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Possibilità di pace per Etiopia ed Eritrea

Lo ha fatto il 5 giugno, dichiarando (con il piglio che solo il leader di un regime autoritario potrebbe avere) che l’Etiopia accetta quanto stabilito nel 2002 da una commissione internazionale sui confini e che ritirerà le sue truppe da Badme, la città commerciale al centro della disputa territoriale con l’Eritrea.

Almeno ottantamila tra soldati e civili sono stati uccisi nella guerra con l’Eritrea (1998-2000) e diversi milioni di solati hanno sprecato anni delle loro vite sul confine nella successiva guerra fredda (che si è brevemente surriscaldata di nuovo nel 2016). Abiy Ahmed ha messo fine a tutto ciò con un semplice cenno della mano.

Un fenomeno nuovo
Questa cosa sarebbe dovuta accadere molto tempo fa, ma l’Etiopia aveva difficoltà ad accettare le decisioni della commissione sui confini per due ragioni. In primo luogo, era stata l’Eritrea a cominciare la guerra occupando Badme. È stata una vera e propria stupidaggine, tenuto conto del fatto che l’Etiopia è venti volte più popolosa dell’Eritrea, ma le stupidaggini capitano. Nel 2008 i georgiani avevano ancora meno probabilità di farcela, ma hanno attaccato ugualmente la Russia (sia gli eritrei sia i georgiani hanno perso).

In secondo luogo, la guerra fredda è durata così a lungo perché il territorio nei dintorni di Badme era nello stato etiopico del Tigrè, patria del gruppo etnico di lingua tigrina all’epoca dominante nel Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (Eprdf), il partito al potere. Costituiscono appena il 5 per cento della popolazione etiopica, ma per sedici anni si sono rifiutati di consegnare Badme.

Ora è chiaro che qualcosa è cambiato in Etiopia, e lo stesso Abiy Ahmed rappresenta un fenomeno nuovo. Appartiene al gruppo etnico oromo, il più numeroso del paese, ed è il primo oromo della storia etiope a guidare il governo.

Le proteste crescenti degli ultimi tre anni sono state più virulente in Oromia, perché lì la gente si sentiva messa ai margini dal punto di vista politico, culturale ed economico. Centinaia di persone sono state uccise nel corso delle manifestazioni e la situazione stava sfuggendo di mano, perciò il partito al potere ha deciso di risolvere la situazione ponendo alla guida del governo un oromo che però aveva trascorso tutta la sua vita da adulto nell’Eprdf.

Stile di governo sovietico
Quell’uomo è Abiy. Entrato nell’esercito subito dopo aver finito la scuola, si è fatto strada fino al grado di colonnello, poi è andato a occupare una posizione di rilievo negli apparati di intelligence e sicurezza di quello che tutto sommato è uno stato di polizia, e alla fine si è spostato nella politica.

Gli è stato conferito il potere di affrontare alcune delle più gravi rivendicazioni della popolazione proprio perché si confida che non lascerà che il potere sfugga di mano all’Eprdf. Forse la sua nomina alla carica di primo ministro contribuirà a tranquillizzare le cose, ma non confondiamola con l’inizio di una “transizione democratica”.

L’Etiopia è l’unico dei tre giganti economici dell’Africa subsahariana a non essere democratico. A differenza del Sudafrica e della Nigeria, ha un unico partito al potere che controlla qualsiasi cosa. L’Eprdf è una coalizione permanente di quattro partiti che, pur rappresentando i quattro principali gruppi etnici del paese (oromo, amhara, tigrino e somalo), compone un insieme fortemente disciplinato il cui stile di governo è quasi sovietico. Non è ostacolato da ossessioni specificamente comuniste o anche socialiste, ma le elezioni non sono più significative di quanto non lo fossero quelle sovietiche di un tempo.

Nell’ultimo decennio questo approccio oltranzista ha generato una crescita economica annua del 10 per cento, molto più che in Sudafrica o in Nigeria. E sebbene le evidenti frizioni tra i vari gruppi etnici etiopi che compongono l’Eprdf siano piuttosto gravi, non sono comunque peggiori delle rivalità etniche che affliggono la vita politica delle altre due grandi democrazie.

Nessun sistema di questo tipo dura per sempre, e quando sparirà potrebbe farlo con uno schianto fortissimo

Non bisogna dunque stupirsi se c’è chi si chiede apertamente se per i paesi africani non sia preferibile il modello etiope. È vero che la gente finisce in carcere o in esilio se si oppone al regime, o magari sparisce nel nulla, ma tutto sommato non così spesso, e comunque il sistema mantiene le sue promesse dal punto di vista economico. Forse varrebbe la pena provarci?

Meglio non contarci troppo. Nel breve periodo la politica autoritaria può portare a risultati migliori rispetto alla democrazia. Gli ordini sono impartiti ed eseguiti e le cose vengono fatte. Nel lungo periodo però cresce l’opposizione e non esiste una valvola di sicurezza democratica che le consenta di sfogarsi. Quando alla fine gli argini si rompono, molto può andare perduto.

Pensiamo al quarto di secolo di crescita che la Russia ha perso dopo il crollo dell’Unione Sovietica. L’Eprdf non durerà per sempre, perché nessun sistema di questo tipo dura per sempre, e quando sparirà potrebbe farlo con uno schianto fortissimo. Questo forse non succederà ancora per molto tempo, ma Abiy Ahmed forse non è un mago.

