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Frana in una miniera in Myanmar

I corpi di almeno 113 minatori sono stati estratti dal fango dopo una frana in una miniera di giada nel nord del Myanmar. Lo hanno riferito i vigili del fuoco. La frana è stata causata dalle «forti piogge» e sono ancora in corso le operazioni di soccorso per portare in salvo eventuali sopravvissuti nella miniera situata nel villaggio di Sate Mu, nella municipalità di Hpakant, stato di Kachin. Un agente di polizia ha detto che le operazioni di soccorso sono state sospese a causa delle forti piogge. I feriti si contano a decine e non c’è chiarezza sul numero dei dispersi che potrebbe essere intorno ai 200.

Decine di minatori muoiono ogni anno nelle miniere di giada, altamente redditizie ma scarsamente regolamentate, e in cui sono impiegati migranti a basso reddito per estrarre la gemma molto ambita in Cina. Lo stato di Kachin si trova al confine con la Cina. I minatori cercavano le pietre preziose in terreni montuosi già indeboliti da precedenti scavi.

Le frane sono frequenti nella zona e le vittime provengono spesso da comunità etniche povere. Secondo Watchdog Global Witness nel 2014 il giro d’affari del settore ha raggiunto una trentina di miliardi di euro, denaro che quai mai finisce nelle casse dello stato. Le abbondanti risorse naturali del Myanmar settentrionale – tra cui giada, legname, oro e ambra – contribuiscono a finanziare entrambe le parti di una guerra civile lunga decenni tra ribelli ed esercito.

Fonte: Articolo della Stampa del 2/07/2020

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Uccisione di un cantante attivista in Etiopia

Almeno 50 persone sono morte in Etiopia, nella regione di Oromia, durante le manifestazioni di protesta per la morte del popolare cantante e attivista Hachalu Hundessa, ucciso a colpi di arma da fuoco mentre guidava nella capitale Addis Abeba, nella notte fra lunedì 29 e martedì 30 giugno. La notizia è stata confermata a Reuters da un rappresentante della regione.

Secondo il Washington Post tra i morti ci sarebbero sia manifestanti che rappresentanti delle forze dell’ordine. Il primo ministro Abiy Ahmed ha detto soltanto che i morti sono «numerosi». Durante le manifestazioni di protesta è stato arrestato anche il politico Jawar Mohammed, molto noto nel paese e oppositore di Ahmed, insieme ad altre 35 persone.

Non si sa ancora molto della morte di Hachalu, che aveva 34 anni e recentemente aveva detto di aver ricevuto minacce di morte. Le sue canzoni parlano principalmente dei diritti del gruppo etnico Oromo ed erano diventate inni per il movimento di protesta che nel 2018 aveva portato alla caduta dell’ex premier Hailemariam Desalegn. La polizia ha dichiarato di aver arrestato due persone in relazione all’omicidio.

Fonte: articolo Il post del 01/07/2020; foto Jumbo Africa

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Tempesta Amanda in El Salvador

È di almeno undici morti, gravi danni e numerose inondazioni il bilancio non ancora definitivo del passaggio oggi su El Salvador della tempesta tropicale Amanda, che si sta spostando sul Guatemala con meno intensità. Lo riferisce il quotidiano La Prensa Grafica.

Il governo del presidente Nayib Bukele ha disposto l’allarme rosso e decretato l’emergenza nazionale di due settimane per permettere ai soccorritori di intervenire efficacemente nelle zone colpite nell’occidente del Paese. Intanto il Parlamento è stato convocato oggi per esaminare le misure necessarie a sostenere gli abitanti delle zone disastrate.

La Protezione civile ha segnalato che si sta cercando una persona al momento dispersa, e precisato che fra le persone decedute vi sono un bambino di otto anni e tre membri di una stessa famiglia.

Infine si è appreso che il fiume più importante che ha rotto gli argini è l’Acelhuate, che scorre attraverso la Colonia Malaga, e questo ha causato fra l’altro l’interruzione della circolazione lungo la statale che conduce a Los Chorros.

Fonte articolo: CdT.ch Foto: InMeteo

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Le espulsioni di migranti contagiati di COVID19 in Guatemala

Il Guatemala ha attaccato il presidente americano, Donald Trump, a causa delle espulsioni dagli Stati Uniti di migranti contagiati dal nuovo coronavirus. Il presidente Alejandro Giammattei ha dichiarato che le espulsioni hanno saturato i centri di quarantena in Guatemala e hanno messo sotto pressione il debole sistema sanitario del Paese centroamericano.

“Il Guatemala è un alleato degli Stati Uniti, gli Stati Uniti non sono un alleato del Guatemala”, ha dichiarato all’Atlantic Council, un think tank per gli affari internazionali con sede a Washington. “Comprendiamo che gli Stati Uniti vogliono espellere le persone, lo capiamo, ma ciò che non capiamo è che ci invino voli contaminati”.

Tra i duemila casi di coronavirus del Guatemala, le autorità affermano che 100 sono migranti rimandati indietro dagli Stati Uniti. “Va bene che ci mandino gli espulsi, sono certamente problema nostro, ma sono anche il problema degli Stati Uniti. Quindi dovremmo affrontare insieme la questione, dobbiamo essere onesti”, ha aggiunto Giammattei, 64 anni, medico di professione.

