Etiopia | Progetto Continenti

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Nobel per la pace al primo ministro etiopico

ADDIS ABEBA – Abiy Ahmed Ali, il quarantaduenne nuovo primo ministro dell’Etiopia, da bambino era soprannominato Abiyot, che vuol dire ‘rivoluzione’. Nel 1976, suo anno di nascita, era un nome e un soprannome abbastanza comune, dal momento che si inseriva nella scia della retorica e delle aspettative etiopiche successive all’insediamento del Derg (1974). Quel soprannome, che al nuovo premier etiopico è rimasto appiccicato nel tempo, è tornato prepotentemente in superficie con la sua nomina alla guida del Paese delle scorse settimane.

Le aspettative che porta con sé. La nomina di Abiyot, infatti, sta portando con sé molte aspettative, la prima delle quali è proprio quella di ‘rivoluzionare’ l’ambiente politico etiopico: vuoi per i suoi 42 anni – è il più giovane capo di governo nella lunghissima storia dell’Etiopia – vuoi soprattutto per la sua appartenenza di nascita alla comunità Oromo, la comunità che negli ultimi anni ha guidato l’opposizione reale (fatta di manifestazioni, scontri, morti e migliaia di prigionieri) al governo che oggi Abiyot è chiamato a rappresentare. Aspettative che il giovane premier ha alimentato durante il discorso di insediamento trasmesso in diretta televisiva quando ha dichiarato di voler lavorare a uno sviluppo inclusivo e promuovere un processo di riconciliazione nazionale coinvolgendo l’opposizione, nonché di voler costruire relazioni diplomatiche pacifiche con la vicina Eritrea. I

In Etiopia le parole non sono mai casuali. Piuttosto si preferisce tacere. Sorridere e tacere. “A tutti gli etiopi, quelli che vivono all’estero e in patria, dico che occorre perdonare”, ha invece detto il premier nel suo primo discorso, senza tuttavia specificare se e quando abbia intenzione di revocare lo stato d’emergenza in atto nel Paese dalle dimissioni di Hailemariam Desalegn. E tali parole paiono collegarsi alla storia personale di Abiyot, che sembra riportare il ritratto di un uomo di dialogo, di confronto, di lavoro sotterraneo, più che di una figura di rottura, dirompente e rivoluzionaria. O forse proprio per questo, in un Paese orgoglioso e in cui troppo spesso si tende ad arroccarsi inutilmente sulle proprie posizioni in maniera testarda, la figura di Abiy Ahmed potrebbe diventare davvero rivoluzionaria.

La sua biografia. Nato in una famiglia musulmana, Abiyot è cresciuto con i nonni oromo musulmani e cristiani. A 14 anni ha combattuto contro il regime socialista del Derg, entrando in una piccola formazione Oromo coordinata dai ribelli tigrini, occasione che gli ha consentito di imparare il tigrino. Entrato giovane nell’esercito ha studiato informatica e crittografia. Dopo la caduta del Derg ha proseguito la carriera militare affiancando studi sul dialogo, sulle strategie di de-escalation dei confronti violenti e studi sulle comunicazioni e l’informatica. Durante la carriera militare ha lavorato nelle comunicazioni e nell’intelligence. È stato inviato nel Rwanda post-genocidio nell’ambito della missione Onu e al confine tra Etiopia ed Eritrea tra il 1998 e il 2000 per lavorare nella raccolta informazione.

Tra i fondatori dei nuovi servizi segreti. Successivamente venne inviato nella sua città natale in qualità di ufficiale dell’esercito per mettere fine ai gravi e violenti scontri interreligiosi che contrapponevano cristiani e musulmani. Riuscì ad appianare tensioni e violenze, ritagliandosi un ruolo di mediatore interreligioso che sarà chiamato a giocare ancora negli anni successivi. Nel 2007 il vero salto, che vede Abiy diventare uno dei cofondatori dei nuovi servizi segreti etiopici, l’Ethiopian Information Network Security Agency (Insa), di cui fu sin da subito vicedirettore, per poi ricoprire dal 2008 al 2010 il ruolo di direttore. Tra i più strenui oppositori oromo al governo, il nome di Abiy Ahmed era stato criticato quando era cominciato a circolare ancor prima della nomina perché ritenuto troppo legato all’establishment politico-militare che ha gestito il Paese dopo la caduta del Gerd chiudendo tutti gli spazi per altre forze. Eppure da quando Abiyot è diventato premier, anche le voci più critiche si sono spente. Probabilmente anche queste sono in attesa di vedere quale dialogo riuscirà a costruire la ‘rivoluzione’ di un uomo delle istituzioni.

Fonte: Articolo di Massimo Zaurrini 11/10/2019, La Repubblica

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C’è pace tra Eritrea ed Etiopia?

