Italia

Difesa: Etiopia-Italia, ministro Trenta firma accordo di cooperazione con omologo Mohammed

Il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha firmato un accordo di cooperazione nel settore con l’omologo etiope Aisha Mohammed. L’accordo, come riferisce l’emittente etiope “Fana”, è stato siglato ad Addis Abeba, dove Trenta è arrivata ieri sera per una visita ufficiale che rientra nell’ambito del suo tour regionale nel Corno d’Africa che l’ha vista nei giorni scorsi a Gibuti e in Somalia. Nel corso della visita, il ministro Trenta incontrerà anche alti funzionari delle forze armate locali per discutere su varie questioni bilaterali. Il tour di Trenta nel Corno d’Africa è iniziato domenica scorsa da Gibuti. “Anche qui, nel Corno d’Africa, dove la condizione geopolitica resta particolarmente delicata, la nostra attenzione resta massima. Erano infatti molti anni che un ministro della Difesa italiano non veniva in visita ufficiale in questi paesi. Nei prossimi giorni incontrerò le autorità governative locali e visiterò le basi addestrative dove i nostri militari sono impegnati nell’attività di training nella missione Miadit 11, utile al processo di stabilizzazione dell’intera area”, aveva scritto Trenta in un post su Facebook.

A Gibuti è stata creata nell’ottobre 2013 la prima base logistica operativa delle Forze armate italiane all’estero dopo la Seconda guerra mondiale. Si tratta di una base militare di supporto, a connotazione interforze, con un nucleo di quasi cento militari, ma che può ospitarne fino a 300. Il principale obiettivo è quello di fornire sostegno ai contingenti nazionali che operano nell’area del Corno d’Africa e nell’Oceano Indiano impegnati principalmente nella missioni anti-pirateria Atalanta e Ocean Shield, oltre che nelle attività di addestramento Miadit e la parte italiana di Eutm Somalia. La base è stata costruita in soli due mesi dai genieri del sesto Reggimento della Task force Trasimeno del sesto Reggimento genio pionieri di Roma. Dopo Gibuti, il ministro della Difesa ha fatto tappa in Somalia, dove ha avuto colloqui bilaterali con l’omologo Hassan Ali Mohamed, col quale ha discusso delle relazioni bilaterali e del rafforzamento della cooperazione congiunta tra i due paesi, compresa la riattivazione degli accordi sulla difesa. Alla riunione erano presenti anche il ministro degli Esteri somalo Abdulkadir Ahmed-Kheir Abdi, il ministro di Stato per l’ufficio del primo ministro, Abdullahi Hamud, l’ambasciatore somalo in Italia, Abdirahman Sheikh Esse, e il capo di Stato maggiore dell’Esercito nazionale somalo, Dahir Aden Elmi.

La Somalia progetta di rafforzare il suo esercito nazionale con il sostegno dei suoi alleati, fra cui l’Italia, per portare a termine operazioni di sicurezza volte a contrastare il terrorismo e a proteggere le sue frontiere terrestri, marittime e aeree. Dal 16 febbraio 2014 all’Italia è stata affidata la guida della missione European Union Training Mission Somalia (Eutm Somalia), avviata nell’aprile 2010 per contribuire allo sviluppo delle istituzioni preposte al settore della sicurezza in Somalia nell’ambito della strategia europea per il Corno d’Africa. Dal 16 luglio 2018 il comandante della missione Eutm Somalia è il colonnello Matteo Spreafico. L’attuale contributo italiano prevede un impiego massimo di 123 militari e 20 mezzi terrestri, impiegati in vari ambiti, da quello principale dell’addestramento delle Forze armate somale alla sicurezza dei movimenti e del contingente, dal supporto logistico e amministrativo a quello di staff del comandante

Credit: Agenzia Nova

africarivista.it

Foto Ministro Trenta

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Accordo tra Italia e Myanmar per l’elettrificazione del paese.

Un importante Soft Loan Agreement tra l’Italia e il Myanmar del valore di 30 milioni di euro è stato firmato nei giorni scorsi a Nay Pyi Taw, nell’ambito del progetto varato dalla Banca Mondiale per l’elettrificazione del paese. Grazie al contributo italiano – focalizzato soprattutto sullo Stato Chin e sulle aree circostanti, tra le più povere e remote – almeno 100.000 nuclei familiari, per un totale di circa mezzo milione di persone, potranno avere accesso all’energia elettrica.
“L’Italia potrà così concorrere a migliorare – ha detto l’ambasciatrice Alessandra Schiavo che ha firmato l’accordo alla presenza del Ministro per l’Agricoltura e l’Irrigazione U Aung Thu e della direttrice del locale Ufficio della Banca Mondiale Ellen Goldstein – i livelli educativi, la qualità e continuità delle prestazioni sanitarie e ospedaliere, la produttività delle micro o piccole imprese locali e, più in generale, le condizioni di vita delle popolazioni in zone anche afflitte da conflitti”.

Il sostegno sarà dato per lo sviluppo soprattutto di mini-reti e “home solar systems”.

Fonte: Farnesina, Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

Yangon (LaPresse)

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Il Terzo settore è sotto attacco

Ieri in un’intervista ad “Avvenire” il j’accuse di Stefano Zamagni: «l’obiettivo non dichiarato è quello di mettere sotto tutela gli enti del terzo settore. Si sta togliendo l’erba sotto i piedi a un intero mondo, senza avere il coraggio di metterlo al bando».

Segnatevi questa parola: aporofobia. «È una parola greca, vuol dire disprezzo del povero» spiega Stefano Zamagni, una vita spesa nello studio, nel racconto e nella testimonianza dell’economia civile. Un pezzo di storia del mondo del non profit, del Terzo settore e della cooperazione che guarda all’attuale fase storica, in Italia e non solo, con gli occhi dell’accademico e del nonno, oltreché del cattolico da sempre impegnato nella società civile.

