Settembre, 2018 | Progetto Continenti

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Nicaragua: il numero dei morti del regime Ortega sale a 455

MANAGUA – Uno Sciopero Nazionale chiede la liberazione di centinaia di manifestanti. Lo sciopero nazionale del 7 settembre scorso in Nicaragua ha cercato di mettere pressione al governo di Daniel Ortega, chiedendo la liberazione di centinaia di persone imprigionate per aver partecipato alle manifestazioni che da aprile esigono che l’ex guerrigliero sandinista lasci il potere. Uno sciopero generale coordinato da Alianza Civica, un’organizzazione nata sotto la mediazione della Chiesa, che riunisce imprenditori, studenti, sindacalisti, dirigenti contadini e accademici al fine di negoziare con il governo una via d’uscita dall’attuale crisi politica, a cui si unirono il “grande commercio”, le aziende internazionali e le banche, congelando la capitale di Managua. Sulle prime, Alianza Civica doveva essere un organismo propulsore del dialogo nazionale, ma davanti alle derive violente del governo ha cominciato ad attivare forme di pressione sempre più incisive. Lo sciopero è stato un grido davanti al deterioramento dell’economia dopo ormai quasi cinque mesi di crisi.

Manifestanti accusati di terrorismo. I nicaraguensi si svegliano ogni giorno con notizie di nuovi arresti. Leader del movimento studentesco, medici, professori, attivisti o chiunque abbia partecipato o anche solo appoggiato indirettamente le manifestazioni contro il regime viene accusato di terrorismo e possibilmente arrestato. Il fenomeno del paramilitarismo, riconosciuto da numerose organizzazioni per i diritti umani, e che invece Ortega definisce “polizia volontaria”, detiene e trasferisce nelle celle del carcere popolarmente conosciuto come El Chipote e segnalato come centro di tortura da Human Right Watch. Il Centro per i diritti umani del Nicaragua (CENIDH) stima che oltre 400 persone siano state imprigionate a causa delle proteste.

I morti sono ormai 455. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU denuncia gli abusi del governo Ortega. Secondo l’ultimo rapporto del CENIDH i morti sono saliti a quota 455. Davanti a questi numeri il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito per discutere la crisi del paese centroamericano. L’incontro, convocato dagli Stati Uniti, che detiene la presidenza di turno del Consiglio, ha denunciato la violazione dei diritti umani e la brutale repressione scatenata da parte dello stato contro le manifestazioni pacifiche che chiedevano la fine del regime di Ortega, che dal 2007 governa con un pugno di ferro.

Ortega non ascolta e respinge le accuse. Il governo di Ortega sordo davanti alle accuse della comunità internazionale. L’ambasciatore Usa Nikki Haley ha avvertito che il Consiglio “non può essere un osservatore passivo “mentre il Nicaragua rischia di diventare uno” stato fallito “e” dittatoriale”, la replica del ministro degli Esteri del Nicaragua, Denis Moncada Colindres, non ha tardato descrivendo come “interferenza nella sovranità del paese” le accuse del Consiglio. Un atteggiamento che non stupisce e che era stato già confermato daI governo che alla fine del mese di agosto ha ordinato al rappresentante dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) e al suo gruppo di lavoro di lasciare il paese. Dopo l’espulsione di Guillermo Fernández Maldonado e della sua squadra le Nazioni Unite hanno denunciato le autorità di commettere abusi di forza e violazioni dei diritti umani contro i manifestanti. Ortega ha respinto le accuse, che ha descritto come “eccessive, parziali e soggettive”.

