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Nicaragua: il numero dei morti del regime Ortega sale a 455

MANAGUA – Uno Sciopero Nazionale chiede la liberazione di centinaia di manifestanti. Lo sciopero nazionale del 7 settembre scorso in Nicaragua ha cercato di mettere pressione al governo di Daniel Ortega, chiedendo la liberazione di centinaia di persone imprigionate per aver partecipato alle manifestazioni che da aprile esigono che l’ex guerrigliero sandinista lasci il potere. Uno sciopero generale coordinato da Alianza Civica, un’organizzazione nata sotto la mediazione della Chiesa, che riunisce imprenditori, studenti, sindacalisti, dirigenti contadini e accademici al fine di negoziare con il governo una via d’uscita dall’attuale crisi politica, a cui si unirono il “grande commercio”, le aziende internazionali e le banche, congelando la capitale di Managua. Sulle prime, Alianza Civica doveva essere un organismo propulsore del dialogo nazionale, ma davanti alle derive violente del governo ha cominciato ad attivare forme di pressione sempre più incisive. Lo sciopero è stato un grido davanti al deterioramento dell’economia dopo ormai quasi cinque mesi di crisi.

Manifestanti accusati di terrorismo. I nicaraguensi si svegliano ogni giorno con notizie di nuovi arresti. Leader del movimento studentesco, medici, professori, attivisti o chiunque abbia partecipato o anche solo appoggiato indirettamente le manifestazioni contro il regime viene accusato di terrorismo e possibilmente arrestato. Il fenomeno del paramilitarismo, riconosciuto da numerose organizzazioni per i diritti umani, e che invece Ortega definisce “polizia volontaria”, detiene e trasferisce nelle celle del carcere popolarmente conosciuto come El Chipote e segnalato come centro di tortura da Human Right Watch. Il Centro per i diritti umani del Nicaragua (CENIDH) stima che oltre 400 persone siano state imprigionate a causa delle proteste.

I morti sono ormai 455. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU denuncia gli abusi del governo Ortega. Secondo l’ultimo rapporto del CENIDH i morti sono saliti a quota 455. Davanti a questi numeri il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito per discutere la crisi del paese centroamericano. L’incontro, convocato dagli Stati Uniti, che detiene la presidenza di turno del Consiglio, ha denunciato la violazione dei diritti umani e la brutale repressione scatenata da parte dello stato contro le manifestazioni pacifiche che chiedevano la fine del regime di Ortega, che dal 2007 governa con un pugno di ferro.

Ortega non ascolta e respinge le accuse. Il governo di Ortega sordo davanti alle accuse della comunità internazionale. L’ambasciatore Usa Nikki Haley ha avvertito che il Consiglio “non può essere un osservatore passivo “mentre il Nicaragua rischia di diventare uno” stato fallito “e” dittatoriale”, la replica del ministro degli Esteri del Nicaragua, Denis Moncada Colindres, non ha tardato descrivendo come “interferenza nella sovranità del paese” le accuse del Consiglio. Un atteggiamento che non stupisce e che era stato già confermato daI governo che alla fine del mese di agosto ha ordinato al rappresentante dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) e al suo gruppo di lavoro di lasciare il paese. Dopo l’espulsione di Guillermo Fernández Maldonado e della sua squadra le Nazioni Unite hanno denunciato le autorità di commettere abusi di forza e violazioni dei diritti umani contro i manifestanti. Ortega ha respinto le accuse, che ha descritto come “eccessive, parziali e soggettive”.

“L’ossessione per il potere” della coppia Ortega-Murillo. Il ministro degli esteri del Nicaragua Denis Moncada, in una lettera inviata al rappresentante regionale dell’Officina dell’Alto Commissionato della ONU, OACNUDH, ha affermato che la missione dell’ONU non era più necessaria. Contemporaneamente, lo scorso 10 settembre nel suo primo discorso come nuova commissaria davanti al Consiglio dei diritti umani dell’ONU, l’ex presidente cileno Michelle Bachelet ha parlato soprattutto della questione migratoria ed ha esplicitato la sua preoccupazione nei confronti della situazione in Nicaragua. Per il momento, la mobilitazione della comunità internazionale non è stata sufficiente per combattere quella che viene definita  “la fissazione per il potere” della coppia formata da Ortega e da sua moglie, la vicepresidente Rosario Murillo. Insomma, il dramma storico del Nicaragua, a quanto pare, non è ancora arrivato al suo ultimo atto.