Articolo di Gwynne Dyer, da Internazionale.it (Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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L’infanzia perduta per oltre un miliardo di bambini

«Povertà, discriminazione, conflitti espongono un miliardo e duecentomila bambini nel mondo al rischio di una prematura fine dell’infanzia». È la cifra, brutale, messa nero su bianco, nel nuovo report di Save the Children sullo stato di “salute” dei minori nel mondo: End of Childhood 2018 – The many faces of exclusion. «Perché sono nati poveri, perché sono femmine, perché crescono in una zona di guerra». Questi sono alcuni dei motivi per cui più della metà dei bambini vengono ancora oggi derubati dell’infanzia, dice David Wright, direttore regionale Save the Children.

E poi c’è il lavoro minorile,, l’emigrazione forzata, i matrimoni “pedofili” (altro non sono i matrimoni forzati con adulti cui vengono costrette ragazzine in età prepuberale, ndr). Tutte infanzie perdute. Almeno 134 milioni di bambini, soprattutto in Africa e Asia, sono costretti a lavorare. Erano 168 mln nel giugno del 2017 secondo le Nazioni Unite.

Stima Save the children che nel 2030 saranno 150 milioni le ragazze che si sposeranno prima di compiere 18 anni. E questo accadrà in America latina come nell’Africa subsahariana. E precisa che dei 28 milioni di minori costretti ad abbandonare la loro casa, 10 sono rifugiati secondo i criteri Onu. Anche la fine di una guerra, però, non vuol dire inizio di una vita migliore. A Mosul, in Iraq, per esempio, molti bambini in questo momento stanno ancora “combattendo” con i traumi del conflitto e la povertà che li circonda, in una città la cui ricostruzione richiederà anni.

«Per quello che sono, per i posti in cui vivono, questi bambini sono privati delle loro infanzie e del loro potenziale futuro», si legge nel report. La situazione globale è nel complesso migliorata, ma molto lentamente e Save the children lo ricorda proprio in vista della Giornata internazionale dell’infanzia e dell’adolescenza che si celebra il primo giugno. Segnali di miglioramento sono stati percepiti nel 51% dei Paesi subsahariani, e nel 47% del Medio Oriente e Nord Africa. In 95 dei 175 Paesi analizzati le condizioni di vita e di crescita dei minori sono migliorate, ma in altre 40 nazioni sono invece peggiorate: si soffre o si muore durante la minore età per malnutrizione, mancanza di educazione, maternità forzata.

Alla voce “la fine dell’infanzia”, la maglia nera del report va a Niger, Mali, Repubblica Centro Africana, Chad, Sud Sudan, Somalia, Nigeria, Guinea, Sierra Leone. Sul podio troviamo Norvegia e Svezia, ma arrivano anche Singapore e Slovenia.

«Paesi con simili livelli di reddito raggiungono risultati diversi» osserva Helle Thorning Schidt, ex premier danese, ora a capo di Save the Children. «Questo dimostra che sono politica, finanziamenti e impegno a fare una differenza critica».

«Nonostante le enormi capacità economiche, militari, tecnologiche», scrive Save the Children, anche Stati Uniti, Russia e Cina, tra le più grandi potenze al mondo, dimenticano di incentivare le politiche per migliorare le condizioni infantili. Gli Usa sono solo al 36esimo posto su 175 Paesi monitorati, tra Russia e Bielorussia: «I bambini negli Stati Uniti sono vittime di estrema violenza, il tasso di omicidi è comparabile a quello di Yemen, Afghanistan, Nord Corea, Filippine. Negli Usa sei milioni di bambini vivono in povertà estrema» scrive il Time.

Articolo di Left 31/05/2018

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Testamento solidale: le star scelgono di dare i loro beni in beneficenza

Esser buoni sembra andare di moda. Dal tappeto rosso di Hollywood, passando per il Belpaese, sempre più persone scelgono il testamento solidale, ovvero lasciare tutto e gran parte del loro patrimonio in beneficenza. Secondo l’ultima indagine realizzata tra le organizzazioni del Comitato testamento solidale infatti, dal 2012 ad oggi, gli Italiani hanno acquisito maggiore consapevolezza sull’importanza di questo gesto. Si stima infatti che, nell’ultimo quinquennio, il valore economico dei lasciti solidali abbia subìto un incremento fino al 10%.

Il trend hollywoodiano. Molte star, da Sting a Bill Gates, passando per i coniugi Kutcher fino all’ex Take That Robin Williams sono balzati agli onori della cronaca per aver deciso di lasciare gran parte del loro, spesso immenso, patrimonio a fondazioni e organizzazioni non governarive. Ma non è necessario esser in possesso di patrimoni da favola per aprire il cuore alla beneficenza. Anche in Italia infatti questo fenomeno sta prendendo piede. Simbolico anche l’accrescimento del numero delle ong che hanno preso parte al comitato del Testamento solidale che dal 2013 ad oggi ha visto crescere i suioi membri da 6 a 21 organizzazioni. “Il percorso che abbiamo intrapreso nel 2013 – spiega  Rossano Bartoli, portavoce del Comitato Testamento Solidale – lanciando la prima campagna d’informazione sul lascito solidale, sta dando i frutti sperati. Gli Italiani sono un popolo generoso che inizia a percepire il lascito testamentario come un atto nobile e di grande responsabilità verso gli altri”.

Italiani brava gente. Stando ai numeri sono oltre 32 milioni gli italiani che hanno sostenuto nell’ultimo anno una causa benefica e sono aumentati anche i testamenti solidali. Dall’ultima indagine GFK Eurisko del 2016 , è emerso che il 14% dei nostri connazionali è pronto a inserire nelle disposizioni testamentarie un lascito; il 3% ha già dato indicazioni mentre l’11% è intenzionato a farlo. In Italia, nei prossimi 15 anni, secondo uno studio dell’Osservatorio Fondazione Cariplo “Il mercato dei lasciti testamentari”, i nostri connazionali potrebbero scegliere di destinare con un lascito, a istituzioni benefiche, una cifra che sfiorerà i 130 miliardi di euro. Aumenterà anche il numero delle famiglie che sceglieranno di devolvere tramite lascito parte del loro patrimonio al Terzo Settore: si passerà dalle circa 340 mila del 2009 alle 424mila famiglie “donatrici”, con un incremento del valore economico delle possibili donazioni di circa il 23%, passando dai 105 miliardi, calcolati nel 2009, ai 129 miliardi previsti nei prossimi anni. La novità dello studio evidenzia che, per la prima volta, anche i nuclei famigliari con eredi pensano di devolvere circa il 5% dei loro averi totali al settore no profit”.

