Italia | Progetto Continenti

0

Il “giorno del ricordo” etiope

l 19-20 e 21 febbraio 1937, furono massacrati più di 30.000 cittadini etiopi, quasi tutti civili, anziani, donne, bambini e mendicanti.

La data del 19 febbraio per il  popolo, quello etiopico il “Giorno della Memoria” per ricordare le atrocità terribili  commesse  durante il periodo dell’aggressione e poi dell’occupazione – fra il 1935 ed il 1941 – da parte dell’Italia fascista. Una giornata che è stata assunta a simbolo di tutti quegli anni in cui gli etiopi dovettero subire sofferenze, sacrifici e lutti indimenticabili.

30 mila almeno furono le vittime in soli tre giorni come rappresaglia per l’attentato compiuto contro il viceré Rodolfo Graziani ed altri gerarchi del suo seguito nella città di Addis Abeba.

Una giornata dunque tragica, che oltre ad essere ricordata in Etiopia, viene celebrata nelle maggiori città del mondo dove sono presenti e vivono numerosi cittadini della diaspora etiopica.

GABRIELLA GHERMANDI è una musicista e scrittrice di origine etiope

Fonte: articolo e foto di Controradio del 19/02/2020

0

Padova capitale europea del volontariato

Padova eletta Capitale europea del volontariato 2020

L’annuncio è arrivato proprio il 5 dicembre. È la prima città italiana ad ottenere questo riconoscimento. Il presidente del Csv Emanuele Alecci: “C’è un’Italia che vince, ed è l’Italia del volontariato”

“Padova mostra esempi specifici e multipli di come sostenere e incoraggiare i volontari di diversi gruppi e settori, – si legge nelle motivazioni della scelta – oltre ad un’ampia varietà di organizzazioni di volontariato. Ha un’attenzione particolare – si legge ancora – a come contribuire all’inclusione sociale e al benessere delle persone vulnerabili attraverso il volontariato”. Tra le ragioni che hanno colpito la giuria è stata anche citata la possibilità data ai richiedenti asilo di fare volontariato, in base ad uno specifico accordo che comprende anche la formazione, nonché il grande sostegno organizzativo al Corpo europeo di solidarietà attraverso l’ufficio Progetto giovani. La giuria ha poi sottolineato il ruolo chiave svolto dal Csv locale nell’attuazione di progetti di volontariato e nel supporto ai volontari sotto vari punti di vista.

Dopo Barcellona, Lisbona, Londra e Sligo, Aarhus e Kosice (scelta per il 2019) Padova è anche la prima città italiana ad ottenere questo riconoscimento; una candidatura sostenuta dall’amministrazione comunale, ma proposta e preparata dal Centro di servizio per il volontariato provinciale, il cui presidente Emanuele Alecci, ha detto: “C’è una Italia che vince, ed è l’Italia del volontariato. Il percorso che abbiamo fatto da marzo ad oggi è stato molto intenso e bello per le relazioni che sono nate o si sono rinforzate. Da qui prosegue il “laboratorio” Padova e sono sicuro che sarà un entusiasmante cammino verso il 2020, con un’apertura a livello veneto, italiano ed europeo”.

Oltre alle già note iniziative di impegno civile nate qui e diventate patrimonio nazionale, quali Civitas, Banca Etica, Fondazione Zancan, Beati costruttori di Pace, oggi, con 6.400 realtà del terzo settore censite e 280mila volontari, Padova è ancora punta di diamante del volontariato italiano, una realtà che saprà ben governare il ruolo di Capitale europea nel 2020.

“Che si vinca o che si perda Padova e il suo volontariato sono cambiati. Viviamo questa opportunità come strumento per rinnovarci” aveva detto lo stesso Alecci a Vita il 16 novembre scorso. Ora ci sono tutte le carte in regola per affrontare questa sfida.

Il concorso per la Capitale europea del volontariato è stato lanciato dal Cev nel 2013, con l’obiettivo di celebrare e promuovere il volontariato e l’impatto dei volontari a livello locale, dando riconoscimento alle municipalità che lo sostengono e lo rafforzano, favorendo le collaborazioni fra i Centri di servizio europei e le stesse organizzazioni.

Quella che ha decretato Padova come vincitrice del concorso è una giuria internazionale di personalità chiave legate al volontariato, che rappresentano la società civile, il settore privato, profit, nonché le istituzioni dell’UE. Questi i componenti: Cristina Rigman, Presidente Cev; Cristian Pîrvulescu, Comitato economico e sociale europeo; Jacob Bundsgaard, sindaco di Aarhus, capitale europea del volontariato 2018; Kieran McCarthy, Comitato delle regioni; Mary Ann Hennessey, Consiglio d’Europa; Michaela Sojdrova, Parlamento europeo; Paula Guimarães, Banca Montepio, Rete europea del volontariato dei dipendenti (EVEN); Szilvia Kalman, Commissione europea.

Fonte: CSV net

0

Abbandono e immobilità della cooperazione allo sviluppo in Italia

Le rappresentanze delle reti di organizzazioni non governative e della società civile CINI, AOI e LINK 2007 lanciano l’allarme rispetto allo stato di abbandono e immobilità politiche in cui versa il settore

Nella settimana in cui il Governo discute l’elenco delle priorità per il seguito della Legislatura, le rappresentanze delle reti di organizzazioni non governative e della società civile CINIAOI e LINK 2007 lanciano l’allarme rispetto allo stato di abbandono e immobilità in cui versa il settore della cooperazione allo sviluppo.

«Ci auguriamo che il Governo colga questa occasione per dare nuovo impulso e significato politico ad un settore chiave per l’articolazione delle relazioni e dei partenariati internazionali del nostro Paese: un settore che ha urgentissimo bisogno di strategia, orizzonti, risorse e progettualità», affermano Raffaele Salinari, Paola Crestani, Silvia Stilli a nome delle tre reti.

A cinque anni dall’approvazione della Legge n. 125 del 2014, che si impegnava a rilanciare la cooperazione allo sviluppo italiana con un sistema moderno, al passo con i tempi e con le tante sfide presenti e future, tanti impegni restano solo sulla carta.

Manca innanzitutto un interlocutore politico, dal momento che la delega alla Cooperazione internazionale, dopo mesi di attese, non è ancora stata assegnata ad un Viceministro, come prescrive la legge 125, presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Manca anche una programmazione triennale che delinei la visione strategica, gli obiettivi di azione e i criteri di intervento della cooperazione italiana: il documento approntato per il triennio 2019-21, infatti, non è mai divenuto operativo, non avendo mai acquisito il parere del Parlamento, né l’approvazione dal Comitato interministeriale per la cooperazione allo sviluppo e del Consiglio dei Ministri, così come previsto dalla legge.