La delusione arriva inoltre da quella che è stata definita l’incapacità di Washington di inviare forniture mediche al Guatemala. “Vediamo che gli Stati Uniti hanno aiutato altri Paesi, anche con i ventilatori, noi non abbiamo avuto nemmeno una pannocchia”, ha lamentato il capo di Stato. Dopo le dichiarazioni del presidente, sono arrivate le precisazioni dell’ambasciata americana in Guatemala che ha elencato gli aiuti. Tra cui un impegno di 2,4 milioni di dollari per il Paese da utilizzare “per mitigare la diffusione dell’epidemia Covid-19” attraverso l’assistenza clinica, i controlli di salute pubblica ai punti di ingresso alle frontiere e le forniture mediche. Tuttavia l’ambasciata non ha risposto alle accuse sui migranti contagiati espulsi dagli Usa.

Fonte: Articolo 22/05/2020 AGI

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La pandemia in Myanmar

In Myanmar, come purtroppo in tante altre regioni del mondo, l’emergenza pandemia si trova a dover drammaticamente convivere con la guerra o comunque, appunto, con sanguinosi e annosi conflitti interni. In questo senso la proposta della Giornata di preghiera del 14 maggio è stata immediatamente accolta dall’episcopato locale per chiedere a Dio di proteggere l’umanità dalla pandemia da coronavirus e porre fine al conflitto interno, come pure alle tante guerre che insanguinano il pianeta.

Alcuni giorni fa — come riferisce l’agenzia Fides — un civile è stato gravemente ferito a una gamba dall’esplosione di una mina nel villaggio di Han Gan, nella Ye Township dello Stato Mon. Si tratta dell’ennesimo episodio di una “guerra in sordina” che fa del Myanmar un Paese con un continuo conflitto a bassa intensità. Benché i combattimenti siano ora in corso soprattutto negli Stati Rakhine e Chin, i suoi effetti devastanti si fanno sentire un po’ ovunque. Agli inizi di maggio, tre organizzazioni separatiste che combattono contro il governo centrale di Yangon, hanno reiterato l’appello al cessate il fuoco, già reso noto agli inizi di aprile, con una “tregua unilaterale”, afferma un comunicato, che non esclude una risposta in caso di attacco.

La situazione di confusione, soprattutto negli Stati Mon e Rakhine rende difficile attribuire la responsabilità delle morti civili ai ribelli o ai soldati governativi. Il 20 aprile un autista dell’Organizzazione mondiale della sanità è stato ucciso mentre trasportava materiale medico; qualche giorno dopo un convoglio di aiuti del Programma alimentare mondiale, con riso e altri generi alimentari di base, è stato attaccato dai ribelli tra le città di Samee e Paletwa (Chin).

I combattimenti e le reciproche accuse non facilitano l’accesso degli operatori di organismi umanitari nelle aree di crisi, dove all’espansione del covid-19 si somma una carenza alimentare endemica, ora peggiorata dal virus. La semina del riso, per esempio — che rappresenta l’80 per cento della produzione birmana — inizia in genere a fine aprile con raccolti a settembre e ottobre, ma poiché i prestiti di governo e degli istituti di micro-finanza sono sospesi, molti agricoltori non sono in grado di procurarsi le necessarie sementi.

Dopo gli attacchi ai convogli Onu, le agenzie delle Nazioni Unite e diverse ong internazionali che operano in Myanmar hanno chiesto un immediato cessate-il-fuoco nell’area occidentale del Paese, ma il governo dello Stato Rakhine ha risposto vietando ai gruppi umanitari di creare campi per gli sfollati interni senza l’approvazione dell’esecutivo. Nel nord dello Stato almeno 160.000 persone sono sfollate a causa dei combattimenti tra esercito e ribelli.

Il 27 aprile scorso, la Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia (Fabc) aveva accolto la richiesta del Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, e rilanciata da Papa Francesco, per una tregua globale di fronte alla minaccia senza precedenti della pandemia. Alcuni giorni dopo un appello nella stessa direzione era stato siglato da diverse ambasciate straniere nella capitale Yangon.

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Il Coronavirus in Etiopia

Dallo scorso 28 marzo al 14 aprile in Etiopia i casi di coronavirus sono aumentati da 12 a 82. La pagina Facebook del ministero della Salute etiopico aggiorna puntualmente l’andamento della situazione: numero dei test condotti, numero dei contagi e dei ricoveri, profilo dei contagiati. Nel frattempo il governo ha aumentato le misure restrittive e di supporto per il contenimento del contagio.

I numeri 

Questi i numeri aggiornati: 4557 i test condotti, 82 i positivi, 3 i decessi. I dati dicono che il profilo del potenziale contagiato sta cambiando. Inizialmente si trattava principalmente di stranieri. Dopo le restrizioni imposte da numerosi Paesi e i blocchi delle tratte aeree, il profilo oggi corrisponde maggiormente a viaggiatori di cittadinanza etiope, perlopiù uomini provenienti da Dubai, Turchia, Usa, Canada, Inghilterra. Ma il dato significativo è quello relativo a casi di soggetti senza alcun trascorso di viaggio all’estero o che pare non abbiano avuto nessun contatto con soggetti affetti dal virus. Questo è un dato preoccupante. Aumenta così l’attenzione del governo nel tentativo di rendere più capillari i controlli e i test nelle regioni: non è casuale, quindi, che l’8 aprile abbia decretato lo stato di emergenza per una durata di 5 mesi rendendone noti i dettagli pochi giorni dopo.