Per chi dona. “La legge italiana – ricorda Gianluca Abbate, responsabile per i rapporti con il terzo settore del Consiglio Nazionale del Notariato – tutela i familiari più stretti cui viene riconosciuta la cosiddetta quota di legittima. Ma chi intende compiere un gesto di altissimo valore umano può scegliere di destinare anche solo una minima parte della quota disponibile del proprio patrimonio in favore di enti no profit o, in ogni caso, con fini di solidarietà, senza ledere i diritti intangibili dei parenti legittimari”. E sono proprio i notai italiani i primi “sostenitori” del testamento solidale: 1 su 4 ha già inserito un lascito solidale nel suo testamento destinandolo ad una o più realtà benefiche. E tra chi non ha dato ancora indicazioni a riguardo, il 63% dichiara che è propenso a prendere in considerazione l’ipotesi di fare un testamento solidale in futuro.

Fonte: Repubblica.it

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Una riflessione sull’accoglienza a seguito del convegno “Rifugiati e lavoro: le buone pratiche”

ACCOGLIERE

Accogliere è una parola che viene dal latino: ad-cum-ligare, legare insieme. Ma più che cercare il suo significato nel passato, dobbiamo costruirne uno nuovo, adatto ai tempi in cui viviamo, ai problemi con cui ci confrontiamo, alle persone che oggi sono al centro dello scontro politico e sociale: i profughi.

Il fenomeno migratorio non è un’emergenza, ma un fatto strutturale e inarrestabile e se prevarranno le attuali politiche di esclusione l’Occidente rischia il crollo della sua identità. L’Europa, in particolare, non sarà più l’Europa civile dei diritti, della solidarietà, dello Stato sociale inclusivo, delle garanzie, dell’uguaglianza e della dignità delle persone, bensì l’Europa dei muri, dei fili spinati, delle disuguaglianze per nascita e di conflitti razziali. Essa rischia una duplice contraddizione: in primo luogo la contraddizione delle pratiche di esclusione dei migranti quali non-persone con i propri decantati valori di uguaglianza e libertà, iscritti in tutte le sue carte costituzionali e nella stessa Carta dei diritti fondamentali dell’Unione; in secondo luogo la contraddizione tra la proclamata liberalizzazione della circolazione delle merci e dei capitali e la negazione, al contrario, della libera circolazione delle persone, che forma l’oggetto del più antico dei diritti della persona teorizzati dalla filosofia politica occidentale. (L. Ferrajoli 2017)

Queste riflessioni non possono lasciarci indifferenti perché il fenomeno migratorio costituisce veramente il banco di prova di tutti i valori della nostra civiltà. Non possiamo cadere nella trappola della guerra del penultimo contro l’ultimo perché questo ci allontana dal comprendere le vere cause dei molti problemi con cui dobbiamo confrontaci.

Se sei in attesa della casa popolare e ti vedi superato in graduatoria da un cittadino straniero, diventi facile preda dei propagandisti della paura e dell’odio che ti additano nel tuo vicino meno fortunato il nemico, allontanando dalla tua attenzione i veri responsabili della situazione, quella politica del governo (e della regione, cui si deve la disastrosa gestione dell’ALER) che fa sì che in Italia solo il 6% delle abitazioni (poco più di una casa su venti) sia un alloggio di edilizia popolare, contro una casa su cinque in Francia, una su quattro, in Germania, Svezia, Regno Unito, addirittura il 36%, una casa su tre, in Olanda.

Diventa allora importante trovare nuove strade che possano contribuire a cambiare la percezione negativa del fenomeno migratorio cercando di considerare anche il punto di vista di chi, per vari motivi e avendo meno strumenti critici è più facilmente vittima di campagne grossolane.

Il convegno “Rifugiati e lavoro: le buone pratiche” tenutosi lo scorso 24 febbraio presso la Camera del Lavoro di Milano ha voluto essere un primo passo in questa direzione. Il lavoro è la chiave di volta di ogni progetto di accoglienza: il lavoro come strumento per l’autonomia economica delle persone, come mezzo per dare dignità al lavoratore, come fonte di ricchezza per la società intera, come occasione di incontro e di conoscenza per dissipare timori e paure artatamente alimentate

Ci sono molti modi di gestire l’accoglienza dei profughi che arrivano in Italia. I media per lo più si occupano solo dei casi peggiori, quelli che comportano ruberie di ogni genere da parte dei gestori dei centri di accoglienza, isolamento e maltrattamenti delle persone ospitate, creazione di situazioni che sembrano fatte apposta per suscitare o alimentare reazioni di rigetto da parte delle popolazioni locali. Ma ci sono molti altri esempi, spesso anche di successo, di cui i media parlano poco o per niente: ed è proprio di questi che si è parlato nel convegno. Esempi concreti di come una politica di vera accoglienza e integrazione sia mutuamente vantaggiosa per autoctoni e immigrati.