Da due anni non viene nemmeno riconvocato il Consiglio Nazionale della Cooperazione allo sviluppo, strumento permanente di partecipazione, consultazione e proposta, indispensabile per la produzione dei pareri del mondo non governativo. Il modello “multistakeholder” di cui lo scorso anno il Governo si è fatto vanto a Parigi, nel corso dell’esame periodico a cui viene sottoposta la cooperazione italiana da parte dell’OCSE-DAC, nonostante sia previsto dalla legge, rimane sostanzialmente inattuato.

Ancora, e non certamente secondarie, le risorse: a seguito dei deludenti risultati portati dal Disegno di Legge di Bilancio 2020-2022, il rapporto fra Aiuto Pubblico allo Sviluppo e ricchezza nazionale, secondo i dati OCSE-DAC, regredisce dallo 0,30% del 2017 allo 0,25% del 2018, ad anni luce di distanza dall’obiettivo dello 0,70% del PIL da raggiungere entro il 2030.

Anche l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo non versa in buone condizioni: innovazione introdotta dalla L.125/2014, l’Agenzia rimane oggi – dopo quattro anni di operatività – ancora priva delle risorse finanziarie ed umane sufficienti a farla funzionare a regime, anche a causa del mancato avvio degli indispensabili concorsi pubblici.

Inoltre, non ci sono date certe per l’indizione del bando per progetti di cooperazione delle organizzazioni della società civile, già saltato nel 2019.

Infine, alla luce dell’integrazione delle competenze del commercio estero all’interno del MAECI, manca un confronto serio per l’implementazione di un meccanismo efficace di verifica e di attuazione della coerenza delle politiche, tra i pilastri più cruciali dell’Agenda 2030.

AOI, CINI e LINK2007 ricordano che la cooperazione internazionale è “parte integrante e qualificante della politica estera dell’Italia” (art. 1 della L.125/2014), nonché uno strumento ineludibile per affrontare le sfide del nostro tempo, dai cambiamenti climatici alla tutela dei diritti, dalle migrazioni alle diseguaglianze crescenti, dalla stabilità alla pace.

«Ci appelliamo al Governo perché utilizzi l’occasione della definizione dell’Agenda 2023 per dare un forte segnale di discontinuità rispetto alla grave situazione di stallo e di disimpegno istituzionale nel settore», concludono Raffaele Salinari (portavoce del CINI), Silvia Stilli (portavoce di AOI) e Paola Crestani (presidente di Link 2007).

Fonte: Articolo di Vita.it del 12/02/2020
2

Restare umani – Trentennale di Progetto Continenti a Bitonto

Sedetevi un attimo, chiudete gli occhi e provate a riportare le lancette del tempo indietro di trent’anni. Era il 1989. Giulio Andreotti si avvicendava a Ciriaco De Mita, come presidente del consiglio, e a capo della repubblica era inseditato Francesco Cossiga. In radio spopolavano Madonna, Tina Turner, i Depeche Mode, Raf e Zucchero.

Che l’abbiate vissuto o che non foste ancora nati; che sia stato un anno di svolta nella vostra vita personale oppure uno grigio, uguale a tanti altri; che vi sembri siano passati tre giorni anziché tre decenni oppure che lo avvertiate come un tempo remoto, è innegabile che il 1989 abbia stravolto l’assetto del mondo: trent’anni fa, infatti, cadeva il muro di Berlino e, con esso, sembrava concludersi una stagione di divisioni e conflitti.

Ironia della sorte, nello stesso periodo si costituiva – e questo è un primato tutto italiano – la Lega Nord, il movimento politico che nella sua “gloriosa” storia tanto ha contribuito in maniera diretta e indiretta all’erezione di nuovi muri (stavolta mentali), primo dei quali, in ordine cronologico, quello che oppone il nord “ricco e laborioso” al sud “fannullone”.

Tra questi due estremi, è possibile collocare nel 1989 un ulteriore avvenimento: la nascita dell’associazione Progetto Continenti. Organizzazione non governativa di ispirazione cristiana, opera nei campi della solidarietà e della cooperazione internazionale ed è presente in diversi paesi in via di sviluppo (principalmente in Centro America, Sud-est Asiatico e Corno d’Africa) dove, in collaborazione con le realtà locali, ha implementato oltre 160 progetti rivolti a bambini, giovani e donne in condizioni di essoluta povertà e fragilità socio-politica.

Per fare un bilancio dei primi trent’anni di attività, oltre che per discutere dei principali cambiamenti avvenuti nel mondo proprio in questi anni, la sezione bitontina di Progetto Continenti ha organizzato una tavola rotonda, col coordinamento di Marco Tribuzio, presso il Traetta, dal titolo Popoli senza frontiere: #restiamo umani. Il confronto – a cui è seguito un bel momento musicale animato dai Time 2Quartet e dagli Otherwise live duo – ha avuto come principali interlocutori Giuseppe Florio, fondatore, presidente dell’associazione e biblista, e don Matteo Moretti, docente universitario di Diritto del commercio internazionale ed Etica economica, ma anche teologo e sacerdote dell’arcidiocesi ecuadoriana di Portoviejo.

Definiti ultras della solidarietà, i due relatori hanno dibattuto principalmente sulla crisi della democrazia e sull’avanzata in Europa e nel mondo dei populismi, talmente efficaci nel cavalcare l’onda della rabbia, inculcando violenza e paura del diverso, da rendere necessaria l’organizzazione di una sorta di contropropaganda che ci ricordi costantemente la necessità di rimanere umani. Ma cosa vuol dire esattamente? “Restare umani non è un senso di pietà generico -spiega Giuseppe Florio, con parole che sono pietre- e non è neanche indignarsi ed essere in disaccordo, perché, uno, soprattutto se cristiano, lo sa già che deve schierarsi dalla parte delle vittime. Essere umani vuol dire agire e riportare al centro l’uomo; e per farlo bisogna cominciare a parlare di superamento delle logiche neoliberiste, di lavoro e di redistribuzione della ricchezza”.