«Non si era mai visto un conflitto del genere, si tratta di una novità ignota alle epoche precedenti» ammette quando gli si chiede conto della stagione che stiamo attraversando, dell’odio riversato sugli ultimi e della palese insofferenza nei confronti di chi, dal basso, prova a trovare soluzioni a misura d’uomo alla povertà, alle migrazioni, alla domanda di futuro dei più fragili.

«Attenzione, l’aporofobia non è un sentimento che nasce, come accadeva una volta, ai piani alti della società. Non siamo di fronte allo scontro classico tra chi sta molto bene e chi sta male. La guerra sociale oggi è stata scatenata dai penultimi nei confronti degli ultimi, perché le élite e i ricchi non hanno nulla da temere dalle politiche redistributive di cui parlano i governi. Da noi, in Italia e nell’Occidente, semmai è la classe media ad essere tornata indietro».

Per Zamagni, il disegno che sta prendendo forma è chiaro: è quello di una società civile che si vuole sempre più schiacciata tra le forze dello Stato e del mercato, nel nostro Paese, «è l’obiettivo non dichiarato di mettere sotto tutela gli enti del terzo settore», in termini sia di fondi da utilizzare (sempre di meno) che di progetti da realizzare. «Per questo – spiega – è necessario che i cattolici, a cui è legato in termini ideali il 70% delle organizzazioni attualmente presenti nella società civile e nel volontariato, non si tirino più indietro, si assumano le loro responsabilità e comincino a fare massa critica per poter incidere sulle scelte che davvero contano».

Professor Zamagni, il mondo della solidarietà in Italia è sotto schiaffo. Perché?
Perché è diventato scomodo. Finché metteva delle pezze a un sistema che tutto sommato funzionava, andava benissimo e non dava fastidio a nessuno. Poi abbiamo assistito a una crescita endogena fortissima, dal basso, che ha dimostrato come a parità di risorse, questo settore possa moltiplicare ricchezza e capitale umano. A partire dagli anni Sessanta, questo mondo ha mostrato capacità di volare. È stato allora che il mondo della politica ha avuto paura.

Non è prima un problema culturale, piuttosto che politico?
Certo. Il popolo italiano è sempre stato conosciuto nel mondo per la sua capacità di entrare in sintonia con il prossimo, per la sua com-passione nei confronti degli ultimi. Ora invece si stanno diffondendo disprezzo e derisione: quando questo si insinua anche nelle scuole, poi ci vuole tanto tempo per correggere atteggiamenti sbagliati.

Quali sono gli aspetti di questa deriva che più la preoccupano?
Si sta togliendo l’erba sotto i piedi a un intero mondo, senza avere il coraggio di metterlo al bando. Ai tempi del fascismo, il problema non esisteva perché il terzo settore non c’era… ma si bruciavano lo stesso le sedi di chi era scomodo… Ora però non possiamo commettere l’errore storico di stare alla finestra e non denunciare quanto sta succedendo. Sarebbe come commettere un peccato di omissione. Concretamente: abbiamo assistito al balletto di inizio anno sull’Ires per il non profit, siamo ancora in attesa di una dozzina di decreti attuativi sulla riforma del terzo settore, il cui Consiglio nazionale è stato convocato per la prima volta settimana scorsa dal giugno 2018, quando per legge dovrebbe essere convocato invece ogni tre mesi. Di fatto, i fondi pubblici per il sociale vengono sottratti al terzo settore per essere poi reindirizzati allo Stato, mentre tra i provvedimenti che aspetta il mondo della cooperazione ci sono importanti strumenti di finanza sociale, dalle obbligazioni ai prestiti. È tutto fermo.

Forse negli anni è mancata un po’ di autocritica da parte del terzo settore, che ha peccato di autoreferenzialità e non ha saputo individuare per tempo casi di malagestione.
Proprio questo è il problema. Servirebbe un Civil Compact in sede europea, un progetto sull’economia civile che guardi ai prossimi decenni, mettendo alla berlina chi ha sbagliato in questi anni. Da quando è nata un’intellighenzia del terzo settore, ripeto, la classe dirigente ha avuto paura che le si potesse sottrarre potere progressivamente. Il punto è che, essendosi spostato il conflitto tra classi sociali, il modello di ordine del passato non può più durare a lungo e le forze politiche attuali non sanno indicare la strada per trovare nuovi equilibri. Non abbiamo gli attrezzi giusti per affrontare questa nuova fase storica.

Fonte: Vita.it (articolo di Diego Motta del 28/04/2019 ed immagine della Parrocchia di Santa Croce)

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Il calo dell’aiuto della cooperazione italiana allo sviluppo

Calano gli aiuti internazionali verso i paesi in via di sviluppo. Gli ultimi dati OCSE mostrano come la spesa complessiva da parte dei 30 paesi membri nel 2018 sia scesa del 2,7% rispetto al 2017; una riduzione che solo in parte si giustifica con il taglio della spesa per l’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo e che colpisce i paesi più poveri. Uno scenario triste in cui l’anno scorso i paesi ricchi hanno destinato in media solo lo 0,31% del proprio reddito nazionale lordo agli aiuti allo sviluppo, ossia quanto stanziato già nel 2017, ma ben al di sotto dell’obiettivo dello 0,7% fissato ormai 50 anni fa e raggiunto a oggi solo da Svezia, Norvegia, Regno Unito, Lussemburgo e Danimarca.

Risorse per gli aiuti pari alle fortune di Bezos. “L’aiuto allo sviluppo proveniente dai paesi ricchi è solo di poco superiore alle fortune di Jeff Bezos, l’uomo più facoltoso del mondo – ha detto Francesco Petrelli, consulente sui temi della finanza per lo sviluppo di Oxfam Italia. Un dato semplice che descrive quanto l’attuale sistema economico funzioni bene solo per l’1% e male per il restante 99%. Il drastico calo degli aiuti ai più poveri e vulnerabili è desolante, perché in fondo non si sta facendo altro che voltare le spalle a chi lotta per la sopravvivenza”.