Mariangela Villa

sostenitrice di Progetto Continenti del gruppo locale di Mezzago (MI)

Foto: officinaturistica.net

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Riforma del Terzo settore

Dopo il boom di Lega e 5 Stelle facciamo il punto con il sottosegretario Luigi Bobba: «Il nuovo Governo potrà intervenire sui decreti legislativi e i provvedimenti amministrativi, ma non sulla legge delega, che può modificare solo il Parlamento. Noi in ogni caso fino a quando saremo in carica andremo avanti col lavoro»

E adesso cosa ne sarà della Riforma del Terzo Settore? La debacle elettorale del Pd e la vittoria di 5 Stelle e Lega (entrambe le formazioni hanno votato contro la legge delega la n.106 del 6 giugno 2016) mettono in forse la conclusione dell’iter di completamento della norma (qui lo stato dell’arte così come ricostruito dal Forum del Terzo settore)? Abbiamo fatto il punto con il sottosegretario al Welfare, Luigi Bobba, il “padre” della riforma del Terzo settore. Bobba dopo due legislature e mezzo non entrerà nel prossimo Parlamento. Non è risultato infatti fra gli eletti del Pd in Piemonte.

Sottosegretario partiamo da un punto: attualmente il governo Gentiloni è ancora in carica e lo rimarrà sino al giuramento del prossimo Esecutivo…
Esatto. Le attività di ordinaria amministrazione sono tutte possibili. Quello che non possiamo fare per esempio sono nuove leggi oppure le nomine.

Voi state lavorando al completamente della Riforma. Qual è l’agenda?
Il decreto correttivo sul servizio civile universale è passato in Conferenza Stato-Regioni ed ora è all’esame delle commissioni parlamentari che possono dare un parere comunque non vincolante. Dopo di che tornerà in Consiglio dei ministri per il via libera definitivo. Ma ormai ci siamo.

Che correzioni introduce rispetto al decreto legislativo dello scorso anno?
Il decreto mira a rendere più efficaci alcune disposizioni, nonché a migliorare la funzionalità di alcuni organismi operanti nel sistema, quali la rappresentanza degli operatori volontari e la Consulta nazionale per il servizio civile universale. In particolare, si riconosce alle Regioni un ruolo più rilevante nella fase di approvazione del Piano triennale e dei Piani annuali, prevedendo che, prima della stessa approvazione, debba essere acquisita l’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano. Inoltre, si rendono più chiare le modalità di elezione dei quattro membri della rappresentanza nazionale degli operatori volontari, specificando, tra l’altro, che ogni anno vengono eletti due dei quattro componenti la Rappresentanza nazionale, al fine di evitare il simultaneo rinnovo di tutti i componenti che inciderebbe negativamente sulla funzionalità dell’organismo. In questa ultima fase gli obiettivi che ci siamo dati sono quelli di portare il più avanti possibile l’iter di questi provvedimenti correttivi e di proseguire nella produzione degli atti amministrativi

Avete in rampa di lancio altri decreti correttivi?
Quello sull’impresa sociale e quello sul codice civile. Ma qui stiamo ancora lavorando ai testi che quindi non sono ancora stati emanati. In base alla delega c’è tempo sino a fine luglio. Ma a quel punto non credo che saremo ancora in carica. Vedremo. In ogni caso in questa ultima fase gli obiettivi che ci siamo dati sono quelli di portare il più avanti possibile l’iter di questi provvedimenti correttivi e di proseguire nella produzione degli atti amministrativi.

Quali nello specifico?
Siamo ormai pronti con l’Organismo nazionale di controllo che darà il via libera alla riforma del sistema dei centri di servizio al volontariato. Poi c’è il decreto sulle attività secondarie e strumentali. Inoltre prosegue il dialogo con le Regioni per formalizzare l’impianto del Registro unico del Terzo settore.

A proposito del Registro unico, alcuni grandi network, come per esempio l’Avis, chiedono chiarimenti sulla facoltà per le sezioni locali di iscriversi all’albo senza il tramite della rappresentanza regionale o nazionale. Quale strada prenderete in questo senso?
​Quello che lei evidenzia è uno snodo su cui stiamo ragionando. La cosa che però posso dire è che anche nel caso le sezioni locali si potessero iscrivere direttamente, le “organizzazioni-ombrello” potranno comunque iscriversi all’albo. E anzi lo potranno fare in un’area a loro riservata, denominata “reti” che garantisce uno status rafforzato. La legge infatti affida alle reti l’attività di promozione, ma anche quella di controllo degli associati.

Rispetto alla riforma come si potrebbe comportare un governo “ostile”?
Una premessa: la legge delega può essere modificata solo dal Parlamento. L’esecutivo che rileverà il nostro testimone ha in linea di principio tre opzioni rispetto ai decreti legislativi approvati lo scorso anno e ai provvedimenti che ne conseguono: completa l’iter, non fa nulla linitandosi allo status quo, modifica i decreti legislativi e/o i decreti correttivi.

La Lega e il Movimento 5 Stelle non sembrano molto ben predisposti rispetto alla Riforma, chi la preoccupa di più?
Detto che la riforma del Terzo settore è stata assolutamente marginale nel dibattito pubblico rispetto anche a quello che ho letto su Vita ritengo che entrambi questi schieramenti non abbiamo le idee chiarissime sulla materia. Alcune loro proposte sono già contenute nella norma. Suggerirei un approfondimento prima di prendere qualsiasi iniziativa.

I 5 stelle in particolare leggono l’impresa sociale come il cavallo di Troia dell’assalto del profit ai mercati legati al welfare…
Lo ripeto ancora una volta: la possibilità di remunerare il capitale è talmente contenuta che chi punta ai mega profitti si terrà molto, ma molto alla lontana. Sinceramente in questo caso mi sembra che ci troviamo di fronte a un attacco senza bersaglio.