Otherwise live duo

Restare umani vuol dire non farsi soggiogare dalla logica della frontiera che regola attualmente le relazioni internazionali -prosegue don Matteo Moretti o, meglio, Matteo come preferisce essere chiamato. “Essa porta antagonismo e paura reciproca. Al contrario, dobbiamo recuperare il concetto di confine che, a differenza di quello che si potrebbe pensare, ha un significato bellissimo perché presuppone sì la delimitazione degli stati, ma contiene nella sua etimologia anche un senso di comunità dato dal cum che presuppone rapporti di buon vicinato e creazione di un diritto internazionale che faccia gli interessi di tutti”, ha spiegato.

Tanti i punti toccati nel corso delle quasi due ore dell’incontro: globalizzazione, crisi di rappresentanza politica, fake news, diritti e doveri dei cittadini in democrazia e, soprattutto, il ruolo della chiesa nel mondo odierno: una chiesa che, in linea con il pensiero di papa Francesco, opera in accordo con il vangelo e dalla parte dei più deboli.

Da sin. Marco Tribuzio, Giuseppe Florio e don Matteo Moretti

La forza dei populismi sta nel portare avanti continuamente una critica tanto violenta quanto superficiale nei confronti di non ben precisate élite –conclude Matteo- e invece noi dobbiamo fare autocritica, perché solo così si cresce. Il problema, infatti, non sono solo i Salvini del mondo ma anche i cristiani che li votano. E noi, come chiesa, abbiamo il dovere di chiederci cosa stiamo sbagliando. Ma questo vale per chiunque e in qualunque campo”.

Fare autocritica, dunque, per mettere a nudo i nostri difetti e per riconoscersi, nella propria infinita fallibilità, umani come le decine di centinaia di migliaia di altri esseri umani che popolano questo nostro pianeta, al di là dei muri, dei limiti e delle barricate. Che tanto, prima o poi, sono destinati a cadere.

Nella foto in alto, l’incontro al teatro Traetta di Bitonto

Fonte: Articolo di Giada Schiavino, 13/11/2019 primopiano.info

1

Grazie ad Eugenio Melandri

Eugenio Melandri, era un amico, da tantissimo tempo. E resta un amico. Scrivo queste righe così, di getto, con imbarazzo e con tanti pensieri e ricordi che si accavallano. Non sono certo nelle condizioni di fare un ricordo ‘bello’ e ‘completo’ di Eugenio. Ci sarà tempo, con più calma. Anche se la vedo dura ricordare Eugenio in modo completo. Proprio una settimana fa, domenica 20 pomeriggio, eravamo con lui, a gioire con le lacrime agli occhi perché, dopo 30 anni, tornava a presiedere l’Eucarestia. Grazie a papa Francesco, al vescovo Matteo Zuppi di Bologna, alla sua ‘famiglia’ Saveriana, con il vescovo Giorgio Biguzzi, gli altri fratelli, con  Albino Bizzotto, Tonio Dell’Olio e tante amiche e amici, ‘compagni’ di viaggio. Sì, perché quello di Eugenio è stato un viaggio nella vita molto intenso. E la vita l’ha voluta vivere tutta, intensamente, fino all’ultimo, dicendo sempre Gracias a la vida, come titolava ogni suo post su Facebook. Missionario saveriano, per alcuni anni giovane direttore della rivista Missione Oggi (gli ho cambiato anche il nome, ci diceva domenica). E con quella rivista ha seminato umanità, passione, documentazione. Ha promosso campagne, ha fatto entrare nelle case e nel cuore di tante persone scritti con parole vere. Non posso dimenticare la bellissima riflessione sulle Beatitudini intitolata: “Sinfonia dei folli”. Poi la campagna contro i mercanti di morte. Il lavoro intenso che ha portato alla legge 185/90 sul commercio delle armi. Me lo avevi raccontato qualche mese fa per una intervista pubblicata su Mosaico di pace. E in questa lotta al tuo fianco c’è stato sempre il tuo grande amico, don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e Presidente Nazionale di Pax Christi. Piangevi di gioia quando insieme, a Molfetta, aspettavamo papa Francesco il 20 aprile 2018: erano 25 anni dalla morte di don Tonino. E volevi andare a celebrare la tua Messa proprio ad Alessano, da don Tonino. Con lui avevamo condiviso la marcia a Sarajevo nel dicembre 1992, con altri 500 ritenuti ‘folli’. Mi sembra che ti arrivassero telefonate. Eravamo sullo stesso pulmann, per convincerci a non metterci in quell’impresa. Ci sono delle belle foto con te a Sarajevo. A credere che è possibile un mondo di pace, anche, e forse ancora di più, quando c’è una guerraCon noi c’era anche il vescovo Bettazzi. Tu eri parlamentare, eletto nelle liste di Democrazia Proletaria. Hai fatto quella scelta sofferta, ma convinta. Sapevi che ti sarebbe costata, ma era un tuo modo di essere ‘missionario’. In fondo Eugenio hai sempre avuto una faccia sola. Il tuo amore per il Vangelo tradotto nell’amore per i poveri era sempre lo stesso. Missione Oggi, Chiama l’Africa, SenzaConfine, Solidarietà Internazionale… Quanta passione ci hai messo. E quando qualche mese fa hai incontrato papa Francesco e gli hai parlato delle tue scelte, dell’impegno nella politica, lui ti ha abbracciato e ti ha detto “hai fatto bene”. Eri l’uomo più felice del mondo. Un bambino nel senso più bello del termine, che piangeva di gioia dopo quell’incontro. Lo hai raccontato benissimo su FB, come sai fare tu. Sì, perché Eugenio – (e ora mi sono accorto che ero passato al tu diretto, forse giornalisticamente non è corretto, ma è così, con Eugenio si parla col cuore) –  sapeva scrivere davvero bene! Sapeva raccontare di ogni cosa con passione. Delle sue avventure con la malattia, dei suoi momenti di fatica, di dolore e di paura… E mentre leggi cadono le lacrime sulla tastiera, come ha scritto un amico. Sì, Eugenio ci ha insegnato anche a piangere, a non avere vergogna della propria debolezza. Ce lo diceva domenica scorsa parlandoci da seduto: di solito sono le persone importanti che fanno i discorsi da seduti, io invece sto seduto perché non ce la faccio a stare in piedi, e non mi vergogno della mia debolezza.

Eugenio è morto la domenica mattina, giorno della resurrezione. La Parola di Dio nella liturgia faceva risuonare “Il povero grida e il Signore lo ascolta”. E San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.” Tu ci hai insegnato a vivere con passione ma, come ci dicevi parlando della tua mamma, ci hai  anche insegnato come si muore. Con la gioia dentro, come qualcuno mi diceva oggi.