Fonte: Repubblica, 21 settembre 2018
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Ancora proteste in Nicaragua. OSA condanna la violenza

L’Organizzazione degli Stati americani (Osa) ha chiesto al Presidente nicaraguense Daniel Ortega di riprendere il dialogo nazionale, sospeso due mesi fa, e di collaborare nuovamente con la missione Onu per i diritti umani, che è stata espulsa dal Paese. Ieri marcia di protesta con migliaia di oppositori al regime.

Il Consiglio Permanente dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) ha approvato ieri una risoluzione sugli “eventi recenti in Nicaragua” in cui esprime la sua “forte condanna degli atti di violenza, repressione e violazioni dei diritti umani e degli abusi” commessi contro la popolazione del Nicaragua, come documentato dalla Commissione Interamericana per i Diritti Umani e dall’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.

Il sostegno alla risoluzione di 19 Paesi

La nuova risoluzione sul Nicaragua ha ottenuto il sostegno di 19 Paesi, 4 voti contrari, 9 astensioni e 2 assenti. Venezuela, Bolivia, Saint Vincent e Grenadine e Nicaragua hanno votato contro l’iniziativa. Dal canto suo il rappresentante di Managua, Luis Exequiel Alvarado Ramírez, ha ribadito che il suo governo “non riconosce” la risoluzione dell’Osa, che considera parte delle politiche “imperialistiche ed espansionistiche” di Washington. La risoluzione ha superato la soglia dei 18 voti necessari per essere approvata e ha avuto il sostegno di 19 Paesi, tra cui Cile, Colombia, Messico, Argentina, Perù e Stati Uniti.

Ripresa del dialogo nazionale

Il documento esorta il governo nicaraguense a rispettare l’impegno di fornire l’assistenza necessaria al meccanismo speciale di follow-up per il Nicaragua (Meseni) e al gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (Giei), “dando loro accesso e fornendo loro le informazioni necessarie per la corretta esecuzione del loro mandato”. Chiede inoltre che siano create le condizioni per ristabilire un dialogo serio tra le parti per redigere un calendario elettorale concordato congiuntamente nel contesto del processo di dialogo nazionale.

Ieri marcia dell’opposizione

“Vogliamo un Nicaragua libero, libertà per i prigionieri politici”: migliaia di persone hanno manifestato ieri nella capitale Managua per chiedere le dimissioni del presidente Daniel Ortega. Il Presidente, al potere da undici anni, è accusato dai suoi oppositori di aver instaurato una dittatura segnata dalla corruzione e dal nepotismo con la moglie e il vice-Presidente Rosario Murillo. La marcia, chiamata “Vamos ganando! (Stiamo vincendo!), è stata organizzata dall’Alleanza civica per la giustizia e la democrazia e da altri movimenti sociali di opposizione. Gli oppositori hanno anche chiesto il rilascio di più di 300 nicaraguensi imprigionati per essersi opposti al governo, così come elezioni anticipate nel 2019, due anni prima della scadenza ufficiale. La polizia antisommossa ha seguito la marcia senza intervenire e non sono stati segnalati incidenti.

Fonte: Vatican news, 14 settembre 2018

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Guatemala: revocato il mandato alla Commissione ONU contro l’impunità

CITTA’ DEL GUATEMALA –  Le ultime nuove del governo di Jimmy Morales sono niente di meno che la revoca del mandato della Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala. Davanti a questa notizia, che scuote la già traballante situazione odierna del centroamerica, Erika Guevara Rosas, direttore di Amnesty International America, ha dichiarato: “La decisione del governo di non rinnovare il mandato della Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala, proprio quando il Congresso deve analizzare l’udienza preliminare contro il presidente Jimmy Morales, è una chiara manovra per indebolire la lotta contro l’impunità nel Paese”.

