Guatemala

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Sotto attacco gli attivisti per i diritti umani del Guatemala

CITTA’ DEL GUATEMALA. La copertura internazionale delle notizie relative all’America Centrale é storicamente molto limitata e negli ultimi anni sembra concentrarsi sull’esperienza migratoria – quando questa é relazionata con le politche protezionistiche statunitensi – e sulla spettacolarizzazione del narcotraffico e dei suoi protagonisti. Il racconto del Guatemala in questo contesto quasi scompare e ritorna a galla solamente nel periodo delle elezioni, oppure quando un comico televisivo, Jimmy Morales, diventa presidente della Repubblica.

La criminalizzazione dei movimenti sociali. L’attenzione nei confronti del proceso elettorale e dei recenti scandali che hanno investito la prima tornata é legittima, ma la corruzione e la concentrazione del potere nelle mani di un’elite ladina vicina ai militari –  in un Paese a maggioranza indigena – é una costante della storia del Guatemala. Dopo 36 anni di regime militare e conflitto armato interno –  200.000 morti ammazzati, 45.000 desaparecidos, 450.000 rifugiati e 422 massacri –  la transizione democratica é cominciata a livello instituzionale all’indomani degli Accordi di Pace del 1996, ma non si é mai concretizzata in politiche volte a garantire i diritti umani della popolazione e la cessazione della violenza politica. In questi 23 anni coloro che hanno tentato di rivendicare memoria, giustizia sociale e diritti sono stati criminalizzati, minacciati e uccisi senza ricevere una protezione integrale da parte dello Stato e delle sue istituzioni.

L’esortazione dell’ONU. Nella sua relazione sui diritti delle popolazioni indigene, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Victoria Tauli-Corpuz ha evidenziato gravi mancanze per quanto riguarda la difesa degli attivisti per i diritti umani in Guatemala, denunciando la passività delle istituzioni: “Lo Stato deve adottare la politica pubblica sulla protezione delle attiviste e degli attivisti dei diritti umani e rafforzare l’intervento nell’analisi degli attacchi” e deve “garantire la formazione interna del Ministerio Público in materia di indagini sui crimini contro le attiviste e gli attivisti per i diritti umani”.

Sotto attacco costante. Si puó tranquillamente affermare, senza forzature, che dal 1960 a oggi, per non andare piú indietro nella storia, nessuna persona abbia avuto il diritto, dentro i confini guatemaltechi, di difendere la dignitá e i diritti della popolazione e dei territori senza essere perseguito e subire violenza. Tra il primo e il secondo turno elettorale, previsto per l’11 di agosto, cade l’anniversario dell’assassinio dell’attivista indigena maya ixil Juana Raymundo, coordinatrice regionale del Comité de Desarrollo Campesino (CODECA), torturata e uccisa a Nebaj l’anno passato. Mentre a settembre, sempre di un anno fa, venivano assassinate Juana Ramirez Santiago, integrante della Junta Directiva de la Red de Mujeres Ixiles e Ana Greisy López, attivista LGBTQI e rappresentante dell’organizzazione OTRANS Reinas de la Noche di Coatepeque.

La violenza politica. Sono 26 gli omicidi, 392 le aggressioni e 18 i tentati omicidi contro attivisti e attiviste registrati nel 2018 dalla Unidad de Protección a Defensoras y Defensores de Derechos Humanos de Guatemala (UDEFEGUA), che si sommano alle 52 morti violente registrate nel 2017. Uno scenario preoccupante anche alla luce dei due candidati che si scontreranno nel secondo turno elettorale, Sandra Torres della Unidad Nacional de la Esperanza e Alejandro Gianmattei del partito Vamos, che non sembrano poter offrire margini di miglioramento a questa grave situazione. Nei programmi elettorali dei due partiti politici non sono incluse politiche concrete di protezione integrale e accompagnamento per prevenire gli attacchi e garantire l’incolumitá fisica e psicologica degli attivisti e delle attiviste per i diritti umani.