Sì, sono convinto, e non lo penso solo io, che sia un disegno della Provvidenza dietro alla Parabola della vita di Eugenio. Un uomo sempre in ricerca, un disobbediente, un innamorato della vita, dei poveri. “Compagno è una bellissima parola, – ci dicevi domenica – E’ impegnativa! Significa spezzare il pane. Compagno vuole dire che io non posso vivere se non faccio vivere gli altri insieme con me.”    E anche le parole di Francesco all’Angelus, pochi minuti dopo la tua morte, sono un segno, credo, della Provvidenza.  “Per il cammino che verrà, invochiamo la Vergine Maria, venerata e amata come Regina dell’Amazzonia. Lo è diventata non conquistando, ma “inculturandosi”: col coraggio umile della madre è divenuta la protettrice dei suoi piccoli, la difesa degli oppressi. “

Ciao Eugenio. Grazie!

d. Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi

Fonte: Famiglia Cristiana, 27/10/2019 Foto: farodiroma.it

1

Lettera al Ministro Moavero e alla Vice Ministra Del Re sulla cooperazione

AOI, CINI e LINK2007: la cooperazione diventerà una mera testimonianza

Lettera al Ministro Moavero e alla Vice Ministra Del Re

AOI, CINI e LINK2007 hanno inviato oggi una lettera congiunta al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, Enzo Moavero Milanesi, e alla Vice Ministra Emanuela Del Re, esprimendo serie preoccupazioni per il futuro della cooperazione internazionale del nostro Paese.

Le organizzazioni denunciano con fermezza il rischio di ridurre la cooperazione non governativa italiana a “mera testimonianza” se non si provvedesse tempestivamente a correggere la rotta e ripensare alcune scelte.

In particolare le richieste delle tre reti riguardano:

  • Il completamento dell’organico Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo: se il concorso per gli esperti e i dirigenti non fosse attivato a brevissimo, l’Agenzia non avrebbe nemmeno il numero minimo di persone per seguire la normale amministrazione; questo significa minare alla radice una dei punti innovativi della Legge 125/2014.
  • Il rinvio del bando progetti promossi e quello ECG per il 2019 all’anno prossimo (come appreso da un recente incontro con il Direttore dell’Agenzia): costituirebbe un grave nocumento delle programmazioni OSC e dei propri partner in Italia e nei Paesi target
  • Il funzionamento del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo: servono regolare convocazione, valorizzazione del contributo dei gruppi di lavoro e un allargamento di alcuni livelli di rappresentanza.
  • La diminuzione delle risorse per la cooperazione: la riduzione dei fondi per il bando OSC 2019, nell’impegno per i progetti pluriennali, da 70 a 26,4 milioni come annunciato in una nota inviata dall’Agenzia rimetterebbe in discussione gli impegni internazionali e la reputazione del Paese, oltre che portare grave danno al sistema della Cooperazione
  • La crescente gestione in forma securitaria dei fenomeni migratori, con l’acquisizione da parte del Ministero degli Interni dei fondi derivati dalla minor accoglienza e destinati ad azioni di politica estera che secondo il nostro punto di vista non sono spettanti a quel Ministero.

Le organizzazioni chiedono un confronto diretto con i massimi responsabili di Governo per la politica Estera e di Cooperazione internazionale allo sviluppo del nostro Paese. Prima che sia troppo tardi.

 

Il testo della lettera:

Alla c.a. del Ministro Enzo Moavero Milanesi
Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale Alla c.a. della Vice Ministra Emanuela Del Re
Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale Lettera aperta Stimato Ministro, stimata Vice Ministra

Lettera aperta

Stimato Ministro, stimata Vice Ministra

abbiamo deciso di scrivere questa lettera aperta ai massimi responsabili di Governo per la politica Estera e di Cooperazione internazionale allo sviluppo del nostro Paese per esprimere la condizione di disagio e preoccupazione che oggi attraversa il sistema nazionale in materia e in particolare le relazioni, da sempre costruttive e dialoganti, tra le organizzazioni di società civile che noi rappresentiamo e i vari livelli da voi rappresentati.

In un mondo attraversato da diseguaglianze inaccettabili, dovute al divario crescente tra chi continua a concentrare ricchezza, opportunità e sapere, e chi ne resta progressivamente escluso, il tutto aggravato anche dai cambiamenti climatici, il ruolo della Cooperazione allo Sviluppo, e della società civile in particolare, appare sempre più centrale nell’ottica di una soluzione radicale, per quanto possibile, delle cause e non solo degli effetti.

Nel caso specifico del nostro Paese, noi abbiamo fortemente voluto una riforma che ha portato alla nascita delle Legge 125 del 2014, i cui punti realmente innovativi sono, a nostro avviso, sostanzialmente tre: a livello politico, l’individuazione di un Vice Ministro dedicato; a livello della creazione di un sistema Paese, la nascita del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo; infine, ma non per importanza, l’Agenzia italiana per la cooperazione (Aics), dotata di adeguato personale, e risorse finanziarie. L’idea dell’Agenzia nasceva, com’è bene ricordare, anche per gestire con continuità i fondi destinati alla Cooperazione, che richiede una struttura sempre più specializzata, efficiente ed efficace, dotata di personale stabile e punto di riferimento per le amministrazioni e i soggetti coinvolti.

A questo impianto, in coerenza con gli impegni internazionali in sede ONU e UE sottoscritti e ratificati dall’Italia, sottostava l’adeguamento progressivo dei fondi, le cui percentuali sul PIL non stiamo qui a ricordare. Ora ci corre il dovere di entrare in merito a questi punti con spirito critico quanto costruttivo, essendo le ONG tra i soggetti più impegnati ed esposti in azioni sia di emergenza sia di sviluppo, e anche fortemente motivate affinché la Legge funzioni in ogni suo aspetto, e dunque venga pienamente attuata.