A proposito di bersagli: anche la Fondazione Italia Sociale non è mai andata giù al Movimento?
Ormai quello è un ente in piena attività. Gli organi di gestione con Enzo Manes, Cristina De Luca e Andrea Sironi e quello di controllo sono operativi. Se qualcuno volesse cancellarla dovrebbe, anche qui, mettere mano alla legge delega. E lo può fare solo il Parlamento.

Infine il 5 per mille. Fra poco entriamo nella stagione della dichiarazione dei redditi. A che punto siamo?
Siamo in attesa del Dpcm (decreto del Presidente del Consiglio dei ministri) che fornirà tutte le specifiche in materia. Non so darle la tempistica, perché non dipende appunto dal mio ministero.

Fonte: articolo su vita.it del 09/03/2018 (di Stefano Arduini); foto in copertina di Sardegna Reporter

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“Camminando con Francesco” di Giuseppe Florio

Novità!

Editore: Diocesi di Rieti (gennaio 2018)
Memoria e profezia dalla Valle Santa

Introduzione

Camminare è diventato ai nostri giorni un’esigenza fisica, ma ancor più un bisogno del cuore per contrastare un mondo che va sempre più veloce, ma dentro il proprio loculo informatico. Giuseppe Florio, al contrario, ha percorso a piedi in lungo e in largo la Valle Santa e con la sua sensibilità di fine interprete della Bibbia qual è ci restituisce un’immagine per nulla scontata di san Francesco. Come capita ai grandi della storia, anche il Poverello ha subito nel tempo riletture accomodanti che ne hanno addomesticato il carisma, proiettandone un’immagine sfuocata che rischia di far perdere il fuoco della sua testimonianza. Camminando con l’Autore abbiamo l’occasione di scoprire un “volto altro” rispetto all’immaginario collettivo che ne ha fatto una figura eterea, un po’ stravagante, all’occorrenza ambientalista. In ogni caso, un esempio irraggiungibile da ammirare stando fermi più che da imitare seguendone le tracce.
In realtà, il fascino di san Francesco sta nel rimandare a Colui che ha cambiato la sua vita e nella sua perfetta adesione al Vangelo, che è la strada maestra dell’umanizzazione del singolo e della società. Il punto è che bisogna tornare ad abbeverarsi alle acque fresche della sua esperienza. E proprio questo riesce a comunicare questo libro che diventa una mappa ben documentata e sempre intrigante della vita di Francesco e della nostra vita di oggi.
“Francesco da Rieti”, come si dice per riferirsi all’esperienza di Fontecolombo, Greccio, Poggio Bustone e la Foresta, non intende contrapporsi a “Francesco d’Assisi”, ma solo offrire un altro punto di vista che aiuti a entrare a piccoli passi dentro l’esistenza di un cristiano integrale. Camminando, infatti, ci si accorgerà che san Francesco provoca tutti a scoprire la bellezza della vita e la presenza di Dio nell’infinitamente piccolo, di cui la nostra Valle Santa è memoria e profezia.

Domenico
Vescovo di Rieti

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La marcia Perugia- Assisi nel nome dei diritti universali dell’uomo

Carta dell’Onu, la marcia Perugia- Assisi nel nome dei diritti universali dell’uomo

Dalla Conferenza di Padova parte la grande mobilitazione per il 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

di MARINO BISSO

Anche la Marcia Perugia Assisi si svolgerà all’insegna dell’Anno dei diritti umani indetto dall’Onu. E sarà uno dei momenti più importanti della mobilitazione straordinaria del mondo dell’associazionismo e del volontariato e per “contrastare le violenze, guerre, terrorismo, discriminazioni e disuguaglianze che continuano a violare la dignità umana dentro e fuori il nostro paese”. Un grande chiamata alla partecipazione attiva in occasione del 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che parte da Padova lunedì 4 dicembre 2017. Qui, un prete impegnato da 25 anni nell’accoglienza dei migranti, una donna garante dei diritti dei carcerati, un giornalista minacciato dalla criminalità organizzata daranno il via alla mobilitazione per i diritti. Assieme a loro ci sarà la Ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, oltre trecento insegnanti, studenti, amministratori locali, giornalisti, esponenti di organizzazioni della società civile provenienti da tutt’Italia, rappresentanti del Sacro Convento di San Francesco d’Assisi e della Basilica di Sant’Antonio da Padova, dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, della Commissione Europea del Ministero degli Esteri.  L’incontro è organizzato in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e da: Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani, Centro Diritti Umani “Antonio Papisca” dell’Università di Padova, Comune di Padova, Scuola di Alta Formazione EIS-LUMSA, Rete Nazionale delle Scuole per la Pace, Tavola della Pace, Cipsi, Banca Etica.

LA CONFERENZA D’INAUGURAZIONE

La Conferenza di Inaugurazione si terrà presso l’Aula Magna “Galileo Galilei” dell’Università degli Studi di Padova (Palazzo del Bo) a partire dalle ore 9.30. L’incontro, intitolato “In spirito di fratellanza” e dedicato al prof. Antonio Papisca recentemente scomparso, proseguirà anche martedì 5 dicembre. Saranno due giornate particolarmente ricche di idee, riflessioni, testimonianze e proposte dedicate alla formazione e alla progettazione di nuovi percorsi educativi centrati sui diritti ma anche sulle responsabilità personali e collettive che spesso vengono trascurate. Ma sono molti gli appuntamenti che prevedono anche laboratori che si svolgeranno presso Università di Padova. Tra gli ospiti: la cantautrice Erica Boschiero, Marco Mascia, Francesca Benciolini, Aluisi Tosolini, Flavio Lotti, don Pierluigi Di Piazza, Gabriella Stramaccioni, Paolo Borrometi, Giuseppe Giulietti, Loredana Panariti, Beatrice Covassi, Jean Fabre, padre Egidio Canil, Rosario Rizzuto, Fabrizio Petri, Gianni Magazzeni, Valeria Fedeli, Gianni Magazzeni, Jean Fabre, Elisa Marincola, Paolo Sciascia, Monia Andreani, Marco Piccolo, don Albino Bizzotto, Lisa Clark, Vittorio di Trapani, Francesco Cavalli, Guido Barbera, Rosario Lembo, Piero Piraccini, Roberto De Vogli, Gianni Magazzeni, Fabrizio Petri, Andrea Cofelice, Pietro de Perini, Claudia Pividori, Sergio Giordani, Italo Fiorin, Luciano Corradini. Le due giornate serviranno anche a lanciare un appello per far crescere il Comitato Nazionale per il 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani  e la prossima marcia Perugia-Assisi che si svolgerà domenica 7 ottobre 2018.