“Autiamoli a casa loro”? : scende il contributo iraliano per l’Africa.Diminuisce pericolosamente il volume dell’APS italiano, passando dai 5.858,03 milioni di dollari nel 2017 ai 4.900,1 milioni di dollari nel 2018, pari allo 0,23% del reddito nazionale lordo e in netto calo rispetto allo 0,30% del 2017. Si tratta di una riduzione drastica del 21,3% che fa guadagnare all’Italia la maglia nera tra tutti i paesi OCSE. “L’anno scorso con lo 0,30% di Aiuto Pubblico, avevamo raggiunto con tre anni di anticipo sulla tabella di marcia l’obiettivo intermedio fissato entro il 2020, in relazione al traguardo dello 0,70 fissato dall’Agenda 2030 per la realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile – aggiunge Petrelli – Oggi ogni traguardo appare lontano e, soprattutto, rimane puro slogan quell’incitamento ad aiutare i più poveri a casa loro”.

Preoccupa la scelta di ignorare anche i paesi poverissimi. Dal 2012, per la prima volta quest’anno, si assiste a una riduzione degli aiuti internazionali in settori e paesi cruciali: meno 31,9% verso i paesi dell’Africa sub-sahariana (da 324, 8 milioni di dollari nel 2017 a 221,3 del 2018), meno 17,2% verso i paesi meno sviluppati (da 326,5 milioni di dollari nel 2017 a 270,5 nel 2018), meno 37,7% per i costi dei rifugiati, dovuto in gran parte alla diminuzione dei flussi migratori verso le coste italiane. “Mentre il calo dei costi per i rifugiati trova una spiegazione nel blocco imposto ai flussi dei migranti dall’Africa, a destare maggiore preoccupazione sono proprio le riduzioni di stanziamenti verso paesi poverissimi o in via di sviluppo. – conclude Petrelli –  Ai paesi a minore tasso di sviluppo (LDCs), l’Italia destina per esempio un misero 0,06%, rispetto allo 0,15% raccomandato dall’ONU, pur trattandosi della metà dei 22 paesi prioritari per la cooperazione italiana”.

L’aiuto allo sviluppo ai tempi della disuguaglianza. C’è una tabella di marcia che Oxfam indica in un nuovo rapporto, per rendere l’aiuto allo sviluppo una leva certa di contrasto alle crescenti disuguaglianze e dunque alla povertà estrema. In questo momento, il 10% della popolazione mondiale vive in povertà estrema: senza un’inversione di tendenza, secondo le stime della Banca Mondiale, entro il 2030 l’87% dei poveri del mondo vivrà nell’Africa sub-sahariana, in quegli stessi paesi dove la disuguaglianza economica è ormai insostenibile. Basti pensare che ad oggi dei 20 paesi con i massimi livelli di disuguaglianza al mondo, ben 7 si trovano in Africa, mentre oltre tre quarti delle famiglie nei paesi in via di sviluppo vivono in contesti in cui la disuguaglianza di reddito è oggi maggiore rispetto agli anni ’90.

Gli obiettivi indicati da Oxfam. Il report “L’aiuto allo sviluppo ai tempi della disuguaglianza” evidenzia appunto come la povertà potrà essere sradicata, solo se nei prossimi anni saranno finanziati interventi che abbiano al centro strumenti concreti di riduzione delle disuguaglianze nei paesi in via di sviluppo.

Un obiettivo non rinviabile, che potrà essere raggiunto dai grandi donatori attraverso poche ma cruciali mosse chiave:

·         stabilire, in base a quanto indica la Banca Mondiale, alle cooperazioni bilaterali di tutti i paesi donatori di fissare due obiettivi giuridicamente vincolanti, per valutare l’efficacia dell’aiuto attraverso la riduzione di (a) disuguaglianza e (b) povertà. Misurando l’impatto che essi hanno avuto nel ridurre il gap tra i redditi del 10% più ricco della popolazione e il 40% più povero;

·         cessare di utilizzare gli aiuti per finanziare partenariati pubblico-privati soprattutto in settori che forniscono servizi essenziali come sanità e istruzione. Un modus operandi che in Paesi a basso reddito non fa che portare a processi di privatizzazione che producono l’esclusione delle fasce più povere e vulnerabili della popolazione, esposte ad un aumento esponenziale dei costi per l’accesso ai servizi. Va invece favorito un aumento di aiuti pubblici destinati a sanità e istruzione, che soprattutto nei paesi poveri sono cruciali per la riduzione delle disuguaglianze.

·         lo stanziamento di aiuti in grado di mobilitare nuove risorse, attraverso il rafforzamento di sistemi fiscali progressivi, in grado di svolgere una doppia funzione: ridistribuire la ricchezza e dare impulso alla spesa per servizi pubblici in grado di ridurre le disuguaglianze. Oxfam ha calcolato che se i Paesi in via di sviluppo realizzassero entro il 2020 un aumento delle entrate fiscali interne di un solo 2%, i loro bilanci beneficerebbero di un aumento di 144 miliardi di dollari in più all’anno, una cifra molto vicina l’intero ammontare dell’aiuto mondiale (153 miliardi di dollari);

·         aumentare gli aiuti destinati a combattere la disuguaglianza di genere. Nel 2015-16, secondo un’analisi dei programmi realizzata dall’OCSE, nonostante i progressi dei donatori, solo il 4% aveva l’eguaglianza di genere come obiettivo principale, il 33% come obiettivo secondario e il restante 63% non la menzionava affatto. Si tratta di un ritardo molto grave, basti pensare che da oggi al 2025, se tutte le donne avessero pari opportunità lavorative, l’economia mondiale crescerebbe di 28.000 mila miliardi di dollari;

·         smettere di utilizzare gli aiuti per sostenere strategie commerciali e politiche interne, sottraendo di fatto risorse essenziali per la lotta alla povertà nei paesi in via di sviluppo. Ad esempio con il ricorso all’utilizzo dei budget per gli aiuti, per sostenere l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati all’interno dei propri confini.

