Marzo, 2018 | Progetto Continenti

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Testamento solidale: le star scelgono di dare i loro beni in beneficenza

Esser buoni sembra andare di moda. Dal tappeto rosso di Hollywood, passando per il Belpaese, sempre più persone scelgono il testamento solidale, ovvero lasciare tutto e gran parte del loro patrimonio in beneficenza. Secondo l’ultima indagine realizzata tra le organizzazioni del Comitato testamento solidale infatti, dal 2012 ad oggi, gli Italiani hanno acquisito maggiore consapevolezza sull’importanza di questo gesto. Si stima infatti che, nell’ultimo quinquennio, il valore economico dei lasciti solidali abbia subìto un incremento fino al 10%.

Il trend hollywoodiano. Molte star, da Sting a Bill Gates, passando per i coniugi Kutcher fino all’ex Take That Robin Williams sono balzati agli onori della cronaca per aver deciso di lasciare gran parte del loro, spesso immenso, patrimonio a fondazioni e organizzazioni non governarive. Ma non è necessario esser in possesso di patrimoni da favola per aprire il cuore alla beneficenza. Anche in Italia infatti questo fenomeno sta prendendo piede. Simbolico anche l’accrescimento del numero delle ong che hanno preso parte al comitato del Testamento solidale che dal 2013 ad oggi ha visto crescere i suioi membri da 6 a 21 organizzazioni. “Il percorso che abbiamo intrapreso nel 2013 – spiega  Rossano Bartoli, portavoce del Comitato Testamento Solidale – lanciando la prima campagna d’informazione sul lascito solidale, sta dando i frutti sperati. Gli Italiani sono un popolo generoso che inizia a percepire il lascito testamentario come un atto nobile e di grande responsabilità verso gli altri”.

Italiani brava gente. Stando ai numeri sono oltre 32 milioni gli italiani che hanno sostenuto nell’ultimo anno una causa benefica e sono aumentati anche i testamenti solidali. Dall’ultima indagine GFK Eurisko del 2016 , è emerso che il 14% dei nostri connazionali è pronto a inserire nelle disposizioni testamentarie un lascito; il 3% ha già dato indicazioni mentre l’11% è intenzionato a farlo. In Italia, nei prossimi 15 anni, secondo uno studio dell’Osservatorio Fondazione Cariplo “Il mercato dei lasciti testamentari”, i nostri connazionali potrebbero scegliere di destinare con un lascito, a istituzioni benefiche, una cifra che sfiorerà i 130 miliardi di euro. Aumenterà anche il numero delle famiglie che sceglieranno di devolvere tramite lascito parte del loro patrimonio al Terzo Settore: si passerà dalle circa 340 mila del 2009 alle 424mila famiglie “donatrici”, con un incremento del valore economico delle possibili donazioni di circa il 23%, passando dai 105 miliardi, calcolati nel 2009, ai 129 miliardi previsti nei prossimi anni. La novità dello studio evidenzia che, per la prima volta, anche i nuclei famigliari con eredi pensano di devolvere circa il 5% dei loro averi totali al settore no profit”.

Per chi dona. “La legge italiana – ricorda Gianluca Abbate, responsabile per i rapporti con il terzo settore del Consiglio Nazionale del Notariato – tutela i familiari più stretti cui viene riconosciuta la cosiddetta quota di legittima. Ma chi intende compiere un gesto di altissimo valore umano può scegliere di destinare anche solo una minima parte della quota disponibile del proprio patrimonio in favore di enti no profit o, in ogni caso, con fini di solidarietà, senza ledere i diritti intangibili dei parenti legittimari”. E sono proprio i notai italiani i primi “sostenitori” del testamento solidale: 1 su 4 ha già inserito un lascito solidale nel suo testamento destinandolo ad una o più realtà benefiche. E tra chi non ha dato ancora indicazioni a riguardo, il 63% dichiara che è propenso a prendere in considerazione l’ipotesi di fare un testamento solidale in futuro.

Fonte: Repubblica.it

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Una riflessione sull’accoglienza a seguito del convegno “Rifugiati e lavoro: le buone pratiche”

ACCOGLIERE

Accogliere è una parola che viene dal latino: ad-cum-ligare, legare insieme. Ma più che cercare il suo significato nel passato, dobbiamo costruirne uno nuovo, adatto ai tempi in cui viviamo, ai problemi con cui ci confrontiamo, alle persone che oggi sono al centro dello scontro politico e sociale: i profughi.

