Luglio, 2019 | Progetto Continenti

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Sotto attacco gli attivisti per i diritti umani del Guatemala

CITTA’ DEL GUATEMALA. La copertura internazionale delle notizie relative all’America Centrale é storicamente molto limitata e negli ultimi anni sembra concentrarsi sull’esperienza migratoria – quando questa é relazionata con le politche protezionistiche statunitensi – e sulla spettacolarizzazione del narcotraffico e dei suoi protagonisti. Il racconto del Guatemala in questo contesto quasi scompare e ritorna a galla solamente nel periodo delle elezioni, oppure quando un comico televisivo, Jimmy Morales, diventa presidente della Repubblica.

La criminalizzazione dei movimenti sociali. L’attenzione nei confronti del proceso elettorale e dei recenti scandali che hanno investito la prima tornata é legittima, ma la corruzione e la concentrazione del potere nelle mani di un’elite ladina vicina ai militari –  in un Paese a maggioranza indigena – é una costante della storia del Guatemala. Dopo 36 anni di regime militare e conflitto armato interno –  200.000 morti ammazzati, 45.000 desaparecidos, 450.000 rifugiati e 422 massacri –  la transizione democratica é cominciata a livello instituzionale all’indomani degli Accordi di Pace del 1996, ma non si é mai concretizzata in politiche volte a garantire i diritti umani della popolazione e la cessazione della violenza politica. In questi 23 anni coloro che hanno tentato di rivendicare memoria, giustizia sociale e diritti sono stati criminalizzati, minacciati e uccisi senza ricevere una protezione integrale da parte dello Stato e delle sue istituzioni.

L’esortazione dell’ONU. Nella sua relazione sui diritti delle popolazioni indigene, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Victoria Tauli-Corpuz ha evidenziato gravi mancanze per quanto riguarda la difesa degli attivisti per i diritti umani in Guatemala, denunciando la passività delle istituzioni: “Lo Stato deve adottare la politica pubblica sulla protezione delle attiviste e degli attivisti dei diritti umani e rafforzare l’intervento nell’analisi degli attacchi” e deve “garantire la formazione interna del Ministerio Público in materia di indagini sui crimini contro le attiviste e gli attivisti per i diritti umani”.

Sotto attacco costante. Si puó tranquillamente affermare, senza forzature, che dal 1960 a oggi, per non andare piú indietro nella storia, nessuna persona abbia avuto il diritto, dentro i confini guatemaltechi, di difendere la dignitá e i diritti della popolazione e dei territori senza essere perseguito e subire violenza. Tra il primo e il secondo turno elettorale, previsto per l’11 di agosto, cade l’anniversario dell’assassinio dell’attivista indigena maya ixil Juana Raymundo, coordinatrice regionale del Comité de Desarrollo Campesino (CODECA), torturata e uccisa a Nebaj l’anno passato. Mentre a settembre, sempre di un anno fa, venivano assassinate Juana Ramirez Santiago, integrante della Junta Directiva de la Red de Mujeres Ixiles e Ana Greisy López, attivista LGBTQI e rappresentante dell’organizzazione OTRANS Reinas de la Noche di Coatepeque.

La violenza politica. Sono 26 gli omicidi, 392 le aggressioni e 18 i tentati omicidi contro attivisti e attiviste registrati nel 2018 dalla Unidad de Protección a Defensoras y Defensores de Derechos Humanos de Guatemala (UDEFEGUA), che si sommano alle 52 morti violente registrate nel 2017. Uno scenario preoccupante anche alla luce dei due candidati che si scontreranno nel secondo turno elettorale, Sandra Torres della Unidad Nacional de la Esperanza e Alejandro Gianmattei del partito Vamos, che non sembrano poter offrire margini di miglioramento a questa grave situazione. Nei programmi elettorali dei due partiti politici non sono incluse politiche concrete di protezione integrale e accompagnamento per prevenire gli attacchi e garantire l’incolumitá fisica e psicologica degli attivisti e delle attiviste per i diritti umani.