L’ombra di un colpo di stato. L’ultimo venerdì di agosto, il presidente Jimmy Morales ha lanciato il sasso, informando della volontà di violare l’accordo con le Nazioni Unite, stipulato dieci anni fa, in cui si istituiva la Commissione Internazionale contro l’impunità nel paese centroamericano (CICIG). Il CICIG è un organismo internazionale indipendente, il cui scopo è sostenere le istituzioni statali nelle indagini sui crimini commessi da membri delle forze di sicurezza illegali, cercando di smantellare questi gruppi clandestini, spesso collusi con lo stato. Oggi Morales non vuole rispettare gli ordini che la Corte costituzionale ha emesso, definendo le loro decisioni “illegali”. Durante l’annuncio del Presidente, era presente un insolito spiegamento di forze di sicurezza, proprio di fronte alla Commissione, un messaggio intimidatorio diretto a chi lavora per la giustizia e i diritti umani. Molti politici, diplomatici, giornalisti e attivisti si dichiarano preoccupati e sospettano che il governo stia per dare un colpo di stato.

Il timore di azioni violente. Ma andiamo per ordine, nel quartier generale della CICIG non sono mancati i momenti di tensione. Infatti già si temeva che le autorità entrassero per rimuovere con la forza il commissario, Iván Velásquez, il procuratore colombiano che dal 2013 ha dato una nuova direzione alle indagini concentrandosi sulle strutture di corruzione che collegano i grandi gruppi imprenditoriali, criminali e dei media con politici, funzionari e giudici. Un anno fa Morales ci aveva già provato, dopo che suo figlio e suo fratello erano stati accusati di corruzione, proprio dallo stesso Velasquez, che venne dichiarato persona no grata: una decisione annullata dalla Corte costituzionale.

Una minaccia per la stabilità del Paese. L’allontanamento coatto del Commissario Velasquez. L’allontanamento coatto è riuscito lo scorso martedì, approfittando di un viaggio di Velasquez a Washington Morales lo ha dichiarato una minaccia per la sicurezza e la stabilità del paese, vietandone il ritorno in Guatemala e chiedendo la sostituzione con Guterres, il quale si è negato esplicitando i suoi dubbi sulla legalità della decisione e affermando che il commissario continuerà a guidare le indagini dall’estero. La legge sull’immunità crea scontento nella società civile. Nel frattempo, una parte del Congresso ha lavorato duramente per riformare la legge di antecedenza, chiamata Pretrial, e per cercare di proteggere i funzionari statali dall’essere investigati. L’intenzione di un folto gruppo di deputati è quello di smantellare gli sforzi anti-corruzione avviate nel 2015 e decidere a piacimento sull’immunità di alcune figure politiche.

Una rescissione prematura e unilaterale. Inoltre, come ricorda il giurista Alexander Aizenstadt, i giudici stessi valuteranno se la riforma è compatibile con la Costituzione. Infatti, su molti di questi deputati e dei loro partiti pesa l’ombra della corruzione. Il giurista ritiene che la decisione di Morales “si scontri direttamente” con l’accordo con le Nazioni Unite: “Il suo effetto è di rescindere l’accordo prematuramente e unilateralmente”, dice, “qualcosa che non consente né la legge internazionale né quella guatemalteca”. Università, associazioni studentesche, organizzazioni sociali e gran parte della comunità internazionale si sono opposte alla tesi secondo cui la vera intenzione è distruggere le istituzioni repubblicane e porre fine alla lotta alla corruzione.

Articolo e foto: Repubblica 17 settembre 2018

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Partecipa al Servizio Civile Universale presso Progetto Continenti

Da oggi puoi inviare la tua candidatura per il progetto Animare territori solidali coi minori” del Servizio Civile Universale presso Progetto Continenti!

Il bando del Servizio Civile Universale puoi scaricarlo al seguente link: http://www.serviziocivile.gov.it/media/756728/bando-nazionale.pdf

mentre quello del progetto specifico a questo link:

http://cipsi.it/wp-content/uploads/2018/08/sintesi-PROG_Animare-territori-solidali-coi-minori-rev.pdf

La domanda di partecipazione alla selezione e la relativa documentazione devono essere presentati al Cipsi, che è l’ente che realizza il progetto scelto con varie associazioni partner tra cui Progetto Continenti.

Qui troverai tutti gli allegati per la presentazione della domanda:

http://cipsi.it/invia-la-tua-candidatura-servizio-civile-universale-due-progetti-del-cipsi-in-italia-minori-e-diritto-allacqua/

Puoi inviare la domanda via PEC, con raccomandata a/r oppure presentarla a mano.