Purtroppo, partendo dal livello operativo, cioè dal funzionamento dell’Agenzia, dobbiamo rilevare delle criticità che al momento non hanno nessuna risposta e che dunque ci preoccupano non poco. In primis il completamento dell’organico Aics. Sappiamo bene quanto gli sforzi dell’attuale dirigenza dell’Agenzia abbiano, nella misura del possibile e anche attraverso l’abnegazione dei singoli soggetti che ci lavorano, cercato di mantenere la macchina in uno stato accettabile di efficienza. Questo va riconosciuto ed è, lo vogliamo sottolineare, anche il motivo della nostra attitudine sempre collaborativa. Tuttavia, sono improcrastinabili le decisioni politiche, dunque di livello governativo che Vi competono, in merito al completamento degli organici. In sintesi, se il concorso per gli esperti e i dirigenti non verrà attivato a brevissimo, l’Agenzia non avrà nemmeno il numero minimo di persone per seguire la normale amministrazione; questo significa minare alla radice una dei punti innovativi della Legge. Per questo un Vostro sollecito intervento presso la Funzione Pubblica e gli Enti preposti diventa fondamentale.

Nello specifico poi delle nostre relazioni con l’Aics, dobbiamo segnalare che il bando progetti promossi e quello ECG per il 2019 non sono stati ancora avviati e che, da quanto abbiamo appreso in un recente incontro con il Direttore dell’Agenzia ed i suoi collaboratori, sussiste l’orientamento di rinviarli all’anno prossimo in attesa di nuove procedure. Pur apprezzando e auspicando lo sforzo di innovazione che questa idea sottende, desideriamo però con altrettanta determinazione evidenziare la nostra preoccupazione e contrarietà a questa ipotesi mentre altre tipologie di bandi per le Imprese e gli Enti Locali stiano procedendo. In altre parole, non comprendiamo perché, pur a fronte di nuove regole migliorative, di fatto si salti un anno per gli avvisi pubblici in questione, con grave ed evidente nocumento delle programmazioni OSC e dei propri partner in Italia e nei Paesi target. Crediamo che, finché esistano delle procedure ufficiali, le stesse vadano applicate, come d’altronde sta avvenendo per le Imprese e gli Enti Locali. La dilazione temporale profilata oscurerebbe ancora una volta l’immagine del nostro Paese e del nostro sistema di gestione dei programmi di cooperazione.

Senza entrare nel merito di altri aspetti, dato che è all’attenzione della Vice Ministra un nostro appunto congiunto sui partenariati, segnaliamo la necessità di aprire sul tema un tavolo di confronto con le OSC, richiesta che abbiamo già trasmesso al Direttore Aics.

A livello delle relazioni politico-programmatiche con i soggetti della Cooperazione, cioè il CNCS, dobbiamo dire che il suo funzionamento concreto non ci sembra coerente con il mandato assegnatoli. Tre punti specifici: la regolare convocazione, la mancata valorizzazione del contributo dei gruppi di lavoro, ed infine, anche questo già sollevato in forma di appunto a livello della Vice Ministra, la necessità di una revisione, per noi un allargamento, di alcuni livelli di rappresentanza.

Arrivando al livello più squisitamente politico, ci corre il dovere di segnalare due punti: il ventilato decrescimento delle risorse per la cooperazione, che rimetterebbe in discussione gli impegni internazionali e la reputazione del Paese, oltre che portare grave nocumento al sistema della Cooperazione; la crescente gestione in forma securitaria dei fenomeni migratori, con l’acquisizione dal parte del Ministero degli Interni dei fondi derivati dalla minor accoglienza e destinati ad azioni di politica estera che secondo il nostro punto di vista non sono spettanti a quel Ministero. In specifico, poche cifre possono rendere l’idea di questa nostra preoccupazione: in una nota inviataci dall’Aics, relativa alla programmazione di spesa, si palesa con tutta evidenza una rilevante riduzione dei fondi per il bando OSC 2019 nell’impegno per i progetti pluriennali: da 70 a 26,4 milioni. Se queste cifre fossero confermate saremmo al concreto rischio di condizioni che configurano una cooperazione non governativa italiana ridotta a “mera testimonianza”. Non possiamo accettarlo dati anche gli impegni presi dall’Italia in ambito UE e ONU sulle percentuali dell’APS rispetto al PIL. Ultimo dato, ma non per importanza, non abbiamo certezze in merito alla spesa totale su canale OSC nel bilancio complessivo per l’anno in corso. Su questi punti ci attiveremo ovviamente anche con il livello parlamentare, e speriamo di incontrarvi presto all’interno di iniziative dedicate di cui vi terremo informati.

Cordiali saluti,
Silvia Stilli, Portavoce AOI
Raffaele K. Salinari, CINI
Paola Crestani, Presidente LINK2007

Fonte: ONG.IT

Foto di: festascienzafilosofia.it
1

L’attacco di Salvini alle ONG mette in pericolo tutto il mondo della solidarietà.

Foto di: Lapresse.

La forza dell’Italia sta anche nel suo straordinario capitale sociale positivo, che ha garantito la tenuta del Paese come sistema pure nelle stagioni delle crisi più dure. Un capitale sociale fatto da comunità territoriali coese, imprese intraprendenti e inclusive, organizzazioni di volontariato e che oggi rivela preoccupanti segnali di erosione.

L’allarme viene da uno dei più acuti e autorevoli osservatori dei fenomeni che segnano la società italiana, Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos Italia: “Crollata la fiducia per le non profit”, scrive sul “Corriere della Sera”, commentando i dati d’un sondaggio Ipsos “sulla scelta del ministro Salvini di impedire gli sbarchi sul territorio italiano dei migranti soccorsi in mare dalle navi delle organizzazioni umanitarie”.

Secondo quel sondaggio, il 59% degli italiani sta con Salvini, il 29% è contrario, con ovvie punte di consenso plebiscitario (il 99%) tra gli elettori delle Lega e dei Cinque Stelle (77%) e con un robuste quote di sostegno tra le persone con più di 35 anni, tra i lavoratori autonomi e tra gli operai.

E le “non profit”? La fiducia in queste organizzazioni è crollata dall’80% del 2010 al 39% di oggi. E adesso solo il 22% degli italiani pensa che siano mosse da intenti umanitari, mentre il 56% le giudica ispirate da “scopi economici”. E’ un dato forte, su cui riflettere attentamente.

Pagnoncelli nota come “si sia persa l’aura di bontà di cui godevano” da quando, nel 2017, Luigi Di Maio, leader dei Cinque Stelle, le definì “taxi del mare”. E come il fenomeno si sia aggravato proprio di recente, nel cuore dello scontro caldissimo sull’accoglienza degli immigrati.

Il discredito diffuso, nato dalle polemiche sui migranti (caso Diciotti, Sea Watch, etc.), si estende un po’ a tutto il mondo del “non profit”. E in tempi di comunicazione ansiogena, gridata, caratterizzata dal binomio aggressivo amico-nemico, ne fa le spese tutto quel vasto e straordinario mondo del cosiddetto “terzo settore” (“terzo” tra il settore pubblico e le imprese private profit) che si occupa di temi sociali, assistenza, cooperazione, solidarietà: appunto quel “capitale sociale positivo” di cui dicevamo.