Dove si trasforma la realtá. Un altro dato sembra confermare l’andamento drammatico della situazione che vive chi lotta ogni giorno per una vita libera dalla violenza. I cambiamenti in senso democratico che hanno attraversato la società guatemalteca non hanno trovato nel Parlamento uno strumento adeguato per la loro promozione e realizzazione. Chi ha dato un contributo fondamentale in questo senso sono le organizzazioni di base di donne, contadini, attiviste e attivisti per i diritti umani che da anni lavorano nei territori sotto costante minaccia, dedicando – nel senso letterale del termine – la loro vita alla lotta per la dignitá e la giustizia sociale

Fonte: Repubblica, articolo del 17/07/2019

Foto di: festascienzafilosofia.it
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L’attacco di Salvini alle ONG mette in pericolo tutto il mondo della solidarietà.

Foto di: Lapresse.

La forza dell’Italia sta anche nel suo straordinario capitale sociale positivo, che ha garantito la tenuta del Paese come sistema pure nelle stagioni delle crisi più dure. Un capitale sociale fatto da comunità territoriali coese, imprese intraprendenti e inclusive, organizzazioni di volontariato e che oggi rivela preoccupanti segnali di erosione.

L’allarme viene da uno dei più acuti e autorevoli osservatori dei fenomeni che segnano la società italiana, Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos Italia: “Crollata la fiducia per le non profit”, scrive sul “Corriere della Sera”, commentando i dati d’un sondaggio Ipsos “sulla scelta del ministro Salvini di impedire gli sbarchi sul territorio italiano dei migranti soccorsi in mare dalle navi delle organizzazioni umanitarie”.

Secondo quel sondaggio, il 59% degli italiani sta con Salvini, il 29% è contrario, con ovvie punte di consenso plebiscitario (il 99%) tra gli elettori delle Lega e dei Cinque Stelle (77%) e con un robuste quote di sostegno tra le persone con più di 35 anni, tra i lavoratori autonomi e tra gli operai.

E le “non profit”? La fiducia in queste organizzazioni è crollata dall’80% del 2010 al 39% di oggi. E adesso solo il 22% degli italiani pensa che siano mosse da intenti umanitari, mentre il 56% le giudica ispirate da “scopi economici”. E’ un dato forte, su cui riflettere attentamente.

Pagnoncelli nota come “si sia persa l’aura di bontà di cui godevano” da quando, nel 2017, Luigi Di Maio, leader dei Cinque Stelle, le definì “taxi del mare”. E come il fenomeno si sia aggravato proprio di recente, nel cuore dello scontro caldissimo sull’accoglienza degli immigrati.

Il discredito diffuso, nato dalle polemiche sui migranti (caso Diciotti, Sea Watch, etc.), si estende un po’ a tutto il mondo del “non profit”. E in tempi di comunicazione ansiogena, gridata, caratterizzata dal binomio aggressivo amico-nemico, ne fa le spese tutto quel vasto e straordinario mondo del cosiddetto “terzo settore” (“terzo” tra il settore pubblico e le imprese private profit) che si occupa di temi sociali, assistenza, cooperazione, solidarietà: appunto quel “capitale sociale positivo” di cui dicevamo.

Nota Pagnoncelli:

“Il discredito colpisce duramente un intero settore che non comprende solo le Ong (organizzazioni non governative) impegnate nei soccorsi in mare e nell’accoglienza dei migranti, ma rappresenta oltre 340mila realtà che operano nei settori più disparati, dai servizi alla persona (infanzia, anziani, disabili, etc.) alla cultura, dallo sport alla cooperazione internazionale”.

Un mondo vario, compresso, benemerito, che conta più di un milione di addetti stabilmente impiegati e 5,5 milioni di volontari, in società, cooperative, associazioni, fondazioni, enti sociali di grande umanità e fondamentale utilità sociale, da Milano alla Brianza operosa, dal Veneto all’Emilia, dalla Campania alla Sicilia, con forte radicamento nel mondo cattolico e con qualificate presenze anche in ambienti laici e di “club service”. Più di un italiano su dieci lavora nel “non profit” o fa volontariato, dicono i dati dell’Istat rielaborati dalla Fondazione Social Venture “Giordano Dell’Amore”.