Simbolicamente ufficializzata dai leader dei due paesi nel giorno in cui le rispettive popolazioni celebravano l’inizio del nuovo anno, la riapertura del confine eritreo-etiopico dell’11 settembre 2018 rappresenta l’immagine più vivida della rappacificazione tra i due Paesi del Corno. Sancendo la fine delle ostilità a vent’anni dall’inizio del conflitto – formalmente terminato con gli Accordi di Algeri nel dicembre del 2000, ma in realtà seguito da un prolungato periodo di “no war no peace” – la Dichiarazione congiunta del 9 luglio 2018 e il conseguente accordo di pace di Gedda rappresentano certamente l’apice di un cambiamento di portata epocale. Tuttavia, a un anno dalla firma, l’accordo di pace, amicizia e cooperazione del 16 settembre 2018 rischia di rimanere incompiuto, mentre la normalizzazione delle relazioni tra Eritrea ed Etiopia risulta più apparente che reale. Nonostante le parole dei due leader, il primo ministro etiopico Abiy Ahmed e il presidente eritreo Isaias Afewerki, facessero presagire il contrario, alle enfatiche dichiarazioni di intenti non hanno fatto seguito né concreti sviluppi sui cinque punti della Dichiarazione né definitivi processi di attuazione dei sette articoli dell’accordo. Anzi, l’evolversi delle relazioni tra i due paesi sembra segnare il passo rispetto alle speranze riposte dalle reciproche popolazioni. I quattro posti di frontiera aperti tra le fanfare sono stati progressivamente richiusi nel giro di cinque mesi (tra dicembre 2018 ed aprile 2019); le decisioni del 2002 della Commissione Internazionale per la risoluzione in arbitrato della disputa sui confini – seppur formalmente accettate dall’Etiopia nel 2018 – non sono state ancora attuate, né in relazione alla demarcazione del confine né al ritiro delle truppe; la ripresa delle relazioni commerciali transfrontaliere e degli investimenti per progetti infrastrutturali congiunti non ha portato a una risoluzione della conflittualità interna ai rispettivi confini; l’impianto repressivo del governo eritreo non ha subito modifiche sostanziali. Lo status quo sembrerebbe dunque dimostrare la persistenza dell’instabilità regionale e della precarietà nelle relazioni odierne tra Eritrea ed Etiopia: che la pace sia solo un miraggio?

Condizioni e conseguenze di un inatteso disgelo

Inatteso ed insperato, il processo di riappacificazione risponde invero al concretizzarsi di precise condizioni, sia nell’ambito più ristretto dei rapporti interstatali tra Addis Ababa ed Asmara, sia nei termini più ampi dell’evoluzione della geopolitica regionale nel Corno d’Africa e dei suoi aspetti trans-regionali. Consegue, allo stesso tempo, al parallelo sviluppo delle dinamiche sociali e politiche interne ai due paesi nell’ultimo decennio. Seppure frequentemente presentata come frutto della lungimiranza del primo ministro etiopico, la riconciliazione tra le élite politiche del regime eritreo e del rinnovato establishment etiopico è stata piuttosto favorita dal maturare di condizioni oggettive e soggettive tra e nei due paesi,[1] e dall’evoluzione delle mire internazionali sulla regione. Se, infatti, è lampante quanto la geopolitica del Corno d’Africa risenta del mutante equilibrio sulla sponda opposta del Mar Rosso,[2] altrettanto valida è l’ipotesi secondo cui il cambiamento controllato di leadership interno all’EPRDF (il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico, la coalizione di 4 partiti al potere ininterrottamente nel paese dal 1991) abbia favorito un tavolo negoziale con Isaias: la bilancia di potere precedente la nomina di Abiy Ahmed, caratterizzata dalle insurrezioni popolari che dal 2015 hanno scosso il paese e indotto le dimissioni di Hailemariam Desalegn, avrebbe reso improbabile una simile trattativa. L’inevitabile spostamento – geografico ed etnico – dei centri di potere dal nord al sud dell’Etiopia, dal Tigray all’Oromia, ha non solo avuto risvolti interni alla coalizione di governo, ma ha inciso profondamente anche sulla percezione eritrea della minaccia rappresentata dal burrascoso vicinato con gli alleati di un tempo. Se il parziale esautoramento della leadership tigrina ha, da un lato, permesso lo scioglimento di alcuni nodi fondamentali che ancora stringevano le maglie del conflitto sul versante etiopico, è dall’altro lato innegabile che ciò abbia promosso il processo di confidence building interno all’establishment eritreo, che ha accolto con favore la svolta di Addis Abeba ed accettato la mano tesa di Abiy.

