Novità | Progetto Continenti - Part 2

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Giornata mondiale del rifugiato, nel mondo 70 milioni di persone fuggono da guerra e violenze

Foto di Asianews.it

SETTANTA milioni: tante sono le persone che oggi nel mondo sono costrette a fuggire dai propri Paesi in cerca di condizioni di vita accettabili, il numero più alto mai registrato nella storia moderna. Di queste, oltre 25 milioni sono rifugiati e più della metà minori (dati UNHCR). Persone che scappano da bombardamenti, invasioni militari, violenze, gruppi armati e altri pericoli indicibili, alle quali una qualunque società civile ha il dovere di fornire una risposta più umana. “Per l’ennesima volta, un triste record è stato superato – spiega Giulia Capitani, policy advisor su migrazione e asilo di Oxfam Italia – Ma dietro questi numeri ci sono storie drammatiche, fatte di viaggi lunghissimi e molto pericolosi, durante i quali subiscono spesso torture e abusi indicibili, come i tanti che arrivano ancora oggi in Libia”.

I dati. Secondo i dati dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati, la Turchia continua a essere il Paese che ospita il maggior numero di persone (da 2,9 milioni all’inizio del 2017 a 3,7 milioni alla fine del 2018) e tra le prime dieci nazioni che accolgono ce n’è una sola europea, la Germania. I dieci Paesi col più altro numero di profughi – tra cui quattro tra i meno sviluppati: Uganda, Sudan, Etiopia e Bangladesh – hanno ospitato complessivamente oltre 13 milioni di rifugiati, cifra pari al 64% di tutti quelli sotto il mandato UNHCR.

La situazione in Italia. Parallelamente, in Italia, l’impatto degli sbarchi e delle richieste di asilo si sta riducendo, e se al 31 dicembre del 2017 sul nostro territorio risultavano 184mila migranti (il dato più elevato degli ultimi anni), a fine maggio di quest’anno le presenze sono scese a 113mila. Secondo elaborazioni ISMU su dati Ministero dell’Interno e UNHCR, il calo delle presenze nelle strutture di accoglienza si è riscontrato già a partire dal 2018.

“Gli Stati hanno il diritto di gestire la migrazione attraverso i propri confini, ma hanno anche la responsabilità di ridurre al minimo la sofferenza umana. Non possiamo più tollerare politiche che causano consapevolmente sofferenze e non dobbiamo credere a chi sostiene che cercare protezione sia un atto criminale o che aiutare chi ha bisogno sia sbagliato”, precisa Claudia Lodesani, presidente di Medici Senza Frontiere

Persone, non pedine.Per questo, per ricordare che chi fugge non è una pedina ma una persona in cerca di dignità, il 20 giugno si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Rifugiato,promossa con la risoluzione 55/76 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per prevenire e risolvere i conflitti e contribuire alla pace e alla sicurezza di queste vite provate. Il documento è stato approvato il 4 dicembre 2000 in occasione del 50° anniversario della Convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati e da allora in tutto il mondo la data è celebrata con eventi di sensibilizzazione di ogni tipo.

Le iniziative. In particolare, la Comunità di Sant’Egidio invita tutti a partecipare alla veglia “Morire di Speranza”, organizzata insieme ad altre associazioni impegnate nell’accoglienza e nell’integrazione nella basilica di Santa Maria in Trastevere. Le oltre 38 mila persone morte dal 1988 in poi nel Mediterraneo o lungo altre rotte verranno ricordate anche con la campagna “Io accolgo” (#ioaccolgo), che chiede di appendere ai balconi la coperta termica ormai simbolo di sensibilizzazione, e a Roma, a Villa Ada, con il concerto gratuito di Nada copromosso con l’Unhcr.

Ci sarà anche spazio per lo sport – ormai sempre più sinonimo di inclusione – con “Io ci sono”, la partita di calcio solidale organizzata dalla Fondazione Mondo Digitale per sostenere i valori dell’integrazione e dell’accoglienza. Nei campi di cinque città – Milano, Roma, Bari, Reggio Calabria e Palermo – ospiti dei centri di accoglienza, studenti, volontari e operatori delle associazioni del terzo settore si sfideranno, giocando anche in quartieri periferici, multietnici e in tutte quelle aree dove trovare un punto di incontro è davvero difficile, ma non impossibile.

Articolo di SARA FICOCELLI, Repubblica del 20/06/2019.

Foto di Africa24.It
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Rafforzare in Etiopia il cantiere EurAfricano

Foto di Francesco Luise.

Di ritorno da una impegnativa missione in Etiopia, con una delegazione di alto livello del Comitato economico e sociale europeo (Cese), le immagini e i contenuti si accavallano in un turbinio di emozioni e di convinzioni, che potrei riassumere così: in un mondo dove gli autocrati sembrano guadagnare terreno, ecco un Paese che va nella direzione opposta e potrebbe rivendicare il titolo di ‘buona notizia dell’anno’ e il possibile leone del Rinascimento africano.

Abitata da cento milioni di persone e situata nel Corno d’Africa, l’Etiopia ha una popolazione che per il 70% ha meno di 30 anni, destinata a raddoppiare entro il 2050. È tra gli ultimi 20 Stati nella scala dell’indice di sviluppo umano dell’Onu, con il 5% della popolazione mondiale in stato di povertà assoluta, ed è anche il secondo Paese al mondo per numero di rifugiati accolti (920mila), oltre 3,2 milioni di profughi interni (il più alto del mondo) lungo le linee degli scontri tra i diversi gruppi etnici, oltre 300mila rimpatri forzati nell’ultimo anno di etiopi emigrati illegalmente per lo più in Arabia Saudita, via Yemen.

Eppure è un paese con una crescita economica impressionante, oltre il 10% annuo, un processo di democratizzazione senza eguali nel continente in un periodo così breve. Il nuovo primo ministro, Abiy Ahmed, 42 anni, eletto lo scorso aprile 2018, ha cominciato liberando centinaia di prigionieri politici e giornalisti detenuti, e per la prima volta negli ultimi 15 anni non ce n’è più nemmeno uno in prigione. Una rondine non fa primavera, certo, ma si tratta comunque di un buon indicatore dello stato delle liberà in una nazione, a cui hanno fatto seguito una riforma importante per la libertà dei media, leggi sulla società civile, l’istituzione di una nuova Commissione elettorale nazionale, affidata a una ex leader di un partito di opposizione, più volte incarcerata in passato e oggi incaricata di preparare il sistema per la elezioni del 2020. All’inizio del 2018 l’Etiopia sembrava dover sprofondare in una guerra civile generalizzata.

Alla fine ha prevalso Abiy Ahmed, che ha scelto di puntare sui giovani e sulle donne etiopi, instaurando la parità nel governo e dando alle donne, oltre alla Presidenza della Repubblica e della Commissione elettorale, moltissimi portafogli chiave, dal Ministero della Pace (che controlla rifugiati, profughi interni, polizia e servizi di sicurezza) al Ministero del Commercio, sino alla guida dell’azienda che promuove i parchi industriali e così via. Infine, ha voluto e firmato la pace con l’Eritrea, dopo trent’anni di guerra e ostilità devastanti.

