A Torino proiettato il documentario “The power of passport” sulla situazione delle donne indigene migranti del Guatemala

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I colori che dividono, che discriminano, che regolano le classi sociali, storicamente sono quelli della pelle. Poi ce ne sono altri in cui si intingono pezzi di carta. Anche loro fanno la differenza. Vale per le banconote e per i passaporti. Classificano, penalizzano ed emarginano a seconda del paese in cui vengono emessi. Il potere di circolazione di un passaporto dipende anche dal suo colore. Lo sanno bene i migranti. Di immigrazione al femminile ha scelto di occuparsi Simona Carnino, giornalista e documentarista, con il suo nuovo documentario “The power of passport”, proiettato al Festival CinemaAmbientee prodotto in collaborazione con M.A.I.S ong e il contributo finanziario dell’Unione Europea, attraverso il Consorzio delle Ong piemontesi. Lo ha fatto popolandolo di donne: Maria, Petrona, Isabel e Sabina. Donne indigene della regione Ixil, nel nord-ovest del Guatemala dove vivono i sopravvissuti al genocidio, l’ultimo tra il 1982 e il 1983, della comunità Maya.
Ci sono passaporti che consentono di circolare liberamente. Quello statunitense apre le porte di 165 paesi. E altri che opprimono come catene o che rimbalzano davanti ai muri. Uno tra questi è quello guatemalteco. Il suo potere è pressoché nullo. Una sorta di condanna, in un paese devastato da un trentennio di guerra civile e dallo strapotere delle multinazionali. La storia delle protagoniste di “The power of passport” inizia qui. In una regione dove la natura è generosa, ma lo Stato assente. Fuggono dalla povertà, da un destino che le vorrebbe annientare. Il loro è un tentativo di ribellione, di sovversione e di riscatto che mal si concilia con la realtà. Di fatto, un viaggio dal Guatemala agli Stati Uniti mediamente costa tra i 500 e i 1000 dollari per chi ha un visto. Chi non ce l’ha, lo paga tra i 12mila e i 15milla. La differenza tra i primi e i secondi la fa il conto in banca. Paradossalmente, chi è più ricco viaggia più comodo e paga meno. Tutti gli altri si affidano alla “rete”. Quella dei coyotes, i trafficanti, che gli assicurano in 15 giorni o al massimo un mese di raggiungere gli Stati Uniti. Offrono un pacchetto di tre tentativi, da compiere in parte in camion e in parte a piedi. Una volta a destinazione, sempre che la raggiunga, il migrante dovrà risarcire il coyote dando a parte il 10% del totale all’usuraio. Tra il Guatemala e gli Stati Uniti c’è il Messico. Qui transitano più di 400mila persone all’anno. Il volto dell’immigrazione centroamericana è cambiato notevolmente.  Il 50,1% dei migranti latinoamericani è composto da donne e minori di età inferiore ai 5 anni. Sono esposti a violenze sessuali, traffico di organi, sequestri e tratta. Sopravvivere è difficile, per questo negli ultimi anni i migranti viaggiano in carovane. Negli Stati Uniti li attendono un muro, la detenzione e la deportazione. “The power of passport” ha la capacità di raccontare con delicatezza tutto ciò nei dettagli, per bocca di donne che tessono un mondo femminile coraggioso e oltraggiato.

Articolo di MARIA CRISTINA FRADDOSIO,La Repubblica 03/05/2019

Foto di Volontariatointernazionale.org

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