Nota Pagnoncelli:

“Il discredito colpisce duramente un intero settore che non comprende solo le Ong (organizzazioni non governative) impegnate nei soccorsi in mare e nell’accoglienza dei migranti, ma rappresenta oltre 340mila realtà che operano nei settori più disparati, dai servizi alla persona (infanzia, anziani, disabili, etc.) alla cultura, dallo sport alla cooperazione internazionale”.

Un mondo vario, compresso, benemerito, che conta più di un milione di addetti stabilmente impiegati e 5,5 milioni di volontari, in società, cooperative, associazioni, fondazioni, enti sociali di grande umanità e fondamentale utilità sociale, da Milano alla Brianza operosa, dal Veneto all’Emilia, dalla Campania alla Sicilia, con forte radicamento nel mondo cattolico e con qualificate presenze anche in ambienti laici e di “club service”. Più di un italiano su dieci lavora nel “non profit” o fa volontariato, dicono i dati dell’Istat rielaborati dalla Fondazione Social Venture “Giordano Dell’Amore”.

Insiste ancora Pagnoncelli, preoccupato: “Con la fiducia, stanno diminuendo anche le donazioni destinate al non profit”. E conclude: “È solo uno dei tanti effetti collaterali del greve stile comunicativo della stagione politica attuale”.

La preoccupazione è assolutamente condivisibile. Nella retorica estremizzata che su paura e rancore cerca e trova crescenti consensi politici, si rischia di mettere in crisi profonda i fondamenti della nostra vita civile.

Le tendenze anti-impresa diffuse nel governo stanno amplificando le difficoltà di un mondo economico da cui dipendono benessere, lavoro, welfare, solidarietà (l’impresa è il principale ascensore sociale attivo nel nostro paese, strumento indispensabile per premiare e fare crescere “i capaci e meritevoli”, come peraltro indica anche la nostra Costituzione). L’attacco da parte di ambienti governativi al mondo non profit, partendo dagli immigrati ed estendendo propagandisticamente il giudizio, aggrava il quadro.

Non si tratta naturalmente di fare un “partito delle ong” (nessuno ne sente il bisogno) né di renderle protagoniste d’uno scontro tra maggioranza e opposizione, tra Salvini-Di Maio e il Pd, ma di evitare appunto gli effetti della strumentalizzazione politica e salvaguardare, con società non profit, ong, strutture del “terzo settore”, un grande patrimonio civile della comunità italiana

A prescindere, infatti, dai singoli casi di cronaca su navi di soccorso, “porti chiusi”, eventuali violazioni di leggi (il cui accertamento spetta alla magistratura) e dalla necessità di regolare, in Italia e in Europa, un fenomeno di grandi dimensioni qual è quello dei flussi migratori, qui vale la pena insistere sui danni che un certo tipo di propaganda politica può fare a tutto il Paese.

A danno, soprattutto, di quei ceti deboli che, proprio nelle organizzazioni non profit e nel volontariato sociale, trovano risposte quotidiane ai loro problemi di sostegno, supporto, aiuto di cui abbiamo detto.

La buona politica responsabile ha, naturalmente, bisogno di regole. Ma anche d’intelligenza di distinzioni, tra chi eventualmente viola leggi e chi dedica il suo tempo a soccorrere e assistere anziani, malati, persone sole, comunità segnate da un forte disagio sociale. La crisi di fiducia nelle organizzazioni del volontariato è una grave ferita, nel fragile corpo sociale dell’Italia. Una ferita che questo paese non merita.

Articolo di: Huffington Post.it.

Foto: GruppoPdEmiliaRomagna.it
0

Un anno in crescita per le imprese del Terzo settore: nel 2019 aumenteranno le entrate e gli investimenti

Foto di: Antoniodepoli.it

 

Sarà un anno di grande vitalità quello delle imprese del Terzo Settore che prevedono un aumento delle entrate e una forte propensione agli investimenti. È quanto emerge dall’ottava edizione dell’Osservatorio su “Finanza e Terzo settore” promosso da UBI Banca e AICCON (Associazione Italiana per la promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit).

Secondo i dati raccolti dall’indagine, che si pone l’obiettivo di analizzare i fabbisogni finanziari e le prospettive evolutive dell’imprenditorialità sociale italiana, le previsioni per il 2019 si confermano quantomai positive: il 69,2% e il 74,8% dei soggetti prevede rispettivamente entrate da contributi ed Enti Pubblici e da mercato stabili o in crescita. In evidenza il dato sulle S.r.l. con qualifica di impresa sociale: il 79,3% prevede una situazione stabile o in crescita circa le entrate derivanti dalla vendita di beni e servizi sul mercato, con il 34,5% di questo tipo di soggetti sicuri di un miglioramento.

Quanto a consapevolezza sugli strumenti di finanza a impatto sociale, sono proprio le S.r.l. con qualifica di impresa sociale e i consorzi a mostrare una maggiore conoscenza, rispettivamente intorno al 45% e al 43%, valori più alti se paragonati al 36% del campione totale. Il 33,8% di chi conosce il tema è interessato all’utilizzo (16,9%) o sta già utilizzando (16,9%) strumenti di questo tipo. Le S.r.l imprese sociali (30,8%) e le cooperative di tipo B (29,2%) mostrano livelli più elevati di utilizzo della finanza a impatto sociale. Le prime perché sono capaci di includere nella governance soggetti investitori, le seconde perché sono i soggetti della cooperazione sociale con più forte orientamento al mercato. Lo strumento più conosciuto e utilizzato risulta essere quello della finanza agevolata (es. Fondo Rotativo per le imprese del MISE, fondi agevolati BEI, ecc.)

Il rapporto conferma inoltre che la prima fonte di copertura degli investimenti effettuati negli ultimi 3 anni è costituita dagli istituti bancari (43,3%) che superano, seppur di poco, l’autofinanziamento(40,7%). In evidenza l’indicazione di soggetti privati tra le modalità utilizzate per coprire gli investimenti effettuati, dichiarata dall’8,2% dei soggetti intervistati.