Dove si trasforma la realtá. Un altro dato sembra confermare l’andamento drammatico della situazione che vive chi lotta ogni giorno per una vita libera dalla violenza. I cambiamenti in senso democratico che hanno attraversato la società guatemalteca non hanno trovato nel Parlamento uno strumento adeguato per la loro promozione e realizzazione. Chi ha dato un contributo fondamentale in questo senso sono le organizzazioni di base di donne, contadini, attiviste e attivisti per i diritti umani che da anni lavorano nei territori sotto costante minaccia, dedicando – nel senso letterale del termine – la loro vita alla lotta per la dignitá e la giustizia sociale

Fonte: Repubblica, articolo del 17/07/2019

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Guatemala, da vent’anni i figli dei desaparecidos esigono memoria e giustizia nella “Giornata dell’Esercito”

Foto:Nodal.am

CITTA’ DEL GUATEMALA – Per 36 anni, dal 1960 al 1996, le popolazioni che abitano il territorio dello stato guatemalteco hanno dovuto subire l’arroganza e la violenza dei militari. L’esercito si è reso protagonista della desaparición forzata di 45.000 persone, di 422 massacri, di 450.000 rifugiati e rifugiate e del genocidio della popolazione maya ixil, perpetrato attraverso l’uso sistematico della violenza sessuale come arma di guerra.

Il potere dei militari. Gli Accordi di Pace del 1996 non hanno privato i militari del loro potere ma li hanno costretti a cambiare strategia. La presenza di organizzazioni internazionali e la creazione di organismi nazionali a tutela della popolazione non ha permesso la prosecuzione di un conflitto armato interno in campo aperto ma ha spostato il focus su una guerra a bassa intensitá tesa alla conservazione del privilegio. Un privilegio che storicamente si fonda sul razzismo endemico, sulla concentrazione della ricchezza e sul mantenimento da parte delle elite militari di una posizione di potere nelle maggiori istituzioni del paese. Quando non hanno occupato le piú alte cariche del governo gli ex militari responsabili dei massacri e del genocidio hanno comunque influito in maniera determinante sul Congresso.

Le violazioni dei diritti umani. Per queste ragioni non si é mai assistito a una reale transizione democratica istituzionale e gli attacchi contro attiviste per i diritti umani, leader contadini e attori della societá civile sono continuati con una sistematicitá e violenza allarmanti. Nel 2018 la Unidad de Protección a Defensores y Defensoras de Derechos Humanos de Guatemala (UDEFEGUA) ha registrato 26 omicidi, 392 aggressioni e 18 tentativi di omicidio ai danni di attiviste e attivisti.

Le figlie e i figli dei massacri. In Guatemala il 30 di giugno é un giorno festivo, si celebra la Giornata dell’Esercito. Da vent’anni i figli e le figli dei desaparecidos organizzano una contromanifestazione per ricordare le violenze dei militari e trasformare la Giornata dell’Esercito nella Giornata della Memoria. L’organizzazione H.I.J.O.S – Hijas e Hijos por la Identidad y la Justicia contra el Olvido y el Silencio, é storicamente in prima fila in questo processo supportata da CALDH – Centro Para la acción Legal en Derechos Humanos, Alianza Politica Sector de Mujeres, Udefegua e altre organizzazioni della societá civile.

La giornata della memoria. Quest’anno una manifestazione piena di colori e consapevolezza storica ha attraversato le vie della capitale, toccando alcuni punti significativi della cittá tra cui la Casa de la Memoria, dove da anni si lavora per ricostruire la memoria storica del Paese, e il luogo dove il 20 di ottobre del 1978 é stato assassinato Oliverio Castañaeda de León, segretario generale della AEU – Asociación de Estudiantes Universitarios. La manifestazione é sfociata nella Piazza della Costituzione e si é trasformata in un festival di arte, musica, poesia, graffiti ed economia solidale.