Le conseguenze della pace sono risultate immediate negli aspetti di mobilità transfrontaliera, di merci e soprattutto di persone: si stima che in poco più di un mese dall’apertura del confine oltre 15.000 eritrei siano giunti in Tigray. La distensione dei rapporti si è anche tradotta nel termine dell’esilio per un certo numero di oppositori politici etiopici,[3] ed in importanti opportunità economiche, soprattutto in termini di attrattività per nuovi investimenti: oltre al potenziamento dei porti di Massawa ed Assab e dei relativi collegamenti stradali con l’Etiopia, sono già in cantiere lo sviluppo dell’infrastruttura ferroviaria tra i due paesi e lo sfruttamento congiunto dei giacimenti di potassio nella depressione dancala. Non solamente un importante traguardo in termini bilaterali, bensì un nuovo cardine per gli sviluppi sul fronte securitario regionale, il disgelo delle relazioni diplomatiche tra Eritrea ed Etiopia ha avuto un immediato riverbero sul resto del Corno d’Africa, ad esempio tramite la ripresa del processo di riappacificazione tra Asmara e Mogadiscio.[4]

L’enigma della pace

A un anno dall’accordo di pace, la formula risolutiva delle frizioni tra Eritrea ed Etiopia pare essere ancora incerta, e gli elettrizzanti sviluppi concatenati hanno per il momento avuto risvolti maggiori nella sfera internazionale e regionale, piuttosto che sulle rispettive dinamiche interne o sugli aspetti prettamente bilaterali. Se per un verso con il venir meno dell’isolamento internazionale il regime eritreo vede cadere una delle principali giustificazioni alla propria esistenza, per l’altro la posizione di Isaias ne esce paradossalmente consolidata. Il riconoscimento, da parte del governo etiopico, del risultato dell’arbitrato internazionale a distanza di 16 anni, la revoca delle sanzioni Onu, la corsa agli investimenti nelle infrastrutture portuali e il rinnovato ruolo dell’Eritrea nel determinare gli orientamenti geopolitici attraverso il Mar Rosso sono infatti fattori che incrementano la legittimità del sistema monopartitico guidato dal Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia (PFDJ), piuttosto che esautorarlo. Sul versante etiopico, Abiy si trova a dover fronteggiare un’aumentata conflittualità interna, una situazione macroeconomica meno favorevole rispetto alle previsioni e soprattutto un processo elettorale complesso e delicato nell’anno a venire.

La normalizzazione delle relazioni e l’istituzionalizzazione di nuove articolazioni diplomatiche tra Asmara ed Addis Ababa non è garantita nel prossimo futuro, nonostante le premesse fondanti siano state ancorate al processo di pace in corso. Investire sui reciproci vantaggi potenziali (economici quanto politici), capitalizzare sugli aspetti comuni ai due paesi (storia, cultura, topografia, modus vivendi, demografia, identità etnica), coinvolgere in maniera sostanziale in processi di peacebuilding le popolazioni interessate, promuovere il ruolo di organizzazioni regionali nel mantenimento della pace sono solo alcuni tra i fattori che possono concorrere a risolvere l’enigma della pace tra Eritrea ed Etiopia.

Note 

[1] Si veda a riguardo l’ipotesi avanzata nell’analisi del Nordiska Afrikainsitutet di Upssala, secondo cui “la maturazione delle condizioni oggettive e soggettive in Etiopia, unita a una maggiore fiducia in Eritrea, ha preannunciato il rapido e improvviso riavvicinamento”.

[2] In particolare in seno al Consiglio di cooperazione del Golfo, ma in generale il riferimento è alle più vaste frizioni interne al mondo arabo e al conseguente rafforzamento dell’asse tra Doha e Teheran.

[3] Il caso forse più eclatante riguarda i leader del movimento Ginbot 7, rifugiati per anni ad Asmara, ma vi sono altre personalità politiche (per esempio legate al Fronte di Liberazione Oromo, OLF, o al Fronte di Liberazione Nazionale dell’Ogaden, ONLF) che in virtù della rappacificazione tra i due Paesi hanno potuto concludere il loro esilio in Eritrea e far ritorno in Etiopia.

[4] A seguito della rappacificazione tra Eritrea ed Etiopia, quest’ultima si è fatta garante di un Comitato tripartito che include la Somalia, e che sin dalle prime battute ha sostenuto la revoca delle sanzioni Onu sull’Eritrea. Tali sanzioni erano state imposte dal Consiglio di Sicurezza nel lontano 2009, in seguito a un presunto sostegno da parte di Asmara delle milizie di al-Shabaab in Somalia. Con la Risoluzione 2444 (2018), la comunità internazionale ha di fatto revocato l’embargo sulle armi, il divieto di viaggio, il congelamento di beni ed altre sanzioni specifiche che da un decennio gravavano sull’Eritrea.

Fonte: Articolo di Mattia Grandi, 20/09/2019, ISPI online

Foto di Africa24.It
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Rafforzare in Etiopia il cantiere EurAfricano

Foto di Francesco Luise.

Di ritorno da una impegnativa missione in Etiopia, con una delegazione di alto livello del Comitato economico e sociale europeo (Cese), le immagini e i contenuti si accavallano in un turbinio di emozioni e di convinzioni, che potrei riassumere così: in un mondo dove gli autocrati sembrano guadagnare terreno, ecco un Paese che va nella direzione opposta e potrebbe rivendicare il titolo di ‘buona notizia dell’anno’ e il possibile leone del Rinascimento africano.