L’APPELLO

“ In spirito di fratellanza” è lo slogan dell’appello per lanciare l’adesione al Comitato Nazionale per il 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. “Basta stragi di vite, dignità e diritti. E’ venuto il tempo di riprendere in mano la bussola dei diritti umani e fare i conti con le nostre responsabilità. Non c’è pace senza diritti. Non ci sono diritti senza responsabilità. Di fronte a quello che sta succedendo nel mondo non bastano più le denunce: serve una nuova e più ampia assunzione di responsabilità. Responsabilità contro l’indifferenza. Responsabilità contro l’ipocrisia. Responsabilità contro la rassegnazione. In un tempo segnato da tanto orrore e dall’arbitrio dei più forti, dobbiamo riprendere in mano la bussola dei diritti umani e riaffermare con forza quanto sta scritto nella Carta comune dell’umanità: “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. “Con questo spirito, alla vigilia del 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, diciamo basta all’egoismo, alla guerra e alla competizione. Se davvero vogliamo mettere fine alla violenza e alle stragi continue di vite umane, dignità e diritti, se davvero vogliamo scongiurare un’ulteriore compressione degli spazi di libertà, democrazia e diritti e risolvere le crisi epocali che incombono dobbiamo adoperare la nostra intelligenza, la nostra creatività, il nostro tempo e le nostre risorse per prenderci cura gli uni degli altri, ripensare il nostro modo di vivere assieme, proteggere la nostra casa comune e realizzare tutti i diritti umani per tutti. Dobbiamo accrescere la consapevolezza delle responsabilità che condividiamo. Non basta rivendicare i diritti: dobbiamo fare i conti con le nostre responsabilità. Gli esempi positivi non mancano. Dobbiamo illuminarli, seguirli, moltiplicarli. Serve un nuovo coraggio civico e politico. Occorre diffondere una nuova cultura politica nonviolenta dei diritti umani. Dobbiamo educarci ed educare in modo sempre più efficace alla pace, ai diritti umani e alla cittadinanza glocale responsabile. Abbiamo bisogno di una visione e una mobilitazione comune, di iniziative e azioni comuni. Abbiamo bisogno di donne e uomini di pace che agiscono in spirito di fratellanza”.

IL COMITATO

Sono cinque gli obiettivi del Comitato Nazionale per il 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. “Sviluppare un’azione straordinaria di educazione, formazione, informazione e impegno per i diritti umani sollecitando una più ampia assunzione di responsabilità di ogni persona e istituzione, delle scuole e dell’università, degli enti locali e regionali, dei media, delle associazioni, del mondo della cultura, del governo e del Parlamento; promuovere l’impegno, il protagonismo, la creatività e i comportamenti dei giovani in difesa e per la realizzazione dei diritti umani anche in relazione allo sviluppo delle competenze sociali e civiche necessarie per affrontare le sfide del nostro tempo; promuovere l’impegno dei giornalisti, del mondo dell’informazione e, in particolare, del servizio pubblico radiotelevisivo RAI nella difesa e promozione di “tutti i diritti umani per tutti”; promuovere l’impegno degli Enti Locali e delle Regioni per l’attuazione dell’agenda politica locale dei diritti umani favorendo il coinvolgimento dei cittadini e rilanciando la diplomazia delle città; promuovere l’impegno dell’Italia e dell’Unione Europea nella realizzazione dell’agenda politica dei diritti umani. E sono tantissime le prime adesioni ad essere arrivate in pochi giorni: Tavola della Pace, Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani, Centro Diritti Umani dell’Università di Padova, FNSI, Cipsi, Articolo 21, Libera, Gruppo Abele, Rete della PerugiAssisi, Centro di Accoglienza Ernesto Balducci di Zugliano, Greenpeace Italia, Associazione Antigone, Comitato italiano Contratto Mondiale sull’acqua, Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica, Fondazione don Tonino Bello, Emmaus Italia, Unimondo, Rete Nobavaglio pressing

LA PERUGIA-ASSISI

E’ Flavio Lotti ad anticipare le parole d’ordine della prossima marcia della pace che si svolgerà il 7 ottobre 2018. “Persone torturate, vendute come schiavi in Libia e in tanti altri paesi, donne violentate e uccise in famiglia, giovani che non trovano il lavoro, uomini che lo perdono, famiglie che non trovano casa, persone che non riescono a curarsi, giornalisti perseguitati dalle mafie e dalla criminalità, migranti che muoiono nel deserto e in mare. Non possiamo restare ancora in silenzio – non si stanca di ripeterlo Lotti, Coordinatore della Tavola della pace e del Comitato Nazionale per il 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani – I diritti umani sono il nome nuovo della pace e la Dichiarazione Universale dei diritti umani è la Carta che, dopo una terribile serie di carneficine, ha messo l’umanità sulla via della pace. Per i cinici e rassegnati è solo un elenco di buone intenzioni. Per noi, e per la legge internazionale, è la bussola che ci aiuterà ad uscire dalla grave crisi in cui siamo stati sospinti e a ritrovare la strada verso un futuro migliore per tutti”.  E ancora: “Osiamo la fraternità. Facciamo crescere l’economia della fraternità. Educhiamoci alla pace. Fermiamo le guerre. Realizziamo gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e gli Accordi di Parigi sul clima. Costruiamo una politica nuova, un’Italia e un’Europa solidale. Scegliamo la nonviolenza. Scopriamo insieme l’importanza e la bellezza della cura. Assumiamoci la responsabilità di proteggere. Difendiamo la società aperta e poi, incontriamoci domenica 7 ottobre 2018 lungo la strada che da Perugia porta ad Assisi. Ciascuno porti un segno del proprio impegno, un’idea, una proposta da condividere nel nome della pace e della fraternità”.