Fonte: Repubblica, 11 apr 2019

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Proposte presentate al Forum delle Disuguaglianze e Diversità

Dopo due anni di lavoro, l’impegno di oltre duecento persone, fra ricercatori e membri delle organizzazioni di cittadinanza attiva, presentate oggi a Roma 15 proposte.

Tutti parlano di disuguaglianze. Anche quelli che hanno concorso in questi ultimi trent’anni a produrle. Perché le disuguaglianze sono tornate a crescere, prima di tutto quelle di ricchezza. E la percezione di abbandono, disattenzione o impotenza da parte delle classi dirigenti ha prodotto paura, risentimento, rabbia.

L’idea che la tua povertà o vulnerabilità, il degrado del tuo territorio, il peggioramento dei servizi essenziali per te e la tua comunità, il mancato riconoscimento della tua persona siano “inevitabili” ti toglie la forza per poterti emancipare e ti lascia aperta solo la strada della rabbia verso gli altri, magari ancora più deboli di te.

Ma non c’è nulla di ineluttabile nelle disuguaglianze. È una menzogna costruita nell’ultimo trentennio. Le disuguaglianze sono il frutto di politiche pubbliche errate, di un minore potere del lavoro, di un cambiamento del “senso comune”. Ce lo ha insegnato Anthony Atkinson. È dunque possibile ridurre le disuguaglianze. Con un cambio di rotta radicale su questi tre fronti. Dopo due anni di lavoro, l’impegno del di oltre duecento persone, fra ricercatori e membri delle organizzazioni di cittadinanza attiva, ha permesso di presentare oggi, 15 proposte.

Proposta n. 1 La conoscenza come bene pubblico globale: modificare gli accordi internazionali e intanto farmaci più accessibili

Si propongono tre azioni che mirano ad accrescere l’accesso alla conoscenza. La prima azione riguarda la promozione, at-traverso l’UE, di una modifica di due principi dell’Accordo TRIPS che incentivi la produzione e l’utilizzo della conoscenza come bene pubblico globale. Le altre due azioni riguardano il campo farmaceutico e biomedico; si propone, sempre attra-verso l’UE, di arrivare a un nuovo accordo per la Ricerca e Sviluppo, in sede di Organizzazione Mondiale della Sanità, che consenta di soddisfare l’obiettivo del “più alto livello di salute raggiungibile” e, contemporaneamente di rafforzare l’iniziativa negoziale e strategica affinché i prezzi dei farmaci siano alla portata dei sistemi sanitari nazionali e venga assicurata la pro-duzione di quelli per le malattie neglette.

Proposta n. 2. Il “modello Ginevra” per un’Europa più giusta

Si propone di promuovere a livello europeo degli “hub tecnologici sovranazionali di imprese” che si occupino di produrre beni e servizi che mirino al benessere collettivo, partendo dalle infrastrutture pubbliche di ricerca esistenti ed estendendo il loro ambito di azione dalla fase iniziale della catena di creazione di valore a quelle successive. L’obiettivo è quello di sfruttare il successo di forme complesse e autonome di organizzazione per rendere accessibili a tutti i frutti del progresso scientifico e affrontare il paradosso attuale per cui un patrimonio di open science prodotto con fondi pubblici viene di fatto appropriato privatamente da pochi grandi monopoli.

Proposta n. 3 Missioni di medio-lungo termine per le imprese pubbliche italiane

Si propone di assegnare alle imprese pubbliche italiane missioni strategiche di medio lungo periodo che ne orientino le scelte, in particolare tecnologiche, verso obiettivi di competitività, giustizia ambientale e giustizia sociale. I punti di forza della pro-posta sono: l’identificazione di un presidio tecnico; la trasparenza della responsabilità politica; il monitoraggio dei risultati; la garanzia della natura di medio-lungo termine degli obiettivi; e il rafforzamento delle regole a tutela dell’autonomia del management.

Proposta n. 4 Promuovere la giustizia sociale nelle missioni delle Università italiane

Si propongono quattro interventi integrati per riequilibrare gli attuali meccanismi che inducono le Università a essere disattente all’impatto della ricerca e dell’insegnamento sulla giustizia sociale: introdurre la giustizia sociale nella valutazione della terza missione delle Università; istituire un premio per progetti di ricerca che accrescono la giustizia sociale; indire un bando per progetti di ricerca che mirano a obiettivi di giustizia sociale; valutare gli effetti dell’insegnamento universitario sulla forbice di competenze generali delle giovani e dei giovani osservata all’inizio del percorso universitario.

Proposta n. 5 Promuovere la giustizia sociale nella ricerca privata

Si propone di introdurre, nei criteri per l’allocazione dei finanziamenti pubblici alla ricerca privata, parametri che inducano le imprese a tener conto degli effetti delle loro scelte sulla giustizia sociale e che le sollecitino a promuoverla.

Proposta n. 6 Collaborazione fra Università, centri di competenze e piccole e medie imprese per generare conoscenza

Si propone di valorizzare, sviluppare e diffondere in modo sistematico le esperienze in corso in alcune parti del territorio italiano, che vedono reti di PMI collaborare con le Università e con altri centri di competenza per superare gli attuali ostacoli derivanti dalla concentrazione della conoscenza e produrre conoscenza condivisa che consenta un recupero della loro competitività.