Abitata da cento milioni di persone e situata nel Corno d’Africa, l’Etiopia ha una popolazione che per il 70% ha meno di 30 anni, destinata a raddoppiare entro il 2050. È tra gli ultimi 20 Stati nella scala dell’indice di sviluppo umano dell’Onu, con il 5% della popolazione mondiale in stato di povertà assoluta, ed è anche il secondo Paese al mondo per numero di rifugiati accolti (920mila), oltre 3,2 milioni di profughi interni (il più alto del mondo) lungo le linee degli scontri tra i diversi gruppi etnici, oltre 300mila rimpatri forzati nell’ultimo anno di etiopi emigrati illegalmente per lo più in Arabia Saudita, via Yemen.

Eppure è un paese con una crescita economica impressionante, oltre il 10% annuo, un processo di democratizzazione senza eguali nel continente in un periodo così breve. Il nuovo primo ministro, Abiy Ahmed, 42 anni, eletto lo scorso aprile 2018, ha cominciato liberando centinaia di prigionieri politici e giornalisti detenuti, e per la prima volta negli ultimi 15 anni non ce n’è più nemmeno uno in prigione. Una rondine non fa primavera, certo, ma si tratta comunque di un buon indicatore dello stato delle liberà in una nazione, a cui hanno fatto seguito una riforma importante per la libertà dei media, leggi sulla società civile, l’istituzione di una nuova Commissione elettorale nazionale, affidata a una ex leader di un partito di opposizione, più volte incarcerata in passato e oggi incaricata di preparare il sistema per la elezioni del 2020. All’inizio del 2018 l’Etiopia sembrava dover sprofondare in una guerra civile generalizzata.

Alla fine ha prevalso Abiy Ahmed, che ha scelto di puntare sui giovani e sulle donne etiopi, instaurando la parità nel governo e dando alle donne, oltre alla Presidenza della Repubblica e della Commissione elettorale, moltissimi portafogli chiave, dal Ministero della Pace (che controlla rifugiati, profughi interni, polizia e servizi di sicurezza) al Ministero del Commercio, sino alla guida dell’azienda che promuove i parchi industriali e così via. Infine, ha voluto e firmato la pace con l’Eritrea, dopo trent’anni di guerra e ostilità devastanti.

E oggi cerca di assicurare parte della missione militare africana in Somalia e s’impegna per favorire una soluzione pacifica per il Sud Sudan. Facendo saltare diversi chiavistelli in una società che è rimasta a lungo chiusa nello schema feudale del regime imperiale di Hailé Selassie, poi modificatosi in un regime marxista militare tra i più chiusi ed ortodossi, questo governo si è inevitabilmente fatto molti nemici, soprattutto all’interno della vecchia guardia del potere e di molte strutture regionali e provinciali. Abiy Ahmed sembra comunque riuscire a mantenere la rotta, promettendo di smantellare lo statalismo dell’economia etiope per far sviluppare l’imprenditoria e attirare investimenti dall’estero, la volontà di aderire all’Omc entro il prossimo anno, come anche di costruire un vero mercato regionale e favorire la nuove prospettiva di un vero mercato interno africano.

Contemporaneamente, sta per varare una significativa riforma sociale e del lavoro, che prevede tra l’altro l’istituzione del salario minimo. Mentre è stato tra i primi a implementare il Global Compaq sull’immigrazione, con la nuova legge sui rifugiati, che consente loro di inserirsi nella vita sociale ed economica e nel mercato del lavoro, come ogni cittadino etiope. L’obiettivo finale è la creazione di posti di lavoro in un Paese che ha una domanda di almeno 10 milioni di posti di lavoro annui, salari nei pur nuovi parchi industriali che oscillano tra i 30 e i 50 dollari al mese, tra i più bassi del mondo ma comunque di tre volte superiori ai salari pagati nel sistema delle imprese locali. Il primo ministro, ex militare che ha studiato informatica e filosofia, ha un padre musulmano e una madre cristiana.

Ha energia da vendere, molta attenzione intorno a lui, in primis dell’Unione Europea che sta facendo un enorme investimento politico e anche economico su questo Paese, per motivi geostrategici e di stabilizzazione regionale. Ma anche attenzione economica dei nuovi investitori cinesi, sudcoreani, indiani, pachistani e taiwanesi, che vedono nel paese un hub a basso prezzo per produrre beni per i Paesi ricchi. E infine gode di un discreto credito da parte di investitori privati, che pure chiedono più fatti nel settore delle regole valutarie e nel settore bancario, ancora molto chiuso, di Ong internazionali e nazionali, come anche di tutte le principali agenzie multilaterali, dall’Onu e dalla sia costellazione di Comitati e Commissariati alla Banca Mondiale, dall’Unione Africana all’Ilo.