Insiste ancora Pagnoncelli, preoccupato: “Con la fiducia, stanno diminuendo anche le donazioni destinate al non profit”. E conclude: “È solo uno dei tanti effetti collaterali del greve stile comunicativo della stagione politica attuale”.

La preoccupazione è assolutamente condivisibile. Nella retorica estremizzata che su paura e rancore cerca e trova crescenti consensi politici, si rischia di mettere in crisi profonda i fondamenti della nostra vita civile.

Le tendenze anti-impresa diffuse nel governo stanno amplificando le difficoltà di un mondo economico da cui dipendono benessere, lavoro, welfare, solidarietà (l’impresa è il principale ascensore sociale attivo nel nostro paese, strumento indispensabile per premiare e fare crescere “i capaci e meritevoli”, come peraltro indica anche la nostra Costituzione). L’attacco da parte di ambienti governativi al mondo non profit, partendo dagli immigrati ed estendendo propagandisticamente il giudizio, aggrava il quadro.

Non si tratta naturalmente di fare un “partito delle ong” (nessuno ne sente il bisogno) né di renderle protagoniste d’uno scontro tra maggioranza e opposizione, tra Salvini-Di Maio e il Pd, ma di evitare appunto gli effetti della strumentalizzazione politica e salvaguardare, con società non profit, ong, strutture del “terzo settore”, un grande patrimonio civile della comunità italiana

A prescindere, infatti, dai singoli casi di cronaca su navi di soccorso, “porti chiusi”, eventuali violazioni di leggi (il cui accertamento spetta alla magistratura) e dalla necessità di regolare, in Italia e in Europa, un fenomeno di grandi dimensioni qual è quello dei flussi migratori, qui vale la pena insistere sui danni che un certo tipo di propaganda politica può fare a tutto il Paese.

A danno, soprattutto, di quei ceti deboli che, proprio nelle organizzazioni non profit e nel volontariato sociale, trovano risposte quotidiane ai loro problemi di sostegno, supporto, aiuto di cui abbiamo detto.

La buona politica responsabile ha, naturalmente, bisogno di regole. Ma anche d’intelligenza di distinzioni, tra chi eventualmente viola leggi e chi dedica il suo tempo a soccorrere e assistere anziani, malati, persone sole, comunità segnate da un forte disagio sociale. La crisi di fiducia nelle organizzazioni del volontariato è una grave ferita, nel fragile corpo sociale dell’Italia. Una ferita che questo paese non merita.

Articolo di: Huffington Post.it.

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Guatemala, da vent’anni i figli dei desaparecidos esigono memoria e giustizia nella “Giornata dell’Esercito”

Foto:Nodal.am

CITTA’ DEL GUATEMALA – Per 36 anni, dal 1960 al 1996, le popolazioni che abitano il territorio dello stato guatemalteco hanno dovuto subire l’arroganza e la violenza dei militari. L’esercito si è reso protagonista della desaparición forzata di 45.000 persone, di 422 massacri, di 450.000 rifugiati e rifugiate e del genocidio della popolazione maya ixil, perpetrato attraverso l’uso sistematico della violenza sessuale come arma di guerra.

Il potere dei militari. Gli Accordi di Pace del 1996 non hanno privato i militari del loro potere ma li hanno costretti a cambiare strategia. La presenza di organizzazioni internazionali e la creazione di organismi nazionali a tutela della popolazione non ha permesso la prosecuzione di un conflitto armato interno in campo aperto ma ha spostato il focus su una guerra a bassa intensitá tesa alla conservazione del privilegio. Un privilegio che storicamente si fonda sul razzismo endemico, sulla concentrazione della ricchezza e sul mantenimento da parte delle elite militari di una posizione di potere nelle maggiori istituzioni del paese. Quando non hanno occupato le piú alte cariche del governo gli ex militari responsabili dei massacri e del genocidio hanno comunque influito in maniera determinante sul Congresso.