Fonte: Repubblica.it

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Prendersi cura è un atto creativo

di Tiziana Bonora*

Troppe persone deambulano sul globo terracqueo stupide, distratte, senza conoscere totalmente se stesse, la propria storia e quella collettiva, senza alcuna visione mistico-politica, direbbero in America Latina. Difficilmente costoro sanno prendersi cura degli altri, dei beni comuni e collettivi, dei luoghi in cui si trovano, degli oggetti che utilizzano, occasionalmente, per lavorarci o per viverci Non vedono, non osservano, non godono pienamente né di un buon cibo, né di un paesaggio, né di un profumo, né di un incontro. Poche, troppo poche sono le persone che si prendono veramente cura di un luogo, di un oggetto, di un fiore, di una stanza, di un’aiuola, di un albero, di un animale … del nostro prossimo, che da sempre però ci dicono di amare come noi stessi.

Cura, sostantivo femminile. Arte, non solo prassi. Molto, molto interessante, poiché nella definizione di arte troviamo un intero universo di significati che non potremmo definire o esprimere altrimenti. Il prendersi cura è un atto creativo, un gesto che modifica l’esistente generando bellezza. È un atto rivoluzionario che modifica lo scorrere grigio e freddo delle cose con il calore e il colore dell’attenzione, della tenerezza, dell’amore. Come l’arte, la cura è un bisogno pienamente umano, originale, inciso nella storia e nello spazio di ogni quotidianità.

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La Madre Terra, le nostre case, ogni luogo in cui si pratica l’arte della cura, dovrebbero essere luoghi di protezione accoglienti, aperti, ospitali, belli, armonici. Luoghi di pace in cui la presenza e la cura di tutti e di ognuno rende più forti, più capaci di affrontare le paure, le gabbie, il disagio, le fragilità; più capaci di“amorizzare il mondo” – direbbe Arturo Paoli – a partire dalla bellezza e dalle piccole cose.

Ospiti e forestieri: l’esperienza della transitorietà che è anche leggerezza, umiltà, solidarietà con chi c’era prima, con chi ha pulito, chi ripulirà e con chi arriverà dopo. Giustizia e delicato rispetto che si leggono e si traducono in gesti concreti: raccogliere una cartaccia in terra, togliere una foglia secca da un fiore, pulire e riordinare una stanza o un letto appena usato, svuotare un posacenere o un sacco pieno di immondizia, spegnere una luce in più, sostituire un rotolo di carta igienica finito … incipiente risveglio alla consapevolezza dell’esserci.

La cura non è un optional nel cammino spirituale, si esprime in gesti, in delicata attenzione per tutti e tutto, in una lettura minuziosa e rispettosa di ogni persona e di ogni luogo pulito e ordinato, fragile pezzo di universo tutto da vivere, che è lì per noi .
Scrive Simone Weil:

“Ogni volta che facciamo veramente attenzione distruggiamo una parte di male che è in noi stessi”.

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Oggi ancora vivo la Comunità come luogo di cura reciproca, cura dei luoghi e laboratorio vivo e concreto di valori, con parole e prassi di inizio, capaci di costruire speranza e profezia, una società di donne e uomini fondata sulla comprensione, la cooperazione, la parità e la condivisione.

Le nostre comunità, le nostre città … luoghi in cui tutti noi, ogni giorno, sperimentiamo il gusto amaro del fallimento, della deriva etica, educativa e pedagogica. Ogni persona che oltrepassa la soglia delle nostra comunità dovrebbe sentirsi a casa propria, essere riconosciuta come unica e speciale. Così come ogni persona che oltrepassa la soglia della nostra comunità è chiamata a prendersi cura del luogo che la ospita, la accoglie, la circonda, la culla, la protegge.

Un caro amico e monaco camaldolese, mi invitava a osservare con attenzione la forma di una vecchia chitarra. È fatta con maestria, possiede un corpo ligneo con uno spazio interno e vasto che rimane invisibile agli occhi, la cassa armonica o cassa di risonanza: è uno spazio ospitante, perfetto e permeabile che si lascia attraversare dal flusso dell’energia sonora, accoglie la vibrazione di ogni corda e gli permette di espandersi, uscire e incantare a distanza. Ermes Ronchi descriverebbe ancor più poeticamente il concetto che vorrei trasmettere, con i seguenti versi tratti da “Servi inutili”.

Signore, tuoi servi sono i gigli del campo, servi della bellezza,
tuoi servi gli uccelli dell’aria, simboli di libertà e di gioia,
Fammi servo libero e inutile come loro
Come il fiore che nel folto del bosco fiorisce
anche se nessuno lo vedrà mai,
come l’usignolo che canta a mezzanotte
anche se nessuno aprirà la finestra ad ascoltarlo.