La data di scadenza è il 28 settembre 2018 (in caso di consegna a mano entro le ore 18:00).

Il Cipsi offre ai giovani l’opportunità di vivere, per 12 mesi, una significativa esperienza formativa e di crescita personale attraverso cui contribuire, a livello nazionale, a processi di coesione sociale e di impegno civile.

Grazie per il tuo interesse ed in bocca al lupo per la selezione!

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«Vade retro Salvini», la Chiesa reagisce a certi toni sprezzanti

La Conferenza episcopale italiana. I singoli vescovi. Le iniziative di sacerdoti, religiosi, suore e laici impegnati. A vari livelli e in vario modo le comunità ecclesiali replicano a certe prese di posizioni del titolare del Viminale. Nulla di personale o di ideologico. Si tratta del Vangelo. L’ampia inchiesta di Famiglia Cristiana sul numero 30 in edicola da giovedì 26 luglio.

Dopo l’ennesima tragedia di migranti morti in mare (le vittime sono già 1.490, dal primo gennaio al 18 luglio), Famiglia Cristiana fa il punto sull’impegno della Chiesa italiana . Il giornale apre l’inchiesta con le riflessioni della presidenza della Conferenza episcopale italiana (Cei): «Come pastori non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto».

Famiglia Cristiana riprende inoltre le frasi più significative di numerosi vescovi come Mario Delpini (Milano, «Vorremmo che nessuno rimanga indifferenteche nessuno dorma tranquilloche nessuno si sottragga a una preghiera»), Matteo Zuppi (Bologna, «Le Ong non sono complici degli scafisti, se stanno lì vuol dire che c’è un problema»), Corrado Lorefice (Palermo, «Siamo noi i predoni dell’Africa! Siamo noi i ladri che, affamando e distruggendo la vita di milioni di poveri, li costringiamo a partire per non morire: bambini senza genitori, padri e madri senza figli»), Cesare Nosiglia (Torino, «Fa parte del problema anche l’esplodere di polemiche, l’aver trasformato certo dibattito pubblico in un’arena in cui chi vince non è questo o quel gladiatore, ma sempre il “padrone del circo”, il controllore dei canali mediatici, il manipolatore delle opinioni e dei sentimenti»), Antonio Staglianò (Noto, delegato per le migrazioni della Conferenza episcopale siciliana: «Salvini sbaglia a dire: “Prima i poveri italiani e poi quelli africani”. Noi non dovremmo neppure averne. Gli stranieri hanno sempre il diritto umano di essere accolti»), Gualtiero Bassetti (Perugia, presidente della Cei, «Non si può chiudere il porto quando arriva una nave che è piena di disgraziati che sono dei crocifissi, o per un motivo o per un altro; che nessuno sia lasciato morire in mare, lo chiedo con il cuore»).

Famiglia Cristiana ribadisce e fa sue le parole pronunciate dal cardinale Bassetti l’11 luglio, san Benedetto, nell’Abbazia di San Miniato al Monte, in Firenze:  non è una questione ideologica o di schieramento politico, si tratta di riaffermare «il pensiero della Chiesa», che «è quello della parabola del Buon samaritano. La logica del cristianesimo è quella di prendersi cura».

Nell’inchiesta sull’emergenza migranti Famiglia Cristiana pubblica anche testimonianze e storie di inserimento, nonché due editoriali. Il primo è firmato dal cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente nazionale della Caritas italiana, che invita a scegliere come bussola le parole del Papa. E circa i migranti, aggiunge: «Non accoglierli, chiudendo loro soprattutto il cuore, significa non riconoscere Dio presente in loro, e perciò rifiutarLo. Mi chiedo, rifiutare Dio non è un atto di ateismo? Dobbiamo dunque sporcarci le mani e non trincerarci dietro un silenzio talvolta complice». Il secondo editoriale è di don Antonio Mazzi: «Noi di Exodus abbiamo aperto in Calabria cinque strutture  per accogliere i minori.  Insegniamo la lingua italiana, li aiutiamo a recuperare quel poco di scuola che hanno fatto nei loro Paesi ma, soprattutto, ascoltiamo i loro dolori e le loro paure, curiamo la loro salute e tentiamo, con fatica, di far capire che in Italia ci sono anche persone che li amano e che fanno di tutto perché nel loro mondo e nel nostro torni un po’ di pace».

