Settembre, 2019 | Progetto Continenti

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C’è pace tra Eritrea ed Etiopia?

Simbolicamente ufficializzata dai leader dei due paesi nel giorno in cui le rispettive popolazioni celebravano l’inizio del nuovo anno, la riapertura del confine eritreo-etiopico dell’11 settembre 2018 rappresenta l’immagine più vivida della rappacificazione tra i due Paesi del Corno. Sancendo la fine delle ostilità a vent’anni dall’inizio del conflitto – formalmente terminato con gli Accordi di Algeri nel dicembre del 2000, ma in realtà seguito da un prolungato periodo di “no war no peace” – la Dichiarazione congiunta del 9 luglio 2018 e il conseguente accordo di pace di Gedda rappresentano certamente l’apice di un cambiamento di portata epocale. Tuttavia, a un anno dalla firma, l’accordo di pace, amicizia e cooperazione del 16 settembre 2018 rischia di rimanere incompiuto, mentre la normalizzazione delle relazioni tra Eritrea ed Etiopia risulta più apparente che reale. Nonostante le parole dei due leader, il primo ministro etiopico Abiy Ahmed e il presidente eritreo Isaias Afewerki, facessero presagire il contrario, alle enfatiche dichiarazioni di intenti non hanno fatto seguito né concreti sviluppi sui cinque punti della Dichiarazione né definitivi processi di attuazione dei sette articoli dell’accordo. Anzi, l’evolversi delle relazioni tra i due paesi sembra segnare il passo rispetto alle speranze riposte dalle reciproche popolazioni. I quattro posti di frontiera aperti tra le fanfare sono stati progressivamente richiusi nel giro di cinque mesi (tra dicembre 2018 ed aprile 2019); le decisioni del 2002 della Commissione Internazionale per la risoluzione in arbitrato della disputa sui confini – seppur formalmente accettate dall’Etiopia nel 2018 – non sono state ancora attuate, né in relazione alla demarcazione del confine né al ritiro delle truppe; la ripresa delle relazioni commerciali transfrontaliere e degli investimenti per progetti infrastrutturali congiunti non ha portato a una risoluzione della conflittualità interna ai rispettivi confini; l’impianto repressivo del governo eritreo non ha subito modifiche sostanziali. Lo status quo sembrerebbe dunque dimostrare la persistenza dell’instabilità regionale e della precarietà nelle relazioni odierne tra Eritrea ed Etiopia: che la pace sia solo un miraggio?

Condizioni e conseguenze di un inatteso disgelo

Inatteso ed insperato, il processo di riappacificazione risponde invero al concretizzarsi di precise condizioni, sia nell’ambito più ristretto dei rapporti interstatali tra Addis Ababa ed Asmara, sia nei termini più ampi dell’evoluzione della geopolitica regionale nel Corno d’Africa e dei suoi aspetti trans-regionali. Consegue, allo stesso tempo, al parallelo sviluppo delle dinamiche sociali e politiche interne ai due paesi nell’ultimo decennio. Seppure frequentemente presentata come frutto della lungimiranza del primo ministro etiopico, la riconciliazione tra le élite politiche del regime eritreo e del rinnovato establishment etiopico è stata piuttosto favorita dal maturare di condizioni oggettive e soggettive tra e nei due paesi,[1] e dall’evoluzione delle mire internazionali sulla regione. Se, infatti, è lampante quanto la geopolitica del Corno d’Africa risenta del mutante equilibrio sulla sponda opposta del Mar Rosso,[2] altrettanto valida è l’ipotesi secondo cui il cambiamento controllato di leadership interno all’EPRDF (il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico, la coalizione di 4 partiti al potere ininterrottamente nel paese dal 1991) abbia favorito un tavolo negoziale con Isaias: la bilancia di potere precedente la nomina di Abiy Ahmed, caratterizzata dalle insurrezioni popolari che dal 2015 hanno scosso il paese e indotto le dimissioni di Hailemariam Desalegn, avrebbe reso improbabile una simile trattativa. L’inevitabile spostamento – geografico ed etnico – dei centri di potere dal nord al sud dell’Etiopia, dal Tigray all’Oromia, ha non solo avuto risvolti interni alla coalizione di governo, ma ha inciso profondamente anche sulla percezione eritrea della minaccia rappresentata dal burrascoso vicinato con gli alleati di un tempo. Se il parziale esautoramento della leadership tigrina ha, da un lato, permesso lo scioglimento di alcuni nodi fondamentali che ancora stringevano le maglie del conflitto sul versante etiopico, è dall’altro lato innegabile che ciò abbia promosso il processo di confidence building interno all’establishment eritreo, che ha accolto con favore la svolta di Addis Abeba ed accettato la mano tesa di Abiy.