Proposta n. 7. Costruire una sovranità collettiva sui dati personali e algoritmi

Si propone che l’Italia compia un salto nell’affrontare i rischi che derivano dalla concentrazione in poche mani del controllo di dati personali e dalle sistematiche distorsioni insite nell’uso degli algoritmi di apprendimento automatico in tutti i campi di vita. La strada è segnata dalle esperienze e dalla mobilitazione che altri paesi stanno realizzando su questo tema: mettere alla prova il Regolamento Europeo per la Protezione dei Dati che fissa principi all’avanguardia sul piano internazionale; rea-lizzare un ampio insieme di azioni, specie attorno ai servizi urbani, che vanno da una pressione crescente sui giganti del web alla sperimentazioni di piattaforme digitali comuni; rimuovere gli ostacoli allo sviluppo delle comunità di innovatori in rete.

Proposta n. 8 Strategie di sviluppo rivolte ai luoghi

Si propone di disegnare e attuare nelle aree fragili del paese e nelle periferie strategie di sviluppo “rivolte ai luoghi” che tragga-no indirizzi e lezioni di metodo dalla Strategia nazionale per le aree interne; strategie che, attraverso una forte partecipazione degli abitanti, combinino il miglioramento dei servizi fondamentali con la creazione delle opportunità per un utilizzo giusto e sostenibile delle nuove tecnologie.

Proposta n. 9 Gli appalti innovativi per servizi a misura delle persone

Si propone di promuovere con diversi strumenti il ricorso da parte delle amministrazioni, soprattutto locali, agli appalti inno-vativi per l’acquisto di beni e servizi, che consentono (come mostrano le poche ma positive esperienze italiane) di orientare le innovazioni tecnologiche ai bisogni delle persone e dei ceti deboli. In particolare, gli strumenti proposti sono: formazione dei funzionari pubblici; rimozione degli ostacoli alla partecipazione; campagna pubblica di informazione; ricorso a consultazioni pubbliche per il disegno del bando.

Proposta n. 10 Orientare gli strumenti per la sostenibilità ambientale a favore dei ceti deboli

Si propongono tre linee d’azione che possono orientare gli interventi per la sostenibilità ambientale e il contrasto al cambia-mento climatico a favore della giustizia ambientale, condizione perché quegli stessi interventi possano essere attuati: rimo-dulazione dei canoni di concessione del demanio e interventi fiscali attenti all’impatto sociale; rimozione degli ostacoli ai processi di decentramento energetico e cura degli impatti sociali dei processi di smobilizzo delle centrali; modifiche dell’E-cobonus per l’incentivazione delle riqualificazioni energetiche degli edifici ed interventi sulla mobilità sostenibile in modo favorevole alle persone con reddito modesto.

Proposta n. 11 Reclutamento, cura e discrezionalità del personale delle PA

Si propone che in tutti i livelli amministrativi coinvolti dalle singole strategie di giustizia sociale proposte nel Rapporto venga attuata la seguente agenda di interventi: a) forte e mirato rinnovamento (anche disciplinare) delle risorse umane; b) politica del personale che elimini gli incentivi monetari legati ai risultati e li sostituisca con meccanismi legati alle competenze orga-nizzative; c) restituzione della funzione di strumento di confronto fra politica, amministrazione e cittadini alla valutazione dei risultati; d) forme sperimentali di autonomia finanziaria della dirigenza; e) interventi che incentivino gli amministratori a prendere decisioni mirate sui risultati, non sulle procedure.

Proposta n. 12 Minimi contrattuali, minimi legali e contrasto delle irregolarità

Si propone di realizzare un intervento integrato e simultaneo che aumenti i minimi salariali per tutte le lavoratrici e i lavorato-ri, indipendentemente dalla natura del contratto e composto da tre parti non separabili: estendere a tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici di ogni settore l’efficacia dei contratti firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali rappresentative di quel setto-re; introdurre un salario minimo legale, non inferiore a 10 euro, senza distinzioni geografiche o di ruolo, il cui aggiornamento nel tempo è deciso da una Commissione composta da sindacati, tecnici, politici; dare più forza alla capacità dell’INAIL e degli altri enti ispettivi di contrastare le irregolarità e costruire forme pubbliche di monitoraggio

Proposta n. 13. I Consigli del lavoro e di cittadinanza nell’impresa

Si propone di realizzare l’obiettivo di una partecipazione strategica di lavoratori e lavoratrici alle decisioni delle imprese at-traverso l’introduzione di una forma organizzativa in uso in altri paesi, il Consiglio del Lavoro, che valuti strategie aziendali, decisioni di localizzazione, condizioni e organizzazione del lavoro, impatto delle innovazioni tecnologiche su lavoro e retri-buzioni. Nei Consigli (che sarebbero quindi anche “della cittadinanza”) siederebbero anche rappresentanti di consumatrici e consumatori e di persone interessate dall’impatto ambientale delle decisioni.

Proposta n. 14. Quando il lavoro controlla le imprese: più forza ai Workers Buyout

Si propone di realizzare alcuni interventi mirati che consentano allo strumento dei Workers Buyout (WBO) – l’acquisto dell’impresa in crisi o in difficile transizione generazionale da parte dei suoi lavoratori e lavoratrici – di essere utilizzato in maniera più diffusa in Italia: rafforzare la formazione dei lavoratori e lavoratrici nel momento dell’assunzione del nuovo ruolo; agevolare fiscalmente i mezzi finanziari investiti da lavoratori e lavoratrici; accelerare l’opzione WBO al primo manifestarsi dei segni di crisi.

