il parere del Parlamento, né l’approvazione dal Comitato interministeriale per la cooperazione allo sviluppo e del Consiglio dei Ministri, così come previsto dalla legge.

Da due anni non viene nemmeno riconvocato il Consiglio Nazionale della Cooperazione allo sviluppo, strumento permanente di partecipazione, consultazione e proposta, indispensabile per la produzione dei pareri del mondo non governativo. Il modello “multistakeholder” di cui lo scorso anno il Governo si è fatto vanto a Parigi, nel corso dell’esame periodico a cui viene sottoposta la cooperazione italiana da parte dell’OCSE-DAC, nonostante sia previsto dalla legge, rimane sostanzialmente inattuato.

Ancora, e non certamente secondarie, le risorse: a seguito dei deludenti risultati portati dal Disegno di Legge di Bilancio 2020-2022, il rapporto fra Aiuto Pubblico allo Sviluppo e ricchezza nazionale, secondo i dati OCSE-DAC, regredisce dallo 0,30% del 2017 allo 0,25% del 2018, ad anni luce di distanza dall’obiettivo dello 0,70% del PIL da raggiungere entro il 2030.

Anche l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo non versa in buone condizioni: innovazione introdotta dalla L.125/2014, l’Agenzia rimane oggi – dopo quattro anni di operatività – ancora priva delle risorse finanziarie ed umane sufficienti a farla funzionare a regime, anche a causa del mancato avvio degli indispensabili concorsi pubblici.

Inoltre, non ci sono date certe per l’indizione del bando per progetti di cooperazione delle organizzazioni della società civile, già saltato nel 2019.

Infine, alla luce dell’integrazione delle competenze del commercio estero all’interno del MAECI, manca un confronto serio per l’implementazione di un meccanismo efficace di verifica e di attuazione della coerenza delle politiche, tra i pilastri più cruciali dell’Agenda 2030.

AOI, CINI e LINK2007 ricordano che la cooperazione internazionale è “parte integrante e qualificante della politica estera dell’Italia” (art. 1 della L.125/2014), nonché uno strumento ineludibile per affrontare le sfide del nostro tempo, dai cambiamenti climatici alla tutela dei diritti, dalle migrazioni alle diseguaglianze crescenti, dalla stabilità alla pace.

«Ci appelliamo al Governo perché utilizzi l’occasione della definizione dell’Agenda 2023 per dare un forte segnale di discontinuità rispetto alla grave situazione di stallo e di disimpegno istituzionale nel settore», concludono Raffaele Salinari (portavoce del CINI), Silvia Stilli (portavoce di AOI) e Paola Crestani (presidente di Link 2007).

Fonte: Articolo di Vita.it del 12/02/2020
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Quando una società è civile? Se solidale e…

Una società è civile se solidale e compassionevole

«Una società merita la qualifica di “civile” se sviluppa gli anticorpi contro la cultura dello scarto; se riconosce il valore intangibile della vita umana; se la solidarietà è fattivamente praticata e salvaguardata come fondamento della convivenza». Lo ha detto il 30 gennaio papa Francesco ai partecipanti all’assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, riunita per riflettere sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita. Il Pontefice ha spiegato che la dottrina cristiana non è un sistema rigido e chiuso in sé, è una realtà dinamica che, rimanendo fedele al suo fondamento, si rinnova di generazione in generazione e si compendia in un volto, in un corpo e in un nome: Gesù Cristo Risorto. In questo contesto – ha sottolineato – «la fede ci spalanca al prossimo e ai suoi bisogni, da quelli più piccoli fino ai più grandi». «La trasmissione della fede – ha aggiunto – esige che si tenga conto del suo destinatario, che lo si conosca e lo si ami fattivamente». Un amore ed una attenzione al malato in cui la compassione scrive la “grammatica” del farsi carico e del prendersi cura della persona sofferente. L’esempio del Buon Samaritano – ha detto il Papa – insegna che è necessario convertire lo sguardo del cuore, con compassione: «Senza la compassione chi guarda non rimane implicato in ciò che osserva e passa oltre; invece chi ha il cuore compassionevole viene toccato e coinvolto, si ferma e se ne prende cura». Il Pontefice ha invitato a creare attorno al malato una vera e propria piattaforma umana di relazioni che, mentre favoriscono la cura medica, aprano alla speranza, specialmente in quelle situazioni-limite in cui il male fisico si accompagna allo sconforto emotivo e all’angoscia spirituale. A tale proposito ha ribadito che «l’approccio relazionale − e non meramente clinico − con il malato, considerato nella unicità e integralità della sua persona, impone il dovere di non abbandonare mai nessuno in presenza di mali inguaribili». «La vita umana – ha affermato – conserva tutto il suo valore e tutta la sua dignità in qualsiasi condizione, anche di precarietà e fragilità, e come tale è sempre degna della massima considerazione». Un esempio di come comportarsi di fronte a malati inguaribili è Santa Teresa di Calcutta, che ha vissuto lo stile della prossimità e della condivisione, preservando, fino alla fine, il riconoscimento e il rispetto della dignità umana, e rendendo più umano il morire. Ha scritto Madre Teresa: «Chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno, non è vissuto invano». A tale riguardo, il Papa ha indicato il tanto bene che fanno gli hospice per le cure palliative, dove i malati terminali vengono accompagnati con un qualificato sostegno medico, psicologico e spirituale, perché possano vivere con dignità la fase finale della loro vita terrena, confortati dalla vicinanza delle persone care. Ed ha auspicato che tali centri continuino ad essere «luoghi nei quali si pratichi con impegno la “terapia della dignità”, alimentando così l’amore e il rispetto per la vita». Papa Francesco ha concluso congratulandosi per la recente pubblicazione del documento elaborato dalla Pontificia Commissione Biblica circa i temi fondamentali dell’antropologia biblica. «Con esso – ha sostenuto – si approfondisce una visione globale del progetto divino, iniziato con la creazione e che trova il suo compimento in Cristo, l’Uomo nuovo, il quale costituisce la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana».

