Luglio, 2020 | Progetto Continenti

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La grande diga: la disputa tra Etiopia ed Egitto

C’è un barlume di speranza nella contesa regionale sulle acque del fiume Nilo. Dopo l’annuncio del ministro degli Affari esteri egiziano, Sameh Shoukri, sulla riapertura del tavolo negoziale fra Etiopia, Egitto e Sudan per un accordo condiviso di sfruttamento delle risorse idriche, la stampa africana tiene i riflettori accesi su di una crisi potenzialmente esplosiva e dà voce alle “colombe”. Trattative patrocinate da Washington si sono interrotte nel mese di febbraio, a seguito del ritiro stizzito di Addis Abeba, avversa a una mediazione, quella statunitense appunto, giudicata eccessivamente pro–egiziana.
Ora i tre Paesi, probabilmente sotto la pressione delle Nazioni Unite, in allarme per il rischio di un nuovo fronte bellico, stanno riprendendo il filo di un dialogo iniziato sette anni fa: cioè due anni dopo l’avvio del cantiere della Grande Diga del Rinascimento etiope, nota come Gerd. Un’infrastruttura mastodontica destinata a rendere l’Etiopia non solo autonoma in termini idrici, ma anche energetici. Per ottenere tale risultato, tuttavia, il Nilo Azzurro, ovvero il tratto di fiume da cui dipende l’approvvigionamento di Egitto e Sudan, verrà “chiuso” all’altezza di Beninshangul–Ghumuz, nell’Etiopia Occidentale. Ormai la diga è pronta per l’80 percento. La disputa fra i tre “consumatori” delle acque nilotiche (il bacino idrografico include dodici Paesi, ma in virtù di un accordo del 1959 Egitto e Sudan ne beneficiano più di tutti) verte adesso sulla tempistica di riempimento: Addis Abeba ha annunciato che darà inizio alle operazioni a luglio, per una durata di 4 anni. Il Cairo, invece, chiede almeno altri 7 anni in più per assorbire il colpo, durissimo. Ogni anno Egitto e Sudan insieme attingono 80 miliardi di metri cubi: rispettivamente circa 55 e 25. L’Etiopia ne drenerà 74 miliardi. Il primo riempimento, a luglio, dovrebbe riguardare 4,9 miliardi di metri cubi; un anno dopo, 13. Come evitare una crisi idrica devastante per milioni di egiziani e sudanesi, sia nelle campagne sia nelle città? Un dramma cui bisogna aggiungere, in prospettiva, altre criticità: per l’Egitto, l’aumento demografico (secondo l’Onu, nel 2100 gli egiziani saranno 200 milioni, il doppio di oggi); per il Sudan, calamità naturali sempre più frequenti (siccità, carestia, invasione di cavallette).
Il Nilo Azzurro è il tratto di fiume più prezioso per i Paesi a valle: trasporta l’84 percento dell’acqua e il 96 percento del limo del Nilo. L’Egitto, spalle al muro, ha lanciato un’offensiva diplomatica per ricondurre gli etiopi al negoziato. La tensione sui confini, però, rimane altissima: fra Etiopia e Sudan si registrano scontri armati per la fertile regione di el–Gadarif, in Sudan, da sempre contesa. Migliaia di contadini e allevatori etiopi, questa è l’accusa di Khartoum, hanno invaso l’area di confine negli ultimi mesi, protetti da milizie ed esercito.
Quanto all’Egitto, come già accaduto nel 2010 sotto la presidenza di Hosni Mubarak, l’attuale raìs ha minacciato Addis Abeba di fare ricorso alle armi per difendere quello che è un asset vitale per il suo Paese: il Nilo. Non è chiaro se sarà l’Unione Africana a tentare una mediazione “last minute”; anche Bruxelles si è detta disponibile a intervenire. Per Il Cairo, l’intermediario prediletto si conferma la Casa Bianca. Dietro a Khartoum, invece, si allunga l’ombra della Turchia di Recep Tayyep Erdogan, sempre più attiva in Africa. Solo un mese fa, il Sudan ha accettato di inviare proprie milizie in soccorso al premier libico Fayez al–Serraj, una volta raggiunta con Ankara un’intesa per aiuti economici. Ed è la Cina il partner privilegiato dell’Etiopia nel grande piano di sviluppo energetico messo a punto, a colpi di dighe, fino al 2025.
Quello che farà dell’Etiopia un esportatore di energia, non senza conseguenze per le popolazioni indigene: i tre sbarramenti sull’Omo, per esempio, hanno inaridito le terre rivierasche del fiume etiope, le cui acque alimentano il Lago Turkana, in Kenya. Ne stanno pagando il prezzo centinaia di migliaia di agricoltori, pastori, pescatori etiopi e keniani, ed ecosistemi ora in pieno degrado. Un deterioramento ambientale che rischia anche il bacino del Nilo.