Nonostante i suoi limiti e il rischio di regressione, l’Etiopia è oggi un Paese che definisce i profughi ‘ospiti benvenuti’’, che cerca alleati e amici, soprattutto in Europa, che non rinuncia al suo legittimo orgoglio di grande nazione e che vuole un futuro di pace e progresso per il suo popolo e per l’Africa. È una grande scommessa, complessa ma possibile, che merita essere seguita, incoraggiata e sostenuta. Anche per tutte le forze vive dell’economia, dell’impresa, del lavoro, dell’agricoltura, delle organizzazioni umanitarie e della società civile e anche della cultura. Si può fare. L’Etiopia, con la sua energia vitale, può diventare il vero perno della strategia dell’Europa di una nuova ‘Alleanza per il progresso’. EurAfrica o AfricarEUnaissance sono oggi possibili. Non lasciamo cadere questa grande opportunità, per tutti.

Presidente del Cese

Articolo di Luca Jahier, uscito mercoledì 12 giugno 2019 su Avvenire.it

Difesa: Etiopia-Italia, ministro Trenta firma accordo di cooperazione con omologo Mohammed

Il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha firmato un accordo di cooperazione nel settore con l’omologo etiope Aisha Mohammed. L’accordo, come riferisce l’emittente etiope “Fana”, è stato siglato ad Addis Abeba, dove Trenta è arrivata ieri sera per una visita ufficiale che rientra nell’ambito del suo tour regionale nel Corno d’Africa che l’ha vista nei giorni scorsi a Gibuti e in Somalia. Nel corso della visita, il ministro Trenta incontrerà anche alti funzionari delle forze armate locali per discutere su varie questioni bilaterali. Il tour di Trenta nel Corno d’Africa è iniziato domenica scorsa da Gibuti. “Anche qui, nel Corno d’Africa, dove la condizione geopolitica resta particolarmente delicata, la nostra attenzione resta massima. Erano infatti molti anni che un ministro della Difesa italiano non veniva in visita ufficiale in questi paesi. Nei prossimi giorni incontrerò le autorità governative locali e visiterò le basi addestrative dove i nostri militari sono impegnati nell’attività di training nella missione Miadit 11, utile al processo di stabilizzazione dell’intera area”, aveva scritto Trenta in un post su Facebook.

A Gibuti è stata creata nell’ottobre 2013 la prima base logistica operativa delle Forze armate italiane all’estero dopo la Seconda guerra mondiale. Si tratta di una base militare di supporto, a connotazione interforze, con un nucleo di quasi cento militari, ma che può ospitarne fino a 300. Il principale obiettivo è quello di fornire sostegno ai contingenti nazionali che operano nell’area del Corno d’Africa e nell’Oceano Indiano impegnati principalmente nella missioni anti-pirateria Atalanta e Ocean Shield, oltre che nelle attività di addestramento Miadit e la parte italiana di Eutm Somalia. La base è stata costruita in soli due mesi dai genieri del sesto Reggimento della Task force Trasimeno del sesto Reggimento genio pionieri di Roma. Dopo Gibuti, il ministro della Difesa ha fatto tappa in Somalia, dove ha avuto colloqui bilaterali con l’omologo Hassan Ali Mohamed, col quale ha discusso delle relazioni bilaterali e del rafforzamento della cooperazione congiunta tra i due paesi, compresa la riattivazione degli accordi sulla difesa. Alla riunione erano presenti anche il ministro degli Esteri somalo Abdulkadir Ahmed-Kheir Abdi, il ministro di Stato per l’ufficio del primo ministro, Abdullahi Hamud, l’ambasciatore somalo in Italia, Abdirahman Sheikh Esse, e il capo di Stato maggiore dell’Esercito nazionale somalo, Dahir Aden Elmi.

La Somalia progetta di rafforzare il suo esercito nazionale con il sostegno dei suoi alleati, fra cui l’Italia, per portare a termine operazioni di sicurezza volte a contrastare il terrorismo e a proteggere le sue frontiere terrestri, marittime e aeree. Dal 16 febbraio 2014 all’Italia è stata affidata la guida della missione European Union Training Mission Somalia (Eutm Somalia), avviata nell’aprile 2010 per contribuire allo sviluppo delle istituzioni preposte al settore della sicurezza in Somalia nell’ambito della strategia europea per il Corno d’Africa. Dal 16 luglio 2018 il comandante della missione Eutm Somalia è il colonnello Matteo Spreafico. L’attuale contributo italiano prevede un impiego massimo di 123 militari e 20 mezzi terrestri, impiegati in vari ambiti, da quello principale dell’addestramento delle Forze armate somale alla sicurezza dei movimenti e del contingente, dal supporto logistico e amministrativo a quello di staff del comandante

Credit: Agenzia Nova

africarivista.it

Foto Ministro Trenta

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La fame in Africa continua a crescere

ADDIS ABEBA – La fame in Africa continua a crescere, dopo molti anni di declino, minacciando gli sforzi del continente di sradicarla e raggiungere gli Obiettivi di Malabo 2025 e l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, in particolare il secondo Obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG2). I nuovi dati presentati nel rapporto congiunto delle Nazioni Unite, l’Africa Regional Overview of Food Security and Nutrition(Panoramica regionale dell’Africa sulla sicurezza alimentare e la nutrizione, N.d.T.) appena pubblicato, indicano che 237 milioni di persone nell’Africa sub-sahariana soffrono di denutrizione cronica, capovolgendo i passi avanti realizzati negli ultimi anni.