Il fenomeno migratorio non è un’emergenza, ma un fatto strutturale e inarrestabile e se prevarranno le attuali politiche di esclusione l’Occidente rischia il crollo della sua identità. L’Europa, in particolare, non sarà più l’Europa civile dei diritti, della solidarietà, dello Stato sociale inclusivo, delle garanzie, dell’uguaglianza e della dignità delle persone, bensì l’Europa dei muri, dei fili spinati, delle disuguaglianze per nascita e di conflitti razziali. Essa rischia una duplice contraddizione: in primo luogo la contraddizione delle pratiche di esclusione dei migranti quali non-persone con i propri decantati valori di uguaglianza e libertà, iscritti in tutte le sue carte costituzionali e nella stessa Carta dei diritti fondamentali dell’Unione; in secondo luogo la contraddizione tra la proclamata liberalizzazione della circolazione delle merci e dei capitali e la negazione, al contrario, della libera circolazione delle persone, che forma l’oggetto del più antico dei diritti della persona teorizzati dalla filosofia politica occidentale. (L. Ferrajoli 2017)

Queste riflessioni non possono lasciarci indifferenti perché il fenomeno migratorio costituisce veramente il banco di prova di tutti i valori della nostra civiltà. Non possiamo cadere nella trappola della guerra del penultimo contro l’ultimo perché questo ci allontana dal comprendere le vere cause dei molti problemi con cui dobbiamo confrontaci.

Se sei in attesa della casa popolare e ti vedi superato in graduatoria da un cittadino straniero, diventi facile preda dei propagandisti della paura e dell’odio che ti additano nel tuo vicino meno fortunato il nemico, allontanando dalla tua attenzione i veri responsabili della situazione, quella politica del governo (e della regione, cui si deve la disastrosa gestione dell’ALER) che fa sì che in Italia solo il 6% delle abitazioni (poco più di una casa su venti) sia un alloggio di edilizia popolare, contro una casa su cinque in Francia, una su quattro, in Germania, Svezia, Regno Unito, addirittura il 36%, una casa su tre, in Olanda.

Diventa allora importante trovare nuove strade che possano contribuire a cambiare la percezione negativa del fenomeno migratorio cercando di considerare anche il punto di vista di chi, per vari motivi e avendo meno strumenti critici è più facilmente vittima di campagne grossolane.

Il convegno “Rifugiati e lavoro: le buone pratiche” tenutosi lo scorso 24 febbraio presso la Camera del Lavoro di Milano ha voluto essere un primo passo in questa direzione. Il lavoro è la chiave di volta di ogni progetto di accoglienza: il lavoro come strumento per l’autonomia economica delle persone, come mezzo per dare dignità al lavoratore, come fonte di ricchezza per la società intera, come occasione di incontro e di conoscenza per dissipare timori e paure artatamente alimentate

Ci sono molti modi di gestire l’accoglienza dei profughi che arrivano in Italia. I media per lo più si occupano solo dei casi peggiori, quelli che comportano ruberie di ogni genere da parte dei gestori dei centri di accoglienza, isolamento e maltrattamenti delle persone ospitate, creazione di situazioni che sembrano fatte apposta per suscitare o alimentare reazioni di rigetto da parte delle popolazioni locali. Ma ci sono molti altri esempi, spesso anche di successo, di cui i media parlano poco o per niente: ed è proprio di questi che si è parlato nel convegno. Esempi concreti di come una politica di vera accoglienza e integrazione sia mutuamente vantaggiosa per autoctoni e immigrati.

Mariangela Villa

sostenitrice di Progetto Continenti del gruppo locale di Mezzago (MI)

Foto: officinaturistica.net

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Riforma del Terzo settore

Dopo il boom di Lega e 5 Stelle facciamo il punto con il sottosegretario Luigi Bobba: «Il nuovo Governo potrà intervenire sui decreti legislativi e i provvedimenti amministrativi, ma non sulla legge delega, che può modificare solo il Parlamento. Noi in ogni caso fino a quando saremo in carica andremo avanti col lavoro»

E adesso cosa ne sarà della Riforma del Terzo Settore? La debacle elettorale del Pd e la vittoria di 5 Stelle e Lega (entrambe le formazioni hanno votato contro la legge delega la n.106 del 6 giugno 2016) mettono in forse la conclusione dell’iter di completamento della norma (qui lo stato dell’arte così come ricostruito dal Forum del Terzo settore)? Abbiamo fatto il punto con il sottosegretario al Welfare, Luigi Bobba, il “padre” della riforma del Terzo settore. Bobba dopo due legislature e mezzo non entrerà nel prossimo Parlamento. Non è risultato infatti fra gli eletti del Pd in Piemonte.

Sottosegretario partiamo da un punto: attualmente il governo Gentiloni è ancora in carica e lo rimarrà sino al giuramento del prossimo Esecutivo…
Esatto. Le attività di ordinaria amministrazione sono tutte possibili. Quello che non possiamo fare per esempio sono nuove leggi oppure le nomine.

Voi state lavorando al completamente della Riforma. Qual è l’agenda?
Il decreto correttivo sul servizio civile universale è passato in Conferenza Stato-Regioni ed ora è all’esame delle commissioni parlamentari che possono dare un parere comunque non vincolante. Dopo di che tornerà in Consiglio dei ministri per il via libera definitivo. Ma ormai ci siamo.