E il governo che fa?

Questo nuovo assetto comporta ulteriori provvedimenti che si attengono alle linee guide dettate dal ministero della Salute. Fra le varie restrizioni già applicate in precedenza si aggiungono, tra gli altri, il divieto di licenziare i lavoratori dipendenti del settore privato, il divieto di sfrattare gli inquilini e di aumentare gli affitti e il divieto di assembramenti di più di quattro persone. Consentiti invece l’utilizzo al massimo del 50% dei posti a sedere nel trasporto pubblico e privato e del 25% dei posti a sedere della linea ferroviaria Etiopia-Gibuti. E c’è l’obbligo per tutti coloro che lavorano a contatto con il pubblico di coprire la bocca e il naso con mascherine commerciali o fatte a mano o semplicemente con stoffe.

Politica e mercati

Intanto a livello politico le elezioni parlamentari, già posticipate ad agosto causa pandemia, sono state posticipate ulteriormente a data da definire. Tra gli aspetti che destano preoccupazione, oltre a quello strettamente sanitario ci sono la gestione dei mercati informali, la lotta all’aumento del prezzo dei generi di primo consumo e la gestione dei flussi di lavoratori pendolari provenienti dalla regione Oromia che contorna Addis Abeba, città autonoma a maggioranza amhara.
Ma andiamo con ordine. I mercati informali non sono regolamentabili per loro natura. Sono sempre affollati e soddisfano una sussistenza economica alla giornata che non può essere riequilibrata nei suoi scompensi dall’oggi al domani. C’è quindi consapevolezza dell’impossibilità di bloccarli: Addis Abeba vive delle merci che importa dalle altre regioni. La dislocazione pare essere dunque l’unica misura applicabile. Così, ad esempio, per il mercato di frutta e verdura più grande della capitale, Atilkit Terà, si è pensato a una ricollocazione in un’area più grande, Gial Meda, dove sarebbe possibile mantenere le distanze di sicurezza. La proposta del lockdown per la capitale è stata invece subito scongiurata dal vicesindaco Takele Uma che, in un’intervista del 5 aprile, ha ribadito l’impegno economico per le misure di prevenzione (600 milioni di birr) e il coinvolgimento di un gran numero di volontari (circa 30mila) in attività di sensibilizzazione e fundraising. Il lockdown è invece un’ipotesi da scartare, almeno per il momento, per le migliaia di lavoratori pendolari impiegati nell’edilizia in questa città-cantiere che si regge sulla manovalanza a basso costo, giovane e marginalizzata.

Speculazione e pugno di ferro

La paura di un’evoluzione drammatica e del lockdown fino ad ora scongiurato ma anche il rischio di acquisti compulsivi dettati dal panico sono fattori che, a livello locale, stanno contribuendo all’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità. E poi c’è anche la speculazione in senso stretto. Un numero telefonico apposito a disposizione dei cittadini è stato attivato per segnalare eventuali irregolarità. Ed è così che alcuni commerciati, avendo aumentato il prezzo del teff, cereale alla base dell’alimentazione, sono poi stati denunciati (e in certi casi è stata imposta la chiusura dell’attività).
Ad Addis Abeba, epicentro della diffusione del virus nel Paese, si concentrano gli sforzi del governo, ma l’obiettivo rimane il contenimento sia nella capitale che nel resto delle altre regioni. Una buona notizia è certamente la donazione della Bill Gates Foundation (200 milioni di birr solo per la città di Addis Abeba: il vicesindaco ha ringraziato calorosamente via Twitter). Intanto la ministra della Salute Lia Tadesse ha fatto sapere che sono in arrivo altri ventilatori polmonari in aggiunta ai 435 precedentemente in dotazione, di cui alcuni non funzionanti, e che sono stati attivati corsi di formazione per avere più personale medico in grado di usarli. Il primo ministro Abiy Ahmed Ali ha poi sottolineato l’importanza di una produzione nazionale di mascherine, per cui molte industrie hanno convertito la loro produzione secondo questa necessità. È il caso dell’Industrial Park ad Hawasa, che sta quintuplicando la loro produzione, da 10mila a 50mila al giorno.

Preghiere private

Tante le difficoltà ma anche molti gli sforzi. Chiese e moschee non sono più aperte ai fedeli, esortati a dedicarsi alla preghiera privatamente. La Pasqua ortodossa si avvicina, così come la fine del digiuno. Si percepisce fibrillazione per i preparativi di domenica prossima. Dopo qualche giorno inizierà il ramadan. Vedremo come la consuetudine si adatterà alle necessità dettate dal particolare momento.