Fonte: famigliacristiana.it

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Omissione di soccorso

OMISSIONE DI SOCCORSO

Una cronologia disumana
29 giugno
103 persone annegate al largo di Garabulli (Libia) tra cui 3 bambini

1 luglio – (Fonte Alto commissariato ONU per i rifugiati)
63 dispersi in mare al largo di Zwara (Libia) 

2 luglio – (Fonte Alto commissariato ONU per i rifugiati)
114 dispersi in mare al largo delle coste libiche
276 rifugiati e migranti riportati a Tripoli 

3 luglio (fonte Guardia costiera libica)
6 persone annegate al largo di Garabulli (Libia)

In questi giorni tristi per le “civili” nazioni europee, tra cui anche l’Italia, di fronte a un continuo stillicidio di morti dovuti, possiamo dire, a un’omissione di soccorso in attesa che l’Europa decida il da farsi, si sono levate alcune voci significative che, condividendole, vogliamo rilanciare dal nostro sito:

• Rompiamo il silenzio sull’Africa, è l’appello lanciato da Alex Zanotelli, padre comboniano, che richiama l’esigenza di informare sulle tragedie che colpiscono vari paesi dell’Africa per conoscere le cause che costringono le popolazioni a questo esodo biblico;

• Incapaci di mantenere le tradizioni umane del nostro Continente, potrebbe essere il titolo della lettera aperta che il vescovo Bettazzi ha inviato al presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

• Una maglietta rossa per fermare l’”emorragia di umanità”. Don Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele, ha lanciato un appello perché sabato 7 luglio tutti indossiamo una maglietta rossa, rosso come un semaforo che ci invita a fermarci per riflettere per metterci nei panni dei migranti che spesso vanno a morire sui barconi.

Ma subito, a mo’ di copertina di questo dossier, vogliamo trascrivere questo testo (poesia/canzone) di un capo scout, dedicato ai 100 morti in mare il 29 giugno;  morti affogati in attesa di una nave che li salvasse. (V)

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SE FOSSE TUO FIGLIO 

 

29 giugno 2018
Dedicata a i 100 morti in mare, morti affogati
in attesa di una nave che li salvasse.

Se fosse tuo figlio
riempiresti il mare di navi
di qualsiasi bandiera.

Vorresti che tutte insieme
a milioni
facessero da ponte
per farlo passare.

Premuroso,
non lo lasceresti mai da solo
faresti ombra
per non far bruciare i suoi occhi,
lo copriresti
per non farlo bagnare
dagli schizzi d’acqua salata.

Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare,
uccideresti il pescatore che non presta la barca,
urleresti per chiedere aiuto,
busseresti alle porte dei governi
per rivendicare la vita.

Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto,
odieresti il mondo, odieresti i porti
pieni di navi attraccate.
Odieresti chi le tiene ferme e lontane
Da chi, nel frattempo
sostituisce le urla
Con acqua di mare.

Se fosse tuo figlio li chiameresti
vigliacchi disumani, gli sputeresti addosso.
Dovrebbero fermarti, tenerti, bloccarti
vorresti spaccargli la faccia,
annegarli tutti nello stesso mare.

Ma stai tranquillo, nella tua tiepida casa
non è tuo figlio, non è tuo figlio.

Puoi dormire tranquillo
E sopratutto sicuro.
Non è tuo figlio.

È solo un figlio dell’umanità perduta,
dell’umanità sporca, che non fa rumore.

Non è tuo figlio, non è tuo figlio.
Dormi tranquillo, certamente
non è il tuo.

Sergio Guttilla
Capo Scout Agesci nel gruppo Bolognetta1, ogni tanto scrivo poesie e canzoni, suonicchio chitarra e pianoforte.

(ripreso dal sito: https://amore.alfemminile.com/forum/se-fosse-tuo-figlio-fd5746524)

Articolo tratto dal sito dei Viandanti.org

Foto Repubblica.it

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L’infanzia perduta per oltre un miliardo di bambini

«Povertà, discriminazione, conflitti espongono un miliardo e duecentomila bambini nel mondo al rischio di una prematura fine dell’infanzia». È la cifra, brutale, messa nero su bianco, nel nuovo report di Save the Children sullo stato di “salute” dei minori nel mondo: End of Childhood 2018 – The many faces of exclusion. «Perché sono nati poveri, perché sono femmine, perché crescono in una zona di guerra». Questi sono alcuni dei motivi per cui più della metà dei bambini vengono ancora oggi derubati dell’infanzia, dice David Wright, direttore regionale Save the Children.