Trasformare la memoria. Le attiviste transgender di ODELCA – Organización de Locas Centroamericanas y del Caribe hanno creato una performance che ha emozionato gran parte dei presenti. Davanti al Congresso, vestito a lutto con enormi teli neri per restaurazione, hanno disegnato la mappa del Guatemala – affianco all’enorme scritta in memoria dei desaparecidos e delle desaparecidas: “45.000, Donde están?” – rappresentando i 422 massacri perpetrati dall’esercito durante il conflitto armato interno. Mentre una voce registrata risuonava per tutta la piazza leggendo i luoghi delle stragi e indicando i responsabili materiali.

La memoria presente. Ricordare la storia dei propri cari, dei familiari uccisi e desaparecidos, non risponde a pretese di celebrazione istituzionale del passato ma é un’urgenza che affonda le sue radici nel tempo presente e nella societá civile. I figli e le figlie dei massacri lottano affinché la memoria serva a ricostruire una societá piú giusta e affinché le violenze del passato e quelle del presente non vengano piú legittimate e perpetrate dai propri governanti.

Articolo di: La Repubblica.

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A Torino proiettato il documentario “The power of passport” sulla situazione delle donne indigene migranti del Guatemala

I colori che dividono, che discriminano, che regolano le classi sociali, storicamente sono quelli della pelle. Poi ce ne sono altri in cui si intingono pezzi di carta. Anche loro fanno la differenza. Vale per le banconote e per i passaporti. Classificano, penalizzano ed emarginano a seconda del paese in cui vengono emessi. Il potere di circolazione di un passaporto dipende anche dal suo colore. Lo sanno bene i migranti. Di immigrazione al femminile ha scelto di occuparsi Simona Carnino, giornalista e documentarista, con il suo nuovo documentario “The power of passport”, proiettato al Festival CinemaAmbientee prodotto in collaborazione con M.A.I.S ong e il contributo finanziario dell’Unione Europea, attraverso il Consorzio delle Ong piemontesi. Lo ha fatto popolandolo di donne: Maria, Petrona, Isabel e Sabina. Donne indigene della regione Ixil, nel nord-ovest del Guatemala dove vivono i sopravvissuti al genocidio, l’ultimo tra il 1982 e il 1983, della comunità Maya.
Ci sono passaporti che consentono di circolare liberamente. Quello statunitense apre le porte di 165 paesi. E altri che opprimono come catene o che rimbalzano davanti ai muri. Uno tra questi è quello guatemalteco. Il suo potere è pressoché nullo. Una sorta di condanna, in un paese devastato da un trentennio di guerra civile e dallo strapotere delle multinazionali. La storia delle protagoniste di “The power of passport” inizia qui. In una regione dove la natura è generosa, ma lo Stato assente. Fuggono dalla povertà, da un destino che le vorrebbe annientare. Il loro è un tentativo di ribellione, di sovversione e di riscatto che mal si concilia con la realtà. Di fatto, un viaggio dal Guatemala agli Stati Uniti mediamente costa tra i 500 e i 1000 dollari per chi ha un visto. Chi non ce l’ha, lo paga tra i 12mila e i 15milla. La differenza tra i primi e i secondi la fa il conto in banca. Paradossalmente, chi è più ricco viaggia più comodo e paga meno. Tutti gli altri si affidano alla “rete”. Quella dei coyotes, i trafficanti, che gli assicurano in 15 giorni o al massimo un mese di raggiungere gli Stati Uniti. Offrono un pacchetto di tre tentativi, da compiere in parte in camion e in parte a piedi. Una volta a destinazione, sempre che la raggiunga, il migrante dovrà risarcire il coyote dando a parte il 10% del totale all’usuraio. Tra il Guatemala e gli Stati Uniti c’è il Messico. Qui transitano più di 400mila persone all’anno. Il volto dell’immigrazione centroamericana è cambiato notevolmente.  Il 50,1% dei migranti latinoamericani è composto da donne e minori di età inferiore ai 5 anni. Sono esposti a violenze sessuali, traffico di organi, sequestri e tratta. Sopravvivere è difficile, per questo negli ultimi anni i migranti viaggiano in carovane. Negli Stati Uniti li attendono un muro, la detenzione e la deportazione. “The power of passport” ha la capacità di raccontare con delicatezza tutto ciò nei dettagli, per bocca di donne che tessono un mondo femminile coraggioso e oltraggiato.

