Asean come la Ue, la sfida dell’Indocina

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Forse se avessero saputo avrebbero scelto un momento più tranquillo i dieci Paesi dell’Asean, l’associazione del sud-est asiatico, per annunciare la trasformazione in un vero e proprio mercato unico.

Ma l’orologio della storia non si può fermare, e la data del 31 dicembre 2015 è stata rispettata. Del resto non ce n’era motivo: le turbolenze alla Borsa di Shanghai o le velleità nucleari della Corea del Nord sono sì vicine territorialmente ma remotissime concettualmente. I dieci Paesi in questione – Singapore, Thailandia, Brunei, Filippine, Laos, Birmania, Cambogia, Vietnam, Indonesia e Malesia – stanno tutti, nessuno escluso, attraversando un momento di grossa crescita. «Gli investimenti diretti esteri nell’Asean nel suo insieme – nota Alessandro Terzulli, capo economista della Sace – hanno da un paio d’anni superato perfino quelli in Cina: nel 2014 sono stati pari a 136 miliardi di dollari contro i 128 della Cina». E poi, dato non irrilevante, sono tutti Paesi pacifici che vanno d’accordo fra di loro: «Se esistesse un premio per la più educata comunità internazionale – scrive il Financial Times – lo vincerebbe l’Asean. Se non ci fosse il pericolo di fare confusioni – scrive il Financial Times – bisognerebbe chiamarla Nato: No action, talk only ». Un rispetto reciproco, una corretta non interferenza negli affari privati, un consenso profondo sui principi ispiratori – dal miglioramento degli scambi alla promozione di iniziative

comuni di sviluppo – che la litigiosa Unione Europea, per non parlare del Nafta nordamericano o peggio ancora del Mercosur dell’America Latina, si sognano. Non è sempre stato così, anzi: Indonesia e Malesia si sono fatte la guerra negli anni ‘70 quando a Giakarta regnava il generale Suharto (che Transparency International definì “il più corrotto dittatore del mondo” e condusse una purga contro i comunisti che perfino la Cia stigmatizzò), il Philippine Civic Action Group affiancò gli americani in alcune delle più brutali operazioni in Vietnam, lo stesso Vietnam appena finita la sua ventennale guerra interna invase la Cambogia nel 1975 e sponsorizzò il sanguinoso regime dei Khmer rossi (c’è voluto fino al 1999 per liberarsene), in Birmania solo recentissimamente è tornata la democrazia grazie alla strenua opera di Aung San Suu Kyi, la Thailandia accettò di ospitare nel 2004 l’assemblea appunto dell’Asean solo a patto che non le si rinfacciasse come aveva represso una rivolta nel sud del Paese. E via dicendo. Ma sono ricordi lontani. Ora, nell’era dell’armonia e del rispetto reciproco, l’Asean ha fatto il salto di qualità. Così è nata un’area di libero scambio da 622 milioni di abitanti e 2.600 miliardi di dollari di Pil cumulato, il 25% in più di quello dell’India e quasi pari alla Gran Bretagna: se fosse un Paese sarebbe la terza economia dell’Asia e la settima del mondo. «Se gli attuali ritmi di crescita saranno mantenuti – puntualizza Jayant Rikhye, capo economista dell’Hsbc – il Pil complessivo raddoppierà nel 2030 e nel 2050 l’Asean diventerà la quarta economia globale». I principi ispiratori della Asean Economic Community (Aec) sono la massima libertà di spostamenti interni di beni e servizi con l’abolizione di qualsiasi barriera doganale, la politica comune di sicurezza, l’abolizione di ogni barriera quanto a titoli di studio e qualificazione professionale, e poi iniziative di sviluppo consortili e altre iniziative di promozione. Non è un processo immediato: l’Asean, nell’assemblea del 22 novembre 2015 a Kuala Lumpur che ha dato il suggello finale alla trasformazione in comunità economica, si è data dieci anni di tempo per raggiungere l’integrazione totale, comprese l’abolizione dei passaporti tipo Schengen (dei bei tempi), la valuta unica (un passo che sarà peraltro valutato con attenzione anche se c’è già il nome, Acu, Asian currency unit) e addirittura forze armate comuni. Il documento Blueprint 2025 approvato per acclamazione dall’assemblea, alla quale ha partecipato Barack Obama, prevede tutti i passaggi, in una successione serrata e metodica che l’attuale armonia all’interno lascia prevedere che sarà rispettata. La presenza di Obama ovviamente non era casuale: tutta l’operazione nasce con un fortissimo patronage degli Stati Uniti, che sono peraltro attentissimi a eventuali “divagazioni”: appena si sono fatti vivi Cina e Giappone proponendo qualche forma di accordo ulteriore, o peggio ancora di creazione di strumenti finanziari multilaterali, Washington si è messa di traverso. La nascita della Aec è un passaggio epocale che ha una precisa ragione strategica: i Paesi membri si sono resi conto che, paradossalmente, il loro interscambio è rallentato – è oggi meno vivace di quello mondiale ( vedere grafico in pagina) – proprio per l’esistenza di quelle barriere e differenze che ora si è deciso di abolire. Viceversa, valorizzare il potenziale di queste economie, tutte in precipitosa ascesa, avrà effetti moltiplicatori straordinari sulla ricchezza collettiva. Così si spiega l’accelerazione nelle trattative, alla quale ha fatto immediatamente riscontro un risveglio di interesse da parte degli investitori stranieri, la Toyota per esempio, che già produce 700mila auto in Thailandia e 400mila in Indonesia, o la Basf che ha sei stabilimenti produttivi nella sola Malesia, o la General Electric che di fabbriche ne ha ben 60 in tutta l’area e dà lavoro a 7600 persone. Tutto è cominciato l’8 agosto 1967 nell’aula magna del ministero degli Esteri di Bangkok, quando firmarono il primo accordo di alleanza i leader di Thailandia, Malesia, Indonesia, Filippine e Singapore. Era nata l’Asean. Il sesto Paese ad aderirvi fu il Brunei nel gennaio 1984, una settimana dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna (e pochi mesi prima che il Fondo Monetario ne certificasse lo status di unico Paese al mondo con il debito pubblico allo 0% del Pil). Seguirono il Vietnam nel 1995, il Laos e la Birmania nel 1997, infine la Cambogia nel 1999 appena ripristinata la democrazia. Ora già ci sono altri due pretendenti, al momento definiti “osservatori”, i due Paesi dell’area di più recente indipendenza: Timor Est (il primo Stato del nuovo millennio nato nel 2002) e Papua New Guinea. Quest’ultima, la metà orientale dell’isola della Nuova Guinea (l’altra metà è una provincia dell’Indonesia) dichiarata indipendente dall’Australia nel 1975, aspetta ancora una stabilità politica strutturale perché ha un problema che definire balcanizzazione è un eufemismo: 848 lingue riconosciute vi vengono parlate. Ma la volontà di procedere uniti è talmente forte che probabilmente anche le differenze culturali verranno appianate. Una veduta del distretto degli affari di Singapore: è il Paese in cui è più semplice in assoluto fare business secondo la World Bank, e al suo modello cercano di conformarsi gli altri membri dell’Asean.

 

Articolo originale: http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2016/01/11/news/asean_come_la_ue_la_sfida_dellindocina-131066293/?ref=search

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