Fonte: Articolo di Antonio Gaspari, Orbisphera

Foto: vatican news

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L’ETIOPIA SOGNA UNA FLOTTA MILITARE

L’Etiopia è lo stato più popolato al mondo a non avere una flotta navale, dismessa negli anni Novanta. Ad aprile 2018, il premier Abiy Ahmed annuncia di voler dar vita a una nuova marina etiope, generando rumors e indiscrezioni. Le ultime arrivano da un settimanale locale, The Capital, e riportano un’ipotetica strutturazione di questa nuova branca delle forze armate etiopi, su cui ha già messo gli occhi la Francia di Emmanuel Macron. Il processo di creazione di una vera e propria Marina richiederebbe risorse finanziarie e umane ingenti e costanti nel tempo, ma avrebbe delle implicazioni geopolitiche molto rilevanti.

Imperial Ethiopian Navy

Nel 1950, In seguito alla Seconda guerra Mondiale, le Nazioni Unite decidono di federare l’Eritrea, ex colonia italiana, con la monarchia etiope. L’Eritrea diviene così il naturale, e unico, sbocco marittimo per l’Etiopia, grazie ai suoi porti, in particolare Assab e Massawa. È proprio qui che nel 1955, per volontà dell’ultimo imperatore etiope Hailé Selassié, è fondata La Marina Imperiale Etiope, che entrerà effettivamente in azione come servizio indipendente, e non come branca delle forze armate, nel 1958. In questi tre anni i futuri membri della Marina, seguono diverse tipologie di addestramenti intensivi.

Grazie alle capacità diplomatiche di Hailé Selassié, l’Etiopia può avvalersi del supporto di trainer della Royal Navy britannica, della Marina norvegese e di quella italiana. Sono create tre basi navali (Massawa, Assab, Isole Dahalak) e un centro di reclutamento e addestramento ad Asmara. I primi mezzi sono forniti, invece, dagli Stati Uniti d’America, con cui l’Etiopia è schierata durante la guerra fredda. Nel 1974 l’imperatore Hailé Selassié è brutalmente ucciso ed è instaurata una dittatura genocidiaria nota come Derg. Alla guida di questo regime c’è Menghistu Hailé Mariàm, il quale impone un cambio di sponda nell’ambito delle relazioni politiche, orientando l’Etiopia, ed anche le operazioni navali, in funzione filo sovietica. La guerra civile porrà fine al Derg nel 1991 e, contestualmente, alla Marina etiope, per impossibilità di operare a causa della nuova indipendenza raggiunta dall’Eritrea – che diverrà ufficiale solamente nel 1993. Da questo momento in poi l’Etiopia è uno stato landlocked, senza uno sbocco sul mare, senza una flotta navale e senza una marina.

Stando a quanto riporta il settimanale etiope, il premier Abiy Ahmed, in un incontro svoltosi in ottobre con il presidente gibutino Ismail Omar Guelleh, avrebbe avviato le trattative per la creazione di una base navale a Djibouti. I rapporti tra i due Stati sono ottimi: dalle due strade asfaltate e dalla linea ferroviaria che collegano l’Etiopia a Djibouti, passa il 95% dell’import/export etiope. L’Etiopia negli ultimi anni ha accelerato il processo di espansione economica nel Corno d’Africa, anche grazie all’acquisizione di diversi stalli in porti somali e sudanesi, ma non ha una flotta in grado di proteggere le proprie navi. Di contro, stati come Kenya e Somalia hanno vasti territori costieri, ma non la potenza per creare una forza navale in grado di render indipendente il Corno d’Africa dalla massiccia presenza straniera.

Sembra si sia già inserita in questo progetto la Francia. Nel corso di una visita nello scorso marzo, Emmanuel Macron ha espresso il notevole interesse francese per la cooperazione con l’Etiopia in questo senso e le prime indiscrezioni parlano di un aiuto di circa 100 milioni di euro. Un’abile mossa, conveniente soprattutto alla Francia, già presente nell’area con una base militare a Djibouti e interessata a contrastare l’espansione economica e militare della Cina nella regione. È probabile che altre potenze coinvolte, come gli Emirati Arabi Uniti, la stessa Cina e gli Stati Uniti non se ne staranno a guardare, con l’Italia che continua a essere un grande punto interrogativo.

Creare da zero una Marina militare, con la sua flotta e i suoi apparati non è impresa semplice, soprattutto per uno Stato che non ha un naturale sbocco sul mare ed è soggetto a una forte instabilità politica. Garantire il costante afflusso di risorse e uomini per rifondare la Marina etiope potrebbe essere la più importante riforma, ed anche forma di propaganda, di Abiy Ahmed. Intanto a Mexico Square, ad Addis Abeba, sembra aver aperto un ufficio temporaneo per i primi arruolamenti. Dopo oltre un quarto di secolo l’Etiopia tenta il ritorno in mare.

Fonte: Foto e articolo di Inside over, 4/12/2019

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