Articolo di MARIA CRISTINA FRADDOSIO,La Repubblica 03/05/2019

Foto di Volontariatointernazionale.org

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Guatemala: rischio di amnistia di criminali di guerra

Il Guatemala muore letteralmente di fame: oltre l’80% dei guatemaltechi. In totale, tre milioni di persone vivono in condizioni di estrema povertà (23%) e altri dieci milioni di persone vivono in povertà (59%), mentre la ricchezza è concentrata in un numero sempre minore di mani. Il Guatemala è il 127° paese su 189. Un’Apocalisse che ha costretto i quasi 17 milioni di persone che vivono nel paese a camminare vicino al baratro.

Thelma Aldana, mandato di cattura e candidata alla presidenza

Su Thelma Aldana, ex procuratore generale del Guatemala tra il 2014 e il 2018 grava un mandato d’arresto per appropriazione indebita, frode fiscale e menzogne. Ordine di cattura emesso poco prima di confermare la sua candidatura alle elezioni presidenziali del prossimo 16 di giugno con Jonathan Menkos.

Thelma Aldana, di 63 anni, che ha deciso di presentarsi alle elezioni con il partito politco Movimiento Semilla, si trova ora in El Salvador e si rifiuta di tornare per paura della sua integrità fisica e perché non avrà un processo equo. Denuncia inoltre che veicoli con targa guatemalteca stazionano nella vicinanza della sua ubicazione, e trattandosi del Guatemala non è né uno scherzo né un’esagerazione.

L’ex procuratore generale Aldana, denuncia che tutto ciò riguarda la vendetta contro di lei per i suoi anni nel processo, in cui molti sono stati condannati, e per le sue pretese elettorali di guidare un movimento politico di sinistra. Movimento che aspira a rovesciare elettoralmente l’attuale governo e le élite che lo controllano per iniziare a minare le strutture di abuso e oppressione che esistono nel paese e che nessuno in base ai dati esistenti in termini di disuguaglianza e ricchezza può nascondere.

Le chiavi del caso

In un caso tanto complesso come questo, dove ci sono accuse incrociate, conviene avvicinarsi il più possibile ai fatti per non perdersi in un percorso senza via d’uscita. Il primo elemento di sospetto circa l’attuale presidente del Guatemala, Jimmy Morales, lo possiamo trovare quando all’inizio di quest’anno, l’8 gennaio, ha ordinato l’espulsione entro 24 ore dalla Commissione Internazionale contro l’Impunità in Guatemala (CICIG) – appartenente all’ONU -.

Questa commissione ha lavorato per undici anni con la Procura Generale, riuscendo a disattivare parte dell’enorme rete di corruzione in cui il paese è avviluppato. Questo lavoro, eseguito con diverse personalità, una di queste Thelma Aldana ha causato l’arresto dell’ex presidente del paese centroamericano, Otto Pérez Molina, il suo vice presidente e diversi ministri per crimini contro l’umanità. È, sicuramente, il buon lavoro della commissione il motivo per cui la Corte costituzionale del Guatemala ha sospeso la decisione di Jimmy Morales di espellere la CICIG.

Un secondo elemento che può aiutarci a trovare un po’ di luce nella foresta oscura di accuse si trova nelle recenti indagini condotte dalla CICIG prima di essere espulsa: indagava sul finanziamento elettorale illegale ricevuto dall’attuale presidente, Jimmy Morales. E senza commissione non ci sono indagini.

Infine, un terzo elemento di grande valore è l’intento dell’attuale presidente di concedere l’amnistia per i crimini contro l’umanità commessi durante la guerra civile che si è verificata nel paese (1960-1996). Amnistia che violerebbe la Costituzione del Guatemala modificando la Legge di riconciliazione nazionale e i trattati internazionali sui diritti umani firmati dal paese.

