Febbraio, 2020 | Progetto Continenti

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Il “giorno del ricordo” etiope

l 19-20 e 21 febbraio 1937, furono massacrati più di 30.000 cittadini etiopi, quasi tutti civili, anziani, donne, bambini e mendicanti.

La data del 19 febbraio per il  popolo, quello etiopico il “Giorno della Memoria” per ricordare le atrocità terribili  commesse  durante il periodo dell’aggressione e poi dell’occupazione – fra il 1935 ed il 1941 – da parte dell’Italia fascista. Una giornata che è stata assunta a simbolo di tutti quegli anni in cui gli etiopi dovettero subire sofferenze, sacrifici e lutti indimenticabili.

30 mila almeno furono le vittime in soli tre giorni come rappresaglia per l’attentato compiuto contro il viceré Rodolfo Graziani ed altri gerarchi del suo seguito nella città di Addis Abeba.

Una giornata dunque tragica, che oltre ad essere ricordata in Etiopia, viene celebrata nelle maggiori città del mondo dove sono presenti e vivono numerosi cittadini della diaspora etiopica.

GABRIELLA GHERMANDI è una musicista e scrittrice di origine etiope

Fonte: articolo e foto di Controradio del 19/02/2020

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Padova capitale europea del volontariato

Padova eletta Capitale europea del volontariato 2020

L’annuncio è arrivato proprio il 5 dicembre. È la prima città italiana ad ottenere questo riconoscimento. Il presidente del Csv Emanuele Alecci: “C’è un’Italia che vince, ed è l’Italia del volontariato”

“Padova mostra esempi specifici e multipli di come sostenere e incoraggiare i volontari di diversi gruppi e settori, – si legge nelle motivazioni della scelta – oltre ad un’ampia varietà di organizzazioni di volontariato. Ha un’attenzione particolare – si legge ancora – a come contribuire all’inclusione sociale e al benessere delle persone vulnerabili attraverso il volontariato”. Tra le ragioni che hanno colpito la giuria è stata anche citata la possibilità data ai richiedenti asilo di fare volontariato, in base ad uno specifico accordo che comprende anche la formazione, nonché il grande sostegno organizzativo al Corpo europeo di solidarietà attraverso l’ufficio Progetto giovani. La giuria ha poi sottolineato il ruolo chiave svolto dal Csv locale nell’attuazione di progetti di volontariato e nel supporto ai volontari sotto vari punti di vista.

Dopo Barcellona, Lisbona, Londra e Sligo, Aarhus e Kosice (scelta per il 2019) Padova è anche la prima città italiana ad ottenere questo riconoscimento; una candidatura sostenuta dall’amministrazione comunale, ma proposta e preparata dal Centro di servizio per il volontariato provinciale, il cui presidente Emanuele Alecci, ha detto: “C’è una Italia che vince, ed è l’Italia del volontariato. Il percorso che abbiamo fatto da marzo ad oggi è stato molto intenso e bello per le relazioni che sono nate o si sono rinforzate. Da qui prosegue il “laboratorio” Padova e sono sicuro che sarà un entusiasmante cammino verso il 2020, con un’apertura a livello veneto, italiano ed europeo”.

Oltre alle già note iniziative di impegno civile nate qui e diventate patrimonio nazionale, quali Civitas, Banca Etica, Fondazione Zancan, Beati costruttori di Pace, oggi, con 6.400 realtà del terzo settore censite e 280mila volontari, Padova è ancora punta di diamante del volontariato italiano, una realtà che saprà ben governare il ruolo di Capitale europea nel 2020.

“Che si vinca o che si perda Padova e il suo volontariato sono cambiati. Viviamo questa opportunità come strumento per rinnovarci” aveva detto lo stesso Alecci a Vita il 16 novembre scorso. Ora ci sono tutte le carte in regola per affrontare questa sfida.

Il concorso per la Capitale europea del volontariato è stato lanciato dal Cev nel 2013, con l’obiettivo di celebrare e promuovere il volontariato e l’impatto dei volontari a livello locale, dando riconoscimento alle municipalità che lo sostengono e lo rafforzano, favorendo le collaborazioni fra i Centri di servizio europei e le stesse organizzazioni.