Le conseguenze della pace sono risultate immediate negli aspetti di mobilità transfrontaliera, di merci e soprattutto di persone: si stima che in poco più di un mese dall’apertura del confine oltre 15.000 eritrei siano giunti in Tigray. La distensione dei rapporti si è anche tradotta nel termine dell’esilio per un certo numero di oppositori politici etiopici,[3] ed in importanti opportunità economiche, soprattutto in termini di attrattività per nuovi investimenti: oltre al potenziamento dei porti di Massawa ed Assab e dei relativi collegamenti stradali con l’Etiopia, sono già in cantiere lo sviluppo dell’infrastruttura ferroviaria tra i due paesi e lo sfruttamento congiunto dei giacimenti di potassio nella depressione dancala. Non solamente un importante traguardo in termini bilaterali, bensì un nuovo cardine per gli sviluppi sul fronte securitario regionale, il disgelo delle relazioni diplomatiche tra Eritrea ed Etiopia ha avuto un immediato riverbero sul resto del Corno d’Africa, ad esempio tramite la ripresa del processo di riappacificazione tra Asmara e Mogadiscio.[4]

L’enigma della pace

A un anno dall’accordo di pace, la formula risolutiva delle frizioni tra Eritrea ed Etiopia pare essere ancora incerta, e gli elettrizzanti sviluppi concatenati hanno per il momento avuto risvolti maggiori nella sfera internazionale e regionale, piuttosto che sulle rispettive dinamiche interne o sugli aspetti prettamente bilaterali. Se per un verso con il venir meno dell’isolamento internazionale il regime eritreo vede cadere una delle principali giustificazioni alla propria esistenza, per l’altro la posizione di Isaias ne esce paradossalmente consolidata. Il riconoscimento, da parte del governo etiopico, del risultato dell’arbitrato internazionale a distanza di 16 anni, la revoca delle sanzioni Onu, la corsa agli investimenti nelle infrastrutture portuali e il rinnovato ruolo dell’Eritrea nel determinare gli orientamenti geopolitici attraverso il Mar Rosso sono infatti fattori che incrementano la legittimità del sistema monopartitico guidato dal Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia (PFDJ), piuttosto che esautorarlo. Sul versante etiopico, Abiy si trova a dover fronteggiare un’aumentata conflittualità interna, una situazione macroeconomica meno favorevole rispetto alle previsioni e soprattutto un processo elettorale complesso e delicato nell’anno a venire.

La normalizzazione delle relazioni e l’istituzionalizzazione di nuove articolazioni diplomatiche tra Asmara ed Addis Ababa non è garantita nel prossimo futuro, nonostante le premesse fondanti siano state ancorate al processo di pace in corso. Investire sui reciproci vantaggi potenziali (economici quanto politici), capitalizzare sugli aspetti comuni ai due paesi (storia, cultura, topografia, modus vivendi, demografia, identità etnica), coinvolgere in maniera sostanziale in processi di peacebuilding le popolazioni interessate, promuovere il ruolo di organizzazioni regionali nel mantenimento della pace sono solo alcuni tra i fattori che possono concorrere a risolvere l’enigma della pace tra Eritrea ed Etiopia.

Note 

[1] Si veda a riguardo l’ipotesi avanzata nell’analisi del Nordiska Afrikainsitutet di Upssala, secondo cui “la maturazione delle condizioni oggettive e soggettive in Etiopia, unita a una maggiore fiducia in Eritrea, ha preannunciato il rapido e improvviso riavvicinamento”.

[2] In particolare in seno al Consiglio di cooperazione del Golfo, ma in generale il riferimento è alle più vaste frizioni interne al mondo arabo e al conseguente rafforzamento dell’asse tra Doha e Teheran.

[3] Il caso forse più eclatante riguarda i leader del movimento Ginbot 7, rifugiati per anni ad Asmara, ma vi sono altre personalità politiche (per esempio legate al Fronte di Liberazione Oromo, OLF, o al Fronte di Liberazione Nazionale dell’Ogaden, ONLF) che in virtù della rappacificazione tra i due Paesi hanno potuto concludere il loro esilio in Eritrea e far ritorno in Etiopia.

[4] A seguito della rappacificazione tra Eritrea ed Etiopia, quest’ultima si è fatta garante di un Comitato tripartito che include la Somalia, e che sin dalle prime battute ha sostenuto la revoca delle sanzioni Onu sull’Eritrea. Tali sanzioni erano state imposte dal Consiglio di Sicurezza nel lontano 2009, in seguito a un presunto sostegno da parte di Asmara delle milizie di al-Shabaab in Somalia. Con la Risoluzione 2444 (2018), la comunità internazionale ha di fatto revocato l’embargo sulle armi, il divieto di viaggio, il congelamento di beni ed altre sanzioni specifiche che da un decennio gravavano sull’Eritrea.