La legge di amnistia del 1996 aveva lasciato fuori i responsabili di crimini contro l’umanità (omicidio, sequestro di persona e stupro) che hanno portato alla condanna di 42 soldati, 1 guerrigliero e dei processi legali ancora in corso attualmente per 4.000 membri delle forze sicurezza del paese e 87 ex guerriglieri.

Pertanto, il presidente Jimmy Morales vuole scagionare gli autori di crimini contro l’umanità, che non sembra una grande notizia né lo lascia in una buona posizione. Per questo motivo, Human Rights Watch, la Corte interamericana per i diritti umani e le Nazioni Unite si oppongono alla modifica della legge di amnistia.

L’orrenda disuguaglianza guatemalteco e la situazione drammatica delle donne

Il Guatemala è un paese precipitato nell’orrore di una guerra civile da quasi quarant’anni dalla quale non è ancora uscito, e diviso a causa dell’emendamento alla legge di amnistia che mira a dimenticare più di 250.000 morti, più di 600 massacri, 45.000 desaparecidos e oltre un milione di sfollati. Oblio che si produce in un paese di innegabile ricchezza – il quinto più grande esportatore di caffè e zucchero nel mondo – ma con povertà estrema, dato che il 49% dei bambini sotto i 5 anni soffre di malnutrizione cronica, un tasso che lo posiziona al quarto posto globalmente dietro Burundi, Tanzania e Zambia.

Povertà caratterizzata in Guatemala dalla disuguaglianza. Ad esempio, del tasso sopra menzionato di bambini sotto i 5 anni con malnutrizione cronica, il 70% di loro sono indigeni. Pertanto, le popolazioni indigene e le aree rurali sono le comunità più colpite, il che è evidente del fatto che il Guatemala è il secondo paese al mondo con la più grande disuguaglianza quando si tratta di accedere alla terra, solo dietro al Brasile.

La disuguaglianza, come è noto, è un indicatore quasi infallibile di corruzione e di carenze democratiche, soprattutto se parliamo di paesi in cui le risorse naturali non scarseggiano. Il Guatemala è, quindi, un paese ferito dalla guerra civile e saccheggiato dalle élite.

Come se ciò non bastasse, la situazione delle donne è assolutamente drammatica in un paese tradizionalmente machista e patriarcale. Più di 500 donne vengono uccise ogni anno senza, nella maggior parte dei casi, che vengano compiute indagini – solo il 4% dei casi termina con una condanna (nel 2017 ci sono stati 45.775 reati di violenza contro le donne e 813 omicidi). Le donne vengono stuprate, torturate o mutilate con totale impunità e gettate per le strade come se fossero spazzatura, atrocità commesse nel 60% da un uomo in stretto rapporto con la donna (padre, fratello, patrigno, ecc.).

Il futuro incerto

In questo caso, né gli Stati Uniti né i loro alleati occidentali hanno dato alcun ultimatum al presidente guatemalteco per cambiare il suo atteggiamento, né il paese è entrato a far parte della cosiddetta “Troika del male”. Forse succederà se Thelma Aldana dovesse arrivare alla presidenza e mettere in atto meccanismi per la redistribuzione del reddito e la spesa sociale, ma al momento l’Occidente ha altre priorità prima del Guatemala.

Non sappiamo ancora se l’ex procuratrice Aldana abbia la capacità di rubare che gli viene attribuita, ma è più che indiscutibile che il Guatemala sarà un paese migliore con un ex procuratrice che ha imprigionato corrotti e criminali con le Nazioni Unite che con un presidente che intende concedere l’amnistia a chi si è macchiato di crimini contro l’umanità.