Che correzioni introduce rispetto al decreto legislativo dello scorso anno?
Il decreto mira a rendere più efficaci alcune disposizioni, nonché a migliorare la funzionalità di alcuni organismi operanti nel sistema, quali la rappresentanza degli operatori volontari e la Consulta nazionale per il servizio civile universale. In particolare, si riconosce alle Regioni un ruolo più rilevante nella fase di approvazione del Piano triennale e dei Piani annuali, prevedendo che, prima della stessa approvazione, debba essere acquisita l’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano. Inoltre, si rendono più chiare le modalità di elezione dei quattro membri della rappresentanza nazionale degli operatori volontari, specificando, tra l’altro, che ogni anno vengono eletti due dei quattro componenti la Rappresentanza nazionale, al fine di evitare il simultaneo rinnovo di tutti i componenti che inciderebbe negativamente sulla funzionalità dell’organismo. In questa ultima fase gli obiettivi che ci siamo dati sono quelli di portare il più avanti possibile l’iter di questi provvedimenti correttivi e di proseguire nella produzione degli atti amministrativi

Avete in rampa di lancio altri decreti correttivi?
Quello sull’impresa sociale e quello sul codice civile. Ma qui stiamo ancora lavorando ai testi che quindi non sono ancora stati emanati. In base alla delega c’è tempo sino a fine luglio. Ma a quel punto non credo che saremo ancora in carica. Vedremo. In ogni caso in questa ultima fase gli obiettivi che ci siamo dati sono quelli di portare il più avanti possibile l’iter di questi provvedimenti correttivi e di proseguire nella produzione degli atti amministrativi.

Quali nello specifico?
Siamo ormai pronti con l’Organismo nazionale di controllo che darà il via libera alla riforma del sistema dei centri di servizio al volontariato. Poi c’è il decreto sulle attività secondarie e strumentali. Inoltre prosegue il dialogo con le Regioni per formalizzare l’impianto del Registro unico del Terzo settore.

A proposito del Registro unico, alcuni grandi network, come per esempio l’Avis, chiedono chiarimenti sulla facoltà per le sezioni locali di iscriversi all’albo senza il tramite della rappresentanza regionale o nazionale. Quale strada prenderete in questo senso?
​Quello che lei evidenzia è uno snodo su cui stiamo ragionando. La cosa che però posso dire è che anche nel caso le sezioni locali si potessero iscrivere direttamente, le “organizzazioni-ombrello” potranno comunque iscriversi all’albo. E anzi lo potranno fare in un’area a loro riservata, denominata “reti” che garantisce uno status rafforzato. La legge infatti affida alle reti l’attività di promozione, ma anche quella di controllo degli associati.

Rispetto alla riforma come si potrebbe comportare un governo “ostile”?
Una premessa: la legge delega può essere modificata solo dal Parlamento. L’esecutivo che rileverà il nostro testimone ha in linea di principio tre opzioni rispetto ai decreti legislativi approvati lo scorso anno e ai provvedimenti che ne conseguono: completa l’iter, non fa nulla linitandosi allo status quo, modifica i decreti legislativi e/o i decreti correttivi.

La Lega e il Movimento 5 Stelle non sembrano molto ben predisposti rispetto alla Riforma, chi la preoccupa di più?
Detto che la riforma del Terzo settore è stata assolutamente marginale nel dibattito pubblico rispetto anche a quello che ho letto su Vita ritengo che entrambi questi schieramenti non abbiamo le idee chiarissime sulla materia. Alcune loro proposte sono già contenute nella norma. Suggerirei un approfondimento prima di prendere qualsiasi iniziativa.

I 5 stelle in particolare leggono l’impresa sociale come il cavallo di Troia dell’assalto del profit ai mercati legati al welfare…
Lo ripeto ancora una volta: la possibilità di remunerare il capitale è talmente contenuta che chi punta ai mega profitti si terrà molto, ma molto alla lontana. Sinceramente in questo caso mi sembra che ci troviamo di fronte a un attacco senza bersaglio.

A proposito di bersagli: anche la Fondazione Italia Sociale non è mai andata giù al Movimento?
Ormai quello è un ente in piena attività. Gli organi di gestione con Enzo Manes, Cristina De Luca e Andrea Sironi e quello di controllo sono operativi. Se qualcuno volesse cancellarla dovrebbe, anche qui, mettere mano alla legge delega. E lo può fare solo il Parlamento.

Infine il 5 per mille. Fra poco entriamo nella stagione della dichiarazione dei redditi. A che punto siamo?
Siamo in attesa del Dpcm (decreto del Presidente del Consiglio dei ministri) che fornirà tutte le specifiche in materia. Non so darle la tempistica, perché non dipende appunto dal mio ministero.

Fonte: articolo su vita.it del 09/03/2018 (di Stefano Arduini); foto in copertina di Sardegna Reporter

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