E oggi cerca di assicurare parte della missione militare africana in Somalia e s’impegna per favorire una soluzione pacifica per il Sud Sudan. Facendo saltare diversi chiavistelli in una società che è rimasta a lungo chiusa nello schema feudale del regime imperiale di Hailé Selassie, poi modificatosi in un regime marxista militare tra i più chiusi ed ortodossi, questo governo si è inevitabilmente fatto molti nemici, soprattutto all’interno della vecchia guardia del potere e di molte strutture regionali e provinciali. Abiy Ahmed sembra comunque riuscire a mantenere la rotta, promettendo di smantellare lo statalismo dell’economia etiope per far sviluppare l’imprenditoria e attirare investimenti dall’estero, la volontà di aderire all’Omc entro il prossimo anno, come anche di costruire un vero mercato regionale e favorire la nuove prospettiva di un vero mercato interno africano.

Contemporaneamente, sta per varare una significativa riforma sociale e del lavoro, che prevede tra l’altro l’istituzione del salario minimo. Mentre è stato tra i primi a implementare il Global Compaq sull’immigrazione, con la nuova legge sui rifugiati, che consente loro di inserirsi nella vita sociale ed economica e nel mercato del lavoro, come ogni cittadino etiope. L’obiettivo finale è la creazione di posti di lavoro in un Paese che ha una domanda di almeno 10 milioni di posti di lavoro annui, salari nei pur nuovi parchi industriali che oscillano tra i 30 e i 50 dollari al mese, tra i più bassi del mondo ma comunque di tre volte superiori ai salari pagati nel sistema delle imprese locali. Il primo ministro, ex militare che ha studiato informatica e filosofia, ha un padre musulmano e una madre cristiana.

Ha energia da vendere, molta attenzione intorno a lui, in primis dell’Unione Europea che sta facendo un enorme investimento politico e anche economico su questo Paese, per motivi geostrategici e di stabilizzazione regionale. Ma anche attenzione economica dei nuovi investitori cinesi, sudcoreani, indiani, pachistani e taiwanesi, che vedono nel paese un hub a basso prezzo per produrre beni per i Paesi ricchi. E infine gode di un discreto credito da parte di investitori privati, che pure chiedono più fatti nel settore delle regole valutarie e nel settore bancario, ancora molto chiuso, di Ong internazionali e nazionali, come anche di tutte le principali agenzie multilaterali, dall’Onu e dalla sia costellazione di Comitati e Commissariati alla Banca Mondiale, dall’Unione Africana all’Ilo.

Nonostante i suoi limiti e il rischio di regressione, l’Etiopia è oggi un Paese che definisce i profughi ‘ospiti benvenuti’’, che cerca alleati e amici, soprattutto in Europa, che non rinuncia al suo legittimo orgoglio di grande nazione e che vuole un futuro di pace e progresso per il suo popolo e per l’Africa. È una grande scommessa, complessa ma possibile, che merita essere seguita, incoraggiata e sostenuta. Anche per tutte le forze vive dell’economia, dell’impresa, del lavoro, dell’agricoltura, delle organizzazioni umanitarie e della società civile e anche della cultura. Si può fare. L’Etiopia, con la sua energia vitale, può diventare il vero perno della strategia dell’Europa di una nuova ‘Alleanza per il progresso’. EurAfrica o AfricarEUnaissance sono oggi possibili. Non lasciamo cadere questa grande opportunità, per tutti.

Presidente del Cese

Articolo di Luca Jahier, uscito mercoledì 12 giugno 2019 su Avvenire.it

Foto Anci Toscana
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Cooperazione decentrata: quelle relazioni feconde che meriterebbero più risorse

Foto di Anci Toscana.

Foto: Anci Toscana.

ROMA – Il Comune di Foligno ha ricevuto un finanziamento di quasi mezzo milione di euro per un progetto di rafforzamento dell’economia locale sostenibile in Bolivia, nei comuni di Tiquipaya e Sacaba. Il Comune di Comacchio, in provincia di Ferrara, ne ha ricevuti 300mila per un progetto di sviluppo inclusivo nel settore turistico a Betlemme, in Palestina. La Regione Piemonte sta conducendo in Burkina Faso un vasto progetto di imprenditoria giovanile, chiamato Giovani al Centro, in partnership con la Regione Toscana e con una serie di Comuni. E così via, a totalizzare nel 2017 ben 53 iniziative per un finanziamento di quasi sette milioni di euro. La cooperazione decentrata, quella gestita dagli enti locali, in realtà è meno di una Cenerentola dell’aiuto pubblico allo sviluppo: non arriva all’1% della spesa governativa totale, che sempre nel 2017 ha superato infatti il miliardo di euro. Meriterebbe di più? Probabilmente sì, perché attiva le energie delle comunità locali, non solo nei Paesi beneficiari dell’aiuto ma anche in Italia, e le mette in relazione, favorendo la conoscenza reciproca e l’integrazione dei migranti. Cosa che non avviene nella cooperazione di Stato.

Metà dei fondi va per obbligo agli organismi internazionali. Un’occhiata ai numeri ci fa capire molte cose. Nel 2018 l’Italia ha speso poco più di un miliardo di euro in aiuto allo sviluppo; di questi, però, oltre la metà sono destinati obbligatoriamente all’Europa attraverso il Fondo europeo di sviluppo  agli organismi internazionali (come la Banca Mondiale) e quindi sfuggono al controllo dell’Italia; solo l’altra metà (scarsa) è sotto il controllo del  governo italiano, che opera attraverso L’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo AICS. E’ l’Agenzia che finanzia i progetti di cooperazione decentrata. I sette milioni di euro impiegati nel 2017 sono quindi meno del 2% del bilancio complessivo dell’Agenzia. In futuro questa cifra potrebbe aumentare: infatti il documento triennale di programmazione del Governo riconosce esplicitamente un ruolo importante ai progetti degli enti locali, che hanno la caratteristica di  “da un lato, essere motore di sviluppo di realtà “omologhe” nei paesi partner e, dall’altro, promuovere il rafforzamento della consapevolezza e della responsabilità delle nostre comunità nazionali”.

La Regione Piemonte ha avviato in Burkina Faso un progetto di vasta portata, Giovani al Centro, in rete con l’Università di Torino, con sei municipi del Piemonte e con varie organizzazioni non profit. La partenza è stata ritardata di diversi mesi a causa della situazione difficile nel Paese africano, tormentato da conflitti sparsi dopo la fine della dittatura di Compaoré nel 2014. I ricercatori italiani infatti hanno dovuto annullare la missione di indagine che doveva aprire le attività, per motivi di sicurezza, ma la Regione ce l’ha fatta a portare avanti comunque il progetto, appoggiandosi a ricercatori locali.  L’indagine darà il quadro dell’offerta di servizi per l’impiego, sia pubblici che privati, e dei bisogni di servizi da parte della popolazione di quel territorio, soprattutto giovani. Successivamente i vari attori del progetto formuleranno la proposta di potenziamento e riorganizzazione dei centri per l’impiego e dei corsi di formazione professionale.