Proposta n. 15. L’imposta sui vantaggi ricevuti e la misura di eredità universale

Si propone un intervento integrato per riequilibrare la ricchezza su cui ragazze e ragazzi possono contare nel momento del passaggio all’età adulta e che esercita una forte influenza sulle loro opzioni e scelte di vita: da un lato, prevedere che, al compimento dei 18 anni, ogni ragazza o ragazzo riceva una dotazione finanziaria (o “eredità universale”) pari a 15mila euro, priva di condizioni e accompagnata da un tutoraggio che parta dalla scuola; dall’altro, una tassazione progressiva sulla som-ma di tutte le eredità e donazioni ricevute (al di sopra di una soglia di esenzione di 500mila euro) da un singolo individuo durante l’arco di vita.

Il Forum è promosso da Fondazione BassoActionAidCaritas ItalianaCittadinanzattivaDedalus Cooperativa socialeFondazione di Comunità di MessinaLegambienteUisp

Fonte: www.vita.it

 

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Lettera del sindaco di Riace: “Abbiate il coraggio di restare soli”

“Abbiate il coraggio di restare soli”

La lettera del sindaco, letta FC ieri in piazza a Riace.

È inutile dirvi che avrei voluto essere presente in mezzo a voi non solo per i saluti formali ma per qualcosa di più, per parlare senza necessità e obblighi di dover scrivere, per avvertire quella sensazione di spontaneità, per sentire l’emozione che le parole producono dall’anima, infine per ringraziarvi uno a uno, a tutti, per un abbraccio collettivo forte, con tutto l’affetto di cui gli esseri umani sono capaci.

A voi tutti che siete un popolo in viaggio verso un sogno di umanità, verso un immaginario luogo di giustizia, mettendo da parte ognuno i propri impegni quotidiani e sfidare anche l’inclemenza del tempo. Vi dico grazie.

Il cielo attraversato da tante nuvole scure, gli stessi colori, la stessa onda nera che attraversa i cieli d’Europa, che non fanno più intravedere gli orizzonti indescrivibili di vette e di abissi, di terre, di dolori e di croci, di crudeltà di nuove barbarie fasciste.

Qui, in quell’orizzonte, i popoli ci sono. E con le loro sofferenze, lotte e conquiste. Tra le piccole grandi cose del quotidiano, i fatti si intersecano con gli avvenimenti politici, i cruciali problemi di sempre alle rinnovate minacce di espulsione, agli attentati, alla morte e alla repressione.

Oggi, in questo luogo di frontiera, in questo piccolo paese del Sud italiano, terra di sofferenza, speranza e resistenza, vivremo un giorno che sarà destinato a passare alla storia.

La storia siamo noi. Con le nostre scelte, le nostre convinzioni, i nostri errori, i nostri ideali, le nostre speranze di giustizia che nessuno potrà mai sopprimere.

Verrà un giorno in cui ci sarà più rispetto dei diritti umani, più pace che guerre, più uguaglianza, più libertà che barbarie. Dove non ci saranno più persone che viaggiano in business class ed altre ammassate come merci umane provenienti da porti coloniali con le mani aggrappate alle onde nei mari dell’odio.

Sulla mia situazione personale e sulle mie vicende giudiziarie non ho tanto da aggiungere rispetto a ciò che è stato ampiamente raccontato. Non ho rancori né rivendicazioni contro nessuno.

Vorrei però a dire a tutto il mondo che non ho niente di cui vergognarmi, niente da nascondere. Rifarei sempre le stesse cose, che hanno dato un senso alla mia vita. Non dimenticherò questo travolgente fiume di solidarietà.

Vi porterò per tanto tempo nel cuore. Non dobbiamo tirarci indietro, se siamo uniti e restiamo umani, potremo accarezzare il sogno dell’utopia sociale.

Vi auguro di avere il coraggio di restare soli e l’ardimento di restare insieme, sotto gli stessi ideali.

Di poter essere disubbidienti ogni qual volta si ricevono ordini che umiliano la nostra coscienza.

Di meritare che ci chiamino ribelli, come quelli che si rifiutano di dimenticare nei tempi delle amnesie obbligatorie.

Di essere così ostinati da continuare a credere, anche contro ogni evidenza, che vale la pena di essere uomini e donne.

Di continuare a camminare nonostante le cadute, i tradimenti e le sconfitte, perché la storia continua, anche dopo di noi, e quando lei dice addio, sta dicendo un arrivederci.

Ci dobbiamo augurare di mantenere viva la certezza che è possibile essere contemporanei di tutti coloro che vivono animati dalla volontà di giustizia e di bellezza, ovunque siamo e ovunque viviamo, perché le cartine dell’anima e del tempo non hanno frontiere.

Mimmo Lucano

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Il Decreto Salvini spiegato in parole semplici

IL  “DECRETO SALVINI” SPIEGATO IN PAROLE SEMPLICI

(da Marcella Cometti, Socia di Progetto Continenti e che da tempo lavora in questo specifico campo)

Con L.132/2018 il c.d. Decreto Salvini è stato convertito in Legge. E dunque? I disastrosi effetti di questo intervento normativo quali sono? Quali saranno? Le nostre vite cambieranno? Dobbiamo reagire? E se sì, perché?

Perché questa nuova legge ha effetti devastanti non “solo” sui migranti ma anche -e soprattutto- sul nostro senso di responsabilità collettiva rispetto al  fenomeno migratorio.

Il senso di responsabilità collettiva a cui mi riferisco è formato da questo movimento che vedo e percepisco ogni giorno, che si trova – purtroppo – ancora appena sotto la superficie visibile ai più; è quell’insieme di menti frammentate e divise, che non hanno la forza di unirsi in un’unica rivolta.

Il senso di responsabilità collettiva consiste nella volontà di non ignorare, di interrogarsi, studiare e ritornare a scoprire il sentimento della curiosità per l’Altro; consiste nel riscoprire l’importanza di un’assemblea e di una lotta comune per il riconoscimento di diritti dell’Altro.