Fonte: articolo del 26/03/2019 de l’Antidiplomatico

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In Guatemala il presidente vuole espellere la Commissione contro le impunità

CITTA’ DEL GUATEMALA – Jimmy Morales, ex comico televisivo, è stato eletto Presidente della Repubblica del Guatemala nel 2015, con il sostegno dell’ala più reazionaria dell’esercito e all’indomani di un maxi-scandalo di corruzione che ha coinvolto venti funzionari del Governo accusati di contrabbando doganale e tangenti. L’inchiesta è stata portata avanti dalla procura con il sostegno della Commissione Internazionale contro l’Impunità in Guatemala (CICIG) e si è conclusa con l’incarcerazione dell’ex Presidente della Repubblica Otto Perez Molina e della sua vice Roxana Baldetti. Ironia della sorte, proprio le indagini della CICIG che oggi Morales vorrebbe espellere dal Paese, hanno in qualche modo contribuito all’ascesa al potere dell’ex comico, che è riuscito a sfruttare a suo favore l’indignazione popolare con le parole d’ordine della lotta alla corruzione e della sicurezza nazionale. Un discorso politico che fa della corruzione il nemico numero uno del Paese dovrebbe guardare con interesse alla presenza di un organismo internazionale anti-corruzione che persegue i medesimi obiettivi. Eppure la questione è più complicata.

La CICIG opera nel paese centroamericano dal 2007 ed è stata creata a seguito di un accordo bilaterale tra il Governo e le Nazioni unite, approvato dalla Corte Costituzionale e dal Parlamento. In undici anni la CICIG ha accompagnato la procura nelle indagini per lo smantellamento di circa sessanta reti criminali in cui sono stati implicati politici e imprenditori di primo livello, funzionari dello Stato e militari. La CICIG mantiene una sua indipendenza e lavora affinché anche la procura non sia soggetta alle pressioni dell’establishment. CICIG e procura hanno chiesto per ben tre volte alla Corte Suprema di Giustizia di revocare l’immunità parlamentare al Presidente della Repubblica al fine di poter procedere a un indagine sui supposti finanziamenti illeciti a favore di Jimmy Morales e del suo partito, il Frente de Convergencia Nacional, durante la campagna elettorale del 2015. E per tre volte il Parlamento, tramite votazione, si è opposto alla richiesta.

A seguito delle pressioni della CICIG sul Parlamento il 7 gennaio il Presidente della Repubblica ha comunicato al Paese la consegna della “notifica di sospensione immediata e definitiva dell’accordo con la CICIG”, depositata alla sede delle Nazioni Unite di New York dalla Ministra degli Esteri Sandra Jovel. Le accuse di Jimmy Morales mosse alla CICIG sono notevoli: «gravi violazioni delle leggi nazionali e internazionali», violazione dei diritti umani e limitazione della sovranità nazionale. Il Presidente, all’indomani delle accuse, ha immediatamente ricevuto l’appoggio formale del CACIF, il Comitato Coordinatore delle Associazioni Agricole Commerciali Industriali e Finanziarie, che in Guatemala ha un influenza sul Parlamento maggiore ai partiti stessi.

Due giorni dopo la Corte Costituzionale si è pronunciata contro l’espulsione della CICIG dal Paese, ricordando che l’interruzione della collaborazione tra la CICIG e la Repubblica del Guatemala può avvenire soltanto attraverso il mancato rinnovamento dell’accordo (prorogato finora per cinque volte e in scadenza il 3 settembre 2019) o attraverso la decisione unilaterale dell’ONU. Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha espresso preoccupazione per i tentativi del governo di espellere dal Paese la CICIG e per la possibilità di una reazione violenta da parte dello Stato nei confronti dei movimenti che si oppongono a tale provvedimento. Unione Europea, Gran Bretagna e Canada hanno inviato note in cui si augurano il prosieguo della collaborazione tra CICIG e governo mentre gli il governo statunitense resta ancora silente a riguardo.