“A volte le iniziative di cooperazione allo sviluppo sono comunicate al pubblico in forme che alimentano il rifiuto degli immigrati” dice Giorgio Garelli, responsabile degli affari internazionali presso la Regione Piemonte.  Le ong ad esempio fanno spesso leva su un meccanismo di delega: se tu cittadino mi dai risorse, io aiuterò i Paesi in via di sviluppo a uscire dalla povertà. Il cittadino a questo punto può ritenersi in diritto di rifiutare il migrante, visto che ‘ha già dato’. Invece la cooperazione svolta direttamente dalla comunità locale stabilisce legami di solidarietà e riconoscimento reciproco, che possono far accettare più facilmente i migranti in Italia”.

Il progetto Eco.Com per le associazioni boliviane di produttori agricoli. La cittadina umbra è capofila di un progetto in partnership con i comuni boliviani di Tiquipaya e Sacaba e in Italia ha coinvolto otto Comuni umbri. I destinatari principali del progetto sono le associazioni dei produttori agricoli boliviani, in totale oltre 300 piccoli produttori. Foligno ha costituito un fondo di incentivo e ha selezionato attraverso un bando le proposte imprenditoriali più interessanti e capaci di promuovere un’economia comunitaria e inclusiva. Sono state selezionate proposte in molti settori, tra cui: coltivazione di fragole, allevamento di cuyes (porcellini d’India), produzione di essenza di eucalipto, artigianato tessile, centro educativo per persone con disabilità che producono cioccolatini e bigiotteria.

Il progetto fa leva sulla capacità delle amministrazioni locali in Bolivia di offrire alla comunità servizi utili a favorire lo sviluppo, se aiutate con risorse economiche e organizzative. E’ fondamentale infatti che siano le amministrazioni locali a relazionarsi con la società civile locale, condividendo con i loro omologhi italiani buone pratiche e iniziative di successo. “Un aspetto particolarmente interessante del progetto è lo scambio di esperienze e competenze tra noi amministratori in Italia e i nostri colleghi boliviani” spiega l’assessore Cristina Grassilli. E non è certo a senso unico: ad esempio, sull’economia comunitaria la Bolivia ha una legislazione molto avanzata”.

L’albergo diffuso a Betlemme. Comacchio in provincia di Ferrara ha scelto di sostenere lo sviluppo turistico a Betlemme e Beit Sahour attraverso l’albergo diffuso. Il progetto è nato dal basso e coinvolge cooperative sociali, associazioni, piccoli comuni e scuole sia in Italia che in Palestina. “Abbiamo emesso un bando per le famiglie locali che desiderano ospitare turisti nelle loro case, secondo un modello che sta avendo molto successo in tutto il mondo, la condivisione di spazi” racconta il coordinatore Roberto Cantagalli, dirigente comunale alla Cultura. “Nel centro storico di Betlemme ci sono edifici antichi, bellissimi, a rischio di abbandono. Entro luglio sceglieremo 7-8 alloggi che ristruttureremo a spese del progetto, rispettando le architetture tradizionali, ma in modo da adeguarli alle esigenze del turismo internazionale. L’obiettivo è incrementare il reddito delle famiglie, con un’attenzione speciale alle persone in difficoltà, ad esempio vedove o persone con disabilità. La parte commerciale e di comunicazione sarà affidata a una guest house locale, che aiuteremo con consulenza e formazione specialistica”.

Articolo di Ida Cappiello, La Repubblica  del 06/06/2019.

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Cambogia, il governo vieta il lavoro dei bambini nelle fornaci

Foto: “Terre sotto vento”.

PHNOM PENH (AsiaNews) – Il ministero cambogiano del Lavoro e della formazione professionale sollecita tutti i dipartimenti competenti ad utilizzare il Codice penale, per perseguire i proprietari delle fornaci che ricorrono al lavoro minorile. Lo riferisce l’agenzia Asianews. Il proprietario di una struttura nella provincia sudorientale di Kandal, in cui una bambina di nove anni ha perso il braccio, sarà tra i primi a rispondere di accuse penali.
Con la nuova direttiva del 5 giugno scorso, i proprietari delle fabbriche di mattoni che impiegano minori rischiano la reclusione. Adesso negli impianti di produzione sono obbligatori cartelli grandi e chiaramente visibili che istruiscono i minori a non entrare nelle strutture; anche il solo accesso di bambini implica accuse penali per i proprietari che non vigilano. L’uso della schiavitù per pagare i debiti – in quanto violazione della libertà dei lavoratori – è  rigorosamente proibito. I padroni dei forni devono provvedere ad una sistemazione gli impiegati e le loro famiglie che vivono lontano dal luogo di lavoro; gli alloggi devo essere circondati da recinti.La morte di un ragazzino di 9 anni nel marzo scorso. Le disposizioni del ministero seguono il grave incidente verificatosi lo scorso 9 marzo nel comune di Preah Prasap (distretto di Khsach Kandal). Chheng Srey Pheak, nove anni, è rimasta vittima di un incidente sul lavoro: il suo braccio è rimasto incastrato in un macchinario. Le gravi ferite riportate dalla bambina hanno portato all’amputazione del braccio. Sia il direttore provinciale del Dipartimento del lavoro che la polizia locale affermano che la ragazza aiutava i genitori e non era costretta a lavorare in fabbrica.
Come in tutte le società in via di sviluppo, in Cambogia “il lavoro minorile è un fenomeno piuttosto diffuso”, dice padre Luca Bolelli, sacerdote del  Pontificio istituto missioni estere(Pime). Padre Bolelli svolge la sua opera missionaria in Cambogia da quasi 12 anni; da circa 10 è parroco del villaggio di Kdol Leu, nella provincia nordorientale di Kompong Cham. “Nell’immaginario culturale prosegue padre Bolelli – non desta scandalo che un bambino lavori, soprattutto nei contesti di maggiore povertà. Io servo una comunità che vive in un contesto rurale, dove è normale che i bambini aiutino le famiglie nelle fornaci o nei campi. Questo è dovuto in parte al senso del dovere, dell’obbedienza e del sacrificio, che la cultura locale impone ai figli”.

I timidi passi avanti sui diritti per l’infanzia. La giovane società cambogiana attraversa un momento critico: negli ultimi anni, la crescita economica ha proiettato il Paese verso la modernità. “Riscontro timidi passi in avanti sul fonte dei diritti dell’infanzia, ma a mio avviso, disposizioni come quelle del ministero sono più che altro imposte dagli standard internazionali di organizzazioni come l’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico)”, afferma il missionario. “Grazie all’importanza che il Vangelo riconosce alla dignità umana – conclude Bolelli – le comunità cristiane sono impegnate in una preziosa opera di sensibilizzazione. Nelle scuole, sin dall’asilo, ai bambini è rivolta una particolare attenzione; anche a livello liturgico, cerchiamo di coinvolgere i più piccoli nelle attività religiose, per valorizzare la loro esperienza di fede. È necessario contrastare l’idea che chi non produce è inutile per la società”.