Fonte: Africa Rivista 15/04/2020

Foto: Info cooperazione

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Il coronavirus nel “capitalismo dei disastri”

Naomi Klein spiega come i governi e le élite globali sfrutteranno la pandemia. Traduzione di Anna Clara Basilicò dell’articolo pubblicato in inglese su Reader supported News.

Il Coronavirus è ufficialmente una pandemia globale che ha contagiato, finora, 10 volte il numero di persone colpite da SARS. Scuole, università, musei e teatri stanno chiudendo in tutti gli Stati Uniti e presto potrebbero fare lo stesso intere città. Gli esperti avvertono che alcune persone, pur sospettando di essere affette da Covid-19, stanno continuando la loro routine quotidiana, sia perché non hanno accesso a misure sussidiarie di reddito, sia a causa del collasso sistemico del sistema sanitario privatizzato.

La maggior parte di noi non sa esattamente cosa fare o chi ascoltare. Il presidente Donald Trump ha contestato le raccomandazioni del Centro di Controllo e Prevenzione Sanitaria e questi segnali contraddittori hanno ridotto la finestra temporale entro cui agire per limitare i danni dell’epidemia.

Per i governi e le élite globali si tratta delle condizioni perfette per rendere effettivi quei programmi politici che, in circostanze diverse, se non fossimo tutti disorientati, incontrerebbero una durissima opposizione. Questa catena di eventi non è una prerogativa solamente della crisi provocata dal Coronavirus, è un progetto che la classe politica e i governi hanno perseguito per decenni e noto come “dottrina dello shock” secondo la categoria coniata dall’attivista e scrittrice Naomi Klein nel volume pubblicato nel 2007 [Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastrindt].

La storia è una cronaca di “shock” – gli shock della guerra, dei disastri naturali, delle crisi economiche – e delle loro conseguenze. Le ripercussioni si configurano nel cosiddetto “capitalismo dei disastri”, nelle “soluzioni” di libero mercato pianificate in risposta a crisi che sfruttano ed esasperano le disuguaglianze esistenti.

La Klein sostiene che stiamo già assistendo allo spettacolo del capitalismo dei disastri su scala nazionale. In risposta al Covid-19, Trump ha proposto un pacchetto di incentivi per 700 miliardi di dollari che includerebbero tagli sull’imposta sui salari (il che devasterebbe la previdenza sociale) e un sostegno alle imprese che registreranno un calo degli affari a causa della pandemia.

«Non lo stanno facendo perché credono sia il modo migliore per contenere il danno in tempo di pandemia – covano questo progetto da lungo tempo e ora hanno trovato un’opportunità per perseguirlo» sostiene la Klein.

Partiamo dalle basi. Cos’è il capitalismo dei disastri? Che rapporto ha con la dottrina dello shock?

Il modo in cui io intendo il capitalismo dei disastri è estremamente diretto: descrive il modo in cui l’industria privata si solleva per trarre profitto diretto da crisi su larga scala. Le speculazioni sulla catastrofe o sulla guerra non sono nulla di nuovo, ma sono seriamente cresciute sotto l’amministrazione Bush dopo l’11 settembre, quando il governo ha approvato questa sorta di crisi di sicurezza permanente, contemporaneamente privatizzandola e subappaltandola – tanto lo stato di sicurezza, privatizzata, interna quanto l’invasione e l’occupazione (anch’essa privatizzata) dell’Iraq e dell’Afghanistan.

La dottrina dello shock è la strategia politica dell’usare crisi su larga scala per far passare politiche che sistematicamente aumentano le disuguaglianze, arricchiscono le élite e tagliano fuori chiunque altro. Nei momenti di crisi, le persone tendono a concentrarsi sull’emergenza quotidiana del sopravvivere alla crisi, qualunque essa sia, e tendono a riporre fiducia eccessiva nel gruppo al potere. Distogliamo un po’ lo sguardo nei momenti di crisi.

Questa strategia politica da dove arriva? Come ricostruisci la sua storia nella politica statunitense?

La strategia della dottrina dello shock è una risposta al New Deal di Roosvelt. L’economista Milton Friedman riteneva che ogni cosa fosse andata per il verso sbagliato in America durante il New Deal: in risposta alla Grande Depressione e alle Dust Bowl [le tempeste di sabbia che colpirono gli USA e il Canada tra il 1931 e il 1939 provocando un terribile disastro ecologico, con conseguenze su centinaia di migliaia di persone, ndt], emerse un governo più marcatamente attivista, che assunse come obiettivo la risoluzione diretta della crisi economica attraverso la creazione di posti di lavoro statali e offrendo sussidi immediati.

Se sei un economista che sostiene strenuamente il libero mercato, capirai che quando i mercati crollano la situazione si presta a un cambiamento progressivo in maniera molto più organica rispetto a quando non facciano le politiche di deregulation funzionali alle multinazionali. Di conseguenza, la dottrina dello shock è stata sviluppata come un modo per prevenire la tendenza, durante le crisi, a dare spazio a momenti organici in cui le politiche progressiste potevano farsi strada. Le élite politiche ed economiche capiscono che i momenti di crisi rappresentano la loro occasione di far emergere la loro lista dei desideri di politiche – affatto popolari – in grado di polarizzare ulteriormente il benessere all’interno di questo Paese e in tutto il mondo.