“L’ossessione per il potere” della coppia Ortega-Murillo. Il ministro degli esteri del Nicaragua Denis Moncada, in una lettera inviata al rappresentante regionale dell’Officina dell’Alto Commissionato della ONU, OACNUDH, ha affermato che la missione dell’ONU non era più necessaria. Contemporaneamente, lo scorso 10 settembre nel suo primo discorso come nuova commissaria davanti al Consiglio dei diritti umani dell’ONU, l’ex presidente cileno Michelle Bachelet ha parlato soprattutto della questione migratoria ed ha esplicitato la sua preoccupazione nei confronti della situazione in Nicaragua. Per il momento, la mobilitazione della comunità internazionale non è stata sufficiente per combattere quella che viene definita  “la fissazione per il potere” della coppia formata da Ortega e da sua moglie, la vicepresidente Rosario Murillo. Insomma, il dramma storico del Nicaragua, a quanto pare, non è ancora arrivato al suo ultimo atto.

Fonte: Repubblica, 21 settembre 2018
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Ancora proteste in Nicaragua. OSA condanna la violenza

L’Organizzazione degli Stati americani (Osa) ha chiesto al Presidente nicaraguense Daniel Ortega di riprendere il dialogo nazionale, sospeso due mesi fa, e di collaborare nuovamente con la missione Onu per i diritti umani, che è stata espulsa dal Paese. Ieri marcia di protesta con migliaia di oppositori al regime.

Il Consiglio Permanente dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) ha approvato ieri una risoluzione sugli “eventi recenti in Nicaragua” in cui esprime la sua “forte condanna degli atti di violenza, repressione e violazioni dei diritti umani e degli abusi” commessi contro la popolazione del Nicaragua, come documentato dalla Commissione Interamericana per i Diritti Umani e dall’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.

Il sostegno alla risoluzione di 19 Paesi

La nuova risoluzione sul Nicaragua ha ottenuto il sostegno di 19 Paesi, 4 voti contrari, 9 astensioni e 2 assenti. Venezuela, Bolivia, Saint Vincent e Grenadine e Nicaragua hanno votato contro l’iniziativa. Dal canto suo il rappresentante di Managua, Luis Exequiel Alvarado Ramírez, ha ribadito che il suo governo “non riconosce” la risoluzione dell’Osa, che considera parte delle politiche “imperialistiche ed espansionistiche” di Washington. La risoluzione ha superato la soglia dei 18 voti necessari per essere approvata e ha avuto il sostegno di 19 Paesi, tra cui Cile, Colombia, Messico, Argentina, Perù e Stati Uniti.

Ripresa del dialogo nazionale

Il documento esorta il governo nicaraguense a rispettare l’impegno di fornire l’assistenza necessaria al meccanismo speciale di follow-up per il Nicaragua (Meseni) e al gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (Giei), “dando loro accesso e fornendo loro le informazioni necessarie per la corretta esecuzione del loro mandato”. Chiede inoltre che siano create le condizioni per ristabilire un dialogo serio tra le parti per redigere un calendario elettorale concordato congiuntamente nel contesto del processo di dialogo nazionale.

Ieri marcia dell’opposizione

“Vogliamo un Nicaragua libero, libertà per i prigionieri politici”: migliaia di persone hanno manifestato ieri nella capitale Managua per chiedere le dimissioni del presidente Daniel Ortega. Il Presidente, al potere da undici anni, è accusato dai suoi oppositori di aver instaurato una dittatura segnata dalla corruzione e dal nepotismo con la moglie e il vice-Presidente Rosario Murillo. La marcia, chiamata “Vamos ganando! (Stiamo vincendo!), è stata organizzata dall’Alleanza civica per la giustizia e la democrazia e da altri movimenti sociali di opposizione. Gli oppositori hanno anche chiesto il rilascio di più di 300 nicaraguensi imprigionati per essersi opposti al governo, così come elezioni anticipate nel 2019, due anni prima della scadenza ufficiale. La polizia antisommossa ha seguito la marcia senza intervenire e non sono stati segnalati incidenti.