Articolo di “La Repubblica” dell’ 11/05/2019

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A Torino proiettato il documentario “The power of passport” sulla situazione delle donne indigene migranti del Guatemala

I colori che dividono, che discriminano, che regolano le classi sociali, storicamente sono quelli della pelle. Poi ce ne sono altri in cui si intingono pezzi di carta. Anche loro fanno la differenza. Vale per le banconote e per i passaporti. Classificano, penalizzano ed emarginano a seconda del paese in cui vengono emessi. Il potere di circolazione di un passaporto dipende anche dal suo colore. Lo sanno bene i migranti. Di immigrazione al femminile ha scelto di occuparsi Simona Carnino, giornalista e documentarista, con il suo nuovo documentario “The power of passport”, proiettato al Festival CinemaAmbientee prodotto in collaborazione con M.A.I.S ong e il contributo finanziario dell’Unione Europea, attraverso il Consorzio delle Ong piemontesi. Lo ha fatto popolandolo di donne: Maria, Petrona, Isabel e Sabina. Donne indigene della regione Ixil, nel nord-ovest del Guatemala dove vivono i sopravvissuti al genocidio, l’ultimo tra il 1982 e il 1983, della comunità Maya.
Ci sono passaporti che consentono di circolare liberamente. Quello statunitense apre le porte di 165 paesi. E altri che opprimono come catene o che rimbalzano davanti ai muri. Uno tra questi è quello guatemalteco. Il suo potere è pressoché nullo. Una sorta di condanna, in un paese devastato da un trentennio di guerra civile e dallo strapotere delle multinazionali. La storia delle protagoniste di “The power of passport” inizia qui. In una regione dove la natura è generosa, ma lo Stato assente. Fuggono dalla povertà, da un destino che le vorrebbe annientare. Il loro è un tentativo di ribellione, di sovversione e di riscatto che mal si concilia con la realtà. Di fatto, un viaggio dal Guatemala agli Stati Uniti mediamente costa tra i 500 e i 1000 dollari per chi ha un visto. Chi non ce l’ha, lo paga tra i 12mila e i 15milla. La differenza tra i primi e i secondi la fa il conto in banca. Paradossalmente, chi è più ricco viaggia più comodo e paga meno. Tutti gli altri si affidano alla “rete”. Quella dei coyotes, i trafficanti, che gli assicurano in 15 giorni o al massimo un mese di raggiungere gli Stati Uniti. Offrono un pacchetto di tre tentativi, da compiere in parte in camion e in parte a piedi. Una volta a destinazione, sempre che la raggiunga, il migrante dovrà risarcire il coyote dando a parte il 10% del totale all’usuraio. Tra il Guatemala e gli Stati Uniti c’è il Messico. Qui transitano più di 400mila persone all’anno. Il volto dell’immigrazione centroamericana è cambiato notevolmente.  Il 50,1% dei migranti latinoamericani è composto da donne e minori di età inferiore ai 5 anni. Sono esposti a violenze sessuali, traffico di organi, sequestri e tratta. Sopravvivere è difficile, per questo negli ultimi anni i migranti viaggiano in carovane. Negli Stati Uniti li attendono un muro, la detenzione e la deportazione. “The power of passport” ha la capacità di raccontare con delicatezza tutto ciò nei dettagli, per bocca di donne che tessono un mondo femminile coraggioso e oltraggiato.

Articolo di MARIA CRISTINA FRADDOSIO,La Repubblica 03/05/2019

Foto di Volontariatointernazionale.org

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Fondi alla cooperazione: nel 2030 previsto lo 0,7% del Pil

Credit: cdp.itFoto di: Europuglia

Cooperazione internazionale a due velocità. Una più lenta e una che, stando alle indicazioni fornite da esponenti di primo piano del governo Conte, dovrebbe registrare un’accelerazione, in quanto settore destinato ad acquisire un ruolo sempre più rilevante, anche come strumento di stabilizzazione in aree caratterizzate da emergenze umanitarie.

A fornire l’occasione per fare il punto sulle prospettive di questo settore è stata “Exco2019”, la prima fiera rivolta alla cooperazione internazionale, ideata e organizzata da Fiera di Roma, assieme a Diplomacy e Sustainaway, che si è aperta mercoledì e oggi chiude i battenti. Il bilancio finale registra 6mila partecipanti, 450 relatori di 45 paesi, 60 workshop.

La vice ministra Del Re: braccio operativo determinante per la politica estera
Da una parte, dopo anni di crescita, la frenata, nel 2018, quando sono diminuiti i fondi pubblici: 4,2 miliardi, pari allo 0,24% del Pil (l’Italia è comunque il quarto donatore tra i paesi del G7). Dall’altra la convinzione, espressa dalla persona che nel governo giallo verde segue da vicino il dossier, ovvero la vice ministra degli Esteri Emanuela Del Re, che si «debba immaginare una strategia diversa per poter tornare in carreggiata. La cooperazione allo sviluppo è il braccio operativo più importante della politica estera italiana».

La «road map» dei finanziamenti pubblici verso il 2030
L’obiettivo, confermato anche dal ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, è aumentare gli stanziamenti già a partire dal prossimo Def, in un percorso graduale che dovrebbe condurre ad alzare l’asticella dei finanziamenti pubblici in questo settore fino a raggiungere lo 0,3% del Pil nel 2020 e lo O,7 nel 2030, come previsto dagli obiettivi dell’Agenda 2030.

Piccinetti (Fiera Roma): incontro tra due mondi, profit e no profit
La cooperazione internazionale può garantire occasioni concrete di crescita per le aziende e il sistema italiano che vi ruota attorno è chiamato a compiere, una volta per tutte, quel cambio di passo. Le fiere sono un’occasione di incontro. «Creano sviluppo e ricchezza – ricorda Pietro Piccinetti, amministratore unico Fiera Roma -. Il sistema fieristico è un’economia silenziosa: produce 190 miliardi di Pil a livello mondiale. L’Africa ha un potenziale enorme di sviluppo. Da qui è nata l’idea di puntare su questo continente. Roma è la terza città con sedi Onu al mondo. Abbiamo la Fao, l’Ifad e il World food programmme. Deve essere – sottolinea Piccinetti – cooperazione sostenibile e condivisa. Gli operatori del settore si sono incontrati. Abbiamo unito il mondo profit con il non profit. La cooperazione deve essere “profit oriented”. Roma – conclude – è diventata capitale del Mediterraneo sul piano della cooperazione. La prossima sarà edizione dal 13 al 15 maggio dell’anno prossimo».

Focus sull’Africa
In uno scenario di coooperazione internazionale sempre più rilevante (e determinante), l’Africa ha un ruolo di primo piano: in questo continente l’Italia è il primo paese europeo per investimenti, con un totale di 20 progetti per complessivi 4 miliardi di dollari nel solo 2016 e, a livello mondiale, si posiziona al quarto posto dopo Cina, Emirati Arabi Uniti e Marocco. All’appuntamento che si è tenuto presso la Nuova fiera di Roma hanno partecipato numerose delegazioni dei rappresentanti delle istituzioni e dei responsabili degli investimenti sui progetti strategici di sviluppo come ministeri, associazioni, camere di commercio, banche, agenzie del Continente africano. In particolare, sono stati invitati i rappresentanti di: Burkina Faso, Eritrea, Etiopia, Ghana, Guinea, Guinea Equatoriale, Liberia, Libia, Marocco, Mozambico, Niger, Rwanda, Senegal, Somalia, Sud Africa, Sudan, Togo, Uganda, Zambia e Zimbabwe.