Il 14 gennaio una sessantina tra organizzazioni e associazioni in difesa dei diritti umani hanno manifestato il proprio dissenso nei confronti del governo rappresentato da Jimmy Morales sfilando per le strade di Città del Guatemala e organizzando blocchi stradali in tutto il Paese. I movimenti condannano le azioni autoritarie del governo, appoggiano la decisione della Corte Costituzionale e ribadiscono con forza l’importanza del ruolo della CICIG per la tutela e salvaguardia dei diritti umani e per la protezione fisica e morale dei difensori dei diritti umani. In un Paese dove le élite militari continuano a imporre l’agenda politica la presenza della CICIG rappresenta non solo uno strumento d’indagine e smascheramento delle collusioni tra istituzioni, lobby economiche e gruppi eversivi ma anche un deterrente per colpi di mano e concentrazioni sempre più verticali del potere.

Fonte: Repubblica, 4 febbraio 2019

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Guatemala: revocato il mandato alla Commissione ONU contro l’impunità

CITTA’ DEL GUATEMALA –  Le ultime nuove del governo di Jimmy Morales sono niente di meno che la revoca del mandato della Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala. Davanti a questa notizia, che scuote la già traballante situazione odierna del centroamerica, Erika Guevara Rosas, direttore di Amnesty International America, ha dichiarato: “La decisione del governo di non rinnovare il mandato della Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala, proprio quando il Congresso deve analizzare l’udienza preliminare contro il presidente Jimmy Morales, è una chiara manovra per indebolire la lotta contro l’impunità nel Paese”.

L’ombra di un colpo di stato. L’ultimo venerdì di agosto, il presidente Jimmy Morales ha lanciato il sasso, informando della volontà di violare l’accordo con le Nazioni Unite, stipulato dieci anni fa, in cui si istituiva la Commissione Internazionale contro l’impunità nel paese centroamericano (CICIG). Il CICIG è un organismo internazionale indipendente, il cui scopo è sostenere le istituzioni statali nelle indagini sui crimini commessi da membri delle forze di sicurezza illegali, cercando di smantellare questi gruppi clandestini, spesso collusi con lo stato. Oggi Morales non vuole rispettare gli ordini che la Corte costituzionale ha emesso, definendo le loro decisioni “illegali”. Durante l’annuncio del Presidente, era presente un insolito spiegamento di forze di sicurezza, proprio di fronte alla Commissione, un messaggio intimidatorio diretto a chi lavora per la giustizia e i diritti umani. Molti politici, diplomatici, giornalisti e attivisti si dichiarano preoccupati e sospettano che il governo stia per dare un colpo di stato.

Il timore di azioni violente. Ma andiamo per ordine, nel quartier generale della CICIG non sono mancati i momenti di tensione. Infatti già si temeva che le autorità entrassero per rimuovere con la forza il commissario, Iván Velásquez, il procuratore colombiano che dal 2013 ha dato una nuova direzione alle indagini concentrandosi sulle strutture di corruzione che collegano i grandi gruppi imprenditoriali, criminali e dei media con politici, funzionari e giudici. Un anno fa Morales ci aveva già provato, dopo che suo figlio e suo fratello erano stati accusati di corruzione, proprio dallo stesso Velasquez, che venne dichiarato persona no grata: una decisione annullata dalla Corte costituzionale.

Una minaccia per la stabilità del Paese. L’allontanamento coatto del Commissario Velasquez. L’allontanamento coatto è riuscito lo scorso martedì, approfittando di un viaggio di Velasquez a Washington Morales lo ha dichiarato una minaccia per la sicurezza e la stabilità del paese, vietandone il ritorno in Guatemala e chiedendo la sostituzione con Guterres, il quale si è negato esplicitando i suoi dubbi sulla legalità della decisione e affermando che il commissario continuerà a guidare le indagini dall’estero. La legge sull’immunità crea scontento nella società civile. Nel frattempo, una parte del Congresso ha lavorato duramente per riformare la legge di antecedenza, chiamata Pretrial, e per cercare di proteggere i funzionari statali dall’essere investigati. L’intenzione di un folto gruppo di deputati è quello di smantellare gli sforzi anti-corruzione avviate nel 2015 e decidere a piacimento sull’immunità di alcune figure politiche.