«L’Osservatorio conferma come qualità, personalizzazione e diversificazione specialistica dell’offerta bancaria siano indispensabili per costruire un rapporto duraturo con il mondo dell’impresa sociale e del non profit in generale», afferma Riccardo Tramezzani, Responsabile della divisione UBI Comunità. «Il ruolo dell’istituto bancario non è tanto quello di mero erogatore di servizi, ma di co-attore di un sistema più ampio che costruisce reti, supporta scelte e progetti d’investimento, condivide competenze e intermedia relazioni territoriali fra soggetti economici e comunità. UBI Comunità si propone come partner di tutto l’universo dell’imprenditorialità sociale con l’obiettivo di abilitare lo sviluppo dell’intero ecosistema dell’economia sociale e promuovere sinergie e forme di convergenza tra il pubblico, il privato ed il privato sociale attraverso una pluralità di funzioni e un’offerta di strumenti finanziari integrata ed eterogenea erogata in una logica di forte personalizzazione».

All’interno di questo scenario, quindi, le imprese che hanno fatto richiesta di finanziamento alle banche negli ultimi 3 anni si sono viste concedere in media circa il 76% dell’importo atteso. La principale modalità di impiego dei finanziamenti ottenuti è data dagli investimenti a medio-lungo termine (54,7%); dopo tre anni di indagine questa scelta torna ad essere la prima per i soggetti appartenenti al mondo della cooperazione sociale. Elevati i livelli di soddisfazione della relazione con gli istituti di credito – l’86,4% si dichiara soddisfatto – grazie all’offerta adeguata di prodotti e servizi (49%) e al riconoscimento dell’applicazione di metodi di valutazione personalizzati per le organizzazioni non profit (37,4%). Inoltre, viene certificata la funzione della banca quale piattaforma multiservizi per lo sviluppo del mondo della cooperazione e dell’impresa sociale – il 37,4% del campione pensa che il ruolo della banca debba essere quello di soggetto erogatore di un’offerta di servizi di credito dedicata e il 34,3% quello di partner per progettualità complesse.

«Il report pubblicato mostra la volontà e l’intenzione del mondo della cooperazione e dell’impresa sociale di continuare a crescere, puntando su una pianificazione strategica di ampio respiro – supportata per questo da investimenti sul lungo termine – in grado di massimizzare la creazione di valore sociale», sottolinea Guido Cisternino, responsabile Terzo Settore ed Economia Civile di UBI Banca. «In questo contesto diventano centrali le opportunità offerta dalla finanza a impatto sociale, tema che si sta sempre più diffondendo in termini di conoscenza da parte dei soggetti appartenenti al Terzo settore, ma ancora da sviluppare per ciò che concerne l’utilizzo dei relativi strumenti. Sebbene la strada da percorrere sia ancora lunga, UBI Comunità intende stimolare e promuovere l’utilizzo della finanza a impatto sociale tra i soggetti del Terzo settore, ad esempio introducendo elementi di innovazione negli strumenti finanziari tradizionali – come richiesto dalle cooperative e imprese sociali – e orientando l’erogazione dell’offerta in una logica impact, in modo da sostenere le scelte imprenditoriali e gestionali di un settore centrale tanto per il benessere quanto per lo sviluppo economico».

Buone notizie arrivano per quanto riguarda le prospettive future: 2 organizzazioni su 3 prevedono, infatti, investimenti per il 2019. Nel 52,2% dei casi i soggetti intervistati pensano di coprire con l’autofinanziamento, seguito dall’affidamento agli istituti bancari (28,8%); anche in questo caso in evidenza l’indicazione di soggetti privati tra le fonti di copertura (9%) – preferita soprattutto, come prevedibile, dalle S.r.l. con qualifica di impresa sociale e in aumento rispetto alle precedenti edizioni per quanto riguarda il mondo della cooperazione sociale.

«L’ottava edizione del rapporto, per la prima volta ricompone il mondo dell’impresa sociale osservando congiuntamente la cooperazione sociale e le “S.r.l. imprese sociali” delineando così un nuovo universo che persegue finalità comuni d’interesse generale, attraverso paradigmi di produzione del valore differenti» – sostiene Paolo Venturi, direttore AICCON – «I risultati mostrano come le S.r.l. con qualifica di impresa sociale siano naturalmente più aperte all’interlocuzione con gli investitori privati e abbiano un’alta propensione agli investimenti. La cooperazione sociale, in particolare quella d’inserimento lavorativo, si conferma sempre più intraprendente in una fase in cui i benefici legati all’efficientamento sembrano essersi esauriti. Nel suo terzo tempo la cooperazione sociale ha ricominciato a guardare a medio-lungo periodo, chiedendo al mondo della finanza una nuova generazione di servizi ad integrazione delle risorse. Un cambio radicale che richiede alle imprese sociali di investire in nuove funzioni e strategie capaci di gestire la complessità di progetti imprenditoriali ormai divenuti strutturalmente “eco-sistemici”».

Articolo di:Vita.it.

1

A Milano una mostra fotografica sulle donne del Myanmar

Fonte:Orientamenti.it

L’amore per i viaggi è ciò che da sempre guida il fotografo milanese Fabrizio Crippa e “Women” è il titolo della mostra fotografica relativa al suo ultimo viaggio in un paese dove il tempo sembra essersi fermato, il Myanmar.

È nello stato del Chin, tra le sue montagne e fitte foreste, che risiedono remoti villaggi dove vivono le ultime donne con il volto completamente tatuato da linee e punti, tatuaggi, oggi, vietati e osteggiati dal Governo birmano. Ed è proprio attorno a questa usanza che sono nati miti e leggende che si tramanderanno per secoli.

Le trazioni contro la modernità

Fabrizio Crippa ha raccolto gran parte di queste simbologie, regalandoci un repertorio vasto e ben organizzato. Intensi gli sguardi e i ritratti delle donne, indescrivibili i colori che sembrano restituire gli odori speziati e i profumi dolciastri di quella terra. Preziosissime testimonianze, questi scatti, degli ultimi scampoli di popolazioni che hanno saputo mantenere le proprie tradizioni, difendendole dall’esterno grazie all’isolamento della loro terra protetta dai mondi e dalla natura aspra.

Fabrizio Crippa, con questa mostra fotografica sulle donne del Myanmar, vuole riprendere il concetto di fotografia come mezzo per raccontare la storia delle persone, delle loro abitudini, della loro cultura e vita di ogni giorno portando la ricchezza interiore del popolo birmano a conoscenza di tutti noi.

Fonte: Libreriamo.it

0

Il 5×1000 al non profit: così i contribuenti premiano il terzo settore.