Le violazioni dei diritti umani. Per queste ragioni non si é mai assistito a una reale transizione democratica istituzionale e gli attacchi contro attiviste per i diritti umani, leader contadini e attori della societá civile sono continuati con una sistematicitá e violenza allarmanti. Nel 2018 la Unidad de Protección a Defensores y Defensoras de Derechos Humanos de Guatemala (UDEFEGUA) ha registrato 26 omicidi, 392 aggressioni e 18 tentativi di omicidio ai danni di attiviste e attivisti.

Le figlie e i figli dei massacri. In Guatemala il 30 di giugno é un giorno festivo, si celebra la Giornata dell’Esercito. Da vent’anni i figli e le figli dei desaparecidos organizzano una contromanifestazione per ricordare le violenze dei militari e trasformare la Giornata dell’Esercito nella Giornata della Memoria. L’organizzazione H.I.J.O.S – Hijas e Hijos por la Identidad y la Justicia contra el Olvido y el Silencio, é storicamente in prima fila in questo processo supportata da CALDH – Centro Para la acción Legal en Derechos Humanos, Alianza Politica Sector de Mujeres, Udefegua e altre organizzazioni della societá civile.

La giornata della memoria. Quest’anno una manifestazione piena di colori e consapevolezza storica ha attraversato le vie della capitale, toccando alcuni punti significativi della cittá tra cui la Casa de la Memoria, dove da anni si lavora per ricostruire la memoria storica del Paese, e il luogo dove il 20 di ottobre del 1978 é stato assassinato Oliverio Castañaeda de León, segretario generale della AEU – Asociación de Estudiantes Universitarios. La manifestazione é sfociata nella Piazza della Costituzione e si é trasformata in un festival di arte, musica, poesia, graffiti ed economia solidale.

Trasformare la memoria. Le attiviste transgender di ODELCA – Organización de Locas Centroamericanas y del Caribe hanno creato una performance che ha emozionato gran parte dei presenti. Davanti al Congresso, vestito a lutto con enormi teli neri per restaurazione, hanno disegnato la mappa del Guatemala – affianco all’enorme scritta in memoria dei desaparecidos e delle desaparecidas: “45.000, Donde están?” – rappresentando i 422 massacri perpetrati dall’esercito durante il conflitto armato interno. Mentre una voce registrata risuonava per tutta la piazza leggendo i luoghi delle stragi e indicando i responsabili materiali.

La memoria presente. Ricordare la storia dei propri cari, dei familiari uccisi e desaparecidos, non risponde a pretese di celebrazione istituzionale del passato ma é un’urgenza che affonda le sue radici nel tempo presente e nella societá civile. I figli e le figlie dei massacri lottano affinché la memoria serva a ricostruire una societá piú giusta e affinché le violenze del passato e quelle del presente non vengano piú legittimate e perpetrate dai propri governanti.

Articolo di: La Repubblica.

Foto: GruppoPdEmiliaRomagna.it
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Un anno in crescita per le imprese del Terzo settore: nel 2019 aumenteranno le entrate e gli investimenti

Foto di: Antoniodepoli.it

 

Sarà un anno di grande vitalità quello delle imprese del Terzo Settore che prevedono un aumento delle entrate e una forte propensione agli investimenti. È quanto emerge dall’ottava edizione dell’Osservatorio su “Finanza e Terzo settore” promosso da UBI Banca e AICCON (Associazione Italiana per la promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit).

Secondo i dati raccolti dall’indagine, che si pone l’obiettivo di analizzare i fabbisogni finanziari e le prospettive evolutive dell’imprenditorialità sociale italiana, le previsioni per il 2019 si confermano quantomai positive: il 69,2% e il 74,8% dei soggetti prevede rispettivamente entrate da contributi ed Enti Pubblici e da mercato stabili o in crescita. In evidenza il dato sulle S.r.l. con qualifica di impresa sociale: il 79,3% prevede una situazione stabile o in crescita circa le entrate derivanti dalla vendita di beni e servizi sul mercato, con il 34,5% di questo tipo di soggetti sicuri di un miglioramento.

