Settembre, 2020 | Progetto Continenti

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La pandemia in Guatemala

Nel XX secolo il Guatemala è stato sconvolto da ripetuti colpi di stato e dittature militari. Il più grave fu il golpe del 1954, sostenuto dalla CIA, contro il governo democraticamente eletto di Jacobo Arbenz Guzmán che intendeva realizzare una riforma agraria la cui audacia allarmò i latifondisti. Ne seguì una guerra civile sanguinosa, sostenuta dagli Stati Uniti, che fece circa 180.000 morti e 45.000 sparizioni forzate, soprattutto fra la popolazione indigena di origine maya, gli studenti universitari e i sostenitori dei movimenti sociali. Solo nel 1996 si è giunti a firmare accordi di pace fra Governo e organizzazioni democratiche.

Quello strumento abolito contro l’impunità dei politici. Una storia così travagliata ha avuto ripercussioni oltremodo negative per lo sviluppo economico e civile della società, la cui forte sperequazione continua a condannare all’esclusione sociale strati molto ampi della popolazione, in particolare quella delle comunità indigene. Nel settembre 2019 è stato ufficialmente destituito, dopo 12 anni, la CICIG, ovvero la Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala, creata dalle Nazioni Unite per rafforzare il debole sistema giudiziario guatemalteco, da sempre osteggiata dalle forze politiche nazionali. La decisione è stata imposta dal presidente uscente Morales, agli ultimi mesi del suo mandato prima della successione di Giammattei (eletto nell’agosto 2019, ma in carica dal 2020) sostenendo che l’organo fosse diventato un mero strumento di persecuzione contro la classe dirigente nazionale; il capo di governo, infatti, ha deciso di non rinnovare il mandato alla Commissione, sebbene più del 70% della popolazione risulti favorevole alle attività svolte dalla CICIG.

Corruzione, narcotraffico, malnutrizione, povertà. I problemi che il futuro governo si troverà ad affrontare oltre alla corruzione dilagante sono il narcotraffico, la povertà, la denutrizione diffusa e il degrado ambientale. La struttura economica è prevalentemente legata al settore primario (dove è impiegato oltre il 45% della popolazione attiva), dominato dall’agricoltura. I terreni più redditizi sono destinati alle colture di piantagione come caffè, banane e canna da zucchero, controllate da compagnie straniere. La distribuzione del reddito rimane altamente disuguale e il 20%della popolazione detiene oltre il 51% dei consumi totali della nazione; il 23% della popolazione vive in condizioni di povertà estrema. La povertà tra i gruppi indigeni, che costituiscono più del 40% della popolazione, è in media del 79%, di cui il 40% vive in condizioni di estrema povertà. Il 12.6% dei bambini sotto i cinque anni di età sono cronicamente malnutriti; infatti lo stato detiene uno dei più alti tassi di malnutrizione della zona.

Fonte: La Repubblica, 25/09/2020

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Premio Unesco al museo del genocidio in Cambogia

Per non dimenticare il genocidio perpetrato dai khmer rossi tra il 1975 e il 1979 in Cambogia, l’Unesco ha assegnato il premio Jikji Memory of the World 2020 al Museo di Tuol Sleng, creato nell’edificio che ospitò il centro di detenzione, tortura e uccisione utilizzato dal regime di Pol Pot per cancellare gli oppositori.

In questa ex scuola conosciuta come S-21 Security Bureau (con S che sta per sala e 21 il codice del Santébal, la Polizia di sicurezza) persero la vita più di 18 mila persone, uomini, donne e bambini, la maggior parte delle quali furono arrestati, imprigionati e uccisi senza sapere quali accuse erano loro mosse. Situato nel centro di Phnom Penh l’edificio fu racchiuso all’interno di un recinto di filo spinato elettrificato.

Le classi furono trasformate in minuscole celle e camere della tortura e tutte le finestre furono sbarrate con assi di ferro e filo spinato per evitare fughe di prigionieri. Di tutti i prigionieri incarcerati, solo sette sopravvissero, in quanto ritenuti utili alla causa del partito. Già inserito dall’Unesco nell’elenco delle Memorie del mondo, il Museo Tuol Sleng conserva nei suoi archivi le prove della strategia messa in atto dai khmer rossi al fine di terrorizzare la popolazione e “pulire” l’apparato statale dei suoi avversari, sia veri che presunti.

Coloro che sopravvivevano agli interrogatori, dopo aver confessato il loro coinvolgimento in crimini e complotti per lo più immaginari, venivano poi trasferiti nel centro di sterminio di Choeung Ek. Con i sospettati di tradimento venivano imprigionati e giustiziati regolarmente tutti i famigliari più stretti, accusati di connivenza o di mancata delazione alla polizia segreta. Anche i neonati venivano barbaramente eliminati perché ritenuti incapaci di «totale purificazione e dedizione agli standard rivoluzionari» una volta che fossero divenuti adolescenti.

Almeno 1,5 milioni di cambogiani sono morti durante il terrore dei khmer rossi, per le esecuzioni, la fame o la mancanza di cure.

«La missione del Museo del genocidio di Tuol Sleng è fondamentale per promuovere la pace e garantire, attraverso i suoi archivi, che questi crimini atroci non si ripetano mai più», ha detto la direttrice generale dell’Unesco, Audrey Azoulay. «Ecco perché lavoriamo insieme da oltre dieci anni per salvaguardare e digitalizzare questi archivi e renderli accessibili a tutti. Il lavoro di questo museo — ha aggiunto — è essenziale per mantenere la memoria del genocidio oltre gli anni e la graduale scomparsa delle sue vittime e di coloro che lo hanno perpetrato». Gli archivi del Museo del genocidio di Tuol Sleng, che fanno parte del Registro della Memoria del mondo dell’Unesco, hanno già beneficiato di un progetto di conservazione e digitalizzazione per garantire l’accesso sia agli storici che alle famiglie di persone scomparse che cercano informazioni sui loro cari.

Si tratta del fondo documentario più completo sul sistema carcerario di Kampau e comprende le fotografie di più di 5.000 prigionieri, nonché le loro “confessioni” e biografie. Oltre quattro milioni di dati che saranno resi disponibili al pubblico tramite un sito web che sarà lanciato entro la fine dell’anno. Il progetto è finanziato dall’Agenzia coreana per la cooperazione internazionale (Koica).

A sostegno del museo si aggiunge ora anche il premio Unesco che consiste in un finanziamento di 30 mila dollari offerti dalla Repubblica di Corea assegnato ogni due anni per contribuire alla conservazione e all’accessibilità del patrimonio documentario come patrimonio comune dell’umanità e promuovere l’accesso universale all’informazione e alla conoscenza.

Il premio Jikji Memory of the World prende il nome dal più antico libro coreano stampato con caratteri mobili durante la dinastia Koryo. Originariamente composto da due volumi, uno dei quali è scomparso, il Jikji, pubblicato nel Tempio Heungdeok nel 1377 (come confermato da scavi archeologici nel 1985), 78 anni prima di Johann Gutenberg, è conservato nella Biblioteca nazionale di Francia.

Fonte: foto e articolo de l’Osservatore Romano, 09/09/2020

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