Libia in prima fila
Se l’Africa ha la priorità, la Libia è in prima fila. In considerazione della situazione di crisi che sta caratterizzando l’area di Tripoli, Del Re ha deciso di intensificare l’intervento nel paese, destinando un milione di euro all’Organizzazione mondiale della sanità e al Comitato internazionale della Croce Rossa. un ulteriore passo, dopo la sottoscrizione, lo scorso settembre, di un accordo tra l’agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) e la Commissione europea, che ha messo a disposizione di 24 municipalità libiche 50 milioni euro per rispondere ai bisogni primari della popolazione civile, come sanità, educazione, acqua, energia e piccole infrastrutture.

Porte aperte ai contributi dei privati
Nella partita della cooperazione le aziende sono chiamate a un ruolo di primo piano. Del Re ricorda che «il settore privato nella cooperazione è assolutamente fondamentale, ed è diventato un attore assolutamente desiderato e ben voluto, tanto che noi ci stiamo impegnando come Farnesina in progetti per cercare di fare in modo che le imprese abbiano tutte le informazioni e la formazione necessarie per poter entrare nel settore della cooperazione internazionale». Tra le iniziative sviluppate nell’ambito della fiera, quella che si è tenuta nella giornata di chiusura, quando 27 progetti di cooperazione internazionale “orfani”, ovvero privi delle risorse necessarie, sono stati battuti a una insolita asta, la prima in Italia, che ha visto a confronto cooperanti e aziende, potenziali soggetti interessati a dare una “paternità” alle stesse iniziative.

Ridolfi (Fao): potenziale di crescita enorme per l’Italia 
«I segnali che abbiamo raccolto da questa fiera – afferma Roberto Ridolfi, vice direttore generale aggiunto Fao per il supporto ai programmi e per la cooperazione tecnica – è che l’Italia ha un potenziale di crescita enorme, senza gravare troppo sui contribuenti. L’aiuto allo sviluppo, che tradizionalmente si è basato sui contributi dei governi ad altri governi adesso, con l’interessamento e il coinvolgimento del settore privato, fa delineare delle opportunità. Ad oggi il settore privato percepisce ancora troppo alto il rischio di andare a investire nei paesi africani. Dobbiamo fare in modo di ridurre questa percezione. Ho vissuto 15 anni in Africa. E posso dire con sicurezza che i timori sono molto esagerati. La mancanza di dati e di indici non favoriscono questo flusso di investimenti. Questi devono basarsi su un approccio che guarda alla sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Le azioni e gli incentivi delle banche di sviluppo – continua Ridolfi – devono avere il requisito della sostenibilità».

Il programma Ue da 68 milioni di cooperazione transfrontaliera
Un contributo può arrivare dall’Europa. L’Italia per la sua collocazione geografica ha un ruolo di primo piano nell’ambito del programma Ue di cooperazione transfrontaliera, con un budget di 68 milioni di euro. Il programma ENI CBC MED 2014-2020 finanzia progetti di sviluppo nel bacino del Mediterraneo. Il focus è su piccole e medie imprese, trasferimento tecnologico e innovazione, inclusione sociale e cambiamenti climatici.

Il fondo europeo per mobilitare investimenti privati
Non solo. Nel 2017 la Commissione europea ha istituito il Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile (EFSD), come strumento di attuazione del Piano europeo per gli investimenti privati in Paesi fuori dall’Ue (EIP), in particolare nei Paesi africani e in quelli confinanti con l’Unione Europea. A partire da 3,35 miliardi di euro, già stanziati, il Fondo intende mobilitare investimenti privati fino a 44 miliardi di euro, in questo modo si concretizza un piano di interventi che consegua quanto indicato da Agenda 2030. La fiera della cooperazione internazione che si è chiusa oggi a Roma è stata l’occasione per presentare i progetti, le buone pratiche per raggiungerli messe in atto dalle Ong e altre storie di successo in tale ambito.

Fonte: articolo di Andrea Carli de “Il sole 24 ore” del 17/05/2019.

Credit: CDP.it

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Il Terzo settore è sotto attacco

Ieri in un’intervista ad “Avvenire” il j’accuse di Stefano Zamagni: «l’obiettivo non dichiarato è quello di mettere sotto tutela gli enti del terzo settore. Si sta togliendo l’erba sotto i piedi a un intero mondo, senza avere il coraggio di metterlo al bando».

Segnatevi questa parola: aporofobia. «È una parola greca, vuol dire disprezzo del povero» spiega Stefano Zamagni, una vita spesa nello studio, nel racconto e nella testimonianza dell’economia civile. Un pezzo di storia del mondo del non profit, del Terzo settore e della cooperazione che guarda all’attuale fase storica, in Italia e non solo, con gli occhi dell’accademico e del nonno, oltreché del cattolico da sempre impegnato nella società civile.

«Non si era mai visto un conflitto del genere, si tratta di una novità ignota alle epoche precedenti» ammette quando gli si chiede conto della stagione che stiamo attraversando, dell’odio riversato sugli ultimi e della palese insofferenza nei confronti di chi, dal basso, prova a trovare soluzioni a misura d’uomo alla povertà, alle migrazioni, alla domanda di futuro dei più fragili.

«Attenzione, l’aporofobia non è un sentimento che nasce, come accadeva una volta, ai piani alti della società. Non siamo di fronte allo scontro classico tra chi sta molto bene e chi sta male. La guerra sociale oggi è stata scatenata dai penultimi nei confronti degli ultimi, perché le élite e i ricchi non hanno nulla da temere dalle politiche redistributive di cui parlano i governi. Da noi, in Italia e nell’Occidente, semmai è la classe media ad essere tornata indietro».

Per Zamagni, il disegno che sta prendendo forma è chiaro: è quello di una società civile che si vuole sempre più schiacciata tra le forze dello Stato e del mercato, nel nostro Paese, «è l’obiettivo non dichiarato di mettere sotto tutela gli enti del terzo settore», in termini sia di fondi da utilizzare (sempre di meno) che di progetti da realizzare. «Per questo – spiega – è necessario che i cattolici, a cui è legato in termini ideali il 70% delle organizzazioni attualmente presenti nella società civile e nel volontariato, non si tirino più indietro, si assumano le loro responsabilità e comincino a fare massa critica per poter incidere sulle scelte che davvero contano».

Professor Zamagni, il mondo della solidarietà in Italia è sotto schiaffo. Perché?
Perché è diventato scomodo. Finché metteva delle pezze a un sistema che tutto sommato funzionava, andava benissimo e non dava fastidio a nessuno. Poi abbiamo assistito a una crescita endogena fortissima, dal basso, che ha dimostrato come a parità di risorse, questo settore possa moltiplicare ricchezza e capitale umano. A partire dagli anni Sessanta, questo mondo ha mostrato capacità di volare. È stato allora che il mondo della politica ha avuto paura.