Quanto a consapevolezza sugli strumenti di finanza a impatto sociale, sono proprio le S.r.l. con qualifica di impresa sociale e i consorzi a mostrare una maggiore conoscenza, rispettivamente intorno al 45% e al 43%, valori più alti se paragonati al 36% del campione totale. Il 33,8% di chi conosce il tema è interessato all’utilizzo (16,9%) o sta già utilizzando (16,9%) strumenti di questo tipo. Le S.r.l imprese sociali (30,8%) e le cooperative di tipo B (29,2%) mostrano livelli più elevati di utilizzo della finanza a impatto sociale. Le prime perché sono capaci di includere nella governance soggetti investitori, le seconde perché sono i soggetti della cooperazione sociale con più forte orientamento al mercato. Lo strumento più conosciuto e utilizzato risulta essere quello della finanza agevolata (es. Fondo Rotativo per le imprese del MISE, fondi agevolati BEI, ecc.)

Il rapporto conferma inoltre che la prima fonte di copertura degli investimenti effettuati negli ultimi 3 anni è costituita dagli istituti bancari (43,3%) che superano, seppur di poco, l’autofinanziamento(40,7%). In evidenza l’indicazione di soggetti privati tra le modalità utilizzate per coprire gli investimenti effettuati, dichiarata dall’8,2% dei soggetti intervistati.

«L’Osservatorio conferma come qualità, personalizzazione e diversificazione specialistica dell’offerta bancaria siano indispensabili per costruire un rapporto duraturo con il mondo dell’impresa sociale e del non profit in generale», afferma Riccardo Tramezzani, Responsabile della divisione UBI Comunità. «Il ruolo dell’istituto bancario non è tanto quello di mero erogatore di servizi, ma di co-attore di un sistema più ampio che costruisce reti, supporta scelte e progetti d’investimento, condivide competenze e intermedia relazioni territoriali fra soggetti economici e comunità. UBI Comunità si propone come partner di tutto l’universo dell’imprenditorialità sociale con l’obiettivo di abilitare lo sviluppo dell’intero ecosistema dell’economia sociale e promuovere sinergie e forme di convergenza tra il pubblico, il privato ed il privato sociale attraverso una pluralità di funzioni e un’offerta di strumenti finanziari integrata ed eterogenea erogata in una logica di forte personalizzazione».

All’interno di questo scenario, quindi, le imprese che hanno fatto richiesta di finanziamento alle banche negli ultimi 3 anni si sono viste concedere in media circa il 76% dell’importo atteso. La principale modalità di impiego dei finanziamenti ottenuti è data dagli investimenti a medio-lungo termine (54,7%); dopo tre anni di indagine questa scelta torna ad essere la prima per i soggetti appartenenti al mondo della cooperazione sociale. Elevati i livelli di soddisfazione della relazione con gli istituti di credito – l’86,4% si dichiara soddisfatto – grazie all’offerta adeguata di prodotti e servizi (49%) e al riconoscimento dell’applicazione di metodi di valutazione personalizzati per le organizzazioni non profit (37,4%). Inoltre, viene certificata la funzione della banca quale piattaforma multiservizi per lo sviluppo del mondo della cooperazione e dell’impresa sociale – il 37,4% del campione pensa che il ruolo della banca debba essere quello di soggetto erogatore di un’offerta di servizi di credito dedicata e il 34,3% quello di partner per progettualità complesse.