Quella che ha decretato Padova come vincitrice del concorso è una giuria internazionale di personalità chiave legate al volontariato, che rappresentano la società civile, il settore privato, profit, nonché le istituzioni dell’UE. Questi i componenti: Cristina Rigman, Presidente Cev; Cristian Pîrvulescu, Comitato economico e sociale europeo; Jacob Bundsgaard, sindaco di Aarhus, capitale europea del volontariato 2018; Kieran McCarthy, Comitato delle regioni; Mary Ann Hennessey, Consiglio d’Europa; Michaela Sojdrova, Parlamento europeo; Paula Guimarães, Banca Montepio, Rete europea del volontariato dei dipendenti (EVEN); Szilvia Kalman, Commissione europea.

Fonte: CSV net

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Abbandono e immobilità della cooperazione allo sviluppo in Italia

Le rappresentanze delle reti di organizzazioni non governative e della società civile CINI, AOI e LINK 2007 lanciano l’allarme rispetto allo stato di abbandono e immobilità politiche in cui versa il settore

Nella settimana in cui il Governo discute l’elenco delle priorità per il seguito della Legislatura, le rappresentanze delle reti di organizzazioni non governative e della società civile CINIAOI e LINK 2007 lanciano l’allarme rispetto allo stato di abbandono e immobilità in cui versa il settore della cooperazione allo sviluppo.

«Ci auguriamo che il Governo colga questa occasione per dare nuovo impulso e significato politico ad un settore chiave per l’articolazione delle relazioni e dei partenariati internazionali del nostro Paese: un settore che ha urgentissimo bisogno di strategia, orizzonti, risorse e progettualità», affermano Raffaele Salinari, Paola Crestani, Silvia Stilli a nome delle tre reti.

A cinque anni dall’approvazione della Legge n. 125 del 2014, che si impegnava a rilanciare la cooperazione allo sviluppo italiana con un sistema moderno, al passo con i tempi e con le tante sfide presenti e future, tanti impegni restano solo sulla carta.

Manca innanzitutto un interlocutore politico, dal momento che la delega alla Cooperazione internazionale, dopo mesi di attese, non è ancora stata assegnata ad un Viceministro, come prescrive la legge 125, presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Manca anche una programmazione triennale che delinei la visione strategica, gli obiettivi di azione e i criteri di intervento della cooperazione italiana: il documento approntato per il triennio 2019-21, infatti, non è mai divenuto operativo, non avendo mai acquisito il parere del Parlamento, né l’approvazione dal Comitato interministeriale per la cooperazione allo sviluppo e del Consiglio dei Ministri, così come previsto dalla legge.

Da due anni non viene nemmeno riconvocato il Consiglio Nazionale della Cooperazione allo sviluppo, strumento permanente di partecipazione, consultazione e proposta, indispensabile per la produzione dei pareri del mondo non governativo. Il modello “multistakeholder” di cui lo scorso anno il Governo si è fatto vanto a Parigi, nel corso dell’esame periodico a cui viene sottoposta la cooperazione italiana da parte dell’OCSE-DAC, nonostante sia previsto dalla legge, rimane sostanzialmente inattuato.

Ancora, e non certamente secondarie, le risorse: a seguito dei deludenti risultati portati dal Disegno di Legge di Bilancio 2020-2022, il rapporto fra Aiuto Pubblico allo Sviluppo e ricchezza nazionale, secondo i dati OCSE-DAC, regredisce dallo 0,30% del 2017 allo 0,25% del 2018, ad anni luce di distanza dall’obiettivo dello 0,70% del PIL da raggiungere entro il 2030.

Anche l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo non versa in buone condizioni: innovazione introdotta dalla L.125/2014, l’Agenzia rimane oggi – dopo quattro anni di operatività – ancora priva delle risorse finanziarie ed umane sufficienti a farla funzionare a regime, anche a causa del mancato avvio degli indispensabili concorsi pubblici.

Inoltre, non ci sono date certe per l’indizione del bando per progetti di cooperazione delle organizzazioni della società civile, già saltato nel 2019.

Infine, alla luce dell’integrazione delle competenze del commercio estero all’interno del MAECI, manca un confronto serio per l’implementazione di un meccanismo efficace di verifica e di attuazione della coerenza delle politiche, tra i pilastri più cruciali dell’Agenda 2030.