Fonte: Vatican news, 14 settembre 2018

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Guatemala: revocato il mandato alla Commissione ONU contro l’impunità

CITTA’ DEL GUATEMALA –  Le ultime nuove del governo di Jimmy Morales sono niente di meno che la revoca del mandato della Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala. Davanti a questa notizia, che scuote la già traballante situazione odierna del centroamerica, Erika Guevara Rosas, direttore di Amnesty International America, ha dichiarato: “La decisione del governo di non rinnovare il mandato della Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala, proprio quando il Congresso deve analizzare l’udienza preliminare contro il presidente Jimmy Morales, è una chiara manovra per indebolire la lotta contro l’impunità nel Paese”.

L’ombra di un colpo di stato. L’ultimo venerdì di agosto, il presidente Jimmy Morales ha lanciato il sasso, informando della volontà di violare l’accordo con le Nazioni Unite, stipulato dieci anni fa, in cui si istituiva la Commissione Internazionale contro l’impunità nel paese centroamericano (CICIG). Il CICIG è un organismo internazionale indipendente, il cui scopo è sostenere le istituzioni statali nelle indagini sui crimini commessi da membri delle forze di sicurezza illegali, cercando di smantellare questi gruppi clandestini, spesso collusi con lo stato. Oggi Morales non vuole rispettare gli ordini che la Corte costituzionale ha emesso, definendo le loro decisioni “illegali”. Durante l’annuncio del Presidente, era presente un insolito spiegamento di forze di sicurezza, proprio di fronte alla Commissione, un messaggio intimidatorio diretto a chi lavora per la giustizia e i diritti umani. Molti politici, diplomatici, giornalisti e attivisti si dichiarano preoccupati e sospettano che il governo stia per dare un colpo di stato.

Il timore di azioni violente. Ma andiamo per ordine, nel quartier generale della CICIG non sono mancati i momenti di tensione. Infatti già si temeva che le autorità entrassero per rimuovere con la forza il commissario, Iván Velásquez, il procuratore colombiano che dal 2013 ha dato una nuova direzione alle indagini concentrandosi sulle strutture di corruzione che collegano i grandi gruppi imprenditoriali, criminali e dei media con politici, funzionari e giudici. Un anno fa Morales ci aveva già provato, dopo che suo figlio e suo fratello erano stati accusati di corruzione, proprio dallo stesso Velasquez, che venne dichiarato persona no grata: una decisione annullata dalla Corte costituzionale.

Una minaccia per la stabilità del Paese. L’allontanamento coatto del Commissario Velasquez. L’allontanamento coatto è riuscito lo scorso martedì, approfittando di un viaggio di Velasquez a Washington Morales lo ha dichiarato una minaccia per la sicurezza e la stabilità del paese, vietandone il ritorno in Guatemala e chiedendo la sostituzione con Guterres, il quale si è negato esplicitando i suoi dubbi sulla legalità della decisione e affermando che il commissario continuerà a guidare le indagini dall’estero. La legge sull’immunità crea scontento nella società civile. Nel frattempo, una parte del Congresso ha lavorato duramente per riformare la legge di antecedenza, chiamata Pretrial, e per cercare di proteggere i funzionari statali dall’essere investigati. L’intenzione di un folto gruppo di deputati è quello di smantellare gli sforzi anti-corruzione avviate nel 2015 e decidere a piacimento sull’immunità di alcune figure politiche.

Una rescissione prematura e unilaterale. Inoltre, come ricorda il giurista Alexander Aizenstadt, i giudici stessi valuteranno se la riforma è compatibile con la Costituzione. Infatti, su molti di questi deputati e dei loro partiti pesa l’ombra della corruzione. Il giurista ritiene che la decisione di Morales “si scontri direttamente” con l’accordo con le Nazioni Unite: “Il suo effetto è di rescindere l’accordo prematuramente e unilateralmente”, dice, “qualcosa che non consente né la legge internazionale né quella guatemalteca”. Università, associazioni studentesche, organizzazioni sociali e gran parte della comunità internazionale si sono opposte alla tesi secondo cui la vera intenzione è distruggere le istituzioni repubblicane e porre fine alla lotta alla corruzione.

Articolo e foto: Repubblica 17 settembre 2018

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