Al momento stiamo fronteggiando più di una crisi contemporaneamente: una pandemia, la mancanza di infrastrutture per gestirla e il crollo del mercato azionario. Riesci a tracciare un profilo di come ciascuna di queste componenti si inserisce all’interno della cornice che hai tracciato nel volume Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri?

Lo shock è proprio il virus. Ed è stato gestito in modo da massimizzare la confusione e minimizzare la protezione. Non penso sia un complotto, è semplicemente il modo in cui il governo USA e Trump hanno gestito drammaticamente male la crisi. Trump finora ha trattato la cosa come se non fosse una crisi della salute pubblica, bensì come una crisi della percezione e un potenziale problema per la propria ri-elezione. È il peggior scenario possibile, soprattutto se lo si legge in relazione alla mancanza di un programma di health care nazionale e al terribile programma di tutela dei lavoratori. Questa combinazione di forze ha prodotto uno shock esponenziale, che verrà sfruttato per salvare le imprese al centro delle crisi più grave che stiamo affrontando, come quella ecologica e ambientale: l’industria dei trasporti aerei, il settore del fossile, l’industria crocieristica – l’obiettivo è di sostenerle tutte.

Come abbiamo assistito in passato a questo spettacolo?

In Shock economy ho parlato di come tutto ciò fosse accaduto dopo l’uragano Katrina. I centri di ricerca di Washington come l’Heritage Foundation se ne vennero fuori con una lista di soluzioni a favore del libero mercato. Possiamo essere certi che la stessa tipologia di riunioni stia avendo luogo in questo momento – in effetti, a presiedere la commissione su Katrina fu Mike Pence [attuale vicepresidente degli Stati Uniti, ndt]. Nel 2008, la stessa dinamica si è avuta con il salvataggio delle banche, quando gli stati hanno emesso questi assegni in bianco alle banche, che alla fine sono arrivati a un totale di migliaia di miliardi di dollari. Ma i costi reali della crisi hanno preso forma nell’austerity e nei successivi tagli ai servizi sociali. Di conseguenza non è solo quello che sta succedendo ora, ma il modo in cui la pagheranno giù in strada quando arriverà il conto per tutto questo.

Esiste qualcosa che le persone possono fare per limitare i danni del capitalismo dei disastri che già scorgiamo in risposta al Covid-19? Ci troviamo in una posizione migliore o peggiore rispetto a quella in cui versavamo durante l’uragano Katrina o durante l’ultima recessione globale?

Quando reagiamo a una crisi o regrediamo e ci disperdiamo o cresciamo e troviamo riserve di forza e compassione che non credevamo di possedere. Questo sarà uno di questi test. La ragione per cui nutro qualche speranza sul fatto che sceglieremo di evolverci è che – a differenza del 2008 – abbiamo una reale alternativa politica che sta proponendo una risposta diversa alla crisi, una risposta che attacca alle radici le cause della nostra vulnerabilità e che ha un movimento politico tanto più esteso a sostenerla.

Questo è quello che tutto il lavoro intorno al Green New Deal ha rappresentato: prepararsi a un momento come questo. Semplicemente, non possiamo perdere il nostro coraggio; dobbiamo combattere più forte di prima per una sanità pubblica universale, per l’assistenza universale all’infanzia, per i permessi per malattia pagati – è tutto strettamente legato.

Se i nostri governi e le élite globali sfrutteranno questa crisi per i loro fini, le persone cosa possono fare per prendersi cura gli uni degli altri?

«Io mi prenderò cura di me e di me stesso, possiamo avere la migliore assicurazione in circolazione, e se tu non ne hai accesso è probabilmente colpa tua, non è un problema mio»: è questo che questa specie di economia alla winners-take-all fa alle nostre menti. Quello che un momento di crisi come questo scopre è la nostra permeabilità reciproca. Stiamo vedendo in tempo reale come siamo, in realtà, molto più legati gli uni agli altri di come il nostro brutale sistema economico ci vorrebbe far credere.

Potremmo pensare di essere al sicuro, se abbiamo una buona assicurazione sanitaria, ma se le persone che preparano il nostro cibo, che lo consegnano o che impacchettano le nostre scatole non hanno accesso a nessuna assicurazione e non possono permettersi il test – e figurarsi se possono rimanere a casa dal lavoro, dato che non hanno i permessi per malattia pagati – nemmeno noi saremo al sicuro. Se non ci prendiamo cura gli uni degli altri, nessuno di noi può dirsi al sicuro. Siamo intrappolati.

Modi diversi di organizzare la società mostrano parti diverse di noi stessi. Se fai parte di un sistema che sai non prendersi cura delle persone e non redistribuire le risorse in maniera equa, allora la parte più egoistica di te verrà sollecitata. Serve essere consapevoli di questo e pensare al modo in cui, invece di accumulare e di pensare al modo in cui prenderti cura di te stesso e della tua famiglia, puoi fare perno sulla condivisione con i tuoi vicini e sull’attenzione alle persone più vulnerabili.