Non è prima un problema culturale, piuttosto che politico?
Certo. Il popolo italiano è sempre stato conosciuto nel mondo per la sua capacità di entrare in sintonia con il prossimo, per la sua com-passione nei confronti degli ultimi. Ora invece si stanno diffondendo disprezzo e derisione: quando questo si insinua anche nelle scuole, poi ci vuole tanto tempo per correggere atteggiamenti sbagliati.

Quali sono gli aspetti di questa deriva che più la preoccupano?
Si sta togliendo l’erba sotto i piedi a un intero mondo, senza avere il coraggio di metterlo al bando. Ai tempi del fascismo, il problema non esisteva perché il terzo settore non c’era… ma si bruciavano lo stesso le sedi di chi era scomodo… Ora però non possiamo commettere l’errore storico di stare alla finestra e non denunciare quanto sta succedendo. Sarebbe come commettere un peccato di omissione. Concretamente: abbiamo assistito al balletto di inizio anno sull’Ires per il non profit, siamo ancora in attesa di una dozzina di decreti attuativi sulla riforma del terzo settore, il cui Consiglio nazionale è stato convocato per la prima volta settimana scorsa dal giugno 2018, quando per legge dovrebbe essere convocato invece ogni tre mesi. Di fatto, i fondi pubblici per il sociale vengono sottratti al terzo settore per essere poi reindirizzati allo Stato, mentre tra i provvedimenti che aspetta il mondo della cooperazione ci sono importanti strumenti di finanza sociale, dalle obbligazioni ai prestiti. È tutto fermo.

Forse negli anni è mancata un po’ di autocritica da parte del terzo settore, che ha peccato di autoreferenzialità e non ha saputo individuare per tempo casi di malagestione.
Proprio questo è il problema. Servirebbe un Civil Compact in sede europea, un progetto sull’economia civile che guardi ai prossimi decenni, mettendo alla berlina chi ha sbagliato in questi anni. Da quando è nata un’intellighenzia del terzo settore, ripeto, la classe dirigente ha avuto paura che le si potesse sottrarre potere progressivamente. Il punto è che, essendosi spostato il conflitto tra classi sociali, il modello di ordine del passato non può più durare a lungo e le forze politiche attuali non sanno indicare la strada per trovare nuovi equilibri. Non abbiamo gli attrezzi giusti per affrontare questa nuova fase storica.

Fonte: Vita.it (articolo di Diego Motta del 28/04/2019 ed immagine della Parrocchia di Santa Croce)

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Nicaraguensi in esilio per la grave situazione socio-politica nel paese

A un anno dall’inizio della crisi politica e sociale che ha colpito il Nicaragua, sarebbero 62.000 le persone fuggite nei Paesi confinanti, e la stragrande maggioranza di queste, circa 55.500 persone, cerca rifugio in Costa Rica. Molti – in un flusso che perlopiù è costituito da rifugiati – hanno dovuto attraversare le frontiere irregolarmente per evitare di essere scoperti, spesso camminando per ore lungo terreni accidentati ed esposti alla forte calura, all’umidità e al rischio di contrarre la malaria. Inizialmente il flusso era costituito principalmente da adulti, ma ora fuggono oltre confine anche famiglie, a volte con figli piccoli.

Secondo l’Autorità per le Migrazioni della Costa Rica, a marzo 2019 erano circa 29.500 i nicaraguensi che avevano formalmente presentato domanda d’asilo. Ma con le strutture di accoglienza messe a dura prova, ve ne sono altri 26.000 in attesa di vedere le proprie domande formalizzate. Fra i richiedenti asilo vi sono studenti, ex funzionari pubblici, esponenti politici di opposizione, giornalisti, medici, attivisti per i diritti umani e agricoltori. In numeri significativi necessitano di cure mediche, supporto psicosociale, alloggio e assistenza alimentare. Sia l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) sia la Commissione Interamericana dei Diritti Umani (IACHR) hanno espresso preoccupazione per l’aggravarsi della situazione in Nicaragua a partire da aprile 2018, denunciando gravi violazioni dei diritti umani perpetrate nei confronti di quanti hanno preso parte alle proteste contro il governo e di quanti li hanno sostenuti.

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sottolinea gli sforzi compiuti dalla Costa Rica per facilitare alle persone in fuga l’ingresso sul proprio territorio e l’accesso alla procedura d’asilo. “Sforzi che sono ancora più ammirevoli considerata la pressione notevole a cui sono soggetti il sistema d’asilo e le comunità locali”, si legge in un documento diffuso dall’UNHCR, che sta sostenendo il governo al fine di rafforzare le capacità di accoglienza e di ridurre i tempi necessari per prendere in carico i casi dei nuovi arrivati. Sono stati messi a disposizione 30 ulteriori esperti per la determinazione dello status di rifugiato (case adjudicators), nonché uffici, corsi di formazione e attrezzature per incrementare la capacità dell’Unità Rifugiati del governo, sia nella capitale San José sia nella sede di Upala, vicino al confine, aperta a dicembre 2018.

L’UNHCR ha inoltre sostenuto il dispiegamento del personale dei suoi partner lungo il confine e a San José per facilitare l’implementazione di una risposta efficace e coordinata con le autorità statali. L’accesso all’istruzione primaria è garantito a tutti i bambini in Costa Rica, indipendentemente dal loro status giuridico: l’UNHCR ha sostenuto le scuole primarie situate lungo il confine settentrionale che hanno accolto alunni nicaraguensi, mettendo a disposizione banchi, sedie e articoli di cancelleria. Senza una soluzione politica alla crisi in Nicaragua, è probabile che le persone continueranno a fuggire.

È necessario raccogliere fondi con urgenza per rafforzare la risposta umanitaria dell’UNHCR volta a consentire ai richiedenti asilo che ne hanno estremo bisogno di accedere agli aiuti, invece di dover ricorrere a lavori informali per pagarsi affitto e alimenti a prezzi fuori dalla loro portata. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, insieme ad altre agenzie delle Nazioni Unite, sta sviluppando un piano di risposta umanitaria inter-agenzie al fine di sostenere il governo nel soddisfare le esigenze immediate di richiedenti asilo e comunità di accoglienza in condizioni di crescente vulnerabilità.

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Il calo dell’aiuto della cooperazione italiana allo sviluppo

Calano gli aiuti internazionali verso i paesi in via di sviluppo. Gli ultimi dati OCSE mostrano come la spesa complessiva da parte dei 30 paesi membri nel 2018 sia scesa del 2,7% rispetto al 2017; una riduzione che solo in parte si giustifica con il taglio della spesa per l’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo e che colpisce i paesi più poveri. Uno scenario triste in cui l’anno scorso i paesi ricchi hanno destinato in media solo lo 0,31% del proprio reddito nazionale lordo agli aiuti allo sviluppo, ossia quanto stanziato già nel 2017, ma ben al di sotto dell’obiettivo dello 0,7% fissato ormai 50 anni fa e raggiunto a oggi solo da Svezia, Norvegia, Regno Unito, Lussemburgo e Danimarca.