E perché mai dovremmo lottare per diritti che tutelano qualcun altro e non noi, la nostra proprietà privata, la nostra sanità e il nostro lavoro?

Facciamo un passo indietro:

Lo SPRAR, che il D.L. Salvini si pone l’obbiettivo di smantellare, è un sistema di accoglienza diffusa che non comprende la mera distribuzione di vitto e alloggio, ma punta ad una reale e concreta integrazione1 dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione internazionale e umanitaria, nella consapevolezza che solo attraverso l’inclusione si può costruire una società giusta, inclusiva e veramente sicura per tutti, italiani e stranieri.

E quindi nello SPRAR vengono forniti servizi da parte di operatori sociali ed educatori, ma anche da consulenti legali, operatori notturni, mediatori, assistenti sociali, psicologi, antropologi.

Il  sistema  SPRAR rischia completamente di scomparire a causa delle politiche dell’attuale governo; il sistema – che presentava comunque importanti criticità – viene ripensato attraverso due azioni deliberate di violazione dei diritti umani fondamentali

1)Elimina per i richiedenti asilo la possibilità di ottenere dalla Commissione Territoriale per la protezione internazionale anche la protezione umanitaria, quella protezione che veniva data per motivi umanitari e che è direttamente figlia dell’art. 10 della Costituzione che garantisce il diritto di asilo a chi non può esercitare le libertà democratiche garantite dalla nostra Costituzione nel proprio paese.

A questa tipologia di protezione corrispondeva un permesso di soggiorno di 2 anni, rinnovabile.

Nel 2017 sono state accolte dalle Commissioni Territoriali per la protezione internazionale il 42% delle domande2; di questo 42%, il 25% corrispondeva al riconoscimento della protezione umanitaria3.

Un semplice dato per capire che, l’abolizione della protezione umanitaria –contrariamente a quanto propagandato dall’attuale Governo- porterà ad un maggiore tasso di irregolarità e marginalità sociale e, conseguentemente, ad un innalzamento del fenomeno criminale (necessario per assicurarsi un’altra vittoria alle prossime elezioni).

Questo non solo perché meno persone avranno possibilità di regolarizzarsi e molti migranti non avranno più modo di ‘mantenersi regolari’, ma anche perché le ricerche rivelano che la regolarità abbatte il tasso di criminalità tra gli stranieri: come emerge dalla ricerca dall’economista Paolo Pinotti  (Università Bocconi pubblicata su American Economic Review, Gennaio 2017) , gli stranieri in possesso di permesso di soggiorno hanno percentuali di criminalità in linea con gli italiani, mentre crescono drasticamente tra chi è senza permesso.

2)Impedisce l’ingresso nello SPRAR ai richiedenti asilo che potranno essere ospitati soltanto in grossi centri a basso costo in cui le persone verranno ammassate con servizi ridotti all’osso, un costo così basso che a malapena potranno essere erogati i servizi volti a soddisfare solo i bisogni primari.

Nessuna realtà che fa buona accoglienza, garantendo sia i servizi, sia una corretta retribuzione e rispetto per i lavoratori – ripeto- nessuna realtà che in questi anni ha portato avanti progetti innovativi e di successo potrà permettersi di partecipare a causa dei finanziamenti insufficienti a coprire i costi del lavoro. È un conto che possiamo fare, perché la riduzione delle risorse è già prevista, ad esempio, per i nuovi bandi in capo alle Prefetture per la gestione dei CAS (Centri Accoglienza Straordinaria) Stando alle attuali indicazioni del Ministero dell’Interno, che prevedono cifre attorno ai 20 euro giornalieri, assisteremo al ritiro dalle gare e dai progetti di alcune aziende più virtuose e si apre la strada a violazioni contrattuali certe.

Concludo con la speranza che queste pagine vengano lette non solo da chi la pensa come me, ma anche da chi prova indifferenza davanti a corpi galleggianti nel Mediterraneo, da chi sta con il cuore in pace se i porti sono chiusi, da chi preferisce che vivano in un centro di detenzione in Libia piuttosto che arrivino in Italia, da chi crede davvero che scompariranno tutti, chiusi nei Centri di Permanenza per i Rimpatri; spero che vengano lette da chi crede che ora potrà stare al sicuro, da chi crede che la sofferenza di queste persone verrà relegata e ghettizzata nelle periferie, che starà silente e nascosta.

La fame e la povertà, gli occhi vuoti e la malattia, la criminalità saranno invece sotto gli occhi di tutti. Nulla verrà nascosto, i migranti non saranno rimpatriati né i posti saranno sufficienti per contenerli  nei CPR (Centri Permanenza Rimpatri). Non avranno nulla da fare, la loro dignità deve essere annientata, l’attesa vuota raccolta tra mura di un Centro di Accoglienza Straordinaria dove la relazione con chi ci lavora non può esistere, perché non vi sarà il tempo per farla crescere.

Non potrete dormire sonni tranquilli perché il governo si deve assicurare un altro mandato, cari italiani.

La tensione  promossa dalla Lega  tra le “paure” degli italiani e l’isolamento degli immigrati,  sarà sempre più fomentata, la polarizzazione  sociale  sempre più voluta ed intensificata.

Termino con un invito ad una sana e legittima  ribellione. Ribellarsi al Decreto Salvini,  ribellarsi ai ‘credo’ di questo governo, è doveroso; ed ognuno di noi lo deve fare con le proprie più intime modalità di resistenza.

Il vecchio mondo sta morendo.

Quello nuovo tarda a comparire.

E in questo chiaroscuro nascono i mostri.