Fonte: Articolo di Global Project

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Il coronavirus in Africa

ROMA – Sul sito di Africa Affari – la rivista mensile sul continete africano, diretta da Massimo Zaurrini che ringraziamo – si fa il punto sulla situazione dei contaggi nelle 54 nazioni che lo compongono. L’ultimo numero del periodico ha come titolo di copertina “Le sabbie mobili del Sahel”.

In Etiopia, Ghana e Kenia i primi casi. Nessun nuovo Paese africano, ad oggi, è entrato nella lista degli Stati che hanno segnalato casi confermati di coronavirus Covid-19, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO). Nelle ultime 24 ore tuttavia è bene segnalare che alcuni nuovi governi africani, Etiopia, Ghana e Kenya, hanno annunciato i loro primi casi positivi, rispettivamente 2 e 1. Anche il Sudan avrebbe fatto sapere di aver registrato la prima morte da Covid-19. Si segnala infine l’incremento di casi in Egitto passato in 24 ore da 67 a 93 casi.

La quarantena obbligatoria in Mozambico. Rispetto alle misure di restrizione prese dai Paesi africani nei confronti dei passeggeri provenienti dai paesi maggiormente colpiti dal Covid-19, quindi anche degli italiani, si segnala la quarantena obbligatoria in Mozambico e la chiusura della concessione dei visti in Sudan. Si segnala, a chiunque avesse necessità di viaggiare da e verso un qualsiasi paese africano, che un numero sempre maggiore di compagnie aeree ha ridotto e/o sospeso le tratte verso l’Italia o bloccato i voli charter. Si invitano quindi tutti a verificare bene con i vari soggetti interessati tutte le tappe del proprio viaggio.

Dopo la dichiarazione di “pandemia”. E’ bene evidenziare che, nelle ultime ore, la Farnesina ha pubblicato il seguente avviso relativo a tutte le destinazioni nel mondo: “Ai sensi del DPCM 09/03/2020, sono da evitare tutti i viaggi e gli spostamenti per turismo all’estero come sul territorio nazionale. La dichiarazione dell’OMS con cui si classifica COVID-19 come “pandemia” sta comportando l’adozione di misure restrittive (sospensione del traffico aereo, divieto di ingresso, respingimento in frontiera, quarantena obbligatoria, accertamenti sanitari) da parte di tutti i Paesi del mondo, con scarso o nessun preavviso. SI RACCOMANDA DI EVITARE OGNI VIAGGIO/SPOSTAMENTO NON ESSENZIALE e non motivato da ragioni di lavoro, comprovato stato di necessità o motivi di salute”.

L’aggiornamento al 14 marzo 2020

MOZAMBICO.
Al fine di prevenire la diffusione del COVID-19, le autorità locali hanno disposto una quarantena domiciliare obbligatoria (con controlli periodici da parte delle Autorità sanitarie), per un periodo di 14 giorni, per tutti i passeggeri in arrivo da Paesi di trasmissione attiva del Coronavirus. Al momento, la decisione di riferisce all’Italia, alla Cina, alla Corea del Sud, alla Francia, alla Germania e all’Iran, ma l’elenco dei Paesi considerati di “trasmissione attiva” potrebbe estendersi. Coloro che dovessero presentare sintomi gravi (con infezioni respiratorie acute), dopo apposito controllo medico, saranno trasferiti in centri di isolamento. Le autorità locali possono rivedere questa misura, con scarso preavviso o estemporaneamente. Si raccomanda in ogni caso di continuare a monitorare questo sito web.

TUNISIA.
Le Autorità tunisine hanno rafforzato i controlli sanitari negli aeroporti, porti marittimi e in tutti gli altri punti di accesso al Paese. Le autorità tunisine hanno disposto la chiusura delle frontiere marittime passeggeri, la sospensione dei collegamenti aerei con l’Italia, la riduzione dei voli verso altri paesi europei (1 volo giornaliero per la Francia, 1 volo settimanale per Egitto, Spagna, Regno Unito e Germania) e annunciato misure restrittive all’interno del Paese (annullamento eventi pubblici, eventi sportivi a porte chiuse, chiusura scuole, bar, ristoranti) fino al 4 aprile 2020. Per tutti i viaggiatori in arrivo in Tunisia è obbligatoria la permanenza domiciliare fiduciaria per 14 giorni con sorveglianza attiva da parte del Ministero della Salute, l’utilizzo di dispositivi di protezione individuali e il divieto di viaggio nei 14 giorni dell’autoisolamento.

Le sanzioni per il mancato rispetto delle regole. Il mancato rispetto delle indicazioni delle autorità sanitarie circa la quarantena è passibile di sanzioni penali, dal pagamento di una multa di 120 dinari (circa 40 euro) ai sei mesi di reclusione. Per i casi sospetti è previsto l’isolamento sanitario e il trasferimento in strutture ospedaliere dedicate. Per segnalazioni di casi sospetti è a disposizione il numero 190; per informazioni il 80101919. Alla luce delle temporanee misure restrittive (tra cui l’autoisolamento per 14 giorni dall’arrivo in Tunisia) adottate dalle Autorità tunisine al fine di prevenire la diffusione del Coronavirus, in particolare nei confronti di coloro che provengono da aree a rischio, ivi inclusa l’Italia, si sconsigliano i viaggi turistici in Tunisia.