Fonte: Articolo di Mattia Grandi, 20/09/2019, ISPI online

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Il Guatemala sotto assedio

CITTA’ DEL GUATEMALA – All’indomani delle elezioni che hanno visto trionfare ancora una volta l’estrema destra conservatrice e dell’ennesimo grave scandalo politico di corruzione, che ha portato alla detenzione della pluricandidata presidenziale Sandra Torres, il presidente uscente Jimmy Morales ha dichiarato lo “stato di assedio” in sei province e ventidue municipi delle regioni nord-orientali del Paese. Il 7 settembre scorso il Congresso ha ratificato il decreto avvallando le restrizioni dei diritti costituzionali e dando il suo benestare allo “stato di eccezione”. Ma cosa implica lo “stato di assedio” e cosa ha spinto il presidente della Repubblica e il Congresso a promuovere un’azione politica e militare tanto aggressiva?

La narcoguerra. Lo stato d’assedio puó essere dichiarato, secondo l’articolo 138 della Costituzione: “in caso di invasione del territorio, di grave perturbazione della pace, di attivitá contro la sicurezza dello Stato o di  pubblica calamitá”. Il 3 settembre scorso tre militari sono stati uccisi nella comunitá Semuy II, nel municipio di El Estor, nei dintorni del Lago Izabal. Non é ancora chiara la dinamica dei fatti ma secondo la ricostruzione del Presidente della Repubblica i militari hanno fatto irruzione nella comunitá con il fine di indagare su presunti gruppi legati al narcotraffico e di identificare un aereo che trasportava droga. La comunitá avrebbe difeso i narcotrafficanti usando donne e bambini come scudo umano e in un secondo momento avrebbe attaccato i militari. Nello scontro sono morti tre soldati e spno rimasti feriti due abitanti della comunitá, un uomo e una donna. A questa versione se sono aggiunte molte altre, che smetiscono la ricostruzione del governo, ma resta il fatto che questo evento, raccontato in questa maniera, é stato preso a pretesto per decretare lo “stato di assedio”.

 

La criminalizzazione dei movimenti sociali. Nel suo discorso di condanna per i gravi fatti accaduti Jimmy Morales ha perpetrato uno dei must della sua legislatura. Ha attaccato ancora una volta le organizzazioni civili e i movimenti sociali, apostrofando i presunti narcotrafficanti come “pseudo-contadini e pseudo-attivisti per i diritti umani”. Durante il suo governo la criminalizzazione delle organizzazione indigene di base e delle Ong é stata legittimata a livello istituzionale attraverso un costante screditamento della societá civile e di chi la difende, culminato con la revoca del mandato della Commissione Internazionale contro l’Impunitá in Guatemala promossa dall’ONU.

L’accostamento tra narcos e attivisti. Non stupisce dunque l’accostamento tra narcos e attivisti, come non sorprende la volontá di reprimere le comunitá indigene che resistono agli interessi delle imprese multinazionali e dello Stato e che rivendicano il proprio diritto alla vita e alla non contaminazione dei territori che abitano. Lo “stato di assedio” viene giustificato davanti all’opinione pubblica come una misura di sicurezza necessaria per la lotta al narcotraffico, ma la storia americana degli ultimi decenni ci ricorda che la  narcoguerra altro non é che uno strumento per difendere interessi politici ed economici e mantenere il controllo di porzioni strategiche di territorio attraverso la loro militarizzazione.

Preoccupazione per il rispetto dei diritti umani. Gli abitanti dei ventidue municipi vedranno per un mese limitate le loro libertá costituzionali. Se le autoritá lo vorranno, potranno compromettere, nel pieno consentimento della legge, il diritto di libero transito, il diritto a riunioni e manifestazioni e avranno pieni potere nell’arrestare e interrogare qualsiasi persona senza bisogno di un mandato giudiziario. Lo “stato di assedio” é stato dichiarato in municipi che distano anche 150 chilometri da El Estor in aree dove lo sfruttamento indiscriminato dei territori delle comunitá indigene da parte delle multinazionali é piú violento. E tale misura ha generato parecchie inquietudine. Molti rappresentanti di queste comunitá, in un area del Paese dove la violenza statale é prassi, vedono nella narcoguerra dichiarata dal governo il pretesto per promuovere gli interessi delle imprese con l’appoggio delle forze armate e di polizia.

L’alleanza politico-militare-imprenditoriale. La preoccupazione é grande perché l’alleanza tra il settore politico, quello militare e quello imprenditoriale é una minaccia quotidiana per le comunitá e per la loro sopravvivenza. La sospensione di alcuni diritti costituzionali non fa che rendere piú vulnerabili gli attivisti e le attiviste che difendono i propri corpi e i propri territori ed é una chiaro avvertimento da parte dello Stato a non opporsi ai megaprogetti, alle idroelettriche, alle monoculture di palma africana e allo sfruttamento del suolo e dei boschi in queste regioni.
Fonte articolo e foto: Repubblica 13 sett 2019

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