«Il report pubblicato mostra la volontà e l’intenzione del mondo della cooperazione e dell’impresa sociale di continuare a crescere, puntando su una pianificazione strategica di ampio respiro – supportata per questo da investimenti sul lungo termine – in grado di massimizzare la creazione di valore sociale», sottolinea Guido Cisternino, responsabile Terzo Settore ed Economia Civile di UBI Banca. «In questo contesto diventano centrali le opportunità offerta dalla finanza a impatto sociale, tema che si sta sempre più diffondendo in termini di conoscenza da parte dei soggetti appartenenti al Terzo settore, ma ancora da sviluppare per ciò che concerne l’utilizzo dei relativi strumenti. Sebbene la strada da percorrere sia ancora lunga, UBI Comunità intende stimolare e promuovere l’utilizzo della finanza a impatto sociale tra i soggetti del Terzo settore, ad esempio introducendo elementi di innovazione negli strumenti finanziari tradizionali – come richiesto dalle cooperative e imprese sociali – e orientando l’erogazione dell’offerta in una logica impact, in modo da sostenere le scelte imprenditoriali e gestionali di un settore centrale tanto per il benessere quanto per lo sviluppo economico».

Buone notizie arrivano per quanto riguarda le prospettive future: 2 organizzazioni su 3 prevedono, infatti, investimenti per il 2019. Nel 52,2% dei casi i soggetti intervistati pensano di coprire con l’autofinanziamento, seguito dall’affidamento agli istituti bancari (28,8%); anche in questo caso in evidenza l’indicazione di soggetti privati tra le fonti di copertura (9%) – preferita soprattutto, come prevedibile, dalle S.r.l. con qualifica di impresa sociale e in aumento rispetto alle precedenti edizioni per quanto riguarda il mondo della cooperazione sociale.

«L’ottava edizione del rapporto, per la prima volta ricompone il mondo dell’impresa sociale osservando congiuntamente la cooperazione sociale e le “S.r.l. imprese sociali” delineando così un nuovo universo che persegue finalità comuni d’interesse generale, attraverso paradigmi di produzione del valore differenti» – sostiene Paolo Venturi, direttore AICCON – «I risultati mostrano come le S.r.l. con qualifica di impresa sociale siano naturalmente più aperte all’interlocuzione con gli investitori privati e abbiano un’alta propensione agli investimenti. La cooperazione sociale, in particolare quella d’inserimento lavorativo, si conferma sempre più intraprendente in una fase in cui i benefici legati all’efficientamento sembrano essersi esauriti. Nel suo terzo tempo la cooperazione sociale ha ricominciato a guardare a medio-lungo periodo, chiedendo al mondo della finanza una nuova generazione di servizi ad integrazione delle risorse. Un cambio radicale che richiede alle imprese sociali di investire in nuove funzioni e strategie capaci di gestire la complessità di progetti imprenditoriali ormai divenuti strutturalmente “eco-sistemici”».

Articolo di:Vita.it.

Foto Unicef
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Myanmar, un cittadino su quattro si trova in estrema povertà: meno di 0,87 euro al giorno

Foto di Infoans.org

YANGON (AsiaNews) – Una persona su quattro in Myanmar – si apprende da Asianews – vive ancora sotto la soglia di povertà. È quanto emerge dalla “Indagine sulle condizioni di vita 2017”, pubblicata lo scorso 28 giugno dal ministero della Pianificazione e della finanza di Naypyidaw. Il documento è stato redatto con l’assistenza finanziaria e tecnica della Banca mondiale e del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp). I ricercatori affermano che la percentuale della popolazione al di sotto della soglia di povertà è scesa dal 48,2% nel 2005 al 24,8% nel 2017. Nonostante la crescita demografica del Paese – passato nello stesso intervallo di tempo dai circa 48,9 milioni ai 54 milioni di abitanti – il numero di poveri è diminuito da 18,7 ad 11,8 milioni.