SUDAN. 
A seguito del verificarsi in Sudan del primo caso di decesso da COVID-19, le autorità locali hanno disposto ieri con effetto immediato la sospensione del rilascio di visti d’ingresso ai cittadini dei Paesi in cui maggiore è l’incidenza accertata del virus, tra cui l’Italia.

I CASI UFFICIALMENTE CONFERMATI
I casi seguenti sono quelli ufficialmente confermati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO) che ad oggi non ha ancora registrato i nuovi casi annunciati dai governi o dalla stampa di altri paesi come Ghana e Kenya, che ieri hanno fatto sapere di avere 2 casi e 1 caso, rispettivamente.
– Egitto 93
– Algeria 25
– Sudafrica 17
– Senegal 10
– Tunisia, Marocco 7
– Reunion 5
– Burkina Faso, Camerun, Nigeria 2
– Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Togo 1

MISURE RESTRITTIVE AI VIAGGI PER ITALIANI
Per maggiori dettagli si rimanda al sito viaggiaresicuri.it del Ministero degli Affari Esteri. Le misure di Contenimento, infatti, variano da paese a paese e vanno dalla semplice misurazione della temperatura all’arrivo a pratiche di autoisolamento etc..)
– Angola/ Divieto
– Algeria/ Contenimento
– Benin/Quarantena
– Botswana/ Contenimento
– Burundi – Quarantena
– Capo Verde – Contenimento
– Centrafrica Repubblica – Quarantena
– Ciad/ Quarantena
– Congo/Quarantena
– Costa d’Avorio/Contenimento
– Egitto/ Contenimento-Ricovero
– Eritrea/ Quarantena
– Etiopia/ Contenimento
– Gabon/ Contenimento-Divieto
– Gambia/ Contenimento
– Ghana – Contenimento-possibile Quarantena
– Gibuti/ Contenimento/ Quarantena
– Guinea Bissau/ Contenimento
– Guinea (Conakry)/ Quarantena
– Guinea Equatoriale/ Divieto
– Kenya/ Contenimento-Quarantena-rimpatrio
– Liberia/ Isolamento (14 giorni)
– Madagascar/ Divieto-respingimento
– Malawi/ Isolamento (14 giorni)
– Marocco/ Contenimento-Isolamento
– Mauritius/Divieto
– Mozambico/ Quarantena
– Niger/ Quarantena
– Nigeria/Contenimento-Quarantena
– Rwanda/ Controlli-Monitoraggio (con spese a carico)
– R.D. Congo/Contenimento-Quarantena
– Senegal/Contenimento-Quarantena
– Seychelles/ Divieto
– Sierra Leone/ Quarantena
– Sudafrica/ Contenimento
– Sudan/ sospensione Visti
– Sud Sudan/ Contenimento-Quarantena
– Tanzania/ Contenimento-Quarantena
– Tunisia/ Contenimento-Isolamento
– Uganda/ Quarantena
– Zambia/ Contenimento-Quarantena
– Zimbabwe/ Contenimento

Fonti: Articolo de La Repubblica, 14 marzo, foto di Africa Rivista

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In Guatemala i vescovi hanno speranza nel cambiamento

“Nonostante le delusioni del passato e lo scetticismo che esse hanno provocato nella popolazione, la speranza del cambiamento riemerge sempre”. Lo scrivono i vescovi della Conferenza episcopale guatemalteca nel messaggio diffuso al termine della propria assemblea plenaria, venerdì scorso, e firmato dal presidente dell’organismo, confermato durante l’assemblea, mons. Gonzalo de Villa y Vásquez, vescovo di Sololá-Chimaltenango, e dal neoeletto segretario generale, mons. Antonio Calderón Cruz, vescovo di Jutiapa. Nelle loro parole, i vescovi si riferiscono al recente insediamento delle nuove autorità in seguito alle elezioni generali, a cominciare dal presidente della Repubblica, Alejandro Giammattei. “Tutti speriamo – proseguono i vescovi riferendosi ai nuovi rappresentanti delle istituzioni – che la loro priorità sia il bene comune e che si rompa la continuità con le pratiche politiche nefaste legate alla corruzione e all’assenza dello Stato in ambiti che sono invece primariamente di sua responsabilità”. L’auspicio, inoltre, è che “la priorità sia quella di promuovere una società inclusiva, con opportunità per tutti, che dia impulso allo sviluppo umano integrale della popolazione e che eviti ondate di migranti forzati a fuggire dalla povertà”.
Proprio per quanto riguarda il tema dei migranti, con riferimento soprattutto alle carovane che hanno attraversato e attraversano il Paese, i vescovi guatemaltechi ringraziano coloro che “con la loro solidarietà hanno aiutato ad alleviare le loro sofferenze” e ricordano che è “improrogabile la necessità di creare possibilità di sviluppo e di lavoro ai molti giovani che rappresentano una grande ricchezza per il nostro Paese”.
Infine, tra i vari temi di attualità affrontati, nel messaggio si legge: “È urgente che il processo elettorale dei magistrati della Corte suprema di giustizia e della Corte d’appello, nonché del Tribunale elettorale supremo, rientri nel quadro della legge, delle competenze e non dei favoritismi”.