Fonte: articolo di Federica Zoja del 6/06/2020 dell’Avvenire; foto di Africa Rivista

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Frana in una miniera in Myanmar

I corpi di almeno 113 minatori sono stati estratti dal fango dopo una frana in una miniera di giada nel nord del Myanmar. Lo hanno riferito i vigili del fuoco. La frana è stata causata dalle «forti piogge» e sono ancora in corso le operazioni di soccorso per portare in salvo eventuali sopravvissuti nella miniera situata nel villaggio di Sate Mu, nella municipalità di Hpakant, stato di Kachin. Un agente di polizia ha detto che le operazioni di soccorso sono state sospese a causa delle forti piogge. I feriti si contano a decine e non c’è chiarezza sul numero dei dispersi che potrebbe essere intorno ai 200.

Decine di minatori muoiono ogni anno nelle miniere di giada, altamente redditizie ma scarsamente regolamentate, e in cui sono impiegati migranti a basso reddito per estrarre la gemma molto ambita in Cina. Lo stato di Kachin si trova al confine con la Cina. I minatori cercavano le pietre preziose in terreni montuosi già indeboliti da precedenti scavi.

Le frane sono frequenti nella zona e le vittime provengono spesso da comunità etniche povere. Secondo Watchdog Global Witness nel 2014 il giro d’affari del settore ha raggiunto una trentina di miliardi di euro, denaro che quai mai finisce nelle casse dello stato. Le abbondanti risorse naturali del Myanmar settentrionale – tra cui giada, legname, oro e ambra – contribuiscono a finanziare entrambe le parti di una guerra civile lunga decenni tra ribelli ed esercito.

Fonte: Articolo della Stampa del 2/07/2020

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Uccisione di un cantante attivista in Etiopia

Almeno 50 persone sono morte in Etiopia, nella regione di Oromia, durante le manifestazioni di protesta per la morte del popolare cantante e attivista Hachalu Hundessa, ucciso a colpi di arma da fuoco mentre guidava nella capitale Addis Abeba, nella notte fra lunedì 29 e martedì 30 giugno. La notizia è stata confermata a Reuters da un rappresentante della regione.

Secondo il Washington Post tra i morti ci sarebbero sia manifestanti che rappresentanti delle forze dell’ordine. Il primo ministro Abiy Ahmed ha detto soltanto che i morti sono «numerosi». Durante le manifestazioni di protesta è stato arrestato anche il politico Jawar Mohammed, molto noto nel paese e oppositore di Ahmed, insieme ad altre 35 persone.

Non si sa ancora molto della morte di Hachalu, che aveva 34 anni e recentemente aveva detto di aver ricevuto minacce di morte. Le sue canzoni parlano principalmente dei diritti del gruppo etnico Oromo ed erano diventate inni per il movimento di protesta che nel 2018 aveva portato alla caduta dell’ex premier Hailemariam Desalegn. La polizia ha dichiarato di aver arrestato due persone in relazione all’omicidio.

Fonte: articolo Il post del 01/07/2020; foto Jumbo Africa

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