Le cause: mancanza di risorse e scarsa istruzione. In Myanmar viene considerato povero chi vive con meno di 1.500 kyat (0,87 euro) al giorno. Secondo il rapporto, lo Stato Chin – nella parte occidentale del Paese – ha il più alto tasso di povertà, al 58%. Il Rakhine, dove è in corso la crisi umanitaria Rohingya ed imperversa il conflitto tra ribelli ed esercito governativo, è al secondo posto con il 41,6%. Le regioni di Thanintharyi, Mandalay e Yangon hanno tassi di povertà del 13%. L’indice è del 30,2% nelle aree rurali, mentre nelle aree urbane è dell’11,3%. Mancanza di risorse produttive, scarsa istruzione e debiti sono le principali cause di povertà in Myanmar. Commentando i dati del ministero, lo dichiara ad AsiaNews Richard Win Tun Kyi, direttore nazionale di Caritas Myanmar – conosciuta in patria con il nome di Karuna Mission Social Solidarity (Kmss). “Le comunità rurali che non hanno risorse (come terra, attrezzature agricole, ecc.) – afferma Win Tun Kyi – sono le fasce di popolazione più povere del Paese. Esse vivono facendo affidamento su paghe giornaliere e, nei periodi di magra, sui prestiti in denaro da proprietari terrieri ed usurai”.

Programmi a breve e lungo termine. I mezzi di sostentamento e la protezione sociale sono solo alcune delle principali aree di intervento di Kmss. L’organizzazione affronta il fenomeno povertà con programmi a breve e lungo termine. Tra i primi rientrano alcune iniziative di microfinanza e risparmio di gruppo. “Vogliamo – spiega il segretario nazionale – aiutare i poveri ad ottenere risposte migliori alle proprie necessità, attraverso strumenti innovativi. Per garantire la sicurezza alimentare, li sosteniamo nell’acquisto collettivo dei beni di base, a prezzi più convenienti; li motiviamo ad uscire dalla trappola del debito con piani di risparmio; nei momenti di crisi, forniamo loro una rete di sicurezza con piccoli prestiti senza interessi”.

L’impegno per l’educazione ai futuri cittadini. Sugli interventi a lungo termine, Win Tun Kyi dichiara: “Siamo impegnati in iniziative per l’educazione delle generazioni future; difendiamo presso le autorità governative il diritto delle persone ad accedere a servizi di base, come assistenza medica e scuola”. In Myanmar, i cattolici sono un’esigua minoranza: i 750mila fedeli rappresentano poco più dell’1% della popolazione. In totale, i volontari di Kmss sono circa 725. “Raggiungere i poveri è difficile e persino la Caritas nazionale fa fatica: abbiamo bisogno di suscitare un genuino interesse per i poveri. Questa – conclude Win Tun Kyi – è una sfida per la Chiesa”, conclude. (P.F.)

Articolo di “La Repubblica”.

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A Milano una mostra fotografica sulle donne del Myanmar

Fonte:Orientamenti.it

L’amore per i viaggi è ciò che da sempre guida il fotografo milanese Fabrizio Crippa e “Women” è il titolo della mostra fotografica relativa al suo ultimo viaggio in un paese dove il tempo sembra essersi fermato, il Myanmar.

È nello stato del Chin, tra le sue montagne e fitte foreste, che risiedono remoti villaggi dove vivono le ultime donne con il volto completamente tatuato da linee e punti, tatuaggi, oggi, vietati e osteggiati dal Governo birmano. Ed è proprio attorno a questa usanza che sono nati miti e leggende che si tramanderanno per secoli.

Le trazioni contro la modernità

Fabrizio Crippa ha raccolto gran parte di queste simbologie, regalandoci un repertorio vasto e ben organizzato. Intensi gli sguardi e i ritratti delle donne, indescrivibili i colori che sembrano restituire gli odori speziati e i profumi dolciastri di quella terra. Preziosissime testimonianze, questi scatti, degli ultimi scampoli di popolazioni che hanno saputo mantenere le proprie tradizioni, difendendole dall’esterno grazie all’isolamento della loro terra protetta dai mondi e dalla natura aspra.

Fabrizio Crippa, con questa mostra fotografica sulle donne del Myanmar, vuole riprendere il concetto di fotografia come mezzo per raccontare la storia delle persone, delle loro abitudini, della loro cultura e vita di ogni giorno portando la ricchezza interiore del popolo birmano a conoscenza di tutti noi.

Fonte: Libreriamo.it

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