Antonio Gramsci

1 Integrazione intesa come “processo biunivoco che si fonda sulla presenza di reciproci diritti e, conseguentemente, obblighi per i cittadini di paesi terzi che soggiornano legalmente e per la società ospitante che offre una piena partecipazione al migrante”

2 Organo competente a vagliare la domanda di protezione internazionale presentata dai richiedenti asilo

3 Dipartimento libertà civili e immigrazione, 2018 – http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/it/documentazione/statistica/i-numeri-dellasilo

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Partecipa al Servizio Civile Universale presso Progetto Continenti

Da oggi puoi inviare la tua candidatura per il progetto Animare territori solidali coi minori” del Servizio Civile Universale presso Progetto Continenti!

Il bando del Servizio Civile Universale puoi scaricarlo al seguente link: http://www.serviziocivile.gov.it/media/756728/bando-nazionale.pdf

mentre quello del progetto specifico a questo link:

http://cipsi.it/wp-content/uploads/2018/08/sintesi-PROG_Animare-territori-solidali-coi-minori-rev.pdf

La domanda di partecipazione alla selezione e la relativa documentazione devono essere presentati al Cipsi, che è l’ente che realizza il progetto scelto con varie associazioni partner tra cui Progetto Continenti.

Qui troverai tutti gli allegati per la presentazione della domanda:

http://cipsi.it/invia-la-tua-candidatura-servizio-civile-universale-due-progetti-del-cipsi-in-italia-minori-e-diritto-allacqua/

Puoi inviare la domanda via PEC, con raccomandata a/r oppure presentarla a mano.

La data di scadenza è il 28 settembre 2018 (in caso di consegna a mano entro le ore 18:00).

Il Cipsi offre ai giovani l’opportunità di vivere, per 12 mesi, una significativa esperienza formativa e di crescita personale attraverso cui contribuire, a livello nazionale, a processi di coesione sociale e di impegno civile.

Grazie per il tuo interesse ed in bocca al lupo per la selezione!

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Una riflessione sull’accoglienza a seguito del convegno “Rifugiati e lavoro: le buone pratiche”

ACCOGLIERE

Accogliere è una parola che viene dal latino: ad-cum-ligare, legare insieme. Ma più che cercare il suo significato nel passato, dobbiamo costruirne uno nuovo, adatto ai tempi in cui viviamo, ai problemi con cui ci confrontiamo, alle persone che oggi sono al centro dello scontro politico e sociale: i profughi.

Il fenomeno migratorio non è un’emergenza, ma un fatto strutturale e inarrestabile e se prevarranno le attuali politiche di esclusione l’Occidente rischia il crollo della sua identità. L’Europa, in particolare, non sarà più l’Europa civile dei diritti, della solidarietà, dello Stato sociale inclusivo, delle garanzie, dell’uguaglianza e della dignità delle persone, bensì l’Europa dei muri, dei fili spinati, delle disuguaglianze per nascita e di conflitti razziali. Essa rischia una duplice contraddizione: in primo luogo la contraddizione delle pratiche di esclusione dei migranti quali non-persone con i propri decantati valori di uguaglianza e libertà, iscritti in tutte le sue carte costituzionali e nella stessa Carta dei diritti fondamentali dell’Unione; in secondo luogo la contraddizione tra la proclamata liberalizzazione della circolazione delle merci e dei capitali e la negazione, al contrario, della libera circolazione delle persone, che forma l’oggetto del più antico dei diritti della persona teorizzati dalla filosofia politica occidentale. (L. Ferrajoli 2017)

Queste riflessioni non possono lasciarci indifferenti perché il fenomeno migratorio costituisce veramente il banco di prova di tutti i valori della nostra civiltà. Non possiamo cadere nella trappola della guerra del penultimo contro l’ultimo perché questo ci allontana dal comprendere le vere cause dei molti problemi con cui dobbiamo confrontaci.

Se sei in attesa della casa popolare e ti vedi superato in graduatoria da un cittadino straniero, diventi facile preda dei propagandisti della paura e dell’odio che ti additano nel tuo vicino meno fortunato il nemico, allontanando dalla tua attenzione i veri responsabili della situazione, quella politica del governo (e della regione, cui si deve la disastrosa gestione dell’ALER) che fa sì che in Italia solo il 6% delle abitazioni (poco più di una casa su venti) sia un alloggio di edilizia popolare, contro una casa su cinque in Francia, una su quattro, in Germania, Svezia, Regno Unito, addirittura il 36%, una casa su tre, in Olanda.

Diventa allora importante trovare nuove strade che possano contribuire a cambiare la percezione negativa del fenomeno migratorio cercando di considerare anche il punto di vista di chi, per vari motivi e avendo meno strumenti critici è più facilmente vittima di campagne grossolane.

Il convegno “Rifugiati e lavoro: le buone pratiche” tenutosi lo scorso 24 febbraio presso la Camera del Lavoro di Milano ha voluto essere un primo passo in questa direzione. Il lavoro è la chiave di volta di ogni progetto di accoglienza: il lavoro come strumento per l’autonomia economica delle persone, come mezzo per dare dignità al lavoratore, come fonte di ricchezza per la società intera, come occasione di incontro e di conoscenza per dissipare timori e paure artatamente alimentate

Ci sono molti modi di gestire l’accoglienza dei profughi che arrivano in Italia. I media per lo più si occupano solo dei casi peggiori, quelli che comportano ruberie di ogni genere da parte dei gestori dei centri di accoglienza, isolamento e maltrattamenti delle persone ospitate, creazione di situazioni che sembrano fatte apposta per suscitare o alimentare reazioni di rigetto da parte delle popolazioni locali. Ma ci sono molti altri esempi, spesso anche di successo, di cui i media parlano poco o per niente: ed è proprio di questi che si è parlato nel convegno. Esempi concreti di come una politica di vera accoglienza e integrazione sia mutuamente vantaggiosa per autoctoni e immigrati.

Mariangela Villa

sostenitrice di Progetto Continenti del gruppo locale di Mezzago (MI)

Foto: officinaturistica.net

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