AOI, CINI e LINK2007 ricordano che la cooperazione internazionale è “parte integrante e qualificante della politica estera dell’Italia” (art. 1 della L.125/2014), nonché uno strumento ineludibile per affrontare le sfide del nostro tempo, dai cambiamenti climatici alla tutela dei diritti, dalle migrazioni alle diseguaglianze crescenti, dalla stabilità alla pace.

«Ci appelliamo al Governo perché utilizzi l’occasione della definizione dell’Agenda 2023 per dare un forte segnale di discontinuità rispetto alla grave situazione di stallo e di disimpegno istituzionale nel settore», concludono Raffaele Salinari (portavoce del CINI), Silvia Stilli (portavoce di AOI) e Paola Crestani (presidente di Link 2007).

Fonte: Articolo di Vita.it del 12/02/2020
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Quando una società è civile? Se solidale e…

Una società è civile se solidale e compassionevole

«Una società merita la qualifica di “civile” se sviluppa gli anticorpi contro la cultura dello scarto; se riconosce il valore intangibile della vita umana; se la solidarietà è fattivamente praticata e salvaguardata come fondamento della convivenza». Lo ha detto il 30 gennaio papa Francesco ai partecipanti all’assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, riunita per riflettere sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita. Il Pontefice ha spiegato che la dottrina cristiana non è un sistema rigido e chiuso in sé, è una realtà dinamica che, rimanendo fedele al suo fondamento, si rinnova di generazione in generazione e si compendia in un volto, in un corpo e in un nome: Gesù Cristo Risorto. In questo contesto – ha sottolineato – «la fede ci spalanca al prossimo e ai suoi bisogni, da quelli più piccoli fino ai più grandi». «La trasmissione della fede – ha aggiunto – esige che si tenga conto del suo destinatario, che lo si conosca e lo si ami fattivamente». Un amore ed una attenzione al malato in cui la compassione scrive la “grammatica” del farsi carico e del prendersi cura della persona sofferente. L’esempio del Buon Samaritano – ha detto il Papa – insegna che è necessario convertire lo sguardo del cuore, con compassione: «Senza la compassione chi guarda non rimane implicato in ciò che osserva e passa oltre; invece chi ha il cuore compassionevole viene toccato e coinvolto, si ferma e se ne prende cura». Il Pontefice ha invitato a creare attorno al malato una vera e propria piattaforma umana di relazioni che, mentre favoriscono la cura medica, aprano alla speranza, specialmente in quelle situazioni-limite in cui il male fisico si accompagna allo sconforto emotivo e all’angoscia spirituale. A tale proposito ha ribadito che «l’approccio relazionale − e non meramente clinico − con il malato, considerato nella unicità e integralità della sua persona, impone il dovere di non abbandonare mai nessuno in presenza di mali inguaribili». «La vita umana – ha affermato – conserva tutto il suo valore e tutta la sua dignità in qualsiasi condizione, anche di precarietà e fragilità, e come tale è sempre degna della massima considerazione». Un esempio di come comportarsi di fronte a malati inguaribili è Santa Teresa di Calcutta, che ha vissuto lo stile della prossimità e della condivisione, preservando, fino alla fine, il riconoscimento e il rispetto della dignità umana, e rendendo più umano il morire. Ha scritto Madre Teresa: «Chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno, non è vissuto invano». A tale riguardo, il Papa ha indicato il tanto bene che fanno gli hospice per le cure palliative, dove i malati terminali vengono accompagnati con un qualificato sostegno medico, psicologico e spirituale, perché possano vivere con dignità la fase finale della loro vita terrena, confortati dalla vicinanza delle persone care. Ed ha auspicato che tali centri continuino ad essere «luoghi nei quali si pratichi con impegno la “terapia della dignità”, alimentando così l’amore e il rispetto per la vita». Papa Francesco ha concluso congratulandosi per la recente pubblicazione del documento elaborato dalla Pontificia Commissione Biblica circa i temi fondamentali dell’antropologia biblica. «Con esso – ha sostenuto – si approfondisce una visione globale del progetto divino, iniziato con la creazione e che trova il suo compimento in Cristo, l’Uomo nuovo, il quale costituisce la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana».

Fonte: Articolo di Antonio Gaspari, Orbisphera

Foto: vatican news

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