Fonte: Agensir

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In Guatemala è stata uccisa una donna indigena che difendeva i diritti umani

Dominga Ramos, 53 anni, difensore dei diritti della comunità Maya, madre e nonna, moglie di Don Miguel Ixcal, principale difensore del Comitato per lo sviluppo rurale del CODECA / MLP, è stata assassinata a casa sua il 5 marzo, alle ore 5:30 del pomeriggio, alla presenza della nuora e dei nipoti, nella comunità di Las Delicias, comune di Santo Domingo, Suchitepéquez, 180 km a sud-est di Città del Guatemala.

“Era un uomo con il cappello capovolto, aveva un tatuaggio verde sul braccio. È venuto qui a camminare e ha chiesto la signora Minga … Mia suocera si è alzata dall’amaca, ha aperto la porta, ha parlato con il delinquente … Questo le ha detto: “Questo ordine è per te!”. Mentre prendeva la pistola dalla vita e ha sparato più volte contro mia suocera … È caduta a terra … ho cercato di nascondermi dietro i tavoli … “.

Questa è la testimonianza di Judith Raquel, nuora della signora Dominga, che uscì per incontrare l’assassino, e alla cui presenza sua suocera fu colpita con 8 proiettili nella sua umile casa. Dominga Ramos era un avvocato che organizzava la resistenza per la nazionalizzazione dell’energia elettrica.

A seguito delle spese eccessive e arbitrarie fatte dalla società di distribuzione di energia ENERGUATE, gli utenti di questo servizio, alcuni anni fa, in diversi dipartimenti del paese, hanno organizzato la resistenza chiedendo la nazionalizzazione di tale servizio. La signora Dominga era un difensore attivo nella resistenza.

Sebbene il motivo del suo omicidio non sia noto con certezza, è noto che Dominga Ramos aveva organizzato la resistenza della sua comunità ed era un membro attivo del Comitato per lo sviluppo contadino (CODECA) e dell Movimento per la liberazione dei popoli (MLP), i cui acronimi sono ancora dipinti all’ingresso della sua casa annunciando la candidatura al sindaco di Miguel Ixcal, suo marito, nel 2019.

Per diversi anni, la famiglia di Dominga Ramos e Ella furono organizzate e attive nelle campagne elettorali. Infine, nel 2018, insieme al resto delle comunità in resistenza del paese, sono riusciti a costituire il Movimento per la liberazione dei popoli (MLP) e nelle ultime elezioni generali del 2019 hanno raggiunto il quarto posto a livello nazionale e, in secondo luogo, a livello comunale con la candidatura di Miguel Ixcal. Attualmente Ixcal è consigliere politico dell’unico deputato della MLP, Vicenta Jerónimo, al Congresso della Repubblica.

Il marito della signora Dominga è anche il capo centrale del movimento del Comitato per lo sviluppo agricolo del CODECA, un membro del Comitato politico di questa organizzazione a livello nazionale.

Se CODECA era già una “pietra nella scarpa” per la libera egemonia del sistema neoliberale e del colonialismo americano in Guatemala, con il suo braccio politico (MLP) è diventata una vera minaccia sociopolitica di fronte all’oligarchia transnazionale in Guatemala. L’ultimo atto del MLP è stato quello di smascherare, attraverso il suo unico deputato al Congresso, il “banchetto neoliberista” tra i deputati pagati con le tasse degli impoveriti. Ciò ha infastidito troppo i ricchi del paese.

La “accusa”, annunciata alla signora Dominga dal suo assassino, è un messaggio che cerca di “spaventare”, “riaddomesticare” la media ribellione socio-politica delle comunità in resistenza articolata nel movimento CODECA / MLP per riaffermare l’esercizio del potere fattuale nella “fattoria del Guatemala”.

Il destinatario dell’avvertimento ​​non è solo il difensore / consigliere Miguel Ixcal che sale  offerte dai sondaggi ed intende apportare modifiche strutturali dal Municipio di Santo Domingo.

L’assassino di Dominga Ramos è un avvertimento a tutti i difensori dei diritti organizzati o meno in resistenza, utilizzando il “veicolo familiare più sensibile”: l’omicidio della madre, di fronte ai loro cari. Degli ultimi 17 omicidi di difensori del CODECA, questa è la prima volta che usano una madre per “trasmettere” il messaggio letale.

Sebbene l’assassinio  ​​sia stata eseguito da un sicario sconosciuto, i mittenti sono agenti del sistema neoliberale coloniale che sono oggi molto  a disagio con l’emergere di movimenti sociopolitici che nutrono di speranze il paese.

Il 5 marzo, alle 5:30 del mattino, mentre i nemici dei diritti umani degli impoveriti hanno eseguito l’assassinio di Dominga Ramos, lo Stato del Guatemala ha dichiarato la “dichiarazione di stato di calamità” contro il #Coronavirus che non ha ancora raggiunto Guatemala. È la dura e triste realtà della missione dei difensori dei diritti in un paese senza diritti e con privilegi per pochi.

Fonte: blog di Sergio Scorza (https://sergioscorzasite.wordpress.com)

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