Fatti e cifre chiave
– Numero di persone affamate in Africa: 257 milioni vale a dire 1 persona su 5
– Bambini sotto i cinque anni colpiti da arresto della crescita (altezza bassa per l’età): 59 milioni (30,3%)
– Bambini sotto i cinque anni colpiti da deperimento cronico (basso peso per l’altezza): 13,8 milioni (7,1%)
– Bambini sotto i cinque anni in sovrappeso (peso elevato per l’altezza): 9,7 milioni (5%)
– Percentuale di donne in età riproduttiva colpite da anemia: 38%
– Percentuale di bambini di età inferiore a 6 mesi che sono stati allattati esclusivamente al seno materno: 43,5%
– Percentuale di adulti obesi: 11,8%

Crisi globale e conflitti. Il rapporto congiunto dell’Ufficio regionale per l’Africa della FAO e della Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite (ECA) é stato presentato ad un evento in Addis Abeba con la partecipazione di Maria Helena Semedo, vice direttrice generale della FAO.  Il rapporto mostra che sempre più persone continuano a soffrire di denutrizione in Africa rispetto a qualsiasi altra regione. I dati suggeriscono che nel 2017 il 20% della popolazione africana era denutrita. “Il peggioramento del trend in Africa è dovuto alla difficile situazione economica globale, al peggioramento delle condizioni ambientali e, in molti paesi, ai conflitti e alla variabilità climatica e agli eventi estremi, a volte insieme”, affermano nella prefazione congiunta del rapporto, il Vice Direttore Generale della FAO e Rappresentante regionale per l’Africa, Abebe Haile-Gabriel, e la Segretaria Esecutiva dell’ECA, Vera Songwe.  “La crescita economica è rallentata nel 2016 a causa dei bassi prezzi delle materie prime alimentari.  L’insicurezza alimentare è peggiorata nei paesi colpiti da conflitti, spesso esacerbati dalla siccità o dalle inondazioni.  In Africa meridionale e orientale, sono molti i paesi hanno sofferto di lunghi periodi di siccità.

La metà dell’incremento in Africa occidentale. Dei 257 milioni di persone che soffrono la fame in Africa, 237 milioni si trovano nell’Africa sub-sahariana e 20 milioni nell’Africa settentrionale. Il rapporto annuale delle Nazioni Unite indica che, rispetto al 2015, ci sono altri 34,5 milioni di persone denutrite in Africa, di cui 32,6 milioni nell’Africa sub-sahariana e 1,9 milioni nell’Africa settentrionale. Quasi la metà di questo incremento è dovuto all’aumento di persone denutrite in Africa occidentale, mentre un altro terzo proviene dall’Africa orientale. A livello regionale, la diffusione dell’arresto della crescita nei bambini sotto i cinque anni sta diminuendo, ma solo pochi paesi sono sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo nutrizionale globale di bloccare questa tendenza.

Il fenomeno inverso dei bambini in sovrappeso. Il numero di bambini in sovrappeso sotto i cinque anni continua ad aumentare ed è particolarmente alto nell’Africa settentrionale e meridionale. Secondo il rapporto regionale, i progressi verso la realizzazione degli obiettivi nutrizionali globali dell’Organizzazione mondiale della sanità sono molto lenti nel continente. In molti paesi, in particolare nell’Africa orientale e meridionale, condizioni climatiche avverse dovute a El Niño, hanno portato a un calo della produzione agricola e all’aumento vertiginoso dei prezzi alimentari. La situazione economica e climatica è migliorata nel 2017, ma alcuni paesi continuano a risentire della siccità e delle scarse precipitazioni. Maggiori sforzi e collaborazione per raggiungere il secondo obiettivo di sviluppo (SDG 2)

La minaccia dei cambiamenti climatici. Un’altra minaccia presente e crescente alla sicurezza alimentare e all’alimentazione in Africa, in particolare nei paesi che fanno molto affidamento sull’agricoltura, è il cambiamento climatico, i cui effetti – precipitazioni ridotte e aumento delle temperature – influenzano negativamente le rese delle colture alimentari di base. Allo stesso tempo, esistono importanti opportunità per l’agricoltura sviluppando il commercio intra-africano, sfruttando le rimesse dall’estero e investendo nei giovani. Le rimesse dalla migrazione internazionale e interna svolgono un ruolo importante nel ridurre povertà e fame e nello stimolare investimenti produttivi. Le rimesse internazionali ammontano a quasi 70 miliardi di dollari, circa il 3% del PIL africano e rappresentano un’opportunità di sviluppo nazionale su cui i governi dovrebbero lavorare.