E poi c’è il lavoro minorile,, l’emigrazione forzata, i matrimoni “pedofili” (altro non sono i matrimoni forzati con adulti cui vengono costrette ragazzine in età prepuberale, ndr). Tutte infanzie perdute. Almeno 134 milioni di bambini, soprattutto in Africa e Asia, sono costretti a lavorare. Erano 168 mln nel giugno del 2017 secondo le Nazioni Unite.

Stima Save the children che nel 2030 saranno 150 milioni le ragazze che si sposeranno prima di compiere 18 anni. E questo accadrà in America latina come nell’Africa subsahariana. E precisa che dei 28 milioni di minori costretti ad abbandonare la loro casa, 10 sono rifugiati secondo i criteri Onu. Anche la fine di una guerra, però, non vuol dire inizio di una vita migliore. A Mosul, in Iraq, per esempio, molti bambini in questo momento stanno ancora “combattendo” con i traumi del conflitto e la povertà che li circonda, in una città la cui ricostruzione richiederà anni.

«Per quello che sono, per i posti in cui vivono, questi bambini sono privati delle loro infanzie e del loro potenziale futuro», si legge nel report. La situazione globale è nel complesso migliorata, ma molto lentamente e Save the children lo ricorda proprio in vista della Giornata internazionale dell’infanzia e dell’adolescenza che si celebra il primo giugno. Segnali di miglioramento sono stati percepiti nel 51% dei Paesi subsahariani, e nel 47% del Medio Oriente e Nord Africa. In 95 dei 175 Paesi analizzati le condizioni di vita e di crescita dei minori sono migliorate, ma in altre 40 nazioni sono invece peggiorate: si soffre o si muore durante la minore età per malnutrizione, mancanza di educazione, maternità forzata.

Alla voce “la fine dell’infanzia”, la maglia nera del report va a Niger, Mali, Repubblica Centro Africana, Chad, Sud Sudan, Somalia, Nigeria, Guinea, Sierra Leone. Sul podio troviamo Norvegia e Svezia, ma arrivano anche Singapore e Slovenia.

«Paesi con simili livelli di reddito raggiungono risultati diversi» osserva Helle Thorning Schidt, ex premier danese, ora a capo di Save the Children. «Questo dimostra che sono politica, finanziamenti e impegno a fare una differenza critica».

«Nonostante le enormi capacità economiche, militari, tecnologiche», scrive Save the Children, anche Stati Uniti, Russia e Cina, tra le più grandi potenze al mondo, dimenticano di incentivare le politiche per migliorare le condizioni infantili. Gli Usa sono solo al 36esimo posto su 175 Paesi monitorati, tra Russia e Bielorussia: «I bambini negli Stati Uniti sono vittime di estrema violenza, il tasso di omicidi è comparabile a quello di Yemen, Afghanistan, Nord Corea, Filippine. Negli Usa sei milioni di bambini vivono in povertà estrema» scrive il Time.

Articolo di Left 31/05/2018

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Possibilità di pace per Etiopia ed Eritrea

Lo ha fatto il 5 giugno, dichiarando (con il piglio che solo il leader di un regime autoritario potrebbe avere) che l’Etiopia accetta quanto stabilito nel 2002 da una commissione internazionale sui confini e che ritirerà le sue truppe da Badme, la città commerciale al centro della disputa territoriale con l’Eritrea.

Almeno ottantamila tra soldati e civili sono stati uccisi nella guerra con l’Eritrea (1998-2000) e diversi milioni di solati hanno sprecato anni delle loro vite sul confine nella successiva guerra fredda (che si è brevemente surriscaldata di nuovo nel 2016). Abiy Ahmed ha messo fine a tutto ciò con un semplice cenno della mano.