Una rescissione prematura e unilaterale. Inoltre, come ricorda il giurista Alexander Aizenstadt, i giudici stessi valuteranno se la riforma è compatibile con la Costituzione. Infatti, su molti di questi deputati e dei loro partiti pesa l’ombra della corruzione. Il giurista ritiene che la decisione di Morales “si scontri direttamente” con l’accordo con le Nazioni Unite: “Il suo effetto è di rescindere l’accordo prematuramente e unilateralmente”, dice, “qualcosa che non consente né la legge internazionale né quella guatemalteca”. Università, associazioni studentesche, organizzazioni sociali e gran parte della comunità internazionale si sono opposte alla tesi secondo cui la vera intenzione è distruggere le istituzioni repubblicane e porre fine alla lotta alla corruzione.

Articolo e foto: Repubblica 17 settembre 2018

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Lettera da un giovane ospite del Centro MilFlores: Isaias Choc Choc

Mi chiamo Isaias Choc Choc, ho 18 anni, e vengo dal villaggio Agua Negra che si trova a 4 ore di distanza dal Comune di San Luis, nel Dipartimento del Petén. Sono il secondo di cinque fratelli, vivevo con mio padre e mia madre.
Attualmente sto frequentando il quinto anno della scuola per periti contabili.
Mia madre si dedica alla casa e aiuta mio padre nel lavoro dei campi, in particolare nella semina di mais e fagioli.
Questo lavoro purtroppo non è sufficiente per andare avanti, mantenere la famiglia e farci studiare.
Il denaro che si guadagna è poco, mio padre non ha uno stipendio fisso e per questo motivo non ci ha potuto garantire gli studi. Noi figli abbiamo aiutato a coltivare la terra, ma non è stato facile.
Io ad esempio dovevo lavorare mezza giornata e anche cercare di studiare, ma dato che non avevo i soldi per pagarmi il bus dovevo camminare due ore per andare a scuola nel villaggio Secoyab.
Ma era l’unico modo per poter studiare.
Finito il terzo anno, ho dovuto però lasciare la scuola: dovevo andare alla comunità di Machaquilalto e avrei dovuto impiegare 3 ore e mezza per arrivarci.
Così, per un anno, mi sono dedicato al lavoro per aiutare mio padre con le spese della casa e permettere ai miei fratelli di frequentare le elementari. Avevo 15 anni.
Poi abbiamo saputo che al Centro MilFlores davano delle borse di studio a giovani con poche risorse economiche ma che volevano impegnarsi davvero per avere un buon lavoro nel futuro, per potere andare avanti e aiutare le proprie famiglie.
Nel 2016 ho avuto così l’opportunità di riprendere la scuola e iniziare il quarto anno di Perito Contabile con indirizzo informatico; e siccome ho avuto dei buoni voti ho potuto studiare anche nel 2017.
 Sono  ormai due anni che vivo al Centro e grazie al mio comportamento e alla mia voglia di fare sto riuscendo ad ottenere ciò che desidero, per diventare un professionista, essere in grado di aiutare un domani i miei genitori, e in particolare fare in modo che il mio fratellino più piccolo, che ha dovuto lasciare la scuola per le difficoltà della mia famiglia, possa frequentare le elementari e riprendere a studiare.
GRAZIE Centro MilFlores!
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Aiutaci a farli crescere – Approfondimento sul Centro Milflores

“Aiutaci a farli crescere” è il titolo della campagna per il 5 per mille di Progetto Continenti di quest’anno, tramite la quale vogliamo approfondire gli aspetti più complessi e spesso sconosciuti dei progetti di cooperazione internazionale che hanno come destinatari dei minori.

Per quanto riguarda il Centro Milflores, realizzato per bambini senza genitori o a rischio di violenze e/o abusi in Guatemala, abbiamo deciso di approfondire il tema della sostenibilità dei progetti di cooperazione e sviluppo e, in particolare, quello della sostenibilità alimentare…

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