Le opportunità dell’accordo di libero scambio. La firma dell’accordo per una zona di libero scambio nell’Africa continentale offre l’opportunità di accelerare la crescita e lo sviluppo sostenibile facendo incrementare il commercio, compreso quello di prodotti agricoli. Sebbene le esportazioni agricole intra-africane siano passate da 2 miliardi di dollari nel 2000 a 13,7 miliardi nel 2013, rimangono relativamente modeste e spesso informali. Il rapporto sottolinea che l’apertura del commercio di alimenti comporta anche rischi per i consumatori e i produttori, e che i governi dovrebbero evitare di utilizzare la politica commerciale per più obiettivi, ma piuttosto unire la riforma del commercio con strumenti aggiuntivi, come reti di sicurezza e programmi di attenuazione del rischio, per raggiungere la sicurezza alimentare e gli obiettivi nutrizionali. Maggiore impegno per affrontare la minaccia della variabilità e degli estremi climatici

Sedici milioni di persone colpite da disastri climamtici. La panoramica regionale di quest’anno, intitolata “Affrontare la minaccia della variabilità e degli estremi climatici per la sicurezza alimentare e la nutrizione”, illustra che la variabilità climatica e i fenomeni estremi, in parte dovuti al cambiamento climatico, sono fattori importanti alla base del recente aumento dell’insicurezza alimentare e della severa crisi nutrizionale del continente. Molti paesi in Africa corrono un grande rischio per i disastri legati al clima e ne soffrono frequentemente. Negli ultimi dieci anni, i disastri legati al clima hanno colpito in media 16 milioni di persone e causato annualmente danni per 0,67 miliardi di dollari in tutto il continente. Sebbene non tutte queste variazioni climatiche a breve termine possano essere attribuibili ai cambiamenti climatici, i dati mostrano che eventi climatici più estremi e più frequenti e l’aumento della variabilità climatica stanno minacciando di erodere i guadagni realizzati per porre fine alla fame e alla malnutrizione.

Fonte: Repubblica, 14/02/2019

Foto: Centro Blein, Etiopia, Progetto Continenti

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La prima donna presidente dell’Etiopia (e unica in tutta l’Africa)

Come ultima tappa della virtuosa rivoluzione politica che da mesi scuote l’Etiopia, questa mattina è stata nominata una donna ai vertici del Paese. Sahle-Work Zewde è infatti diventata presidente della Repubblica, la prima nella storia etiope e, oggi, la sola in tutta l’Africa.

Diplomatica di lungo corso, la Zewde ha promesso che lavorerà strenuamente per la parità di genere. La neopresidente ha anche esortato il suo popolo a consolidare la pace con l’Eritrea e di farlo «nel nome della madri perché sono loro che negli ultimi anni hanno sofferto maggiormente».

La sua nomina avviene una settimana dopo la formazione del governo del primo ministro Abiy Ahmed composto per metà da ministri donne, tra cui Aisha Mohammed, ministro della Difesa e Muferiat Kamil, alla testa del nuovo ministero della Pace, che controlla anche polizia e servizi di intelligence. Ora, Abiy Ahmed è lo stesso premier che, eletto lo scorso aprile, ha avviato un coraggioso programma di riforme, liberato migliaia di oppositori politici e messo in moto il processo di pace con la vicina Eritrea. «Se a portare avanti l’attuale cambiamento ci saranno sia gli uomini sia le donne, allora il risultato sarà la nascita di un’Etiopia senza più discriminazioni religiose, etniche e di genere», ha poi aggiunto Sahle-Work Zewde, che ricopriva fino a ieri la carica di rappresentante del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres presso l’Unione africana.

La sua nomina è stata approvata all’unanimità da entrambe le camere del parlamento di Addis Abeba. E Sahle-Work Zewde sostituirà Mulatu Teshome, che per motivi ancora oscuri s’è appena dimesso sei anni prima la fine del suo mandato. Sebbene la Costituzione etiope conferisca i massimi poteri al primo ministro, al presidente riserva tuttavia un ruolo rappresentativo di grande importanza.

Durante la sua lunga carriera diplomatica, la Zewde, 68 anni, è stata ambasciatrice dell’Etiopia in numerosi Paesi, tra i quali la Francia, Djibouti e il Senegal. Nata ad Addis Abeba e cresciuta in Francia, il nuovo Capo dello Stato etiope parla correntemente il francese, l’inglese e l’amarico, lingua locale.

«Governo e opposizioni devono capire che vivono sotto lo stesso tetto, e devono perciò concentrarsi su ciò che li unisce e non su ciò che li divide, per creare un Paese di cui essere fieri», ha aggiunto la presidente al termine della cerimonia d’investitura.

Appena giunta notizia della sua nomina al Consiglio di Sicurezza dell’Onu a New York, tra i diplomatici riuniti in un dibattito sulle “Donne, pace e sicurezza” sono scoppiati fragorosi applausi.

Fonte: Repubblica

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Possibilità di pace per Etiopia ed Eritrea

Lo ha fatto il 5 giugno, dichiarando (con il piglio che solo il leader di un regime autoritario potrebbe avere) che l’Etiopia accetta quanto stabilito nel 2002 da una commissione internazionale sui confini e che ritirerà le sue truppe da Badme, la città commerciale al centro della disputa territoriale con l’Eritrea.