Un fenomeno nuovo
Questa cosa sarebbe dovuta accadere molto tempo fa, ma l’Etiopia aveva difficoltà ad accettare le decisioni della commissione sui confini per due ragioni. In primo luogo, era stata l’Eritrea a cominciare la guerra occupando Badme. È stata una vera e propria stupidaggine, tenuto conto del fatto che l’Etiopia è venti volte più popolosa dell’Eritrea, ma le stupidaggini capitano. Nel 2008 i georgiani avevano ancora meno probabilità di farcela, ma hanno attaccato ugualmente la Russia (sia gli eritrei sia i georgiani hanno perso).

In secondo luogo, la guerra fredda è durata così a lungo perché il territorio nei dintorni di Badme era nello stato etiopico del Tigrè, patria del gruppo etnico di lingua tigrina all’epoca dominante nel Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (Eprdf), il partito al potere. Costituiscono appena il 5 per cento della popolazione etiopica, ma per sedici anni si sono rifiutati di consegnare Badme.

Ora è chiaro che qualcosa è cambiato in Etiopia, e lo stesso Abiy Ahmed rappresenta un fenomeno nuovo. Appartiene al gruppo etnico oromo, il più numeroso del paese, ed è il primo oromo della storia etiope a guidare il governo.

Le proteste crescenti degli ultimi tre anni sono state più virulente in Oromia, perché lì la gente si sentiva messa ai margini dal punto di vista politico, culturale ed economico. Centinaia di persone sono state uccise nel corso delle manifestazioni e la situazione stava sfuggendo di mano, perciò il partito al potere ha deciso di risolvere la situazione ponendo alla guida del governo un oromo che però aveva trascorso tutta la sua vita da adulto nell’Eprdf.

Stile di governo sovietico
Quell’uomo è Abiy. Entrato nell’esercito subito dopo aver finito la scuola, si è fatto strada fino al grado di colonnello, poi è andato a occupare una posizione di rilievo negli apparati di intelligence e sicurezza di quello che tutto sommato è uno stato di polizia, e alla fine si è spostato nella politica.

Gli è stato conferito il potere di affrontare alcune delle più gravi rivendicazioni della popolazione proprio perché si confida che non lascerà che il potere sfugga di mano all’Eprdf. Forse la sua nomina alla carica di primo ministro contribuirà a tranquillizzare le cose, ma non confondiamola con l’inizio di una “transizione democratica”.

L’Etiopia è l’unico dei tre giganti economici dell’Africa subsahariana a non essere democratico. A differenza del Sudafrica e della Nigeria, ha un unico partito al potere che controlla qualsiasi cosa. L’Eprdf è una coalizione permanente di quattro partiti che, pur rappresentando i quattro principali gruppi etnici del paese (oromo, amhara, tigrino e somalo), compone un insieme fortemente disciplinato il cui stile di governo è quasi sovietico. Non è ostacolato da ossessioni specificamente comuniste o anche socialiste, ma le elezioni non sono più significative di quanto non lo fossero quelle sovietiche di un tempo.

Nell’ultimo decennio questo approccio oltranzista ha generato una crescita economica annua del 10 per cento, molto più che in Sudafrica o in Nigeria. E sebbene le evidenti frizioni tra i vari gruppi etnici etiopi che compongono l’Eprdf siano piuttosto gravi, non sono comunque peggiori delle rivalità etniche che affliggono la vita politica delle altre due grandi democrazie.

Nessun sistema di questo tipo dura per sempre, e quando sparirà potrebbe farlo con uno schianto fortissimo

Non bisogna dunque stupirsi se c’è chi si chiede apertamente se per i paesi africani non sia preferibile il modello etiope. È vero che la gente finisce in carcere o in esilio se si oppone al regime, o magari sparisce nel nulla, ma tutto sommato non così spesso, e comunque il sistema mantiene le sue promesse dal punto di vista economico. Forse varrebbe la pena provarci?

Meglio non contarci troppo. Nel breve periodo la politica autoritaria può portare a risultati migliori rispetto alla democrazia. Gli ordini sono impartiti ed eseguiti e le cose vengono fatte. Nel lungo periodo però cresce l’opposizione e non esiste una valvola di sicurezza democratica che le consenta di sfogarsi. Quando alla fine gli argini si rompono, molto può andare perduto.