Risorse per gli aiuti pari alle fortune di Bezos. “L’aiuto allo sviluppo proveniente dai paesi ricchi è solo di poco superiore alle fortune di Jeff Bezos, l’uomo più facoltoso del mondo – ha detto Francesco Petrelli, consulente sui temi della finanza per lo sviluppo di Oxfam Italia. Un dato semplice che descrive quanto l’attuale sistema economico funzioni bene solo per l’1% e male per il restante 99%. Il drastico calo degli aiuti ai più poveri e vulnerabili è desolante, perché in fondo non si sta facendo altro che voltare le spalle a chi lotta per la sopravvivenza”.

“Autiamoli a casa loro”? : scende il contributo iraliano per l’Africa.Diminuisce pericolosamente il volume dell’APS italiano, passando dai 5.858,03 milioni di dollari nel 2017 ai 4.900,1 milioni di dollari nel 2018, pari allo 0,23% del reddito nazionale lordo e in netto calo rispetto allo 0,30% del 2017. Si tratta di una riduzione drastica del 21,3% che fa guadagnare all’Italia la maglia nera tra tutti i paesi OCSE. “L’anno scorso con lo 0,30% di Aiuto Pubblico, avevamo raggiunto con tre anni di anticipo sulla tabella di marcia l’obiettivo intermedio fissato entro il 2020, in relazione al traguardo dello 0,70 fissato dall’Agenda 2030 per la realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile – aggiunge Petrelli – Oggi ogni traguardo appare lontano e, soprattutto, rimane puro slogan quell’incitamento ad aiutare i più poveri a casa loro”.

Preoccupa la scelta di ignorare anche i paesi poverissimi. Dal 2012, per la prima volta quest’anno, si assiste a una riduzione degli aiuti internazionali in settori e paesi cruciali: meno 31,9% verso i paesi dell’Africa sub-sahariana (da 324, 8 milioni di dollari nel 2017 a 221,3 del 2018), meno 17,2% verso i paesi meno sviluppati (da 326,5 milioni di dollari nel 2017 a 270,5 nel 2018), meno 37,7% per i costi dei rifugiati, dovuto in gran parte alla diminuzione dei flussi migratori verso le coste italiane. “Mentre il calo dei costi per i rifugiati trova una spiegazione nel blocco imposto ai flussi dei migranti dall’Africa, a destare maggiore preoccupazione sono proprio le riduzioni di stanziamenti verso paesi poverissimi o in via di sviluppo. – conclude Petrelli –  Ai paesi a minore tasso di sviluppo (LDCs), l’Italia destina per esempio un misero 0,06%, rispetto allo 0,15% raccomandato dall’ONU, pur trattandosi della metà dei 22 paesi prioritari per la cooperazione italiana”.

L’aiuto allo sviluppo ai tempi della disuguaglianza. C’è una tabella di marcia che Oxfam indica in un nuovo rapporto, per rendere l’aiuto allo sviluppo una leva certa di contrasto alle crescenti disuguaglianze e dunque alla povertà estrema. In questo momento, il 10% della popolazione mondiale vive in povertà estrema: senza un’inversione di tendenza, secondo le stime della Banca Mondiale, entro il 2030 l’87% dei poveri del mondo vivrà nell’Africa sub-sahariana, in quegli stessi paesi dove la disuguaglianza economica è ormai insostenibile. Basti pensare che ad oggi dei 20 paesi con i massimi livelli di disuguaglianza al mondo, ben 7 si trovano in Africa, mentre oltre tre quarti delle famiglie nei paesi in via di sviluppo vivono in contesti in cui la disuguaglianza di reddito è oggi maggiore rispetto agli anni ’90.

Gli obiettivi indicati da Oxfam. Il report “L’aiuto allo sviluppo ai tempi della disuguaglianza” evidenzia appunto come la povertà potrà essere sradicata, solo se nei prossimi anni saranno finanziati interventi che abbiano al centro strumenti concreti di riduzione delle disuguaglianze nei paesi in via di sviluppo.

Un obiettivo non rinviabile, che potrà essere raggiunto dai grandi donatori attraverso poche ma cruciali mosse chiave:

·         stabilire, in base a quanto indica la Banca Mondiale, alle cooperazioni bilaterali di tutti i paesi donatori di fissare due obiettivi giuridicamente vincolanti, per valutare l’efficacia dell’aiuto attraverso la riduzione di (a) disuguaglianza e (b) povertà. Misurando l’impatto che essi hanno avuto nel ridurre il gap tra i redditi del 10% più ricco della popolazione e il 40% più povero;

·         cessare di utilizzare gli aiuti per finanziare partenariati pubblico-privati soprattutto in settori che forniscono servizi essenziali come sanità e istruzione. Un modus operandi che in Paesi a basso reddito non fa che portare a processi di privatizzazione che producono l’esclusione delle fasce più povere e vulnerabili della popolazione, esposte ad un aumento esponenziale dei costi per l’accesso ai servizi. Va invece favorito un aumento di aiuti pubblici destinati a sanità e istruzione, che soprattutto nei paesi poveri sono cruciali per la riduzione delle disuguaglianze.

·         lo stanziamento di aiuti in grado di mobilitare nuove risorse, attraverso il rafforzamento di sistemi fiscali progressivi, in grado di svolgere una doppia funzione: ridistribuire la ricchezza e dare impulso alla spesa per servizi pubblici in grado di ridurre le disuguaglianze. Oxfam ha calcolato che se i Paesi in via di sviluppo realizzassero entro il 2020 un aumento delle entrate fiscali interne di un solo 2%, i loro bilanci beneficerebbero di un aumento di 144 miliardi di dollari in più all’anno, una cifra molto vicina l’intero ammontare dell’aiuto mondiale (153 miliardi di dollari);

·         aumentare gli aiuti destinati a combattere la disuguaglianza di genere. Nel 2015-16, secondo un’analisi dei programmi realizzata dall’OCSE, nonostante i progressi dei donatori, solo il 4% aveva l’eguaglianza di genere come obiettivo principale, il 33% come obiettivo secondario e il restante 63% non la menzionava affatto. Si tratta di un ritardo molto grave, basti pensare che da oggi al 2025, se tutte le donne avessero pari opportunità lavorative, l’economia mondiale crescerebbe di 28.000 mila miliardi di dollari;

·         smettere di utilizzare gli aiuti per sostenere strategie commerciali e politiche interne, sottraendo di fatto risorse essenziali per la lotta alla povertà nei paesi in via di sviluppo. Ad esempio con il ricorso all’utilizzo dei budget per gli aiuti, per sostenere l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati all’interno dei propri confini.