Almeno ottantamila tra soldati e civili sono stati uccisi nella guerra con l’Eritrea (1998-2000) e diversi milioni di solati hanno sprecato anni delle loro vite sul confine nella successiva guerra fredda (che si è brevemente surriscaldata di nuovo nel 2016). Abiy Ahmed ha messo fine a tutto ciò con un semplice cenno della mano.

Un fenomeno nuovo
Questa cosa sarebbe dovuta accadere molto tempo fa, ma l’Etiopia aveva difficoltà ad accettare le decisioni della commissione sui confini per due ragioni. In primo luogo, era stata l’Eritrea a cominciare la guerra occupando Badme. È stata una vera e propria stupidaggine, tenuto conto del fatto che l’Etiopia è venti volte più popolosa dell’Eritrea, ma le stupidaggini capitano. Nel 2008 i georgiani avevano ancora meno probabilità di farcela, ma hanno attaccato ugualmente la Russia (sia gli eritrei sia i georgiani hanno perso).

In secondo luogo, la guerra fredda è durata così a lungo perché il territorio nei dintorni di Badme era nello stato etiopico del Tigrè, patria del gruppo etnico di lingua tigrina all’epoca dominante nel Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (Eprdf), il partito al potere. Costituiscono appena il 5 per cento della popolazione etiopica, ma per sedici anni si sono rifiutati di consegnare Badme.

Ora è chiaro che qualcosa è cambiato in Etiopia, e lo stesso Abiy Ahmed rappresenta un fenomeno nuovo. Appartiene al gruppo etnico oromo, il più numeroso del paese, ed è il primo oromo della storia etiope a guidare il governo.

Le proteste crescenti degli ultimi tre anni sono state più virulente in Oromia, perché lì la gente si sentiva messa ai margini dal punto di vista politico, culturale ed economico. Centinaia di persone sono state uccise nel corso delle manifestazioni e la situazione stava sfuggendo di mano, perciò il partito al potere ha deciso di risolvere la situazione ponendo alla guida del governo un oromo che però aveva trascorso tutta la sua vita da adulto nell’Eprdf.

Stile di governo sovietico
Quell’uomo è Abiy. Entrato nell’esercito subito dopo aver finito la scuola, si è fatto strada fino al grado di colonnello, poi è andato a occupare una posizione di rilievo negli apparati di intelligence e sicurezza di quello che tutto sommato è uno stato di polizia, e alla fine si è spostato nella politica.

Gli è stato conferito il potere di affrontare alcune delle più gravi rivendicazioni della popolazione proprio perché si confida che non lascerà che il potere sfugga di mano all’Eprdf. Forse la sua nomina alla carica di primo ministro contribuirà a tranquillizzare le cose, ma non confondiamola con l’inizio di una “transizione democratica”.

L’Etiopia è l’unico dei tre giganti economici dell’Africa subsahariana a non essere democratico. A differenza del Sudafrica e della Nigeria, ha un unico partito al potere che controlla qualsiasi cosa. L’Eprdf è una coalizione permanente di quattro partiti che, pur rappresentando i quattro principali gruppi etnici del paese (oromo, amhara, tigrino e somalo), compone un insieme fortemente disciplinato il cui stile di governo è quasi sovietico. Non è ostacolato da ossessioni specificamente comuniste o anche socialiste, ma le elezioni non sono più significative di quanto non lo fossero quelle sovietiche di un tempo.

Nell’ultimo decennio questo approccio oltranzista ha generato una crescita economica annua del 10 per cento, molto più che in Sudafrica o in Nigeria. E sebbene le evidenti frizioni tra i vari gruppi etnici etiopi che compongono l’Eprdf siano piuttosto gravi, non sono comunque peggiori delle rivalità etniche che affliggono la vita politica delle altre due grandi democrazie.

Nessun sistema di questo tipo dura per sempre, e quando sparirà potrebbe farlo con uno schianto fortissimo

Non bisogna dunque stupirsi se c’è chi si chiede apertamente se per i paesi africani non sia preferibile il modello etiope. È vero che la gente finisce in carcere o in esilio se si oppone al regime, o magari sparisce nel nulla, ma tutto sommato non così spesso, e comunque il sistema mantiene le sue promesse dal punto di vista economico. Forse varrebbe la pena provarci?

Meglio non contarci troppo. Nel breve periodo la politica autoritaria può portare a risultati migliori rispetto alla democrazia. Gli ordini sono impartiti ed eseguiti e le cose vengono fatte. Nel lungo periodo però cresce l’opposizione e non esiste una valvola di sicurezza democratica che le consenta di sfogarsi. Quando alla fine gli argini si rompono, molto può andare perduto.

Pensiamo al quarto di secolo di crescita che la Russia ha perso dopo il crollo dell’Unione Sovietica. L’Eprdf non durerà per sempre, perché nessun sistema di questo tipo dura per sempre, e quando sparirà potrebbe farlo con uno schianto fortissimo. Questo forse non succederà ancora per molto tempo, ma Abiy Ahmed forse non è un mago.

Articolo di Gwynne Dyer, da Internazionale.it (Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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