 

* Impegnata nel commercio equo e solidale e e con l’ong Progetto Continenti, Tiziana Bonora vive a Savona e fa parte del Comitato etico di Banca Etica

Articolo tratto da https://comune-info.net/2016/02/la-cura/

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Centenario della nascita di Mons. Romero

I nostri amici di Fundasal ci hanno informato recentemente che le attività del progetto “Ruta Romero”(in spagnolo “Mejoramiento de las condiciones de vida de la población salvadoreña a través de la creación de una ruta turística socio-comunitaria”)  continuano senza sosta e con risultati molto soddisfacenti.

Per chi non conoscesse ancora il progetto, si tratta di un’iniziativa che avrà la durata di 3 anni e che vedrà coinvolte 130 famiglie e 60 giovani studenti. Il nostro partner locale,Fundasal, collabora con la Parrocchia San Pedro Apostol di Ciudad Barrios, con il Comune, e altre realtà locali.

Attraverso la creazione di un itinerario turistico sulle orme dei luoghi dove ha vissuto ed operato Mons. Romero, saranno costruite delle nuove strutture, come ad esempio un ostello, un museo, e saranno migliorate le condizioni della comunità circostante attraverso la creazione di posti di lavoro, il rafforzamento del senso di identità della comunità locale, e la promozione della convivenza sociale, offrendo nuove possibilità di espressione ai giovani attraverso poesia, teatro, musica, pittura.

Negli ultimi mesi ci informano che sono state realizzate, come da cronogramma, varie attività, tra cui quelle di formazione con i giovani in tecniche di disegno, pittura e murales.

L’ostello per i pellegrini ed il museo sono a buon punto della loro costruzione, e la prevista ‘Guida del Pellegrino’ per la Ruta Romero è quasi pronta!

Inoltre, sembra proprio imminente la possibile canonizzazione del beato Romero. Il Vaticano sta esaminando il caso di una donna incinta e del suo bambino che si racconta siano stati miracolosamente guariti per intercessione di mons. Romero. Se tutto l’iter avrà esito positivo, Papa Francesco si recherà di persona nel piccolo paese centroamericano per proclamare santo Oscar Arnulfo Romero!
Speriamo davvero che arrivi questo momento! Il cardinale Gregorio Rosa Chavez, collaboratore di mons. Romero e ausiliare di San Salvador, ha definito questa possibilità come “il risarcimento di tutto un popolo”.

Come molti di voi sapranno,il vescovo Romero fu ucciso nel 1980 dagli squadroni della morte, a seguito di un duro atto d’accusa e di condanna della repressione del suo popolo compiuta dal regime. Aveva denunciato pubblicamente la morte di tanti bambini che venivano utilizzati dall’esercito per delineare le mappe dei campi minati. Il giorno prima di morire aveva invitato le forze armate a non eseguire ordini contrari alla morale umana.

Dal 6 al 15 agosto 2017, si sono tenuti grandi festeggiamenti per i 100 anni dalla nascita di monsignor Romero! In quei giorni, numerose celebrazioni e pubblicazioni nel mondo hanno ricordato il centenario della nascita del vescovo-martire, beatificato il 23 maggio 2015. Oltre alle commemorazioni, si è svolto un pellegrinaggio nell’itinerario che è anche nel nostro progetto: il “Cammino di monsignor Romero”, un percorso di 157 km (98 a piedi e 59 in pullman, in più giorni) dalla capitale San Salvador fino a Ciudad Barrios.

Claudia Blanco, la presidentedi Fundasal, ci ha mandato delle foto e ci ha chiesto di tradurvi in italiano quanto segue:
“Cari amici, in questi giorni abbiamo commemorato, con intensità edentusiasmo, il Beato Monsignor Romero con molte diverse attività, nella capitale, nella sua città natale Ciudad Barrios e in tutto il paese. Sono venute persone sia da San Salvador che dalle zone di campagna, tutte molto devote e motivate, desiderose di conoscere dove è nato e vissuto mons. Romero. C’erano giovani, donne, anziani, bambini. Ogni giorno si sono recati in pellegrinaggio a Ciudad Barrios per essere presenti ad ogni evento ecclesiale che è stato celebrato in occasione dei festeggiamenti. E’ stata un’esperienza meravigliosa, indimenticabile! Tra le tante attività, abbiamo organizzato anche un campeggio con i giovani di Ciudad Barrios ed altre parti del paese, per renderli partecipi delle attività commemorative e rendere vivo il suo messaggio, ancora attuale in ogni persona
Sono stati realizzati spettacoli, un cineforum sul documentario <<Bisogna sradicare il sistema alla sua radice>>, danze, musiche tradizionali…I giovani hanno dato il loro benvenuto ai pellegrini che hanno assistito ai festeggiamenti, ai corsi di pittura di murales e alla costruzione delle opere. Si sono realizzati dibattiti pubblici nei quali si è parlato di Monsignor Romero, dando enfasi alla profezia che lo portò al suo martirio. Danze, poesie, spettacoli di teatro hanno descritto la vita del Beato. In tutti i partecipanti si è notato coinvolgimento e devozione nel rendere viva la parola e la vita di Romero.”

Per chi volesse approfondire, Claudia ci ha mandato un link per seguire le attività attraverso un video:
http://www.fundasal.org.sv/wp-content/uploads/upe/continenti2_video.zip
Il cardinale Chavez, in occasione del centenario, ha proposto che la cittadina di Ciudad Barrios, terra natale del Beato, prenda il nome di “Ciudad Romero”. Ce lo auguriamo davvero!

I festeggiamenti sono stati molto sentiti e si è registrata un’ampia partecipazione. Noi tutti ci auguriamo che la figura di mons. Romero porti il popolo salvadoregno a lasciarsi definitivamente alle spalle decenni di oppressione e violenza e possa costruire un futuro di pace.

 

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