Pensiamo al quarto di secolo di crescita che la Russia ha perso dopo il crollo dell’Unione Sovietica. L’Eprdf non durerà per sempre, perché nessun sistema di questo tipo dura per sempre, e quando sparirà potrebbe farlo con uno schianto fortissimo. Questo forse non succederà ancora per molto tempo, ma Abiy Ahmed forse non è un mago.

Articolo di Gwynne Dyer, da Internazionale.it (Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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Testamento solidale: le star scelgono di dare i loro beni in beneficenza

Esser buoni sembra andare di moda. Dal tappeto rosso di Hollywood, passando per il Belpaese, sempre più persone scelgono il testamento solidale, ovvero lasciare tutto e gran parte del loro patrimonio in beneficenza. Secondo l’ultima indagine realizzata tra le organizzazioni del Comitato testamento solidale infatti, dal 2012 ad oggi, gli Italiani hanno acquisito maggiore consapevolezza sull’importanza di questo gesto. Si stima infatti che, nell’ultimo quinquennio, il valore economico dei lasciti solidali abbia subìto un incremento fino al 10%.

Il trend hollywoodiano. Molte star, da Sting a Bill Gates, passando per i coniugi Kutcher fino all’ex Take That Robin Williams sono balzati agli onori della cronaca per aver deciso di lasciare gran parte del loro, spesso immenso, patrimonio a fondazioni e organizzazioni non governarive. Ma non è necessario esser in possesso di patrimoni da favola per aprire il cuore alla beneficenza. Anche in Italia infatti questo fenomeno sta prendendo piede. Simbolico anche l’accrescimento del numero delle ong che hanno preso parte al comitato del Testamento solidale che dal 2013 ad oggi ha visto crescere i suioi membri da 6 a 21 organizzazioni. “Il percorso che abbiamo intrapreso nel 2013 – spiega  Rossano Bartoli, portavoce del Comitato Testamento Solidale – lanciando la prima campagna d’informazione sul lascito solidale, sta dando i frutti sperati. Gli Italiani sono un popolo generoso che inizia a percepire il lascito testamentario come un atto nobile e di grande responsabilità verso gli altri”.

Italiani brava gente. Stando ai numeri sono oltre 32 milioni gli italiani che hanno sostenuto nell’ultimo anno una causa benefica e sono aumentati anche i testamenti solidali. Dall’ultima indagine GFK Eurisko del 2016 , è emerso che il 14% dei nostri connazionali è pronto a inserire nelle disposizioni testamentarie un lascito; il 3% ha già dato indicazioni mentre l’11% è intenzionato a farlo. In Italia, nei prossimi 15 anni, secondo uno studio dell’Osservatorio Fondazione Cariplo “Il mercato dei lasciti testamentari”, i nostri connazionali potrebbero scegliere di destinare con un lascito, a istituzioni benefiche, una cifra che sfiorerà i 130 miliardi di euro. Aumenterà anche il numero delle famiglie che sceglieranno di devolvere tramite lascito parte del loro patrimonio al Terzo Settore: si passerà dalle circa 340 mila del 2009 alle 424mila famiglie “donatrici”, con un incremento del valore economico delle possibili donazioni di circa il 23%, passando dai 105 miliardi, calcolati nel 2009, ai 129 miliardi previsti nei prossimi anni. La novità dello studio evidenzia che, per la prima volta, anche i nuclei famigliari con eredi pensano di devolvere circa il 5% dei loro averi totali al settore no profit”.

Per chi dona. “La legge italiana – ricorda Gianluca Abbate, responsabile per i rapporti con il terzo settore del Consiglio Nazionale del Notariato – tutela i familiari più stretti cui viene riconosciuta la cosiddetta quota di legittima. Ma chi intende compiere un gesto di altissimo valore umano può scegliere di destinare anche solo una minima parte della quota disponibile del proprio patrimonio in favore di enti no profit o, in ogni caso, con fini di solidarietà, senza ledere i diritti intangibili dei parenti legittimari”. E sono proprio i notai italiani i primi “sostenitori” del testamento solidale: 1 su 4 ha già inserito un lascito solidale nel suo testamento destinandolo ad una o più realtà benefiche. E tra chi non ha dato ancora indicazioni a riguardo, il 63% dichiara che è propenso a prendere in considerazione l’ipotesi di fare un testamento solidale in futuro.

Fonte: Repubblica.it

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