Foto:Ilsalvagente.it

ROMA – Lo studio di Banca Etica attesta che 1 italiano su 3 sceglie di destinare il 5×1000 della propria dichiarazione dei redditi a organizzazioni non profit, con una crescita del 38% rispetto al 2006. Sono 14 milioni, su un totale di 41,2, i contribuenti che indirizzano il loro 5×1000 al Terzo Settore. Numeri importanti, che evidenziano anche come ci sia ancora ampio margine di crescita per far conoscere lo strumento a quei 27 milioni di italiani che non lo utilizza ancora. Lazio, Lombardia e Liguria sono le Regioni in cui si registra la percentuale più alta di contribuenti che utilizzano il 5 per mille, rispettivamente il 76%, 63%, 41%. Regioni fanalino di coda sono invece Abruzzo (13%), Sardegna e Campania (14%).

“Il Terzo Settore è fondamentale per la crescita sociale”. “In questi anni sono sistemici i tentativi di screditare con la parola ‘buonismo’ una parte consistente del Terzo Settore – dice Anna Fasano, presidente di Banca Etica – Noi di Banca Etica sappiamo che il non profit è invece un pilastro fondamentale per offrire opportunità a chi vive condizioni di fragilità, per far crescere una cultura della diversità e dell’accoglienza, per migliorare la qualità della vita nelle nostre
comunità. Un bene comune da promuovere e sostenere affinché possa svilupparsi ancora più forte, sano e trasparente. Per tutti i beneficiari del 5 per mille la sfida è quella della misurazione d’impatto. È necessario sviluppare metodologie di rendicontazione puntuale del cambiamento che siamo capaci di produrre. La nostra proposta di finanza etica guarda con costante attenzione le sfide che possiamo condividere con il Terzo Settore, perché dalla nostra capacità di lavorare insieme passa una parte della nostra missione: fare l’interesse più alto, quello di tutti”.

Chi e dove si sceglie il non profit. La percentuale di laureati e persone con titolo di educazione secondaria è maggioritaria in questa scelta etica e finanziaria. Nelle Regioni caratterizzate da bassi tassi di fiducia, si tende a utilizzare molto meno l’ istituto del 5xmille. Nel 2019 verranno erogati 495,8 milioni di euro di contributi relativi all’anno fiscale 2017 veicolati attraverso il 5xmille e gli enti beneficiari sono stati 60.705, un dato cresciuto del 6,6% rispetto al 2016. Si conferma, poi, la consolidata dinamica di ripartizione del 5xmille nelle regioni italiane. Nel 2017 il 55,7% dell’importo totale è raccolto in Lombardia e nel Lazio (Regioni in cui il non profit è più sviluppato e che ospitano alcune delle organizzazioni più grandi e note), mentre Emilia Romagna, Piemonte, Veneto e Toscana raccolgono, insieme, il 23,2% delle risorse. Il restante 21% si distribuisce tra le altre 15 Regioni italiane, in alcune regioni con percentuali davvero basse.

Beneficiari del 5xmillevolontariato, associazionismo, fondazioni. Volontariato e associazionismo trionfano tra le preferenze di destinazione del 5xmille: 53% delle risorse per il 57% degli enti beneficiari; le fondazioni ottengono il
36% delle risorse, con il 4,5% degli enti beneficiari; le Cooperative sociali coprono il 3,3% delle risorse con un 12% degli enti beneficiari; le associazioni sportive dilettantistiche conquistano l’ 1,7% delle risorse col 16% degli enti
beneficiari. La classifica degli enti beneficiari, cioè, evidenzia l’elevata concentrazione nella distribuzione delle risorse, non solo per categoria, ma anche per singoli enti. I primi 10 enti beneficiari per importo raccolgono il 26,7% del totale delle risorse erogate nel 2017, pari a quasi 134,5 milioni di euro. Le fondazioni percepiscono gli importi medi più alti, in particolare quelle che si occupano di ricerca sanitaria ricevono 1,4 milioni di euro l’anno di media .Seguono poi le  associazioni di volontariato con circa 9.000 euro in media, le cooperative sociali con quasi 3.000 euro e le associazioni sportive dilettantistiche con 2.000 euro.

La trasparenza delle procedure. Gli enti beneficiari del 5×1000 in media devono aspettare tra i 12 e i 24 mesi per vedersi accreditare le somme indirizzate dalle scelte dei cittadini. Spesso però i fondi sono necessari in tempi più rapidi
e le banche hanno risposto a questa necessità offrendo servizi finanziari dedicati. Le proposte si sono concentrate sul credito in forma di anticipazione del contributo approvato e in corso di erogazione: in questo caso la banca anticipa all’ente, sulla base del dato certo relativo all’importo da destinare, una quota tra l’80 e il 100% dell’importo e sul credito in forma di fido, collegato all’importo medio ricevuto dall’ente negli ultimi anni e che la banca decide di prendere come approssimazione dell’importo atteso per il prossimo esercizio: in questo caso il grado di rischio è maggiore per l’intermediario finanziario, ma è anche più significativa l’opportunità per l’ente, che può, con maggiore tempo ed elasticità, disporre delle risorse finanziarie.

“Bisogna attuare le disposizioni della Riforma del Terzo Settore”.“Chiediamo alle istituzioni di varare in fretta le disposizioni attuative della Riforma del Terzo Settore, compresa la velocizzazione delle procedure di versamento delle somme assegnate agli enti – dice Claudia Fiaschi, portavoce del Forum per il Terzo Settore – E’ necessario superare il tetto delle risorse, per evitare che, come successo in passato, siano erogati anche 100 milioni di euro in meno l’anno: occorre stanziare una cifra in linea con il trend di crescita delle scelte dei contribuenti. Chiediamo anche una diversa distribuzione del cd. “inoptato”, ovvero quella parte di 5 per mille scelto dai contribuenti senza indicare una specifica organizzazione destinataria. Si tratta di una cifra che va dal 10 al 15% del totale re-distribuito. In particolare è importante che venga utilizzata parte di queste risorse per sostenere maggiormente le organizzazioni più piccole e
migliorare la loro capacità di fare attività di fundraising”.

Articolo di “La Repubblica” del 25/06/2019.

Seleziona la tua donazione

  • 1 Backer

    Finanzia l'alimentazione di un bambino dell'asilo per un mese

  • Backers

    Sostieni il fornimento di un servizio di supporto psico-sociale a una donna

  • 1 Backer

    Sostieni tutte le spese per le attività della clinica per una settimana