Fonte: Repubblica, 11 apr 2019

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Guatemala: rischio di amnistia di criminali di guerra

Il Guatemala muore letteralmente di fame: oltre l’80% dei guatemaltechi. In totale, tre milioni di persone vivono in condizioni di estrema povertà (23%) e altri dieci milioni di persone vivono in povertà (59%), mentre la ricchezza è concentrata in un numero sempre minore di mani. Il Guatemala è il 127° paese su 189. Un’Apocalisse che ha costretto i quasi 17 milioni di persone che vivono nel paese a camminare vicino al baratro.

Thelma Aldana, mandato di cattura e candidata alla presidenza

Su Thelma Aldana, ex procuratore generale del Guatemala tra il 2014 e il 2018 grava un mandato d’arresto per appropriazione indebita, frode fiscale e menzogne. Ordine di cattura emesso poco prima di confermare la sua candidatura alle elezioni presidenziali del prossimo 16 di giugno con Jonathan Menkos.

Thelma Aldana, di 63 anni, che ha deciso di presentarsi alle elezioni con il partito politco Movimiento Semilla, si trova ora in El Salvador e si rifiuta di tornare per paura della sua integrità fisica e perché non avrà un processo equo. Denuncia inoltre che veicoli con targa guatemalteca stazionano nella vicinanza della sua ubicazione, e trattandosi del Guatemala non è né uno scherzo né un’esagerazione.

L’ex procuratore generale Aldana, denuncia che tutto ciò riguarda la vendetta contro di lei per i suoi anni nel processo, in cui molti sono stati condannati, e per le sue pretese elettorali di guidare un movimento politico di sinistra. Movimento che aspira a rovesciare elettoralmente l’attuale governo e le élite che lo controllano per iniziare a minare le strutture di abuso e oppressione che esistono nel paese e che nessuno in base ai dati esistenti in termini di disuguaglianza e ricchezza può nascondere.

Le chiavi del caso

In un caso tanto complesso come questo, dove ci sono accuse incrociate, conviene avvicinarsi il più possibile ai fatti per non perdersi in un percorso senza via d’uscita. Il primo elemento di sospetto circa l’attuale presidente del Guatemala, Jimmy Morales, lo possiamo trovare quando all’inizio di quest’anno, l’8 gennaio, ha ordinato l’espulsione entro 24 ore dalla Commissione Internazionale contro l’Impunità in Guatemala (CICIG) – appartenente all’ONU -.

Questa commissione ha lavorato per undici anni con la Procura Generale, riuscendo a disattivare parte dell’enorme rete di corruzione in cui il paese è avviluppato. Questo lavoro, eseguito con diverse personalità, una di queste Thelma Aldana ha causato l’arresto dell’ex presidente del paese centroamericano, Otto Pérez Molina, il suo vice presidente e diversi ministri per crimini contro l’umanità. È, sicuramente, il buon lavoro della commissione il motivo per cui la Corte costituzionale del Guatemala ha sospeso la decisione di Jimmy Morales di espellere la CICIG.

Un secondo elemento che può aiutarci a trovare un po’ di luce nella foresta oscura di accuse si trova nelle recenti indagini condotte dalla CICIG prima di essere espulsa: indagava sul finanziamento elettorale illegale ricevuto dall’attuale presidente, Jimmy Morales. E senza commissione non ci sono indagini.

Infine, un terzo elemento di grande valore è l’intento dell’attuale presidente di concedere l’amnistia per i crimini contro l’umanità commessi durante la guerra civile che si è verificata nel paese (1960-1996). Amnistia che violerebbe la Costituzione del Guatemala modificando la Legge di riconciliazione nazionale e i trattati internazionali sui diritti umani firmati dal paese.

La legge di amnistia del 1996 aveva lasciato fuori i responsabili di crimini contro l’umanità (omicidio, sequestro di persona e stupro) che hanno portato alla condanna di 42 soldati, 1 guerrigliero e dei processi legali ancora in corso attualmente per 4.000 membri delle forze sicurezza del paese e 87 ex guerriglieri.

Pertanto, il presidente Jimmy Morales vuole scagionare gli autori di crimini contro l’umanità, che non sembra una grande notizia né lo lascia in una buona posizione. Per questo motivo, Human Rights Watch, la Corte interamericana per i diritti umani e le Nazioni Unite si oppongono alla modifica della legge di amnistia.

L’orrenda disuguaglianza guatemalteco e la situazione drammatica delle donne

Il Guatemala è un paese precipitato nell’orrore di una guerra civile da quasi quarant’anni dalla quale non è ancora uscito, e diviso a causa dell’emendamento alla legge di amnistia che mira a dimenticare più di 250.000 morti, più di 600 massacri, 45.000 desaparecidos e oltre un milione di sfollati. Oblio che si produce in un paese di innegabile ricchezza – il quinto più grande esportatore di caffè e zucchero nel mondo – ma con povertà estrema, dato che il 49% dei bambini sotto i 5 anni soffre di malnutrizione cronica, un tasso che lo posiziona al quarto posto globalmente dietro Burundi, Tanzania e Zambia.

Povertà caratterizzata in Guatemala dalla disuguaglianza. Ad esempio, del tasso sopra menzionato di bambini sotto i 5 anni con malnutrizione cronica, il 70% di loro sono indigeni. Pertanto, le popolazioni indigene e le aree rurali sono le comunità più colpite, il che è evidente del fatto che il Guatemala è il secondo paese al mondo con la più grande disuguaglianza quando si tratta di accedere alla terra, solo dietro al Brasile.

La disuguaglianza, come è noto, è un indicatore quasi infallibile di corruzione e di carenze democratiche, soprattutto se parliamo di paesi in cui le risorse naturali non scarseggiano. Il Guatemala è, quindi, un paese ferito dalla guerra civile e saccheggiato dalle élite.

Come se ciò non bastasse, la situazione delle donne è assolutamente drammatica in un paese tradizionalmente machista e patriarcale. Più di 500 donne vengono uccise ogni anno senza, nella maggior parte dei casi, che vengano compiute indagini – solo il 4% dei casi termina con una condanna (nel 2017 ci sono stati 45.775 reati di violenza contro le donne e 813 omicidi). Le donne vengono stuprate, torturate o mutilate con totale impunità e gettate per le strade come se fossero spazzatura, atrocità commesse nel 60% da un uomo in stretto rapporto con la donna (padre, fratello, patrigno, ecc.).

Il futuro incerto

In questo caso, né gli Stati Uniti né i loro alleati occidentali hanno dato alcun ultimatum al presidente guatemalteco per cambiare il suo atteggiamento, né il paese è entrato a far parte della cosiddetta “Troika del male”. Forse succederà se Thelma Aldana dovesse arrivare alla presidenza e mettere in atto meccanismi per la redistribuzione del reddito e la spesa sociale, ma al momento l’Occidente ha altre priorità prima del Guatemala.

Non sappiamo ancora se l’ex procuratrice Aldana abbia la capacità di rubare che gli viene attribuita, ma è più che indiscutibile che il Guatemala sarà un paese migliore con un ex procuratrice che ha imprigionato corrotti e criminali con le Nazioni Unite che con un presidente che intende concedere l’amnistia a chi si è macchiato di crimini contro l’umanità.

Fonte: articolo del 26/03/2019 de l’Antidiplomatico

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